BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 10/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1124 volte)
Titolo originale
The Number 23
Produzione
USA 2007
Regia
Joel Schumacher.
Interpreti
Jim Carrey, Virginia Madsen, Logan Lerman, Danny Huston, Lynn Collins, Rhona Mitra, Michelle Arthur, Mark Pellegrino, Paul Butcher.
Durata
95 Minuti

Riposto su uno scaffale di libri usati, una copertina rosso-sangue con sopra impresso “The Number 23” attira l’attenzione di Agata (Virginia Madsen), la quale, affascinata dalla sua bizzarra trama, decide di acquistarlo per farne dono al marito Walter (Jim Carrey) in occasione del suo compleanno. Nei giorni a seguire, Walter (il festeggiato) sempre più immerso nella lettura del libro-diario, scoprirà di avere molte analogie con il suo protagonista. il poliziotto Fingerling. Per lui tale rivelazione sarà l’inizio di una vera e propria odissea di paranoie, dove il numero 23 è il risultato di ogni calcolo matematico relazionato ai momenti della sua vita, ossessionato a tal punto da questa cifra, arriva a credere di essere lui stesso il prossimo destinatario della maledizione! Le premesse per un buon film inizialmente c’erano tutte, ma col passare del tempo e l’approssimarsi della soluzione al misterioso libro, la pellicola perde quel mordente iniziale che intrigava lo spettatore e lo invogliava a seguirne la visione, per sfociare in un finale a mio parere troppo fiacco! Nulla da dire sui protagonisti, nei loro rispettivi doppi ruoli, che vede J.Carrey interpretare sia l’esiguo marito W.Sparrow che il poliziotto pulp Fingerling, e la V.Madsen nei panni della premurosa moglie Agata, nonché in quelli della conturbante Fabrizia. Qui la tiratina di orecchie va fatta al regista Joel Shumacher, che ad un certo punto si lascia sfuggire le redini della regia con il rischio di vanificare il tutto, infatti il voto della critica italiana é stato unanime nell’assegnare alla pellicola solamente due stelle, il che lo relega nella lista dei film che non raggiungono la sufficienza. Permettete un’ultima nota personale, se fossi stato io il regista, non avrei scritturato Jim Carrey per il ruolo principale, non perchè lui non sia all’altezza, ma per il semplice fatto che il protagonista va in giro con un furgone a svolgere la mansione di accalappiacani, il che ricorda immediatamente Ace Ventura nelle sue deliranti e odiose performance, e per un thriller credetemi non é il massimo!

Namor

 
Di Darth (del 09/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1314 volte)
Titolo originale
Bridge to Terabithia
Produzione
USA 2007
Regia
Gabor Csupo
Interpreti
AnnaSophia Robb, Josh Hutcherson, Baillee Madison, Zooey Deschanel, Robert Patrick
Durata
95 minuti
Trailer

Capita, a volte, di dover andare al cinema a vedere un film che non hai voglia di vedere.
Capita, a volte, che ti aspetti un film di un certo tipo ma poi è di tutt’altro genere.
Capita, a volte, di piangere per un finale commovente.
Tutto questo è stato per me “Un ponte per Terabithia”. Volevo andare a vedere “Spiderman 3”… ma ho dovuto ‘cedere’ ed andare a vedere “Un ponte per Terabithia”. Ero sicuro fosse il solito “Il mago di OZ” in chiave moderna, invece, questo film (tratto dall’omonimo romanzo di Katherine Paterson del 1977), è una commedia adolescenziale senza alcun mondo fatato se non quello creato dalla fervida immaginazione di Jesse e Lesile: i due protagonisti. Jesse è di famiglia povera, tanto da dover andare a scuola con le scarpe dimesse di sua sorella. Ha un carattere molto introverso ed una grande passione per il disegno. Lesile si è appena trasferita, è estroversa, fantasiosa, ha molto coraggio e nessun amica. I due si ritrovano entrambi presi di mira dai bulli della scuola che frequentano e questo, oltre al fatto di esser vicini di casa, li porterà a diventare amici. Girovagando per il bosco vicino casa trovano una casa su un albero, e la loro fantasia li porta a creare un mondo tutto loro di cui impersonano il re e la regina. Un mondo fatto di un esercito di libellule al proprio servizio, e di numerosi nemici: dai terribili scoiattoli mutanti, ai troll giganti con l’aspetto dei loro più acerrimi nemici di scuola. Tutti i pomeriggi i due sovrani raggiungono il loro 'posto delle fragole', migliorando come possono il loro castello e coltivando un’amicizia davvero bellissima. Tutto questo fin quando non succede qualcosa che rischia di distruggere il fantastico mondo di Terabithia
Come vi dicevo, quest’opera esula dal solito mondo fatato, per ambientare le avventure dei due protagonisti nel triste mondo reale fatto di bullismo, di prepotenze, di problemi familiari o economici… ma anche di amicizia, di bontà e di fantasia. La fantasia che tutti noi dovremmo ritrovare per creare una Terabithia qui nel mondo reale. Il film è carino, peccato per qualche pecca di sceneggiatura, troppo scontata quando si sofferma sui problemi dei due ragazzini, per poi divenir briosa solo quando si avventura nel mondo immaginario . Il finale però è davvero molto intenso…a me ha strappato anche qualche lacrimuccia.
Per concludere, un plauso all’incantevole AnnaSophia Robb (Lesile): a 13 anni è già un attrice bravissima… migliore di tante sue colleghe con decenni di esperienza più di lei.

