BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 12/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 504 volte)
Titolo originale
Valiant
Produzione
USA 2005
Regia
Gary Chapman
Interpreti
 
Durata
109 minuti

Partendo dal fatto storico che durante la seconda guerra mondiale furono usati piccioni viaggiatori per recapitare messaggi tra le forze alleate, gli “Ealing Studios” (di storica matrice britannica) ci propongono un film d’animazione basato proprio su questi pennuti e su quel periodo. Pensate che nella realtà molti di essi furono insigniti della ‘Medaglia Dickin’, la massima onorificenza per un animale (per me è una fesseria assurda!!!).

La storia l’avrete intuita, ma ve la dico lo stesso perché voglio dedicarla a una persona: Valiant, piccione di piccole dimensioni, vorrebbe essere arruolato nella squadra più prestigiosa di piccioni viaggiatori, per poter fare anche lui la sua parte nel conflitto in corso. Pur non avendo i requisiti necessari, riesce grazie all’intervento di un amico casuale, senzatetto e puzzolente, a farsi accettare. Inizierà così il duro allenamento, che lo vedrà compagno di un’improbabile squadra futura (sembrano i peggiori di tutti i tempi!). Però accade un imprevisto… i loro nemici ( i falchi nazisti), eliminano tutte le squadre di volatili a disposizione dell’esercito, e c’è una missione importantissima da portare a termine… A chi verrà affidata? Naturalmente alla squadra “F” (che è quella del nostro protagonista). Ma i personaggi non sono ovviamente solo questi: c’è l’infermiera che si innamorerà di lui, la madre che non vuole che lui si arruoli, il vecchio barista suo amico, e tanti allegri perditempo che girano lì intorno. La missione si rivelerà durissima e pericolosissima! Con inseguimenti mozzafiato da una parte all’altra della ‘manica’. La storia avrà un lieto fine solo grazie all’altruismo e allo spirito di gruppo dimostrato dai vari commilitoni (ma posso usare questo termine per dei piccioni?), che insieme riusciranno là dove le altre squadre avevano fallito!!! La guerra verrà perciò vinta grazie alle loro gesta! Non vi ho rovinato il finale vero? Lo sapevate come finiva la seconda guerra mondiale vero?Fine della dedica.

 Il film nel complesso va bene da far vedere ai bambini perché tranquillo e innocuo, niente di più. Per gli adulti risulta essere una “palla” dove l’originalità è la grande assente.

nilcoxp

 
Di Jotaro (del 10/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3256 volte)
Titolo originale
Debiruman: Tanjou hen - Debiruman: Kaichou shireinyu hen
Produzione
Giappone 1987 - Giappone 1990
Regia
Tsutomu Iida
Interpreti
 
Durata
 

Per parlare di Devilman dobbiamo tornare con la memoria ai tempi in cui in Italia arrivarono i primi cartoni Giapponesi, il più famoso tra tutti è sicuramente Goldrake - atlas ufo robot (grendaizer) . Ed è proprio Go Nagai ad averlo inventato insieme al concetto di superobot moderno e trasformabile come oggi noi siamo abituati a vederlo. Un personaggio di spicco come lui viene ricordato per le sue più famose creazioni : Mazinga z, il Grande Mazinga, Goldrake, Devilman, Jeeg Gettar Robot ecc... Nagai divenne famoso in patria non solo per i suoi robot ma anche per il suo concetto di erotismo introdotto nei manga (partendo da Cutie honey e toccando ogni sua produzione) e per i suoi antieroi atipici, sempre devoti ad un senso di malvagità e di violenza che ne trascende il significato del termine letterale come noi lo conosciamo. Devilman è una delle sue opere più riuscite ed insieme a Mao Dante prende liberamente spunto dalla divina commedia citandola più volte. Dell'uomo diavolo oltre al manga originale è uscita anche una serie tv, dai toni più leggeri, dove il protagonista ricordava più un supereroe e anche la storia era stata ritoccata : Akira non si era fuso con un demone ma era stato ucciso da esso che usufruiva del suo corpo per fingersi un umano sconfiggendo i vari emissari della tribù dei demoni. Ma all’inizio degli anni 90 molti nomi illustri dell'animazione collaborano per una trasposizione sul grande schermo del manga, realizzando un film che ricalca fedelmente il concetto originale dell’edizione cartacea rimanendo invariato per quanto ne concerne la trama e i personaggi. Veniamo quindi alla storia: Akira Fudo è un ragazzo mite, dopo la perdita dei genitori (erano dei ricercatori) si trasferisce a vivere dalla famiglia Mikimura convivendo con la sua amica Miki (il suo grande amore segreto). Il giovane Akira è timido, privo di coraggio e viene sempre preso di mira dai bulli della scuola che lo maltrattano, ma un giorno il suo vecchio amico Ryo Asuka lo invita nella sua villa dove svela ad Akira un grave fardello che i due giovani condivideranno: l'umanita è in pericolo, i demoni si stanno per risvegliare dalle glaciazioni e hanno posseduto e ucciso il padre di Ryo (che tramite un’antica maschera ha avuto prova della loro esistenza). Questa è la storia di due ragazzi che per salvare l'umanità compiono un gesto estremo, si fondono con un demone conservando la propria coscienza umana ma solo Akira riuscirà nell’intento diventando un vero e proprio Devilman. A qualche anno di distanza esce il secondo film dove troviamo un Akira più maturo, non essendo più timido e debole. Il suo carattere è mutato divenendo freddo ed acido, anche il suo aspetto è cambiato con un volto più marcato e un fisico irrobustito, ma la sua lotta contro i demoni continua incessantemente. Scopriremo non solo i poteri acquisiti da Akira ma ci verrà spiegata meglio la morte dei suoi genitori e il fato toccato all'amico Ryo per finire con un combattimento estremo contro L'arpia Silen ex amante di Amon (il demone con cui Akira si è fuso sottraendone i poteri ma mantenendo in parte la coscienza). In questo secondo film il combattimento tra i demoni inviati da Satana e Akira/devilman si fa più violento, le scene forti e splatter contraddistinguono questi due capolavori con toni molto horror e crudi. Per quanto riguarda le musiche esse sono molto strumentali e si fondono bene con l’ambiente inquietante riprodotto dagli autori. I disegni e le animazioni sono divine per essere antecedenti agli anni ’90, pochi sono gli anime che rimangono nel cuore dello spettatore come questo. Anche dopo diverse visioni non annoia mai e, anzi, si può cogliere ogni volta qualche nuovo aspetto geniale dell’opera. Consigliato a tutti gli amanti dell’horror dei capolavori e di Nagai. Spezzo una lancia anche a favore dei doppiatori, sopratutto Ivo de Palma che si cala perfettamente nella parte interpretando Akira splendidamente. Questo capolavoro rimane un mito senza tempo da collezionare ed avere, poche sono le serie animate che lasciano un segno cosi indissolubile nel tempo .

