BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 16/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2076 volte)
Titolo originale
The Big Kahuna
Produzione
USA 2000
Regia
John Swanbeck
Interpreti
Danny De Vito, Kevin Spacey, Paul Dawson, Peter Facinelli,
Durata
90 minuti

In una camera d’albergo, tre venditori di lubrificanti organizzano una convention per poter incontrare “il pezzo grosso” (The Big Kahuna) nella speranza di risolvere i loro guai economici e professionali. Girato tutto all’interno di questa camera (fatta eccezione per qualche veloce sequenza in altri luoghi di minor importanza), il film ci propone un trio di attori in costante dialogo tra loro, ed è questa la forza e il limite stesso della pellicola. Alcuni passaggi sono splendidi per intensità e contenuti, altri sembrano essere inseriti apposta per riempire dei vuoti lasciati da una sceneggiatura che non riesce a mantenersi allo stesso livello per tutto il tempo. Rimane comunque un bel film che a me personalmente è piaciuto molto. Forse Kevin Spacey è un po’ troppo logorroico nella sua parte, mentre Danny De Vito è perfetto nella parte del venditore stanco, saggio e vulnerabile. Il peggiore dei tre rimane Peter Facinelli, acerbo in una interpretazione senza colore e spessore. Vi lascio riportando qui di seguito uno stralcio di conversazione tra De Vito e Facinelli che mi ha toccato personalmente:

D.-…La questione è: tu ne hai di carattere o no? E se vuoi la mia sincera opinione Bob, non ne hai. Per la semplice ragione che ancora non provi rammarico per qualcosa.
F.-
Vuoi dire che non avrò carattere finchè non avrò fatto qualcosa che mi rincresce?
D.-
No Bob, perché di sicuro hai fatto tante cose di cui rincrescerti, solo che non sai quali sono. E quando alla fine le scopri, quando vedi l’assurdità di qualcosa che hai fatto e desidereresti tornare indietro, cancellarlo. Ma sai di non potere perché troppo tardi. Quindi quella cosa non puoi che prenderla e portarla con te perché ti ricordi che la vita va avanti, il mondo girerà anche senza di te, alla fine tu non conti. E’ allora che acquisterai il carattere, perché l’onestà emergerà da dentro di te e come un tatuaggio ti resterà impressa sulla faccia. Fino a quel giorno, in ogni caso, non ti puoi aspettare di arrivare oltre un certo punto.”.


Che altro dire…stu pen do!!!

nilcoxp
 
Di Sansimone (del 15/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1054 volte)
Titolo originale
Il muro di gomma
Produzione
Italia 1991
Regia
Marco Risi
Interpreti
Corso Salani, Angela Finocchiaro, Antonello Fassari, Carla Benedetti, Pietro Ghislandi, Benito Artesi, Gianfranco Barra, Ivo Garrani, Eliana Miglio
Durata
120 minuti

Ho rivisto da poco tempo un film del 1991 di Marco Risi, “IL MURO DI GOMMA”, uscito nelle sale cinematografiche ad undici anni di distanza dalla strage di Ustica. La pellicola descrive i primi dieci anni delle indagini su cosa a causato la caduta del DC9 Itavia con 81 persone a bordo avvenuta nei cieli intorno ad Ustica la notte del 27 giugno 1980. I fatti sono narrati attraverso gli occhi di un giornalista del Corriere della Sera che segue l’inchiesta fin dal primo momento e continua a spingerla fino ai primi riscontri da parte della commissione parlamentare delle avvenute omissioni da parte dell’aeronautica militare.
Il regista ha giustamente evitato di aggiungere storie collaterali, a parte una veloce introspezione del protagonista sul mestiere del giornalista, al film scegliendo di descrivere solo i fatti, già carichi d’indignazione. Molto bravi sono gli attori in particolare Corso Salani, nelle vesti del giornalista con la sua interpretazione molto asciutta, e Ivano Marescotti in quello del capo redattore. Da segnalare anche la prova come autore della colonna musicale di Francesco De Gregori, molto intensa e riuscita.
Vi voglio spiegare il motivo che mi ha fatto riguardare questo film, il 10 gennaio di quest’anno, vale a dire dopo 27 anni d’indagini e processi, la corte di cassazione ha prosciolto in maniera definitiva gli ultimi due ufficiali indagati per l’abbattimento del DC9 togliendo in questo modo ai parenti delle vittime anche la possibilità di richiedere un risarcimento in sede civile. In seguito a questa sentenza l’attuale Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica ha dichiarato” Le ombre che per molti anni sono state ingiustamente gettate sulla forza armata tramite l'imputazione dei suoi vertici si sono definitivamente dissolte”, io vorrei chiedere a questo generale come può affermare che non ci sono ombre sull’aerenautica quando un aereo civile nazionale viene abbattuto nei propri cieli e chi è addetto alla sorveglianza di questi non sa com’è stato possibile. Almeno l’ombra della negligenza c’è, non può non esserci!