Darth

 
Di kiriku (del 08/05/2007 @ 05:00:01, in Cinema , linkato 1233 volte)
Titolo originale
Via Varsavia
Produzione
italia 2006
Regia
Emiliano Cribari
Interpreti
Erika Renai, Antonio Cribari, Luca Antonio Alves franco, Alessio Venturini, Alessandro Benvenuti, Marco Masini, Barbara Enrichi, Novello Novelli, Carlo Monni
Durata
85 minuti

Il film è ambientato a Firenze, in un piccolo teatro praticamente vuoto, sul palco va in scena uno spettacolo teatrale. Una sola attrice, Erika Renai nei panni di Francesca. La ragazza condannata a morte, per aver compiuto atti di cannibalismo sul fratello, approfitta della sua ultima ora di vita per compiere l’ultimo viaggio dentro se: un viaggio nei ricordi suoi e di quel fratello che porta dentro di se. Il primo giorno che ho avuto tra le la mani il dvd di "Via Varsavia" devo dire che non sono stato divorato dall’entusiasmo. Non so il perché, probabilmente dopo aver letto la trama mi resi conto che per girare un film del genere ci voleva tanto coraggio, ma soprattutto tanto talento che pochi hanno. Per fortuna nella vita ho imparato a non fermarmi alla prima impressione e quindi decisi comunque di guardare il film dando così fiducia ad Emiliano Cribari e al gruppo “Le Cose Che So Di Me”. Beh!! Devo dire che la mia impressione iniziale era sbagliata. Innanzitutto è d’obbligo dire che il film è girato in digitale da una produzione indipendente di giovani appassionati di cinema, ed è a budget  zero e quindi interamente autofinanziato. Ma la cosa più incredibile è che una casa di produzione come la Cecchi Gori Home Video abbia curato la distribuzione, decidendo di porre all’attenzione del mercato l’opera di un giovane regista. La forza di questa pellicola è da ricercare nella ottima interpretazione di Erika Renai, che da sola riesce a tenere in piedi il film. Si cala sapientemente nel ruolo di Francesca, una ragazza che si perde nella solitudine e nella tristezza che si palesano nella sua poesia aulica a volte fine a se stessa e nel suo folle sdoppiamento con il fratello Luca, meno concentrato su se stesso e capace di cogliere le sfumature della vita con ironia e con una dolce e schietta prosaicità. Ottimo anche il lavoro di Emilano Cribari che con i pochi mezzi a sua disposizione, una ottima regia, una buona sceneggiatura e un discreto montaggio è riuscito a mettere insieme un prodotto valido, pregno di teatro e che trasuda poesia. Ha usato un mezzo commerciale come il cinema per raccontare un’ idea che con il cinema ha poco in comune ma che trova riscontro appunto nel teatro e nella poesia: due modi espressivi etichettati come anticommerciali. Tragedia e comicità si mescolano per dar vita ad un film che lo stesso regista classifica come “…un povero Dogville italiano poeticomico”. Forse la parte meno riuscita di questa pellicola è quella che dovrebbe sdrammatizzare ed alleggerire il lungo monologo di Francesca, ma che non sempre ci riesce. Parallelamente al soliloquio di Francesca si svolgono delle storie che si inseriscono nel racconto e che hanno la funzione di spezzare la tensione e di dare un attimo di respiro allo spettatore, ma non sempre sono all’altezza rendendo a volte un po’ pesante il tutto. In questo film sono diverse le partecipazioni di volti noti della commedia italiana come Alessandro Benvenuti, Novello Novelli, Carlo Monni, Barbara Enrichi; ma vede anche l’esordio, nel mondo del cinema, del cantautore fiorentino Marco Masini. Le cose da dire su "Via Varsavia" e su Emiliano sono tante ma non ce n’è il tempo ne lo spazio, posso solo consigliarvi la visione di questo dvd, ricco anche di extra, che è la dimostrazione che il cinema italiano è vivo e ricco di giovani speranze come Emiliano Cribari che con il suo “cinema della parola” mi fa sperare bene per il futuro.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 07/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1376 volte)
Titolo originale
Favola di un cinema
Produzione
Sanremo Cinema
Regia
Marco e Riccardo Di Gerlando
Interpreti
Filippo Valenti, Salvatore Parisi, Cristian Magistri, Anselmo Nicolino, Nicoletta Napolitano,Marco D'Andrea, Luca Pittavino
Durata
20 minuti