Jotaro

 
Di Namor (del 08/02/2007 @ 05:00:00, in Cinema, linkato 1109 volte)
Titolo originale
Dreamgirls
Produzione
USA 2006
Regia
Bill Condon
Interpreti
Jamie Foxx, Beyoncé Knowles, Jennifer Hudson, Keith Robinson, Eddie Murphy
Durata
131 Minuti
Trailer

Effie (Jennifer Hudson), Lorrell (Anika Noni Rose) e Deena (Beyoncè Knowles), sono tre amiche che dividono la stessa passione, quella per il canto. Insieme formano un trio chiamato le Dreamettes questo, numericamente piccolo ma vocalmente grande gruppo alla ricerca del successo, si trova a partecipare all’ennesimo concorso musicale, con la speranza che questa volta sia quella buona. Lo show, frequentato da agenti e manager musicali alla ricerca di talenti da lanciare, finisce per le Dreamettes come i precedenti, ma l’energia e le straordinarie qualità vocali delle ragazze arrivano all’orecchio di Curtis Taylor Jr.(Jamie Foxx), presente al concorso, il quale, oltre all’intuito per gli affari, è provvisto di un notevole senso musicale. Grazie a queste sue doti, fiuta subito il talento espresso sul palco dalle Dreamettes, e decide di scritturarle come coriste per la tournè del noto cantante dell’R&B James “Thunder” Early, interpretato da uno strepitoso Eddie Murphy. Nello scintillante mondo musicale degli anni 60/70, la popolarità per le protagoniste di questa storia non tarderà ad arrivare, ma si sa, il successo ha sempre un prezzo, e il conto che le ragazze dovranno pagare le porterà ad affrontare il rovescio della medaglia, fatto di rinunce e scelte difficili, arrivando anche a sacrificare la loro amicizia. Dopo 25 anni di repliche nei teatri di Broadway, il pluripremiato musical “Dreamgirls” è diventato oggi un film, a dirigerlo è il regista e sceneggiatore Bill Condon, già autore della sceneggiatura del sopravvalutato “Chicago”. La pellicola narra le vicende del famoso gruppo di Detroit, meglio conosciuto come le Supremes che insieme alla loro leader Diana Ross, regnarono incontrastate per svariati anni nell’olimpo del pop femminile. Ad interpretare una dimessa Diana Ross, è la cantante/attrice Beyoncè Knowles, dimagrita per l’occasione di ben dieci chili, in cerca, con questo film, (il quarto da lei interpretato), della definitiva consacrazione come attrice. Ma la bella Beyoncè per questo riconoscimento dovrà aspettare la prossima occasione, a metterle i bastoni tra le ruote c’ha pensato una debuttante di nome Jennifer Hudson, scelta ai provini tra 800 candidate, e sempre a lei è stato affidato il ruolo con le parti più intense è drammatiche del film, quello della dirompente Effie White, la più dotata a livello vocale del trio, ma anche la meno ingovernabile per il suo carattere focoso e sanguigno. La critica Americana l’ha paragonata a Barbra Streisand, personalmente se devo fare un paragone, la trovo più simile ad Aretha Franklin, ad ogni modo la sua performance è veramente eccezionale, pensate che inizialmente la Hudson cantava in uno spettacolino della Disney, in seguito è approdata al reality “American Idol”, una sorte di Corrida all’americana (dove, tra l’altro, non ha neppure vinto), dopo due anni è stata ingaggiata per “Dreamgirls”, con il quale ha già ottenuto il Golden Globe ed ha ricevuto la candidatura all’oscar come miglior attrice non protagonista, partendo favorita. La prorompente Jennifer non è la sola ad aver avuto questi riconoscimenti, infatti un’altra candidatura come attore non protagonista è stata assegnata a Eddie Murphy, anche lui vincitore del Golden Globe, travolgente nelle vesti di cantante e ballerino, irresistibile la sua esibizione in teatro dove inizialmente canta un brano d’amore, per poi interromperla all’improvviso e intonare ballando un soul alla James Brown, strepitoso. Al momento Dreamgirls nelle nostre sale cinematografiche, non sta ottenendo un gran riscontro da parte del pubblico, nonostante sia il film con le maggiori candidature, (otto contro le sette di Babel) anche se mancano quelle più importanti, regia, film, attori protagonisti, un chiaro segnale che qualcosa non ha funzionato come doveva? Non so, comunque a me non è dispiaciuto, l’unica cosa che indisponeva un tantino erano le scene in cui il film sfociava in musical, alternativa che si poteva evitare, vista la gran presenza di canzoni intonate dai protagonisti!