Sansimone

 
Di Namor (del 12/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2410 volte)
Titolo originale
Alpha Dog
Produzione
USA 2005
Regia
Nick Cassavetes
Interpreti
Emile Hirsch, Justin Timberlake, Anton Yelchin, Sharon Stone, Bruce Willis, Ben Foster, Shawn Hatoshy.
Durata
113 Minuti
Trailer

Johnny Truelove (Emile Hirsch), é uno spacciatore di droga a capo di una giovane gang, che per un credito non riscosso si scontra con Jake Mazursky (Ben Foster), un tipo inaffidabile dedito all’uso di droga, dipendenza, che lo rende instabile e pericoloso. Per invogliarlo a saldare il debito, Johnny gli fa rapire il fratello minore Zack (Anton Yelchin), ragazzo che vive costantemente oppresso dall’amore morboso dei suoi genitori. La breve esperienza da ostaggio che si appresta a sperimentare, non sarà quella classica, di un prigioniero legato e imbavagliato in qualche stanza buia, ma si ritroverà a vivere come un’ospite di riguardo grazie al legame di fiducia che si instaurerà con il suo badante Frankie Ballenbacher (Justin Timberlake). Insieme a lui, Zack vivrà giorni elettrizzanti che gli apriranno le porte di un mondo a lui nuovo, fatto di festini a base di alcol, sesso e droghe, (quelle che fanno tanto fico nella nuova generazione americana!) Durante questa intensa fase di “crescita” del giovane Zack, la sua famiglia, con l’aiuto della polizia tenta disperatamente di ritrovarlo, invano, e la situazione si complica quando la banda scopre che rischia per il reato di rapimento, il carcere a vita! Il leader della banda conclude che l’unica soluzione per risolvere il problema è quella di uccidere il giovane prigioniero, e ne ordina quindi l’esecuzione! Ancora una volta il cinema americano trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto in California nel 1999. Un credito non riscosso di 12.000 dollari, fece di Jesse James Hollywood il più giovane ricercato dal FBI negli Stati Uniti. A originare il suo mandato di cattura fu il rapimento, ed in seguito l’omicidio del 15enne Nicolas Markowitz, reo di essere il fratello del suo debitore. La direzione e la sceneggiatura di “Alpha Dog” è stata realizzata da Nick Cassavetes , il quale venne a conoscenza della storia in seguito alla testimonianza della figlia Gina, che, all’epoca dei fatti frequentava lo stesso liceo, insieme a molti dei protagonisti della vicenda. Dopo un periodo di cinque anni passati in Brasile come latitante J.J.H, venne catturato dall’ F.B.I., in conseguenza di tale avvenimento il regista dovette richiamare gli attori protagonisti per girare un finale diverso e ciò fece ritardare l’uscita del film già pronto per la distribuzione nelle sale. Questo però non fu l’unico ostacolo per Cassavetes, poiché, durante il processo a J.J.Hoolywood tutt’ora in corso, l’avvocato difensore fece istanza per bloccare l’uscita del film con l’assurda motivazione che la visione della pellicola avrebbe potuto influenzarne la decisione della giuria. Ora io mi chiedo, come sia possibile che la visione di un film possa influenzare una giuria, quando si hanno a disposizione decine di testimonianze e prove schiaccianti contro l’imputato? Ad ogni modo “Alpha Dog”, vuole essere per il regista una sorta di analisi sul sociale, infatti tocca un tema difficile e delicato come il rapporto tra genitori e figli, e questo lo si nota già durante i titoli iniziali con le scene amatoriali dei bambini che sulle struggenti note di “Over the Rainbow”, giocano spensierati dispensando smorfie e sorrisi alla telecamera. Un esempio lampante di quello che può dare origine a tale problema, lo si può vedere anche grazie alle interpretazioni di Bruce Willis nel ruolo dello strafottente padre di J.Truelove, e Sharon Stone nella madre iperprotettiva della vittima… Sicuramente due modelli negativi da non imitare!

Namor

 
Di Darth (del 11/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1421 volte)
Titolo originale
Letters from Iwo Jima
Produzione
USA 2006
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Takumi Bando, Hiroshi Watanabe, Shido Nakamura, Ryo Kase, Tsuyoshi Ihara, Kazunari Ninomiya, Ken Watanabe
Durata
140 minuti
Trailer

Sono appena uscito dal cinema dove ho visto “Letters from Iwo Jima”, e sono basito. Rimango sempre così quando vado a vedere un film osannato da tutti (critica e pubblico) che mi delude. Eppure i presupposti c’erano tutti perché mi piacesse: adoro la cultura orientale (il film narra di giapponesi), spesso guardo i dvd in lingua originale sottotitolati e mi piacciono i film di guerra. Beh, buon per voi che state leggendo la mia recensione: potrete considerare un parere meno autorevole ma in controtendenza… visto che tutti parlano bene della nuova fatica di Clint Eastwood, io vi dirò cosa non mi è piaciuto. ; - )
Cominciamo dall’inizio: visti i trailer, mi aspettavo un film di guerra. Dopo un’ora non c’è stato ancora un solo conflitto a fuoco. Per tutto il primo tempo ho letto la storia di un gruppo di soldati imperiali giapponesi stanziati sull’isola di Iwo Jima in attesa dell’invasione americana. In questa ora (che sembrano due da quanto è noiosa la storia) fai la conoscenza con i personaggi (e ti accorgi subito che il soldato Saigo sarà il quasi protagonista), acquisisci qualche informazione storica sulle varie disfatte dell’esercito giapponese, e capti qualche banalità sugli usi e costumi del popolo del sol levante. Per il resto sono le solite chiacchiere tra commilitoni. Dopo quest’ora di sofferenza, inizia finalmente l’invasione americana di Iwo Jima: “Ooh! finalmente si vedrà un po’ di azione e un po’ di guerra” – mi dico -… Errore. Dopo un inizio promettente, con raid aerei ed esplosioni spettacolari, la storia torna dentro le gallerie scavate dai giapponesi, ed il regista preferisce continuare ad approfondire le diversità cerebrali tra gli occidentali e gli orientali piuttosto che narrarci quello che successe sul campo di battaglia. Di questa analisi psicoanalitica fatta da Eastwood vorrei parlarvene: durante il film, mi è venuto da pensare “per forza che i giapponesi hanno perso la guerra, guarda che idioti!”. A parte il soldato Saigo, il generale Kuribayashi ed il tenente colonnello Nishi, tutti gli altri sembrano dei cerebrolesi tanto sono ottusi e limitati nella loro concezione di onore ad ogni costo. E la cosa assurda, è che gli unici due ufficiali con un minimo di coscienza tattica (accusati però di codardia e di incapacità), guarda caso sono gli unici occidentalizzati (entrambi parlano inglese e sono stati in America). Ridicola anche la scena del tenente che, fregandosene degli ordini (sensati) del generale, guida un pugno di uomini per riconquistare una collina… sembra un attacco di trenta uomini, fermato da cinque americani con le mitragliatrici, finché un soldato, a rapporto dal generale, afferma: “Stanotte abbiamo perso mille uomini in un attacco notturno”. Mille uomini?!?!? Ma dove?!? Forse era buio e non si vedevano… o forse Eastwood ha speso troppi soldi in quel flop di “Flags of our father” e qui ha tagliato le spese!
Vabbeh, penso abbiate capito che il film non mi è piaciuto. Non voglio dire che è completamente da disprezzare, sotto alcuni versi è interessante, ma per i lati positivi vi rimando alle altre centinaia di recensioni, tutte uguali, che esaltano a capolavoro una pellicola che, a mio giudizio, è decisamente sopravvalutata.