Il cortometraggio ha sempre un suo fascino, e non deve essere valutato sulla logica di un normale film: diversa è la durata della pellicola e quindi inevitabilmente dei ritmi, la storia con il suo significato spesso viene concentrata e portata all’essenza. Così, quando sono venuto a conoscenza di questo nuovo lavoro dei fratelli Marco e Riccardo Di Gerlando, di cui avevo già visto due precedenti opere cinematografiche (“L’Urlo” e “Il cinquantesimo cero”), mi sono incuriosito. Sono andato a vederlo on-line e questo è il mio modesto parere sul loro operato. Quello che più mi ha colpito, ve lo dico subito, è la capacità tecnica registica di questi ragazzi: campi e controcampi, bei movimenti di macchina con riprese da più parti di uno stesso evento poi probabilmente completato in fase di montaggio in maniera veramente pregevole. Una scelta di usare il bianco e nero quando la scena tratta di avvenimenti del passato, gestita bene e riuscita anche grazie all’uso di una fotografia chiara e precisa (Michele Sculco e Claudio Rettorato), che per tutta la durata della proiezione ci dà immagini ben definite con inquadrature corrette e funzionali allo svolgimento della vicenda. La musica è perfetta nell’accompagnare le immagini e i momenti salienti del filmato (Matteo Tacchi). Il suono in presa diretta (Giancarlo Pidutti) non mi ha entusiasmato, ma l’ho trovato più che sufficiente. “Allora tutto bene?” direte voi. No, qualcosa che non va c’è. Sempre secondo il mio modesto parere il lato debole di questo lavoro sono alcuni attori, che non danno spessore e credibilità al personaggio che interpretano. Altro nota dolente è la sceneggiatura che non ho trovato sempre all’altezza della situazione. Nel complesso trovo il cortometraggio buono, girato con serietà da persone che amano il cinema e che si impegnano in un contesto (Ponente Ligure) arido di mezzi e disponibilità. Vincitore del premio speciale “Unist” alla seconda edizione del “Videofestival citta' di Imperia” e selezionato ai concorsi “Fronte del corto” di Foligno e “Round Cinema” di Rimini. Vorrei ancora rivolgere una domanda ai due registi. Ho notato che come nel “Cinquantesimo cero”, anche qui è vivo il tema della memoria, del passato, sempre permeato da un velo malinconico su qualcosa che non c’è più, che si è perso. Vista la Vostra giovane età, perché è così presente questa vena nostalgica? Comunque bravi e alla prossima, ciao. 

nilcoxp

 
Di Louise-Elle (del 05/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2425 volte)
Titolo originale
Goya's Ghosts
Produzione
Spagna 2006
Regia
Milos Forman
Interpreti
Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Michael Lonsdale, José Luis Gómez, Mabel Rivera.
Durata
117 Minuti

Prepariamoci a fare un tuffo nel passato: siamo in Spagna fra l’ultimo decennio del ‘700 e i primi dell’800. Una triste storia di un gruppo di personaggi si sviluppa in questi anni fortemente influenzata dagli avvenimenti che li hanno caratterizzati. Il pittore Francisco Goya , al massimo del suo splendore e apprezzato dai Reali di Spagna, è un valido, attento e veritiero testimone di quei tempi. Attraverso le sue rappresentazioni e stampe denuncia al mondo ciò che realmente avviene di brutale e cruento durante l’Inquisizione spagnola, l’invasione napoleonica, la successiva cacciata dei francesi da parte dell’esercito inglese guidato da Wellington e il conseguente ritorno della monarchia e dell’indiscutibile Potere Temporale della Chiesa. L’adolescente Ines, sua modella e musa ispiratrice, viene accusata ingiustamente di eresia dalla Santa Inquisizione, torturata per farle confessare crimini mai commessi e rinchiusa in prigione. Nonostante i molti tentativi della nobile e agiata famiglia e l’intercessione del pittore stesso presso fratello Lorenzo, un inquisitore viscido, malvagio, astuto e ambiguo, la sfortunata Ines non verrà liberata e diverrà oggetto delle attenzioni sessuali di Lorenzo. Per una serie di circostanze Lorenzo sarà costretto a fuggire e ritornerà dopo 15 anni completamente e incredibilmente rinnovato nell’animo e nell’aspetto essendo divenuto un personaggio di rilievo fra i seguaci di Napoleone che hanno conquistato la Spagna. Il nuovo potere francese arresta il “clero inquisitore” e libera i prigionieri. Ines, devastata fisicamente e psicologicamente dalla lunga prigionia, cerca l’amicizia e l’appoggio di Goya per poter ritrovare sua figlia partorita durante la permanenza in carcere. Da questo momento le vicende dei personaggi si intrecciano e si modificano ulteriormente seguite dallo sguardo ancora più acuto e osservatore del pittore che nel frattempo è divenuto completamente sordo. L’inevitabile epilogo finale lascia lo spettatore frastornato e amareggiato per i fatti e le miserie che hanno caratterizzato il nostro passato e riflessivo sui risvolti umani evidenziati nel film: dalla sincerità e l’ingenuità dimostrata da Goya (il bravo Stellan Skarsgad) nell’amicizia per l’arrogante, ambizioso e arrivista Fratello Lorenzo (magistralmente impersonato da Javier Bardem) e verso la dolce e sventurata Ines (intensa e impegnativa interpretazione di Natalie Portman che nel film veste i panni di Ines prima innocente adolescente poi donna matura psicologicamente instabile e di Alicia la figlia adulta ribelle e opportunista di Ines), ai giochi di potere in cui i personaggi si alternano e diventano accusati o accusatori. La regia è firmata da Milos Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus) settantacinquenne che ha anche curato la sceneggiatura unitamente a Jean-Claude Carrière. Un film interessante e di cultura. In alcune scene si trasforma in un prezioso documentario dove si osservano le tecniche per le incisioni e per le stampe usate all’epoca, si raccontano gli agi e le abitudini di corte, la vita militare e quotidiana. Un film assolutamente da non perdere rivolto a tutti, per gli appassionati di storia e a chi non teme di apprenderne alcune verità, rigorosamente da apprezzare al cinema dove le bellezza delle scene e dei costumi sono valorizzate dal grande schermo.