Namor

 
Di Darth (del 07/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1116 volte)
Titolo originale
An Inconvenient Truth
Produzione
USA, 2006
Regia
Davis Guggenheim
Interpreti
Al Gore
Durata
100 minuti
Trailer

Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione Clinton, e quasi presidente alle ultime elezioni (ha perso contro G.W. Bush per una dubbia manciata di voti in Florida), dopo la mancata vittoria si è dedicato molto all’attivismo ambientale, ed ha ideato e interpretato “Una scomoda verità”, un documentario mirato a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema ecologico del riscaldamento globale. Ma che cos’è il riscaldamento globale? Questo film spiega dettagliatamente (attraverso studi scientifici indiscutibili) tutte le correlazioni tra le emissioni di CO2 ed i vari mutamenti climatici a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Più tecnicamente, vi riporto uno stralcio di un testo preso dal sito ufficiale:
Il diossido di carbonio ed altri gas riscaldano la superficie del pianeta naturalmente trattenendo il calore solare nell'atmosfera. Questa e' una buona cosa perchè rende il nostro pianeta abitabile. Purtroppo però, bruciando combustibili fossili come carbone, gas e petrolio e distruggendo le foreste abbiamo incrementato drammaticamente la quantità di diossido di carbonio nell'atmosfera terrestre e le temperature stanno salendo. [...] La maggioranza degli scienziati concordano sul reale riscaldamento del globo, è già successo ed è il risultato delle nostre attività e non un fatto naturale. La prova è schiacciante e innegabile. Stiamo già vedendo i cambiamenti. I ghiacciai si stanno sciogliendo, le piante e gli animali sono forzati nei propri habitat e il numero di uragani e siccità sta aumentando. Se il riscaldamento continua, possiamo aspettarci conseguenze catastrofiche.
-Il livello degli oceani potrebbe salire più di 20 piedi con la perdita di una parte del ghiaccio della Groenlandia e dell'Antartide, devastando le zone costiere di tutto il mondo.
-Ci saranno più spesso siccità e incendi. [...]
Non c'e' dubbio che noi possiamo risolvere questo problema. In effetti siamo obbligati moralmente a farlo. Piccoli cambiamenti alla nostra vita quotidiana possono fare la differenza aiutando a fermare il riscaldamento globale. E' il momento di unirsi per risolvere questo problema - AGISCI .

Anche Beppe Grillo ha parlato di questo documentario sul suo blog (vi allego il LINK al post), prima ed unica opera cinematografica mai pubblicizzata dal comico genovese. Il film in questione è davvero interessante: partendo dal problema del riscaldamento globale, Al Gore, tocca tantissimi temi socio-ecologici tutti connessi tra loro, mostrando come tutto sia una conseguenza delle scorrette abitudini dell’uomo. Non mancano stoccate all’attuale amministrazione Bush, ponendo in evidenza che l’unico pericolo per gli USA non proviene dal terrorismo mediorientale, e che dovrebbero occuparsi anche di investire sul futuro del pianeta. “An Inconvenient Truth” è candidato agli Oscar 2007 come miglior documentario, e come miglior canzone con "I Need to Wake Up" di Melissa Etheridge. Certo che viene naturale chiedersi per quale ragione Al Gore nel 2000 non abbia incentrato la campagna elettorale su temi ecologici mentre adesso (dopo la sconfitta) li ha presi tanto a cuore... ma, a prescindere da finalità pubblicitarie o elettorali, “Una scomoda verità” è assolutamente da vedere.

Sei pronto a cambiare il tuo modo di vivere?

Darth

 
Di kiriku (del 06/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 807 volte)
Titolo originale
The Big Chill
Produzione
USA 1983
Regia
Lawrence Kasdan
Interpreti
Tom Berenger, Glenn Close, Kevin Costner, Jeff Goldblum, William Hurt, Kevin Kline, Meg Tilly, JoBeth Williams, Mary Kay Place
Durata
101
Trailer

In questi anni al cinema, di film che trattano il tema dell'amicizia e in particolare di compagni di scuola che si ritrovano dopo anni, ne abbiamo visti davvero tanti e quasi sempre scadenti. "Il grande freddo" è stato uno dei primi a trattare questo argomento ed è sicuramente il più riuscito e ha dato vita ad un vero e prorio genere cinematografico. Siamo negli anni ottanta, un gruppo di amici si ritrova per il funerale di uno di loro, Alex, morto suicida. Approffittando di questa occasione passano il fine settimana tutti insieme nella casa di Harold e Sara. In questi due giorni ricordano i tempi passati, i sogni e i progetti di un'età ormai lontana, l'amarezza di un presente che non rispecchia gli ideali e le speranze che avevano alimentato la loro giovinezza. Sarà proprio questo incontro che li porterà a riflettare insieme sulla vita trascorsa, tirando le somme, confrontandosi arrivando a volte allo scontro verbale. Su di loro aleggia la non presenza dell' amico scomparso, che con la sua morte costringe gli ex compagni di scuola a fari i conti con la realtà e a diventare in poche parole grandi. Questo film di sicuro non è un capolavoro ma non posso negare di averlo guardato con piacere. La sceneggiatura è buona, i dialoghi sono effervescenti e mai banali, non c'è una morale e tanto meno cerca di dare degli insegnamenti o delle soluzioni. E' solamente la realtà di una generazione raccontata sapientemente e accompagnata da una colonna sonora eccezionale che raccoglie artisti come Marvin Gaye, The Rolling Stones, The Beach Boys, Aretha Franklin e tanti altri. Il cast vede un'intera generazione di artisti americani oggi più che mai affermati ma che all'epoca erano tutti emergenti: Kevin Klein (Harold Cooper), Glenn Close (Sarah Cooper), Mary Kay Place (Meg Jones), Tom Berenger (Sam Weber), JoBeth Williams (Karen Bowens), William Hurt (Nick Carlton), Jeff Goldblum (Michael Gold), Meg Tilly (Chloe). Nel film c'è anche Kevin Costner nel ruolo di Alex ma del quale si vedono solo i polsi tagliati e i piedi perchè in postproduzione il regista Lawrence Kasdan ha deciso di tagliare i flashback dove recitava l'attore perche non aggiungevano niente al film, anzi appesantivano la semplicità e la chiarezza della narrazione della storia. Anche se sono passati più di venti anni dalla sua prima uscita nelle sale, rimane comunque uno di quei film che si guardano sempre volentieri e che non annoiano mai. Ciao e buona visione a tutti.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 05/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 775 volte)
Titolo originale
Laitakaupungin Valot
Produzione
Finlandia, Germania, Francia 2006
Regia
Aki Kaurismäki
Interpreti
Janne Hyytiäinen, Maria Heiskanen, Maria Järvenhelmi, Ilkka Koivula.
Durata
78 minuti
Trailer

