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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di smarty (del 24/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1277 volte)
Titolo originale
Little Miss Sunshine
Produzione
Usa, 2006
Regia
Jonathan Deyton e Valerie Faris
Interpreti
Toni Collette, Greg Kinnear, Steve Carrell, Paul Dano, Alan Arkin, Abigail Breslin
Durata
101 minuti

E’ stata la copertina ad attrarmi, non sapevo niente di questo film se non che avesse vinto l’Oscar 2006 per la migliore sceneggiatura originale e per il migliore attore non protagonista e devo dire che è stata una scelta azzeccata. Gli Hoover sono una famiglia un po’ bizzarra: il padre Richard (Greg Kinnear) ha realizzato un programma in nove punti per essere un vincente che invano suscita interesse nelle sfere editoriali, la madre Sheryl (Toni Collette) un po’ chioccia e un po’ nevrotica cerca di tenere insieme la famiglia soprattutto dopo aver portato a casa il fratello gay (Steve Carrell) giovane professore universitario che ha appena tentato il suicidio per un amore non ricambiato, il figlio Dwayne (Paul Dano) un adolescente seguace di Nietsche che ha fatto voto di silenzio per riuscire ad entrare in Aeronautica, il nonno (Alan Arkin) cacciato da una casa di riposo perché sniffava eroina ed infine Olive (Abigail Breslin) la vera protagonista del film, occhialuta, rotonda, sincera e determinata bambina di 8 anni che vuole vincere il concorso Little Miss California. Tutto ruota intorno al viaggio che porterà la famiglia al concorso di bellezza per bambine e allo spettacolo ideato dal nonno che Olive dovrà portare al concorso che sarà così strepitoso da lasciare tutti a bocca aperta. Il film è molto divertente, sfacciatamente satirico ed al tempo stesso profondamente umano, gioca su realtà ed apparenza e lancia un compassionevole sguardo verso coloro che la comunità reputa perdenti. Ognuno dei componenti della famiglia durante il viaggio sarà in balia tra quello che vorrebbe essere e quello che la società vorrebbe che sia e dovrà fare i conti con le proprie debolezze e difetti. Scorre benissimo sia per la fitta rete di dialoghi sia per l’accurata costruzione di divertenti e paradossali gag, ma soprattutto per la riscoperta del valore che è in ognuno dei protagonisti ( e di noi) e che lo rende unico proprio perché essere umano. Little Miss Sunshine è una commedia on the road americana che rompe con i modelli tradizionali del genere, campione di incassi in Gran Bretagna e Francia, premiato al Festival di Sundance, vincitore come miglior film al Sydney Film Festival è stato diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, due registi di videoclip per artisti del calibro di R.E.M. e Red Hot Chili Peppers al loro esordio come autori di un lungometraggio (che a mio avviso gli è riuscito proprio bene). Ho trovato deliziosa l’interpretazione della piccola Abigail che per tutto il film ha mantenuto una grazia di espressione e di parola da vera professionista e credo che sia doverosa la nomination come miglior attrice non protagonista che l’Accademy le ha riservato. Per aver scelto un film dalla sola copertina devo dire che mi ritengo molto soddisfatta.

Smarty

 
Di slovo (del 23/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1830 volte)
Titolo originale
Ghost Rider
Produzione
USA 2007
Regia
Mark Steven Johnson
Interpreti
Nicolas Cage, Eva Mendes, Wes Bentley, Peter Fonda, Sam Elliott
Durata
114 min