Louise-Elle

 
Di slovo (del 04/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1712 volte)
Titolo originale
Sunshine
Produzione
UK 2007
Regia
Danny Boyle
Interpreti
Cillian Murphy, Chris Evans, Cliff Curtis, Rose Byrne
Durata
108 minuti

“Nell'anno 2057, il Sole sta morendo ed il genere umano rischia l'estinzione. L'ultima speranza della Terra è riposta nell' equipaggio della navicella spaziale Icarus II. La loro missione: trasportare un ordigno nucleare che dovrà ridar vita al Sole”.
mi sbaglierò ma io questa roba l’ho già sentita... ma no, quello era “The core” (2003) e non era il sole bensì il campo magnetico della terra.
giusto. beh... stavolta è un po’ più difficile, no?
Penso che sarà l’ennesima occasione sprecata per dare respiro ad un genere sempre più in crisi, un argomento in più in bocca ai detrattori della fantascienza e un’altro film fanta-catastrofico copia carbone, tanto per dirne uno - tanto sono tutti uguali - del sopracitato film di Jon Amiel, ma mi ritrovo lo stesso seduto sulla poltrona del cinema aspettando l’inizio. Però, mi dico, il regista è Danny Boyle che diamine, e metterà all’opera il suo talento riuscendo a cavare un film decente da una sceneggiatura fiacca. Faccio per dire, l’avevo già praticamente tutta in testa che la pellicola srotolava da appena venti minuti.
...titoli di coda.
Le mie perplessità si sono rivelate fondate, ma anche le speranze riposte nelle capacità del regista. Il cast è buono, la caratterizzazione dei personaggi nella norma, ma la storia fa acqua: è grossolana, incongruente, prevedibile e gli manca quel quid in termini di originalità necessario a renderla presentabile – troppi richiami ad altre pellicole e troppo pochi gli elementi di novità. Senza contare le implicazioni messianiche su cui tenta di imperniarsi la vicenda che faticano a trovare una ragion d’essere senza sfociare nel ridicolo.
D'altra parte il signor Boyle conosce il suo mestiere e qui ne dà dimostrazione: c’è un anima insidiosa che trafigge e percorre l’intero film, un senso di tensione continuo, un occhio claustrofobico che cattura e riversa suspance – lo spazio: l’ estrema avversità delle sue dimensioni e dei suoi vuoti, il sole: associato umanamente a fonte di vita e visto qui nelle sue spaventose prossimità: immenso, aggressivo e micidiale, la missione: l’angoscia che ne accompagna ogni precario istante a descrivere la crucialità del suo esito piuttosto che l’ istinto di sopravvivenza dell’equipaggio che pare invece prontamente rassegnato al martirio.
Ottimo il lavoro di selezione dei suoni di accompagnamento, rumori sordi, ovattati, a volte celestiali, e una serie di innesti sintetizzati dal sapore spacey per nulla trascurabili nel bilancio del film.
Per concludere, un elogio a Danny Boyle per essersi destreggiato brillantemente in un genere a lui nuovo, perseguendo un'eccleticità che gli fa onore. Non basta a fare di "sunshine" buon cinema ma con un testo così scadente era difficile fare di meglio.
Rimane una bella prova di regia... che si può tranquillamente evitare.

slovo

 
Di Namor (del 03/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1161 volte)
Titolo originale
The Illusionist
Produzione
USA 2006
Regia
Neil Burger
Interpreti
Edward Norton, Paul Giamatti, Jessica Biel, Rufus Sewell, Eddie Marsan, Jake Wood, Tom Fisher.
Durata
110 Minuti
Trailer

In una Vienna fine 800 gli adolescenti Edward e Sophie nutrono l’uno per l’altra un forte sentimento, ma, ad ostacolare tale affetto é l’incolmabile differenza di classe sociale a cui appartengono, lui, figlio di un’umile ebanista, lei, aristocratica Viennese adornata del titolo nobiliare di duchessa. Impensabile, che la loro storia d’amore volga ad un lieto fine, così, i due giovani per non essere divisi, escogitano un piano di fuga, prontamente sventata dalle forze dell’ordine, le quali intimano al giovane di non cercare più la sua amata, pena, l’arresto della sua famiglia. Per questa ragione il coraggioso Edward intraprende un lungo viaggio in giro per il mondo, durante il quale impara l’arte della magia e la esibisce nei teatri, con il nome di Eisenheim l’illusionista (Edward Norton). Questa “fuga” durata 15 anni lo riporta a Vienna, dove le sue esibizioni in teatro, vengono acclamate da un pubblico incredulo e allo stesso tempo affascinato! L’eco della sua abilità arriva addirittura a corte, all’orecchio dell’egocentrico principe Leopold (Rufus Sewel), il quale dichiarandosi scettico sulle arti magiche di Eisenhaim, si reca ad uno dei suoi spettacoli con l’intento di smascherarlo. Per tale scopo, offre la sua promessa sposa come cavia nel corso di uno dei suoi numeri, ma il mago, alla visione della donna resta incredulo, poiché riconosce in lei, Sophie (Jessica Biel) la sua giovane fidanzatina di un tempo. Inutile dire che per avere la dolce Sophie, tra Eisenheim e il crudele ereditario al trono Leopold, avrà inizio una contesa impari, che vede il primo, determinato a suggellare il suo eterno amore verso la mai dimenticata duchessina, mentre per il futuro sovrano, unirsi in matrimonio con la nobile é fondamentale per i suoi loschi scopi, tra cui governare in anticipo la nazione. Ad arbitrare involontariamente la disputa tra i due contendenti è la mente arguta e razionale dell’ispettore Uhl (Paul Giamatti), che con senso logico indaga sui misteriosi eventi! Sceneggiatura e regia di “The Illusionist”sono dell’emergente Neil Burger, il quale trae ispirazione dal romanzo “Eisenheim the illusionist” , del premio Pulitzer Steven Millhauser, ottima la fotografia di Dick Pope che ruota su colori ramati, trasformando la location di Praga, in un’antica e attendibile Vienna, resa ancora più suggestiva dalle musiche del grande Philip Glass, considerato tra i capofila del minimalismo musicale. Oltre all’innato sguardo magnetico, Edward Norton si é avvalso sul set della consulenza del mago inglese James Freedman il quale lo ha guidato in tutta la preparazione relativa ai giochi di prestigio. Menzione speciale per il bravo Paul Giamatti, e l’odioso Rufus Sewel che reputo uno, tra i migliori cattivi dell’ultima generazione su grande schermo. Bene, non mi resta che consigliarvi di seguire il misterioso e impenetrabile Eisenheim, fino alla sua ultima e stupefacente illusione!