Darth

 
Di kiriku (del 10/04/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1764 volte)
Titolo originale
Borat
Produzione
Usa 2006
Regia
Larry Charles
Interpreti
Sacha Baron Cohen, Daniel Castro, Pamela Anderson, Ken Davitian
Durata
86 minuti
Trailer

Che Borat fosse un film provocatorio l’avevo capito subito. Fin dal primo giorno della sua uscita nelle sale fuori dalla finestra della mia camera da letto potevo vedere la locandina del film affissa in strada e vi posso garantire che svegliarsi ogni mattina, per una settimana, guadare fuori dalla finestra e vedere una gigantografia di Sacha Baron Cohen con addosso un costumino succinto giallo canarino da donna, non sia proprio il modo migliore per cominciare la giornata. Ma a parte questa mia tragica esperienza l’impatto che Borat ha avuto sul pubblico e sulla stampa è stato davvero notevole. Bastava aprire un giornale qualsiasi e almeno un articolo, anche se breve, lo si trovava di sicuro. La maggior parte di quello che ho letto additava questa pellicola di antisemitismo, di misoginia,di volgarità gratuita e di essere contro i gay. Il film ha rischiato di innescare una crisi diplomatica con il Kazakistan e in Russia è stato vietato. Tutto questo ha stimolato la mia curiosità e mi ha portato al cinema per vedere con i mie occhi se tutto quello che era stato scritto corrispondesse a verità. Il film racconta il viaggio di Borat, un giornalista televisivo Kazako, inviato negli Stati Uniti per realizzare un reportage sul più grande paese del mondo. Prima di partire il giornalista presenta il suo paese e racconta brevemente la storia della sua strana famiglia. È nato dallo stupro di Boltok su Asimbala Sagdiyev, è sposato con Oksana Sagdiyev, anch'ella figlia di Boltok Lo Stupratore e di Mariam Tulyakbay. Sua sorella Natalya è la quarta miglior prostituta del Kazakistan, con la quale ha frequenti rapporti sessuali ed ha anche un fratello ritardato che vive in una gabbia e va pazzo per il sesso. Nel viaggio è accompagnato dal suo produttore. Una volta arrivato negli U.S.A. vede alla televisione una puntata di Baywatch" e si innamora di Pamela Anderson a tal punto che decide di trascurare il suo lavoro per raggiungerla e sposarla. Ma nel tragitto che lo divide dalla sua amata attraversa paesi e intervista persone di ogni genere. È vero, questo film è molto volgare, ma non è una volgarità gratuita come tanti l’hanno definita, non la si può paragonare alla comicità stucchevole e ripetitiva di Boldi e De Sica. Borat è un provocatore e come tale deve provocare con una volgarità spiazzante allo scopo di ottenere una reazione che metta a nudo l’intervistato. Per quanto riguarda le accuse di antisemitismo, di razzismo e di misoginia secondo me sono frutto di una errata interpretazione, figlia di quel moralismo estremo che spesso non permette di vedere le cose per quello che sono. Tanto per cominciare Sacha Baron Cohen è lui stesso un ebreo e poi è facile capire che il giornalista kazako non è altro che il catalizzatore dei pensieri e dei pregiudizi di una società che, a mio parere, non è solo quella americana come si vede nel film. Detto questo Borat può piacere o no ma non si può dire che istighi la gente al razzismo, all’odio verso le donne o che influenzi in qualsiasi modo chi non ha i mezzi culturali adeguati per capire un certo tipo di satira. Con questo voglio dire che si è preso troppo seriamente questa pellicola, attribuendogli delle responsabilità che non ha ma che dovrebbero avere invece coloro che gestiscono l’informazione ma che spesso e volentieri ci propinano solo quello che fa comodo a chi ha il potere evitando di dare un informazione imparziale e completa. Anche se il film non da spunti di riflessione originali e di sicuro non è un capolavoro, a me è piaciuto e a tratti l’ho trovato anche esilarante. Non mi rimane che consigliarvi la visione di questo film, però attenzione non mi diventate razzisti !!!