Fin dal titolo, il regista ci svela la sua passione per i film di “Chaplin” (“Le luci della sera” ad evocare il mitico “Luci della città”), e prosegue nelle inquadrature fisse ed immobili ma cariche di significato e complete nella loro struttura. La parola poco usata, potrebbe essere addirittura assente in molte scene, tanto esse si reggano benissimo in piedi da sole. Non solo, ma quando viene usata nei dialoghi (soprattutto tra i due protagonisti), ha un effetto esilarante, nei suoi contenuti tanto inusuali da sembrare grotteschi. Il regista parla di questa pellicola come l’ultima di una trilogia dei perdenti, che ha visto con i due lungometraggi precedenti “Nuvole in viaggio” e “L'uomo senza passato”, affrontare tre tematiche particolari: la disoccupazione, i senzatetto, e la solitudine. Infatti questo personaggio fa la guardia giurata, vive solo in un seminterrato, non ha amici e non ha mai avuto una donna. Facile quindi per l’amante del boss raggirarlo al fine di poter svaligiare una gioielleria da lui sorvegliata. Non solo non denuncerà la donna, ma per difenderla finirà in galera al suo posto. C’è dell’altro nella storia ovviamente, ma non ve lo anticipo di sicuro. Il tutto è accompagnato da musica che costantemente sentiamo in sottofondo, dal rock al melodico, e ho apprezzato particolarmente le opere di Puccini: “Tosca”, “La fanciulla del West”, “Manon Lescaut”. Un’altra particolarità simpatica ce la dà il regista in una sua dichiarazione: “…Nei miei film parte delle scene sono girate in stato di ubriachezza, parte in stato di non completa sobrietà; ma è difficile distinguere le une dalle altre. Del resto, Putin non beve. Eppure non mi sembra che abbia fatto nulla di buono». Film di notevole fattura, realizzato a basso budget, che si riconcilia alla grande con gli amanti del “Cinema d’Autore”.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 04/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 551 volte)
Titolo originale
L'orchestra di Piazza Vittorio
Produzione
Italia, 2006
Regia
Agostino Ferrente
Interpreti
L'orchestra di Piazza Vittorio
Durata
90 minuti

Avevo già assistito ad uno spettacolo dell’orchestra di Piazza Vittorio al Tenco 05’ ed ero molto curioso di vedere il film-documentario sulla loro nascita e sviluppo. Il documentario (per il mio personale giudizio è più un documentario che un film in senso stretto) inizia con la spiegazione di cosa rappresenti Piazza Vittorio a Roma, un crogiuolo di razze e culture diverse, passando poi al salvataggio del cineteatro Apollo 11, unico teatro superstite nel quartiere e simbolo di speranza culturale. E’ proprio all’interno del comitato pro Apollo 11 che nasce l’idea di un’orchestra multietnica a Mario Tronco ( tastierista degli Avion Travel) ed ad Agostino Ferrente (documentarista di professione e regista di questo documusical come lo hanno definito loro stessi) entrambi residenti all’Esquilino. E’ nell’ottobre del 2002 che inizia a formarsi il primo gruppo dell’orchestra e, il documentario, ne descrive le difficoltà iniziali nel trovare i musicisti a causa della grande (e nel caso dei cinesi mai superata) diffidenza degli immigrati nel credere realizzabile un progetto simile; ostacolati dalla loro precarietà economica e da leggi pochissimo rispettose dei loro diritti d’essere umani viventi. Riusciti a superare questa prima fase di stallo, i due ideatori, si trovano a superare la cronica mancanza italiana di spazi adeguati e contributi pubblici per progetti sociali intelligenti. Fortunatamente, per loro e per noi, sono riusciti ugualmente a diventare un’orchestra in pianta stabile. Il documusical è uno splendido documento su com’è possibile l’integrazione tra popoli diversi con niente in comune: nell’orchestra ci sono musulmani, cattolici, induisti e atei... addirittura all’inizio di quest’avventura alcuni di loro non parlavano neanche l’italiano... eppure nonostante questo sono riusciti, e continuano tuttora, a suonare insieme non unendo i propri sound ma fondendoli tra loro. Non mi rimane che ringraziare tutto il cast dell’Orchestra di Piazza Vittorio per questa ventata d’ottimismo su un futuro, che a causa dell’ottusità dell’uomo consumistico, è sempre più cupo. Nel concludere mi piace riportare una risposta di Mario Tronco ad un giornalista che gli chiedeva a chi regalerebbe l’ultimo album dell’Orchestra di Piazza Vittorio (l’ultimo album s’intitola “Sona”) la sua risposta è stata: ”All’ex-presidente del senato Pera che qualche mese fa ha parlato di rischio meticciato in Italia”.