Namor

 
Di nilcoxp (del 30/04/2007 @ 04:00:00, in cinema, linkato 998 volte)
Titolo originale
Solntse
Produzione
Russia,Italia, Francia 2005
Regia
Aleksandr Sokurov
Interpreti
Issey Ogata, Kaori Momoi, Shiro Sano, Robert Dawson.
Durata
110 minuti

E’ il terzo film del regista che prende in considerazione uomini che hanno fatto la storia del genere umano. Aveva cominciato con “Moloch” (su Hitler) nel 1999, per poi proseguire con Taurus (su Lenin) nel 2001. Qui ci racconta dell’imperatore giapponese Hiro Hito negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale per lui e per il suo paese, fino all’invasione delle truppe americane con conseguente fine delle ostilità. Forse degli altri due film ne parlerò in seguito, quello che mi premeva dire di questa pellicola è l’approccio del regista alla vicenda narrata. Infatti non assistiamo alle classiche scene di guerra a cui siamo abituati di solito, ma osserviamo il protagonista nelle sue faccende quotidiane, rinchiuso nella sua casa-bunker. Ambientazione cupa, claustrofobica, abitata da servitori che sembrano sbiaditi in un contesto che sa di vecchio, di passato. Un omino che è il discendente del “Dio Sole” in un epoca che è ormai finita, sorpassata, ancora prima che lui stesso decida di rinunciare alla propria origine divina: parlotta tra sé e sé frasi incomprensibili, enuncia proverbi come soluzioni ai propri generali delle forze armate, e si dedica come nulla fosse alla sua grande passione, la biologia marina. Le inquadrature, volutamente fuori fuoco, che in una scena con più persone, rendono nitido solo un personaggio e quasi mai quello che parla, contribuiscono a darci la sensazione che tutto quello che stiamo vedendo e vivendo sia solo un brutto sogno. Purtroppo per il popolo giapponese quella sarà realtà, una dura realtà. Personalmente l’ho trovata una buona prova registica di Sokurov, anche se capisco che i tempi lenti e lunghi del cinema russo non piacciono a tutti… Per gli amanti del genere.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 29/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1191 volte)
Titolo originale
Lettere dal Sahara
Produzione
Italia 2004
Regia
Vittorio De Seta
Interpreti
Djbril Kebe, Paola Ajmone Rondo, Stefano Saccotelli, Madawass Kebe, Fifi Cisse, Tihierno Ndiaye, Luca Barbeni
Durata
123 minuti

Proviamo ad invertire il mondo, immaginatevi di essere un giovane laureato con il bisogno di un lavoro... voi avreste il coraggio di partire per un altro continente sopra ad un’imbarcazione clandestina, accettare lavori di grado molto inferiore a quello per cui siete preparati, ed accettare gli atteggiamenti razziali a cui verrete sottoposti nella nazione dove siete sbarcati? E’ questa la domanda che mi sono fatto alla fine di “Lettere dal Sahara” ...la risposta è stata non so.
Il film inizia con l’arrivo a Lampedusa, dopo il naufragio della barca su cui viaggiava, di Assane, un giovane senegalese costretto a tentare la via dell’immigrazione clandestina per motivi di lavoro. Dopo essere scappato dal controllo della polizia inizia a risalire la nostra penisola appoggiandosi a vari parenti che l’hanno preceduto in Italia, fino ad arrivare a Torino, dove trova un lavoro stabile e la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno.
Durante il suo viaggio lungo l’Italia, Assane muta la sua visione del modo di interpretare l’integrazione tra i popoli e anche il suo modo di vivere la legge coranica. Infatti, passa dalla condizione d’isolamento (in parte forzato) tra i suoi connazionali nel sud dell'Italia, alla condizione di quasi integrazione a Torino. Lo stesso per quanto riguarda la religione: inizialmente fugge dalla cugina di Firenze per il tipo di vita troppo emancipata della stessa, per "rivalutarla" poi a Torino, grazie anche all’amore per una giovane insegnante italiana.
Il regista Vittorio De Seta, ai molti sconosciuto, ha fatto un ottimo lavoro con questo film, sviluppandolo soprattutto attraverso gli occhi del protagonista. Mostrando le sensazioni che provano gli immigrati clandestini quando vengono sottoposti a discriminazione, senza mai doverne parlare in prima persona, ma facendolo intuire. In tal senso, è molto ben riuscito il viaggio del ragazzo tra la Sicilia e la città di Villa Literno. Forse alcuni potranno dire che la figura del protagonista è irreale per l’eccessiva bontà, ma io l' ho trovata necessaria per il messaggio che vuole trasmettere il film. Consiglio a tutti di vederlo (lo trovate in dvd), se una sera vi viene voglia di porvi qualche domanda. Ciao a tutti.