 Kiriku

 
Di nilcoxp (del 07/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 985 volte)
Titolo originale
Zelig
Produzione
Usa 1983
Regia
Woody Allen
Interpreti
John Buckwalter, Mia Farrow, Woody Allen
Durata
80 minuti

Avevo tanto sentito parlare di questo film, ma solo dopo anni mi sono deciso a colmare questa mia lacuna. Il motivo non me lo so spiegare neanch’io, aspettavo un momento “giusto” che non arrivava mai! Poi mi sono deciso a vederlo e devo dire che sono rimasto spiazzato. Si tratta di un finto documentario sulla vita di un immaginario personaggio degli anni trenta che per paura della solitudine acquisisce la singolare caratteristica di mutare aspetto, psicologia e capacità in base al contesto in cui viene a trovarsi. Ecco quindi che lo vediamo trasformarsi in aristocratico, in gangster, in un musicista di colore, in uomo di chiesa a fianco del papa, e perfino a fianco di Hitler durante un comizio. Cambia di continuo Leonard Zelig (W. Allen), e solo grazie all’intervento di una psicoanalista (M. Farrow), riuscirà a trovare la soluzione ai suoi problemi e al tempo stesso l'amore. Film dai tanti significati che diventa una riflessione su più piani: artistico, storico, morale, metacinematografico, filosofico. Ma sinceramente non vorrei annoiarvi, quindi invito chi volesse completare questa recensione a farlo nei commenti. Ciao splendidi!

nilcoxp

 
Di slovo (del 06/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1396 volte)
Titolo originale
Ed Wood
Produzione
USA 1994
Regia
Tim Burton
Interpreti
Johnny Depp, Martin Landau, Bill Murray, Sarah Jessica Parker, Patricia Arquette
Durata
127 minuti

Nel 1980 due critici ottennero discreta fortuna dalla pubblicazione di un libercolo in cui mettevano alla berlina ciò che (per loro) era stato il peggio del cinema fino a quel momento, assegnando premi fittizi al peggior attore, alla peggior interpretazione, alla peggior colonna sonora e via discorrendo.
Il titolo di peggior regista della storia fu dato a Edward D. Wood Jr, 'vincitore' con il suo “Plan 9 from Outer Space” (1959) anche nella categoria peggior film.
Le opinioni dei critici possono evaporare nel momento stesso in cui vengono espresse oppure possono sviluppare le gambe e andarsene a spasso. Quando Golden Turkey Awards fu dato alle stampe Ed Wood era morto già da due anni, malandato e povero in canna. Chissà se i due autori avrebbero consegnato ugualmente l’ impietoso bollo al povero Ed se fosse stato ancora vivo, riservandogli l’ennesimo di una riga di smacchi che la vita non gli aveva risparmiato...
Viene da sorridere quando si sente nominare (al di fuori della classifica personale ovviamente) il miglior film di tutti i tempi, il più grande attore o la più bella canzone, si può dire quindi che uno è stato il peggiore? Oddio... Wood una cima non lo era di sicuro, anzi... scriveva, dirigeva, recitava, produceva senza averne la minima competenza, ma è anche vero che non ha mai rubato (contrariamente ad altri suoi illustri colleghi) un solo briciolo in termini di riconoscimento: era cinematograficamente una schiappa e questo gli è sempre stato fatto notare, spesso sgarbatamente. Quello che Ed Wood aveva di eccezionale era lo sconfinato amore per il cinema, talmente grande da fargli superare i suoi limiti, gli scarsi mezzi di cui disponeva, il clima di sfiducia in cui era costretto ad operare, la squadra sgangherata al suo seguito (mitico il direttore della fotografia daltonico), disposto com’era a qualsiasi sacrificio pur di realizzare i suoi film.
Il film di Tim Burton vuole essere questo: il tributo ad un uomo caparbio, determinato, appassionato, un uomo dalle molte stranezze ma che non si lasciò mai atterrire dalle critiche.
Girato in bianco e nero (Burton dovette imporsi sui produttori, ovviamente scettici) e ambientato negli anni ’50, racconta una parte dell’avventura di Ed, quella dei primi entusiasmi, delle sue più commoventi aspettative, risparmiandoci gli anni bui della decadenza. Passando attraverso le traversie del protagonista il film riesce ad essere divertente ma non canzonatorio, pur senza cercare una rivalutazione artistica (quella sì, sarebbe difficile). Vedendo l’espressione inebetita di Ed (Johnny Depp) mentre si compiace del suo lavoro, sarà impossibile non provare una genuina simpatia per questo scapestrato cineasta e le sue buffe manie. Cardine della storia, l’amicizia tra Ed e Bela Lugosi (un Martin Landau strepitoso), un attore ungherese caduto in un drammatico declino. Due poveri diavoli, così bisognosi l’uno dell’altro.
Delizioso.

slovo

 
300
Di Namor (del 05/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2939 volte)
Titolo originale
300
Produzione
USA 2006
Regia
Zack Snyder
Interpreti
Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Dominic West, Vincent Regan, Michael Fassbender, Tom Wisdom, Andrew Pleavin, Andrew Tiernan, Rodrigo Santoro.
Durata
117 Minuti
Trailer