Sansimone

 
Di Namor (del 01/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 901 volte)
Titolo originale
Green Street Hooligans
Produzione
USA - Inghilterra 2005
Regia
Lexi Alexander
Interpreti
Elijah Wood, Charlie Hunnam, Claire Forlani, Marc Warren, Leo Gregory, Henry Goodman, Geoff Bell, Rafe Spall, Kieran Bew, Francis Pope, Christopher Hehir.
Durata
109 minuti

Per Elijah Wood, il 2005 è stato un anno lavorativo molto intenso che lo ha visto protagonista di ben tre pellicole, “Sin City” di Robert Rodriguez, “Ogni cosa è illuminata” del regista Liev Schreiber, ed infine la pellicola in questione: “Hooligans” che vede alla regia la tedesca Lexy Alexander, ex campionessa di arti marziali in patria ed ora convertita in cineasta negli USA. Evidentemente per Wood una tale mole di lavoro è da imputare al fatto che ha urgenza di far dimenticare Frodo (il piccolo hobbit della trilogia del “Signore degli Anelli”). Per un attore, a volte, essere identificato in un personaggio di un film di enorme successo, si è sempre rivelato un duro ostacolo alla propria carriera, ne sanno qualcosa attori come: Mark Hamill il Luke Skywalker della trilogia di “Star Wars”, col tempo caduto nel dimenticatoio, oggi doppiatore e autore di videogame, oppure Malcolm McDowell, che nonostante abbia recitato in 43 film, viene riconosciuto sempre come il violento Alex DeLarge di “Arancia Meccanica”. Ma torniamo al film, leggendo il titolo “Hooligans”, è facile intuire che ruoti intorno al mondo del calcio, dove, per le tifoserie avversarie non conta solo il risultato della loro squadra, ma è importante sapere quanti tifosi avversari rimangono a terra, dopo gli inevitabili scontri che precedono la partita. Pete (Charlie Hunnam) è il leader di una delle frangie più violente degli ultrà del West Ham United, con il suo gruppo si riunisce la sera al pub, all’interno del quali, tra boccali di birra e canti urlati a squarciagola, si organizza e pianifica l’imminente impresa, che faccia esibire ma soprattutto riecheggiare tutto il loro coraggio, più le gesta sono clamorose e le risse violente ed epiche, più il loro prestigio aumenta! Matt Buckner (Elijah Wood) aspirante giornalista americano, viene ingiustamente espulso da Harvard, e, per voltare pagina raggiunge la sorella a Londra, dove verrà catapultato grazie al cognato Pete, nell’universo chiuso degli hooligans, rimanendo prima sbigottito da tanta violenza e poi affascinato dal loro inesauribile coraggio, valore, che in lui da sempre latita. Sarà, in seguito alle violenze subite e viceversa, fatte patire, che avverrà la sua metamorfosi, dandogli modo di staccare alla sua maniera, il suo biglietto di ritorno per Harvard!

Namor

 
Di Darth (del 31/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1353 volte)
Titolo originale
Apocalypto
Produzione
USA 2006
Regia
Mel Gibson
Interpreti
Morris Birdyellowhead, Jonathan Brewer, Dalia Hernandez, Rudy Youngblood
Durata
139 minuti
Trailer

<<Una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro>>. Inizia con questo monito del filosofo Will Durant “Apocalypto”, l’ultimo film di Mel Gibson.
La storia narra l’inizio della fine del popolo Maya, partendo da poco prima che i primi conquistadores spagnoli approdassero nelle meravigliose foreste dello Yucatan. Incentrando la storia sull’eroismo di un giovane guerriero che affronta di tutto per poter tornare a salvare la moglie e il figlio, Gibson ci mostra in tutta la sua beltà l’antica civiltà centroamericana e le foreste che la circondavano. A questi paesaggi mozzafiato vi aggiunge una trama avvincente, effetti speciali strepitosi e suoni avvolgenti (candidato all’Oscar come miglior sonoro, miglior montaggio sonoro e miglior trucco), realizzando, anche questa volta, un’opera spettacolare. Nel film, nulla è lasciato all’immaginazione: gli uomini sono nudi, le donne anche, e quando c’è da tagliare una testa o asportare un cuore per onorare il sole… la testa si vede mentre viene tagliata, il cuore pulsa ancora tra le mani sanguinanti del sacerdote, il sangue schizza copioso, ed il corpo senza vita (e senza testa) viene pure preso a calci giù per i gradini del tempio (che pare una fedele ricostruzione del Tempio del Grande Giaguaro, scoperto a Tikal)… e questo non è che un esempio delle barbarità presenti nella pellicola. Dopo aramaico e latino, Gibson ci propina un film interamente parlato in dialetto maya yucateco: anche di questa particolarità, come della violenza spettacolarizzata, il cinquantunenne regista americano sembra farne un suo marchio di riconoscimento. Come fu per “La passione di Cristo”, anche questa pellicola ha riscosso tanto successo quante critiche. In Italia, hanno fatto questioni perché inizialmente la censura non aveva posto veti d’età per la visione del film, successivamente, sotto pressioni del codacons, è stato vietato ai minori di 14 anni (personalmente mi aveva colpito di più la crudeltà con la quale veniva seviziato Gesù, che le scene di guerra Maya… ciononostante “The Passion” non fu sottoposto a divieti). In Messico e Guatemala, sebbene “Apocalypto” non sia ancora stato proiettato nelle sale, le critiche sono edificate sul modo in cui Gibson descrive il popolo Maya: secondo gli indios, il ritrarre i loro antenati con anelli al naso e mentre perpetrano sacrifici umani, fomenterebbe il razzismo ed accentuerebbe i falsi stereotipi con cui vengono ritratti i nativi americani. Mel Gibson ha dichiarato di aver girato quest’opera per “offrire, osservando una civiltà scomparsa, una riflessione su di noi e sulla nostra società”: di questo non ho trovato sinonimie rilevanti, ma, se lo prendiamo per un racconto storico-avventuroso, il film merita di essere visto: l’ho trovato brillante, originale e coinvolgente. Peccato per alcune cadute di qualità narrativa, con americanate assurde, su tutte la scena della ragazza che partorisce in equilibrio precario, con l’acqua alla gola ed una bambina in braccio… X - |

Darth

 
Di kiriku (del 30/01/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1210 volte)
Titolo originale
Dance Me to My Song
Produzione
Australia 1998
Regia
Rolf De heer
Interpreti
John Brumpton, Joey Kennedy, Rena Owen, Heather Rose
Durata
102 min.