Sansimone

 
Di Namor (del 26/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2192 volte)
Titolo originale
The Painted Veil
Produzione
USA - Cina 2006
Regia
John Curran
Interpreti
Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Diana Rigg, Toby Jones, Shihan Cheng.
Durata
125 Minuti
Trailer

Il motivo principale che ha spinto Edward Norton ad interpretare e produrre il terzo remake del “Il velo dipinto” lo si deve alla sua passione nei confronti dei libri dello scrittore britannico William Somerset Maugham, autore dell’omonimo romanzo pubblicato nel lontano 1925, testo che aveva precedentemente ispirato la sua prima versione cinematografica con la Divina Greta Garbo nel 1934, e successivamente quella con Eleanor Parker (Il settimo peccato) nel 1957. Nell’odierna versione, il regista John Curran, affida il ruolo della protagonista femminile all’attrice Naomi Watts, (anch’essa produttrice) che interpreta la frivola Kitty, giovane rampolla di famiglia borghese, che all’improvviso si ritrova con l’imminente esigenza di maritarsi, tale necessità, non nasce dal suo espresso desiderio, ma dalla preoccupazione della sua famiglia che la ritiene ormai matura e pronta per crearsi una famiglia! Sarà il matrimonio con il serio e opaco Walter Fane (Edward Norton) medico specializzato in batteriologia ed il conseguente trasferimento a Shanghai, residenza del governo britannico e sede di lavoro del marito, ad accontentare tutti, o quasi, almeno fino a quando l’annoiata Kitty intreccia una relazione con il seducente vice-console britannico sir Charlie Townsend (Liev Schreiber), sposato e padre di due figli! Per il dottor Fane, intensamente innamorato di Kitty, la scoperta del suo adulterio lo marcherà nel profondo del cuore, a tal punto da accettare una nuovo incarico, affiancato dalla moglie, costretta a seguirlo, con destinazione Mein-tan-fu, luogo sperduto dell’ Asia Orientale, e teatro di morte incessante a causa di un’epidemia di colera che imperversa su tutto il paese. Ed è in questo contesto, che avviene la maturazione interiore della superficiale Kitty, riflettendo sulla fallimento di se stessa come donna, riesce a trovare un equilibrio spirituale, mutando atteggiamento e rivalutando quel “noioso” medico fino ad innamorarsene, mentre lo osserva, impegnato con tutte le sue forze, per riuscire a salvare il popolo del villaggio dal virus del colera! Il film, come potrete vedere dalle stupende ambientazioni, é stato girato in Cina, location problematica, che ha portato grattacapi con i produttori locali, i quali hanno preteso l’approvazione dello script e del finale. Nonostante le prove dei protagonisti Norton - Watts siano buone, al film secondo me manca un ingrediente fondamentale… la passione, elemento sostanziale per questo genere di film!

Namor

 
Di Darth (del 25/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1448 volte)
Titolo originale
Das Leben der Anderen
Produzione
Germania 2006
Regia
Florian Henckel von Donnersmarck
Interpreti
Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch
Durata
137 minuti
Trailer

Siamo nel 1984 a Berlino Est. Un muro invalicabile taglia ancora a metà la metropoli tedesca, Mihail Gorbaèëv deve ancora venire eletto segretario generale del partito comunista dell'Unione Sovietica, e la Stasi (Ministero per la Sicurezza di Stato), con oltre 13 mila impiegati ed oltre 150 mila informatori, spia milioni di cittadini della DDR. In questo contesto storico-sociale si svolge la trama di “Le vite degli altri”, vincitore del premio oscar 2007 come miglior film straniero. Il regista incentra la trama attorno a Gerd Wiesler: ottimo agente della Stasi, dedito al partito, riconosciuto uno dei più bravi a far crollare i sospetti durante gli interrogatori. Wieser, viene incaricato di spiare il famoso drammaturgo Georg Dreyman (nonostante la certezza della sua fedeltà al paese) per il desiderio del ministro Bruno Hempf di avere campo libero con l’affascinante fidanzata dell’artista. L’agente Wieser, interpretato magistralmente da Ulrich Mühe, inizierà così a spiare giorno e notte la vita dello scrittore e della sua compagna, ascoltando e trascrivendo tutta la sua vita. Contemporaneamente a questa infamia, la situazione degenerativa in cui imperversa la Germania Est dell’epoca, porterà il fedele drammaturgo ad infrangere realmente le linee guida del partito, fino a divenire un cospiratore contro il regime comunista. Regime che ha l’improprio potere di decidere arbitrariamente quali registi e quali attori possano lavorare, e quali commedie possano essere portate in scena e quali no. Contestualmente, l’agente della Stasi, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale di un’opera di Dreyman, come se d’incanto avesse aperto gli occhi sulle ingiustizie imposte dal proprio governo, decide di escludere dai propri rapporti le frasi compromettenti…
Davvero eccezionale questo spaccato della storia recente della DDR, che inizia nell’84 ed arriva fino a dopo la caduta del muro. Realizzato con colori cupi, il film inizia che è già iniziato, e finisce senza una fine, facendo entrare lo spettatore quasi di forza in questo ambiente fatto di paura, di corruzione, di violenze fisiche e psicologiche, di perquisizioni, di interrogatori e di prigionia solo perché "hai pensato ad alta voce". La distanza a cui viene tenuto lo spettatore durante tutta l'opera, dove nulla viene spiegato (lo si deve intuire o conoscere) e nessun personaggio approfondito (meno di tutti il protagonista), serve a permettergli di apprendere a mente lucida, senza immedesimazioni o sentimenti forti, quello che fu la DDR.
Assolutamente da non perdere.