Lampi che squarciando il cielo illuminano dei piccoli teschi, sopra di essi si erge l’Apotheate, una scogliera sulla quale un anziano con sguardo indagatore esamina le fattezze di un bimbo, se risulterà sano vivrà, al contrario, esso verrà scartato e gettato dal dirupo per giacere insieme agli altri per l’eternità! Questa, é la prima prova che affrontano gli uomini spartani appena nati, in seguito, al compimento dei sette anni verranno strappati dal loro focolare e lasciati soli in un mondo di avversa violenza, a cavarsela con il solo ingegno e le propri dote fisiche, plasmato, per non indietreggiare mai davanti al nemico e tanto meno ad arrendersi. Coloro che superavano questa sfida, tornavano dalla propria gente da veri soldati spartani, tale prova era chiamata l’Agoge. Così fu forgiato Leonida re di Sparta, che con i suoi 300 soldati presso l’angusto passo delle Termopili, tenne testa all’esercito invasore di Serse re di Persia, formato da oltre un milione di uomini! Per chi si appresta alla visione di “300”, deve sapere che tale film anche se basato sulla vera battaglia delle Termopili, non sarà fedele agli avvenimenti che ebbero luogo nel 480 A.C., ma si ispira con qualche piccola licenza in più, alla omonima graphic novelle di Frank Miller. Quindi chi è esperto in storia è avvisato! Per girare il film sono stati necessari tre soli set, uno diverso dall’altro, nonostante la trama si svolgesse all’aperto nessuno dei tre lo era, le uniche scene girate in esterno sono state quelle dell’assalto della cavalleria. Per quanto riguarda il particolare look dato alla pellicola, deriva dal procedimento soprannominato “crush”, che consiste nell’intensificare il nero dell’immagine e nell’accentuare la saturazione del colore, per poi modificarne il contrasto, dando al film uno scenario cupo e apocalittico. Gli effetti speciali che nel film abbondano, sono stati affidati a dieci studi sparsi in quattro paesi e tre continenti diversi. Gli addominali che sfoggiano i soldati spartani, non sono frutto degli effetti speciali ma è il risultato di un intenso allenamento e una dieta ferrea imposta dal preparatore Mark Twight, noto nell’ambiente per aver aiutato altri artisti a rimettersi in forma. Tutti gli attori del film, oltre al training quotidiano, hanno fatto ricerche sulla storia e la cultura spartana, ciò per vivere nel modo migliore il personaggio a loro affidato. Il cast è composto dal credibile e carismatico Gerald Butler nel ruolo di Leonida, dall’attore brasiliano Rodrigo Santoro, scelto per impersonare il megalomane e ambiguo Serse, (sottoponendosi ogni giorno a quattro ore e mezza di make up), dall’australiano David Wenham, il fido e valoroso Dilios mentre la regina Gorgo moglie del re Leonida é interpretata da Lena Headey, Cos’altro dirvi, se le gesta del Generale Massimo Decimo Meridio del film “Il Gladiatore” vi ha entusiasmati, sarà difficile per voi non affiancare e seguire in battaglia Re Leonida!

Namor

 
Di Darth (del 04/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4137 volte)
Titolo originale
As you like it
Produzione
USA, Gran Bretagna 2006
Regia
Kenneth Branagh
Interpreti
Romola Garai, Bryce Dallas Howard, Kevin Kline, Adrian Lester, Janet McTeer, Alfred Molina, David Oyelowo
Durata
135 minuti

Kenneth Branagh non è certo quello che si può definire un regista prolifico (12 film in 18 anni…), né tantomeno originale, visto che le sue sceneggiature più conosciute sono rivisitazioni di opere di William Shakespeare. Anche “As you like it”, per chi non ne fosse a conoscenza, è una commedia bucolica del celeberrimo drammaturgo inglese.
Quello che generalmente apprezzo moltissimo in questo genere di opere sono i dialoghi: il sentir nuovamente parlar forbito, i monologhi lunghi ed arzigogolati per esprimere un concetto che, in una sceneggiatura moderna, verrebbe espresso in dieci parole sgrammaticate, e l’italiano finito nell’oblio per colpa di una società troppo mutevole e troppo ignorante per mantenerlo. La stessa società che quotidianamente segue le disquisizioni analfabete dei belli del grande fratello, o gli sproloqui degli amici di Maria De Filippi. La stessa società dove anche i secchioni, per avere successo, non devono dimostrarsi tali, ma rendersi ridicoli davanti alle telecamere per scatenare l’ilarità di un pubblico ormai educato dagli stessi programmi TV.
Beh, consiglio a tutti di prendersi una pausa di due ore da tutto questo mare di cazzate, affittare un dvd come questo, e godere di discorsi inutili (come quelli trasmessi in TV), ma con uno stile ed una grazia oramai estinte. Così facendo, potrete assaporare disquisizioni sulla vita, sulla morte, sull’amore e su quant’altro, scritte nel 1600 ma ancora attualissime, oltre a prove di recitazione di altissimo livello. Bellissimo soprattutto il monologo di Kevin Kline, girato in un unico pianosequenza con la telecamera che ruota lentamente attorno all’attore ed al suo limitato pubblico… monologo che, nonostante al giorno d’oggi sia considerabile banale, è esemplificativo del concetto che ho cercato di trasmettervi con la mia recensione di “As you like it”: dialoghi forbiti, piacevoli, antichi e attuali contemporaneamente. Ve lo riporto per intero in calce all’articolo, cullando la speranza di invogliarvi alla visione di questo film.
Tante belle cose ; - )