Julia ha passato la vita in un istituto dove si presume sia stata maltrattata. Praticamente vive su una sedia a rotelle, è nata con una grave paralisi cerebrale che non gli pemette di compiere nessun movimento e tanto meno di poter parlare. L'unico modo che ha per comunicare è una tastiera vocale posta sulla carrozzina. I servizi sociali gli hanno dato un appartamento e gli hanno assegnato un'assistente per aiutarla ad espletare tutte quelle funzioni che una persona normalmente compie. Il problema di Julia è che l'assistente non ha la sensibilità ne le capacità per poter svolgere il compito assegnatogli, arrivando molte volte al maltrattamento fisico e psicologico. Arriva tardi la mattina e lascia la povera disabile nel letto con i propri escrementi, la imbocca maldestramente, gli sequestra la tastiera per punirla di cose di cui non ha colpa, la fa assistere alle sue prestazioni sessuali con i vari uomini che porta a casa. Un giorno, stanca di essere abbandonata a se stessa, esce in strada in cerca di aiuto e incontra un uomo che gli presta soccorso e con il quale instaura un rapporto di amicizia e amore che farà scatenare la gelosia dell'assistente che cercherà a sua volta di conquistare le attenzioni del soccorritore. Questo è un film difficile da guardare, il regista , Rolf De Heer, non usa filtri, mette lo spettatore di fronte alla cruda realtà mostrandoci Julia alle prese con le difficoltà della vita quotidiana che lei comunque affronta con dignità e coraggio. Le immagini sono davvero forti, il regista ci mostra la nudità della protagonista deformata dalla malattia, ma, come capita di solito nei suoi film, non lascia spazio alla retorica e si spoglia delle falsità, degli orpelli e dei pregiudizi annientando quel pietismo che spesso circonda questo argomento. La protagonista, Heather Rose, che nella vita reale è affetta davvero da questa terribile malattia e che ha faticato non poco per interpretare il personaggio di Julia, ha scritto anche il soggetto e in parte la sceneggiatura rendendo il fim in qualche modo autobiografico. Detto questo si può anche intuire che, essendo alla prima esperienza,  il punto debole di questo film è da ricercare proprio nella sceneggiattura: i personaggi sono un po troppo schematizzati; sotto il profilo narrativo sono evidenti dei vuoti, come nel caso di Eddie che misteriosamente riceve telefonate a casa di Julia ma non si sa da chi e ne tanto meno per quale motivo; ma è il lieto fine che stona e che fa a pugni con il resto della pellicola. Nonostante tutto  è un film bello, che rompe gli schemi che non fa prediche ma che racconta solamente una storia e a raccontarla è Heather Rose che non vuol essere compatita ma semplicemente dimostrare che un persona per quanto limitata da un handicap, ha delle emozioni e delle esigenze, comprese quelle sessuali. Buona visione a tutti!

 Kiriku

 
Di nilcoxp (del 29/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 639 volte)
Titolo originale
Thumbsucker
Produzione
USA 2005
Regia
Mike Mills
Interpreti
Lou Taylor Pucci, Tilda Swinton, Vincent D'Onofrio, Kelli Garner, Keanu Reeves, Vince Vaughn, Benjamin Bratt.
Durata
96 minuti

Justin è un ragazzo adolescente americano che ha il vizio nei momenti di tensione, di succhiarsi il pollice. Questo gli crea non pochi problemi con i suoi coetanei e con suo padre, molto infastidito da questo comportamento. Indirizzato in alcune scelte da un dentista particolare (un Keanu Reeves forse più concentrato a trovare se stesso che non ad aiutare il giovane), riesce ad abbandonare questa cattiva abitudine. Rimane però distratto a scuola e coi compagni, e i professori e una psicologa convincono lui e la sua famiglia di aver bisogno di aiuto. Comincia così per il ragazzo una nuova vita, dipendente però da antidepressivi. Interessante commedia che apre una finestra sullo stile di vita americano: ci mostra la scuola (insegnanti che prescrivono psicofarmaci come fossero caramelle), la famiglia (il padre una stella mancata del football a causa di un infortunio, la madre innamorata ed amante di una celebrità della spettacolo), i rapporti sociali tra adolescenti (la droga e i primi rapporti sessuali), tutto senza però lasciare il segno. Il film riesce a metà, troppo spesso scivola in un’atmosfera da telefilm per teenager, scavando poco nelle personalità dei protagonisti. A questo va aggiunto un forzato lieto fine che rovina ulteriormente la valutazione della pellicola che nel complesso è sufficiente, ma vista l’idea di partenza, il film poteva e doveva essere molto meglio.

nilcoxp

 
Di Namor (del 25/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2846 volte)
Titolo originale
Rocky Balboa
Produzione
USA 2006
Regia
Sylvester Stallone
Interpreti
Sylvester Stallone, Burt Young, Antonio Tarver, Milo Ventimiglia, Geraldine Hughes, Mike Tyson.
Durata
102 Minuti
Trailer