Darth

 
Di nilcoxp (del 23/04/2007 @ 04:00:00, in cinema, linkato 2800 volte)
Titolo originale
Unser täglich Brot
Produzione
Germania, Austria 2005
Regia
Nikolaus Geyrhalter
Interpreti
 
Durata
92 minuti

Il regista austriaco ci regala un documentario dal forte impatto emotivo. Ci mostra come l’industria alimentare sia andata avanti negli anni e che “bei” progressi abbia compiuto. Vediamo pulcini vivi sparati dai nastri trasportatori come fossero patate, polli ammassati in capannoni che ricordano i lager talmente stretti da non potersi neanche muovere, scrofe che allattano i cuccioli in condizioni che di naturale non hanno nulla, maialini evirati in sequenza e con una freddezza impressionante. Questo per citare quelli ancora non macellati. Perché N.G. ci fa vedere anche i macelli, vere e proprie catene di montaggio (come in una fabbrica qualunque) spaventose per efficienza e durezza. Ma la pellicola non si occupa solo di animali, ma prende in considerazione anche le colture di frutta e ortaggi, e anche lì ci illustra dei nuovi metodi di lavoro e dell’uso pesante dei pesticidi. Diciamolo subito, le parti che più toccano le corde della nostra sensibilità sono quelle che riguardano gli animali, essendo naturalmente più vicini a noi rispetto al regno vegetale. C’è però una particolarità che vale la pena sottolineare. Va da sé che si è sempre ucciso per mangiare: alle origini l’uomo era cacciatore, con il tempo è progredito (di questo ne siamo così sicuri?) e ha sviluppato l’allevamento del vario bestiame a lui utile. Quello che si vede in questo filmato però supera questa condizione, mostrandoci un uomo completamente alienato e privato della propria personalità/umanità nel rapporto con l’animale, qui visto come mera merce da trattare e privato di ogni minima dignità. Ma non solo, questa sua spersonalizzazione è sociale e non solo lavorativa, e il regista riesce a darcene un’idea anche grazie alla scelta stilistica di non aggiungere commenti o suoni diversi da quelli prodotti dall’ambiente medesimo: rumori delle attrezzature assordanti, uomini silenziosi assorbiti dalle macchine stesse di cui ne sono un evidente prolungamento, ecc. A questo aggiungeteci una fotografia ricercata che in alcuni casi carica di significati ulteriori il messaggio trasmesso dal documentario. Direi che vi ho detto tutto no? Dimenticavo… Vedetelo!!! Buon pasto a tutti.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 22/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1262 volte)
Titolo originale
The good shepherd
Produzione
U.S.A.2006
Regia
Robert De Niro
Interpreti
Matt Damon, Robert De Niro, Angelina Jolie, Joe Pesci, Alec Baldwin, Tammy Blanchard, Brendan Bradley, William Hurt
Durata
167 minuti

L’altra sera sono andato a vedere "The Good Shepherd", che in italiano è stato tradotto in “L’ombra del potere” anziché “Il buon pastore” e non capisco il perché, ma è la solita storia dei titoli stranieri non tradotti in maniera letteraria.
Dicevo in ogni modo, che sono andato a vedere questa seconda prova da regista di De Niro non sapendo se avrei visto la solita spy_movie americana oppure un documentario sulla nascita della CIA, la risposta è stata nessuna delle due. Il film si muove tutto sulle vicende del protagonista, Edward Wilson, attraverso la sua storia, il regista spiega da cosa è nata la CIA, quali scopi doveva avere e per quali scopi invece alcuni suoi dirigenti la usano.
Edward Wilson è il figlio di un ammiraglio, suicidatosi per motivi di mancata lealtà alla nazione, durante i suoi studi a YALE viene iniziato al club degli Skull and Bones, una specie di loggia massonica il cui scopo è quello di formare i futuri capi dei centri di potere della nazione. Attraverso questa setta sarà contattato dall'Ufficio Servizi Strategici (OSS) per smascherare il suo professore di poesia sospettato di essere una spia nazista, da qui comincia la sua carriera nei servizi segreti che lo porterà a diventare negli anni 60 uno dei massimi dirigenti della CIA.
Come dicevo non si tratta di un documentario o di un film d’azione, primo perché la pellicola descrive principalmente la vita privata del protagonista e secondo perché scene veloci o d’assassini truculenti non c’è ne sono. E’ l’evoluzione della psiche di Wilson la vera protagonista, il suo mutare da mente sensibile e dolce dei tempi dell’università fino al diventare cinica e spietata alla fine del film. Proprio questa particolare inquadratura del pianeta CIA, di sicuro romanzata, che rende sicuramente molto interessante questo lavoro di De Niro, questo cercare di mostrare com’è realmente la vita di un operatore dei servizi e la visione del mondo che ne deriva.
Il cast del film è ricco di grossi attori che interpretano la loro parte molto bene in particolare è stata una scelta molto buona quella di affidare la parte del protagonista a Matt Damon con il suo volto non molto espressivo è l’ideale per la parte.
Nelle interviste rilasciate il regista ha dichiarato che il film non ha assolutamente intenti politici, secondo me no, ma non voglio entrare nel discorso perché ognuno è libero di vedere in un lavoro artistico quello che vuole. Mi aspettavo un bel film ed, infatti, sono uscito dalla sala molto soddisfatto, se c’è da criticare qualcosa forse è un po’ l’eccessiva lentezza all’inizio, ma è solo un piccolissimo neo di un film molto bello che nonostante la lunga durata si fa guardare molto bene.