Darth

“Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti, uomini e donne siamo attori. Con le nostre uscite e le nostre entrate. Un uomo, nel corso della vita, interpreta molte parti: sette età suddivise in sette atti. Dapprima il bambino, coi suoi versetti, che sbava in braccio alla nutrice. Poi lo scolaro piagnucoloso, coi suoi libri, ed il volto intirizzito dal mattino, che si trascina svogliato, come una lumaca, verso la scuola. Poi l’innamorato, che sospira come una fornace la triste ballata composta per il sopracciglio della donna amata. Dopo viene il soldato, con le sue bizzarre imprecazioni, baffuto come un leopardo, geloso del suo onore, impulsivo e pronto alla lite; alla ricerca di una effimera reputazione perfin nella bocca di un cannone. Poi il giudice, dalla bella pancia rotonda piena di capponi grassi, con l’occhio severo, con la barba ben curata, che sputa sagge massime, banalità che ritiene moderne, e anche lui recita la sua parte. La sesta età ti trasforma in un debole e sonnacchioso Pantalone, con i suoi occhialetti sul naso e una borsa al fianco, calzoni di quand’era giovane, ben conservati, ma oramai troppo larghi per le sue gambe rinsecchite; il bel timbro maschile della voce regredito ad una vocina fanciullesca: falsetti e soni acuti gli escono di bocca. L’ultima scena, poi, in fondo a questa strana e lunghissima storia, è una seconda fanciullezza: completo oblio, senza denti, senza occhi, senza gusto… senza niente.” - [W.Shakespeare]

 
Di nilcoxp (del 02/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1064 volte)
Titolo originale
Racing Stripes
Produzione
USA 2005
Regia
Frederik Du Chau
Interpreti
Durata
94 minuti
Trailer

Può capitare che una sera uno venga invitato a cena da un’amica, e tra un testo di pizza fatta in un modo (pomodoro e mozzarella per esempio) e uno fatto in un altro (tipo prosciutto e funghi), si parli anche di film. Questo è successo a me qualche giorno fa: così tra una parola e l’altra, Arianna la figlia della mia amica, mi parla di un film che le è piaciuto molto (ovviamente è “Striscia, una zebra alla riscossa”). E mi dice il perché: “…la storia è carina, e anche se i primi venti minuti sono un po’ così, il resto è molto divertente. Tutti gli animali sono simpatici ma quelle che mi hanno fatto ridere più di tutti sono state le due mosche ‘Ronza’ e ‘Sbronza’. Lo devi vedere assolutamente!”. E mi ha prestato il dvd per la visione. Detto fatto. Devo confermare l’opinione della ragazza sulla pellicola: un inizio lento a cui fa seguito una serie di gag piacevoli che fanno trascorrere ottantaquattro minuti di svago e relax. Se a questo vogliamo aggiungere il messaggio che trasmette, ovvero che con la volontà si possono superare le diversità e le discriminazioni, non posso che parlarne bene. Film perfetto da guardare con la famiglia, che narra le vicissitudini di una zebra che cresciuta in una fattoria fin da piccola crede di essere un cavallo da corsa. Una volta scoperta la sua vera natura riuscirà comunque a prendersi la sua rivincita verso i veri cavali da corsa. Nella versione originale tra i doppiatori troviamo Snoop Dogg, Dustin Hoffman e Whoopi Goldberg. Ciao e ancora un grazie ad Arianna per questa segnalazione.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 01/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 911 volte)
Titolo originale
Ladyhawke
Produzione
USA 1985
Regia
Richard Donner
Interpreti
Michelle Pfeiffer, Matthew Broderick, Rutger Hauer
Durata
124 minuti

Non so se è capitato anche a voi, ma ci sono alcuni film visti da piccoli che ti rimangono impressi nella memoria, anche se non sono capolavori e che non smettereste mai di guardare. Per quanto mi riguarda uno di questi è LadyHawke.
Il film inizia con la fuga dalle prigioni d’Aguillon di Phillipe Gaston, detto il topo, e dal fortunoso incontro con Etienne Navarre, ex capo delle guardie del vescovo signore d’Aguillon. Dal loro incontro in poi i due viaggeranno sempre insieme fino a quando il cavaliere non riuscirà a spezzare l’incantesimo che il vescovo a lanciato su di lui e la sua compagna Isabeau.
La trama è quella classica, con i buoni che nonostante tutto e tutti con la forza dell’amicizia riescono infine a trionfare. Di speciale è il cast costituito da attori di fama, anche se nell’85 lo erano un po’ meno. In particolare da segnalare l’interpretazione di John Wood nei panni del cattivo e Rutger Hauer negli insoliti panni del buono. Il film ha ricevuto due nomination per miglior sonoro e migliori effetti sonori, tutto merito di Andrew Powell degli The Alan Parsons Project, giustamente perché senza quella colonna sonora sarebbe stato un altro film.