Nel lontano 1975 l’allora semisconosciuto Sylvester Stallone, assistette ad un incontro di boxe per il titolo mondiale dei pesi massimi tra il detentore del titolo Alì e lo sfidante Chuck Wepner, conclusosi con la vittoria di Alì per kot alla 15 ripresa. Sly rimase così impressionato dal coraggio e dalla tenacia che dimostrò Wepner in quel match, che trovò l’input per scrivere il suo capolavoro, la sceneggiatura di Rocky! L’anno seguente, convinse i due produttori Winkler e Chartoff a scommettere sul film, riuscendo anche ad ottenere una percentuale sugli incassi e la parte di Rocky, accordo indispensabile per la cessione del copione. Fu così che finalmente coronò il suo sogno… quello di fare l’attore! Fino ad allora, si era dovuto accontentare di piccole comparsate in vari film più o meno famosi, l’unico ruolo da “protagonista” lo ebbe nel 1970 in una pellicola porno dal titolo “The Italian Stallon”. Con “Rocky Balboa”, Stallone chiude definitivamente alla soglia dei 30 anni, una delle saghe più celebri è longeve della storia del cinema. A suo tempo quando propose “Rocky V” (il più brutto e inutile della saga), la produzione gli disse che avrebbe accettato solo se Rocky fosse morto! Sly acconsentì, ma quando seppe che sarebbe successo sulla famosa scalinata del Museum of Art di Philadelphia, sotto una pioggia scrosciante, si rifiutò, trovando il finale troppo deprimente. Con il senno di poi, un deluso Stallone si rese conto che non solo Rocky V non aveva convinto ma addirittura non lo riteneva il giusto addio che avrebbe voluto regalare agli affezionati dello stallone italiano. A distanza di 16 anni, con un budget molto basso (24 milioni di dollari) e 4 settimane a disposizione, gli viene concessa un’altra chance, quella di riscattare uno Stallone sessantenne che non interpreta da tempo un titolo degno di nota e, quella di riscrivere per la gioia dei fan un decoroso the end ad uno dei personaggi più seguiti ed amati da intere generazioni. Per tale impresa, non facile considerando la sua età, Sly si è sottoposto ad un intenso allenamento, durante il quale si è fratturato le dita di piedi e mani, ma questo episodio non ha influito sulla sua forza di volontà, anzi lo ha reso ancora più determinato, rivelandosi sul ring un tenace ma soprattutto credibile avversario. Quando ho saputo dell’imminente uscita di questo film ero molto scettico, non mi convinceva un sesto capitolo di Rocky, nel quale un attore con sessanta primavere doveva interpretare un pugile cinquantenne, ma ….., non era facilmente realizzabile, come non lo era rendere verosimili gli allenamenti a cui avrebbe dovuto sottoporsi per il conseguente match finale contro il campione del mondo Mason Dixon (Antonio Tarver, ex pugile professionista). Questa riflessione deve averla fatta anche Stallone, infatti la trama è incentrata sulla attuale vita che conduce Rocky, dove per esigenze di copione (Talia Shire ha rinunciato a prendervi parte) si ritrova vedovo, e tutto quello che rimane della amata moglie Adrian é un ristorante che, oltre ad avere le sue foto affisse sulle pareti porta anche il suo nome, ed è qui che la sera un malinconico Rocky intrattiene i clienti raccontando le sue gloriose gesta sul ring. Ma a renderlo ancora più triste e sofferente, è il distacco affettivo del figlio Robert (Milo Ventimiglia), un giovane manager insicuro che vive un’esistenza oscurata dalla luce perennemente luminosa del padre, alla continua ricerca di una sua dimensione che però non trova, frustrazione, che lo porta ad allontanarsi dal padre quasi rinnegandolo. Il faccia a faccia a cui assistiamo, che vede padre e figlio esporre ognuno le proprie recriminazioni è uno dei momenti più toccanti del film, come il suo tour iniziale con il cognato Paulie (Burt Young), che li vede far visita ai luoghi, che per Rocky, e lo spettatore, furono i più importanti e significativi, tra cui la bottega degli animali ora chiusa e trascurata, la sua vecchia casa da scapolo, la pista di pattinaggio dove Adrian pattinava, mentre lui gli camminava accanto, ritrovata abbandonata e ridotta ad un piazzale deserto, il tutto, rifinito da un nostalgico flashback di immagini che ritraggono lui e la sua amata moglie un tempo giovani e felici, un pellegrinaggio intenso e struggente, a cui, per chi ha seguito la saga sarà difficile non commuoversi, se poi ci si mette anche la meravigliosa colonna sonora di Bill Conti, sarà quasi impossibile!

Namor

 
Di Darth (del 24/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1181 volte)
Titolo originale
Saints and Soldiers
Produzione
USA 2003
Regia
Ryan Little
Interpreti
Corbin Allred, Alexander Polinsky
Durata
90 minuti
Trailer

Il 17 dicembre 1944, in Belgio, durante l’offensiva delle Ardenne, un’ottantina di prigionieri di guerra americani vengono giustiziati dai soldati tedeschi senza alcun motivo apparente. Questa infamia è divenuta tristemente famosa come il “Massacro di Malmedy”. Su questo evento storico si basa il pluripremiato film di Ryan Little. Prima di lui, del massacro di Malmedy, a livello cinematografico ne aveva trattato (marginalmente) solo Ken Annakin ne “La battaglia dei giganti” (1965), con H.Fonda e C.Bronson. “Saints and Soldiers” inizia proprio con l’eccidio dei soldati statunitensi; quattro di loro riescono a salvarsi ma si ritrovano in mezzo alle foreste innevate del Belgio, con un solo fucile ed in territorio nemico. Vagando per le montagne, tenendosi alla larga dai tedeschi, incontrano un aviatore inglese lanciatosi col paracadute dopo essere stato abbattuto col suo aereo; costui deve arrivare il prima possibile ad un comando alleato per poter trasmettere alcune importanti informazioni di cui è in possesso. I cinque ‘eroi’, a quel punto, decidono di tentare di oltrepassare le avanguardie tedesche per riunirsi ai propri connazionali. Questo film, continua sullo stile ‘moderno’ dei film di guerra; cioè incentrando la sceneggiatura non sul conflitto ma sugli uomini che lo vivono. Ognuno dei cinque soldati ha un carattere ben definito, storie tragiche alle spalle, una famiglia, dei figli… tutto questo aiuta molto lo spettatore ad appassionarsi per la sorte dei personaggi. In questo e in altro, si è dimostrato davvero bravo il regista: creando una storia piacevole, aggiungendo l’interesse per un “fatto storico realmente accaduto”, assumendo attori apprezzabili ed esibendo una notevole tecnica dietro alla macchina da presa. Consigliato a tutti gli appassionati dei film di guerra… e non solo a loro.