Sansimone

 
Di Namor (del 19/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1531 volte)
Titolo originale
Marcello una vita dolce
Produzione
Italia 2006
Regia
Mario Canale - Annarosa Morri
Interpreti
Vari
Durata
98 Minuti

Se un giorno qualcuno mi domandasse chi è, secondo me, il più bravo attore italiano, la mia risposta senza ombra di dubbio sarebbe “il grande” Marcello Mastroianni! Non me ne vogliano gli altri, ma il talento di Mastroianni è ineguagliabile, nella sua smisurata filmografia che comprende la bellezza di 150 film, lo abbiamo visto interpretare con grande bravura ruoli sempre diversi l’uno dall’altro, senza mai fossilizzarsi in uno stereotipo d’attore costretto a fare saghe o filoni di film che alla fine portano inevitabilmente alla nausea lo spettatore, com’è successo invece a tanti suoi illustri colleghi! In questo ammirevole documentario, “Marcello una vita dolce”, dei registi Mario Canale e Annarosa Morri, gli estimatori di Marcello avranno il piacere di sentire dalla sua suadente voce, le sue pacate riflessioni e i suoi pensieri riguardo ai privilegi e agli inconvenienti dell’essere un’attore famoso, toccando vari temi come la verità sulla sua fama di latin lover che da sempre lo accompagna, la sua leggendaria pigrizia che gli ha reso possibile con garbato distacco separare il privato dalla sua professione e la smisurata passione per il suo lavoro, che lo portava alla sofferenza quando era lontano dal set per troppo tempo. Non mancano gli aneddoti e gli innumerevoli attestati di stima raccontati dai suoi amici e compagni di lavoro, tra i quali figurano i registi, Fellini, Visconti, Monicelli, Scola, Tornatore, Germi, Taviani, Wertmuller, Archibugi,Cavani, e gli attori Rubini, Noiret, Cardinale, Lisi, Loren, Sorel, Aimee, anche le figlie Barbara e Chiara, che non hanno mai voluto parlare pubblicamente del padre, hanno aderito a questo progetto, portando alla luce con i loro commoventi ricordi la dolce figura del Mastroianni padre. Nelle immagini di repertorio potremmo anche ammirare grazie ad un bel documentario realizzato nel 1965 da Antonello Branca un Mastroianni nel pieno del suo splendore, (disponibilissimo come sempre nel farsi videointervistare). La voce narrante di “Marcello una vita dolce”, è stata affidata a Sergio Castellitto, mentre le musiche sono curate da un grande amico di Marcello, il maestro Armando Trovaioli. Cos’altro dirvi, se avete amato Marcello Mastroianni, non potete esimervi dalla visione di questo affettuoso tributo!

Namor

 
Di smarty (del 17/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1351 volte)
Titolo originale
Lezioni di volo
Produzione
Italia, 2006
Regia
Francesca Archibugi
Interpreti
Giovanna Mezzogiorno, Andrea Miglio Risi, Angel Tom Karumathy, Anna Galiena, Flavio Bucci, Roberto Citran, Liam Cunningham, Angela Finocchiaro
Durata
106 minuti
Trailer

Pollo (Andrea Miglio Risi) e Curry (Tom Angel Karumathy) sono due compagni di scuola e amici inseparabili che dopo una bocciatura all’esame di maturità si inventano una crisi di identità per fare un viaggio insieme. Con il pretesto che Curry è stato adottato i genitori gli pagano un viaggio super organizzato in India. I due partono ignari di quello che li aspetta e nella loro ingenuità e totale assenza di senso pratico saranno derubati e in un primo momento si perderanno per poi ritrovarsi . Pollo avrà la fortuna di incontrare la dottoressa Chiara (Giovanna Mezzogiorno), una 30enne specializzata in ostetricia che lavora per una onlus in un villaggio sperduto nel deserto e per la quale prenderà una cotta. Curry invece, dopo aver superato i suoi sentimenti di rifiuto si lascerà coinvolgere dal luogo e dalle situazioni per scoprire alla fine le sue vere origini. Sarà per entrambi come andare a scuola e prendere lezioni per spiccare il volo nella vita adulta. Sarà motivo per Chiara abituata a vivere una vita apparentemente insostenibile dedicata al lavoro e alle responsabilità a lasciarsi andare. Rabbia, stanchezza e solitudine lasciano spazio al bisogno di calore e di passione, nonostante l’evidente differenza di età Chiara e Pollo iniziano senza giudizio una storia fatta di dolcezza e di attenzioni (“Cosa pensa un ragazzo del ’88 di una del ’72?” "Tu non mi giudichi mai: nessuno mi guarda come te."). L’Archibugi, sempre attenta al mondo adolescenziale (esordisce nel 1987 con “Mignon è partita” dove vinse sei David di Donatello, nel 1990 dirige “Verso sera” , nel 1992 “Il grande cocomero” e nel 2001 “L’albero delle pere”) racconta un’India senza stereotipi con l’aiuto di una bravissima sceneggiatrice Doriana Leondeff; un’India dalle mille contraddizioni, tradizionalista, ma anche capace di una grande forza filosofica in grado di spaccare i luoghi comuni, un’India dove si impara a stare zitti, a guardare e a non giudicare. Il film è girato in parte a Dehli e a Jodhpur e in parte nel deserto del Thar, solo nella parte finale in Kerala dove i ragazzini veri dell’orfanotrofio hanno imparato a cantare “Azzurro” in cambio di scarpe e biscotti al cioccolato. Questo film, in tutti i sensi, racconta la storia di un viaggio, di un percorso che non appartiene solo ai due ragazzi, ma a tutte le persone coinvolte dalla storia e che come tutti i lunghi viaggi produce una frattura o un cambiamento con ciò che si era.

Smarty

 

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