Sansimone

 
Di Darth (del 28/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1396 volte)
Titolo originale
Hwal
Produzione
Corea del Sud 2005
Regia
Kim Ki-Duk
Interpreti
Yeo-reum Han, Si-jeok Seo, Gook-hwan Jeon, Seong-hwang Jeon
Durata
90 minuti
Trailer

Forza e musica meravigliosa come un arco teso. Voglio vivere così fino al mio ultimo respiro.” Si chiude con questa frase “L’arco”, il 12° film di Kim Ki-Duk.
La storia racconta di un vecchio coreano che vive in una vecchia barca ancorata al largo, in compagnia di una giovane ragazza. I due vivono assieme nella loro solitudine da nove anni… da quando la bambina ne aveva sette. Il momento decretato dal vecchio, del passaggio da un ruolo di padre/figlia a quello di marito/moglie, scatterà al compimento dei 17 anni della ragazza… tra pochi mesi. La giovane, però, col passare del tempo, inizia a concepire la propria femminilità ed il proprio potere verso il sesso opposto, affascinando con la propria bellezza alcuni uomini che frequentano la loro casa galleggiante per dedicarsi alla pesca.
Film particolarissimo (non poteva essere altrimenti vista la firma del regista): girato in 17 giorni, interamente in mare aperto, e un’unica locazione: la barca del vecchio. Ancora una volta le parole non servono; la storia viene trattata con la poesia di immagini stupende ed una musica avvolgente a far da contorno a sguardi ed espressioni che trasmettono più di mille parole. Meravigliosi i due attori, comunicativi ed intensi come solo dei maestri della recitazione sanno esserlo. Interessante l’idea dell’arco utilizzato ora come arma, ora come strumento musicale… ma anche come una sfera di cristallo per predire il futuro, e come mezzo di comunicazione. Ne “L’arco” c’è di tutto: amore, passione, sensualità, gelosia, incesto… e anche passato (nelle tradizioni antiche) e presente (l’arrivo del giovane che, con l’aiuto della musica moderna, allontana la ragazza dal vecchio).... ma “L’arco” è soprattutto poesia. La poesia che quasi esclusivamente gli orientali riescono a trasmettere con cotanta energia attraverso uno schermo cinematografico.
Il film sarebbe stato molto bello. Dico sarebbe perché, se quest’opera fosse firmata da un regista qualunque, l’avrei promossa senza riserve (con un appunto per il finale che non mi è piaciuto per niente), ma, avendo visto alcuni precedenti film di Kim Ki-Duk, trovo che “L’arco” sia una spanna sotto gli altri. Nonostante (lo ribadisco) sia un film molto bello, non vi ho ritrovato quell’aura di pace interiore che mi ha trasmesso il meraviglioso “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” (il mio preferito), né l’originalità di “Ferro 3 – La casa vuota”, o il fascino di opere come “La samaritana” o “L’isola”. Nel film in questione, ho ritrovato alcune particolarità delle sceneggiature precedenti (il mutismo già usato ne “L’isola” e “Ferro 3”, la vita monastica simile a “Primavera…” e gli atteggiamenti sensuali della ragazza come in “La samaritana”) senza però rinvenire nulla di nuovo. Per fortuna, il 13° film, “Time”, ha nuovamente un’importante vena di originalità… ma questa è un’altra storia… ; - )

Darth

 
Di kiriku (del 27/03/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1426 volte)
Titolo originale
Ovosodo
Produzione
Italia 1997
Regia
Paolo Virzì
Interpreti
Edoardo Gabbriellini, Marco Cocci, Regina Orioli, Claudia Pandolfi, Nicoletta Braschi
Durata
99 minuti

Piero è un ragazzo che abita nel quartiere popolare di Livorno, Ovosodo. La madre è morta da anni, il padre entra ed esce di galera, ha un fratello ritardato e vive con la matrigna, insomma una vita non facile per chiunque tanto più per un adolescente. Le condizioni di vita precarie non gli impediscono però di andare bene negli studi, tanto che la sua insegnante gli regala i libri e lo sprona a continuare riuscendo a farlo iscrivere al liceo classico, in una delle sezioni migliori. Qui si guadagna due lire vendendo i temi a suoi compagni di classe figli di papà. A parte questi contatti non stringe legami con nessun compagno fino al giorno in cui  entra in classe Tommaso, un ragazzo scapestrato e apparentemente straccione e anarchico che se ne frega delle regole e con il quale stringe un’ amicizia. Tommaso gli farà scoprire un mondo a lui sconosciuto e che per un po’ gli farà sognare di essere o meglio di poter diventare qualcosa di diverso. Ma la vita reale non fa sconti e Piero lo scoprirà a sue spese. Questo film è uscito nel ’97 ed è il terzo lavoro di Paolo Virzì, dopo “Ferie di Agosto” e “La bella vita”, con il quale ha vinto il Gran Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia. Malgrado sia stato girato con attori non professionisti e con una trama di certo non originale, il film risulta davvero piacevole, ironico e genuino. Virzì ci racconta la vita di un ragazzo normale che affronta problematiche che trovano un riscontro nella vita di tutti i giorni. Qui non ci sono supereroi, grandi gesta o finali a sorpresa, tutto scorre quieto, senza sobbalzi o colpi di scena, proprio come accade nella realtà. Il regista è bravo a comunicare questo senso di normalità, Piero non si piange addosso ma conduce la sua vita dignitosamente senza troppe recriminazioni, senza però essere mai abbandonato da quella sensazione di avere un uovo sodo nello stomaco che non va ne su ne giù. L’unica pecca di questo film è la presenza di due attrici scarse come la Pandolfi e Nicoletta Braschi che comunque qui raggiungono la sufficienza. Questo film fa sorridere e a volte anche ridere, ma allo stesso tempo ci mostra uno scorcio di vita che appartiene ad un contesto sociale oggi più che mai attuale e che forse rappresenta gran parte della popolazione italiana.