Darth

 
Di nilcoxp (del 22/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 785 volte)
Titolo originale
Spider
Produzione
Canada, USA 2002.
Regia
David Cronenberg
Interpreti
Miranda Richardson, John Neville,Gabriel Byrne, Ralph Fiennes, Lynn Redgrave.
Durata
98 minuti

Il film è tratto del romanzo di Patrick McGrath, che ha anche collaborato col regista all’adattamento. Vediamo “Dennis”(il protagonista, chiamato anche “Spider”) dimesso da un ospedale psichiatrico dopo molti anni, che viene mandato in una struttura di reinserimento situata nei suoi luoghi d’infanzia. Il rivedere posti della sua giovinezza gli farà rivivere episodi importanti accaduti a lui e alla sua famiglia, questo però avverrà con flashback dall’incerta veridicità. Infatti è lui stesso l’artefice delle sue storie e dei suoi personaggi in una distorsione tutta personale: crea e tesse le sue trame alla stessa stregua di un ragno con le sue tele. Questo come la mortale Aracne, che per aver sfidato la dea Atena ritenendosi superiore a lei nell’arte della tessitura, fu condannata dalla divinità a trarre da se stessa (sotto forma di insetto) il materiale necessario alla realizzazione delle proprie opere. Quindi alimentando da se stessa la propria punizione. “Spider” finirà con il rimanere imprigionato nella sua stessa tela, di cui ha ormai perso il controllo. La camera da letto dove il protagonista alloggia è favolosa per l’ambientazione cupa e angosciante. L’autore e lo scenografo Andrew Sanders hanno raccontato di aver sottratto gamme cromatiche alla pellicola, per un risultato ancora più coinvolgente e desolante. Gli interni sono scarni, vecchi, tristi e claustrofobici. Gli esterni sono deprimenti da periferia squallida con un gasometro a ergersi su tutto. La protagonista femminile, Miranda Richardson, è notevole nella sua triplice interpretazione, mentre su Ralph Fiennes, non ho avuto dubbi fin dall’inizio sul suo disordine mentale: Stupendo! La frase che mi è piaciuta di più è stata quella in cui la responsabile della casa di reinserimento, dopo aver visto “Spider” con tante camicie indossate contemporaneamente, gliene chiede spiegazione. Lui non risponde, ma al suo posto lo fa un altro paziente che le dice: “…Gli abiti fanno l’uomo, e meno c’è l’uomo più cresce il bisogno dell’abito.”. Un Cronenberg che non delude sicuramente, anzi, che sa attirare l’ignara preda verso la propria ragnatela! State attenti…

nilcoxp

 
Di slovo (del 19/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1272 volte)
Titolo originale
The Prestige
Produzione
USA/UK 2006
Regia
Christopher Nolan
Interpreti
Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, David Bowie, Scarlet Johansson
Durata
128 minuti

Tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Priest e adattato al grande schermo dal regista assieme al fratello Jonathan, “The Prestige” è un lavoro esemplare sotto molti aspetti e di sicuro uno dei migliori film proposti dal circuito mainstream negli ultimi mesi.
Nolan, che già con “memento” (2000) aveva dimostrato di saper padroneggiare strutture narrative complesse, sfugge anche questa volta dal convenzionale ordine cronologico, attirandoci in un vortice di rimandi mutuali (la geniale lettura parallela dei due diari), flashbacks e spostamenti temporali.
La promessa, la svolta e il prestigio: i tre atti in cui si svolge lo spettacolo di un illusionista, come introduce un arguto Michael Caine alla bambina e al generico spettatore... spettatore che manterrà l’attenzione viva per tutto il tempo, inevitabilmente, come quando si osserva un prestigiatore all’opera, tentando di capire il suo trucco, non sapendo che è già riuscito a deviarci lo sguardo altrove.
Allo stesso modo il film, incentrato sul mondo degli illusionisti del secolo scorso, diventa esso stesso un gioco di prestigio, seguendo quelle tre fasi intriga, cattura, sorprende, ma ci rivelerà il segreto solo sul finale, ammiccando che lo abbiamo sempre avuto sotto agli occhi (“ forse perchè in realtà non volevamo vederlo”)...
Notevole, a complemento dell’eccellente lavoro di regia, il cast: il sempre bravissimo Christian Bale (già diretto da Nolan in “Batman Begins”) e Hugh-wolverine-Jackman nei ruoli di Alfred Borden e Robert Angier, due amici illusionisti che vedranno il loro rapporto degenerare fino alle estreme conseguenze a causa della loro ossessione a primeggiare nelle arti magiche. Ottimo il già citato Michael Caine, senza infamia e senza lode la Johansson che però è sempre un bel vedere e David Bowie in un algida interpretazione di Nikola Tesla, un ingegnoso e visionario quanto misconosciuto scienziato, realmete esistito, la cui presenza nella trama, seppur con qualche concessione, arricchisce di mistero questo eccellente fanta-thriller. Da vedere.

slovo

 

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