kiriku

 
Di Darth (del 26/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3773 volte)
Titolo originale
Mani molto pulite
Produzione
Italia 2005
Regia
Michele Coppini
Interpreti
Michele Coppini, Carmen Di Cintio, Massimo Nencioni, Simone Bianchi, Sara Sedici, Gabriella Ceccherini, Sergio Forconi, Carlo Monni, Patrizia Ferretti, Tiziano Ortugno, David Bianchi, Ester Sigillò, Diego Pantarotto, Francesca Pasa
Durata
94 minuti

Dopo aver stressato il titolare della mia videoteca di fiducia per oltre tre settimane, sono riuscito ad avere una copia di “Mani molto pulite”, una miniproduzione italiana di cui avevo sentito parlare. Purtroppo chi vive nelle piccole/medie città, non ha facile accesso ai prodotti meno famosi, piccole produzioni, cinema d’essai, ecc...
Il film in questione è di Michele Coppini, un giovane cineasta toscano che, oltre alla regia, si è occupato anche della sceneggiatura, del montaggio e dell’interpretazione del personaggio principale. La storia gira tutta attorno a Felice, un ragazzo fiorentino che soffre di ipocondria. La sua vita scorre sempre all’erta di nuove malattie virali, lavandosi continuamente le mani, ed evitando il più possibile i contatti con le altre persone. A farne le spese, oltre a se stesso, i suoi amici e colleghi di lavoro: costretti a sopportare le sue manie.
Questo film, girato quasi amatorialmente, con attori alla prima esperienza ed un budget limitatissimo, è ovvio che non possa venire rapportato ad una commedia hollywoodiana sotto il profilo degli interpreti e della qualità video; si possono invece fare paragoni con le idee e con i temi trattati. Sotto questi punti di vista, il lavoro di Coppini è molto interessante: la trama, seppur ben lontana dall’originalità, scorre bene e non è mai scontata, e gli argomenti toccati sono il vero pezzo forte di quest’opera. La pellicola, infatti, riesce ad affrontare problemi delicati quali l’ipocondria, la sieropositività, il mobbing e le discriminazioni nei posti di lavoro, senza cadere mai nella retorica o in falsi moralismi, ma integrandoli nella trama con delicatezza, senza dare il peso reale di situazioni così complicate.
Questo, oltre ad una verve comica notevole ed alla disinvoltura tenuta dal regista davanti alla telecamera (tenuto conto che è il suo primo lungometraggio), mi rendono fiducioso nella carriera di questo giovane.
Auspicando mantenga nei prossimi film i buoni propositi del suo debutto cinematografico, senza vendersi a facili successi con le solite commedie all’italiana tutte sesso e soldi (Vanzina docet), auguro a Michele Coppini un grosso "in bocca al lupo" per il futuro. : - )

Darth

 
Di Sansimone (del 25/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1351 volte)
Titolo originale
Good Night, and Good Luck
Produzione
USA 2005
Regia
George Clooney
Interpreti
David Strathairn, Frank Langella, Robert Downey Jr., Patricia Clarkson, George Clooney, Jeff Daniels, Reed Diamond, Tate Donovan, Joseph Dowd, Simon Helberg, Grant Heslov, Thomas McCarthy, Glenn Morshower, Katharine Phillips Moser, Matt Ross, Alex Borstein, Ray Wise, Robert John Burke, David Christian
Durata
90 minuti

Quando ho visto questo film nella programmazione del mio cineforum ero scettico sulle capacità di George Clooney come regista, mi sono dovuto ricredere. La pellicola tratta la storia di un giornalista della CBS, Ed Murrow, impegnato negli anni 50 con la trasmissione “See It Now” a contrastare il senatore McCarthy e la commissione da lui presieduta atta ad individuare possibili collaborazionisti comunisti all’interno degli organi federali Statunitensi. Questa commissione causò molti licenziamenti senza giusta causa, bastava il “ragionevole dubbio” fornito da fonti spesso anonime e per questo non verificabili.
Il maccartismo è stato uno dei periodi più bui della vita civile statunitense, per quanto mi riguarda ampiamente paragonabile a quanta sta succedendo ai giorni nostri in tutto il mondo sotto la copertura della guerra al terrorismo. L’unica grossa differenza è che, almeno in Italia, non c’è nessun Ed Murrow, un giornalista capace di fare il propio mestiere in maniera indipendente su una rete televisiva nazionale, quindi di larga diffusione. Forse una figura cosi non esiste perché non può più esistere nei network odierni, dove il profitto è alla base di tutto; senza sponsor non esisterebbe la televisione, senza soldi niente programmi quindi chi comanda è chi paga.
Questo è il concetto di fondo di tutto il film, cioè che i mass media non hanno più un compito educativo ma sedativo disinformativo per le popolazioni, ed è in un certo senso sbalorditivo come questa situazione sia stata prevista mezzo secolo fa.
Clooney ha concepito il film seguendo i canoni della cinematografia degli anni 50, riprese solo d’interni sempre pieni di fumo con un riuscitissimo bianco e nero, segnalo anche un ottima colonna sonora cantata da Dianne Reeves.Solo un consiglio per chi ha da poco smesso di fumare mettetevi vicino qualcosa da poter sgranocchiare. Credo che sia inutile che sottolinei ancora il fatto che oltre ad essere bella questa pellicola fotografa in maniera molto precisa la triste situazione televisiva italiana con tv pubblica e privata a rincorrersi a chi scende più in basso con buona pace di chi ne detiene il potere. Mezzanotte passata….Buona notte e buona fortuna…a chi non ha ancora ceduto la propria opinione alla tv.

Sansimone

 

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