Sapete? Se fossi un serioso oltranzista, di quelli che ghettizzano i fumetti come robetta ricreativa per adolescenti immaturi o adulti disadattati, le trasposizioni cinematografiche dei supereroi non le considererei nemmeno, stando al sicuro dalla ‘subcultura’ nell’ appagante ambito del cinema impegnato.
Invece ho una passione per il fumetto che ritengo un mezzo espressivo al pari degli altri e in quanto tale suscettibile di produrre anche (perchè no?) capolavori. E non può far male ad un cinema investito da una tragica povertà di idee, attingere da un mondo ricco e vitale come quello dei fumetti. Dicevo, ho amato i comics americani e in particolare gli eroi Marvel, cosa che non si può dire a questo punto di Mark Steven Johnson, il regista del film. Spulciando il suo breve curriculum, infatti, salta fuori che ha già scritto e diretto “daredevil” (2003) ed “elektra” (2005) ovvero due tra le peggiori pellicole ispirate all’universo Marvel della recente ondata.
Se scartiamo l’ipotesi che Johnson voglia stabilire qualche genere di primato, prendendo per buono che nessuno sano di mente cercherebbe intenzionalmente di essere ricordato per la sfilza di tr**ate che ha firmato (anche se continuando di questo passo avrà presto i numeri per misurarsi con Ed Wood), l’unica spiegazione che rimane è che stia concretizzando un progetto: raggiungere il più vasto pubblico possibile e screditare impietosamente i personaggi di Stan Lee... probabilmente le ragioni che alimentano questa rappresaglia sono da ricercare in un trauma infantile.
Anche qui Johnson toppa ovunque sia possibile farlo: sminuendo il concept originale, banalizzando i dialoghi e rendendo gli sviluppi prevedibili con mezz’ora di anticipo per chiunque abbia un paio di action-movie americani nel proprio bagaglio. I comprimari sono piatti e si limitano a far presenza sfiorando una trama che non riesce a sostenerli: la delegazione infernale capitanata dal torvo BlackHeart (l’unico personaggio che grazie a un certo fisique du role di Wes Bentley risulta credibile) che affronterà in fila ordinata il Ghost Rider consentendogli un noioso sfoggio di poteri o la strafiga di turno con tutto ciò che ne consegue, dalla ridicola love-story al reciproco salvataggio finale.
Ma il vero apice del film è il personaggio principale Johnny Blaze: arbitrariamente trasformato in una specie di divo miracolato e mezzo rimbambito, incarnato da un Nicolas Cage esteticamente inquietante (esigenze di copione o qualche ‘tiraggio’ di troppo?) è talmente grottesco e surreale da farti domandare se sia tutto un grosso scherzo...
Dato che di solito film di questo genere si salvano giusto per gli effetti speciali o per le scene d’azione vorrei rassicurare tutti: poco più che mediocri i primi, malriuscite e soporifere le seconde.
Per concludere: se detestate i supereroi dei fumetti potreste vedere questo film per confermare le vostre (e aggiungo del regista) posizioni , in caso contrario tenetevi a debita distanza.
A Mark... ma che t'hanno fatto di male?

slovo

 
Di Namor (del 22/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4341 volte)
Titolo originale
Shade
Produzione
USA 2003
Regia
Damian Nieman
Interpreti
Sylvester Stallone, Melanie Griffith, Gabriel Byrne, Hal Holbrook, Thandie Newton, Stuart Townsend, Dina Merrill, Bo Hopkins, Jamie Foxx.
Durata
101 minuti

Ad attrarre la mia curiosità nei confronti di questo titolo “Shade Il Grande Colpo” é stato indubbiamente il ricco cast, ne fanno parte nomi del calibro di S.Stallone, J.Foxx, G.Byrne, S.Townsed, T.Newton, e la M.Griffith. Come vedete le credenziali non sono male, a fugare poi gli ultimi dubbi sulla visione é stata sicuramente la trama, i film che hanno come oggetto il gioco del poker mi hanno sempre intrigato e devo ammettere che la sua proiezione non mi è affatto dispiaciuta. Il film scorre fluido senza annoiare lo spettatore ed i personaggi sono rappresentati perfettamente dall’insieme degli attori selezionati, che di certo non mancano di esperienza. In una scintillante Las Vegas, si muovono e vivono personaggi con i quali sarebbe meglio non fare mai conoscenza, soprattutto se avete un bel gruzzoletto in tasca e tra questi figurano certamente le tre figure che vi presento:.Charlie Miller, (Gabriel Byrne) la mente, colui che organizza le partite di poker, decide il luogo e le modalità del gioco con l’intento di alleggerire il portafoglio degli incauti giocatori, il suo credo è “se uno non é abbastanza sveglio da tenersi i sui soldi, non li merita!” La bellissima Tiffany (Thandie Newton), armata del suo fascino é la cacciatrice dei polli da spennare, se vi punta, non sarà facile resistergli e vi ritroverete con il conto in banca “ridotto”. A finalizzare l’opera ci pensa il giocatore professionista Vernom (Stuart Townsend), dotato, con le carte da gioco, di un talento fuori dal comune, siede al tavolo verde in attesa della mano giusta per pronunciare il suo vincente all in! La vittima designata per l’ennesima truffa, questa volta ai tre compari risulterà indigesta, poiché parte dei soldi che “la vittima” Larry Jennings (Jamie Foxx), perderà durante la partita di poker, sono di uno spietato boss della mafia, e si sa, fregare alla mafia non è mai salutare! A lasciare la città neanche a parlarne, bisogna prima portare a termine il grande colpo, ossia una partita con in palio due milioni di dollari, a cui prenderà parte anche il “Decano” Dean Stevens (Sylvester Stallone) una vera leggenda del poker, nessuno e mai riuscito a batterlo e giocarci contro oltre ad essere un onore é un vero privilegio che non capita spesso, e soprattutto non a tutti. Bene signori, se volete essere anche voi della partita, prendete le vostre fiches e accomodatevi!

Namor

 
Di Darth (del 21/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3426 volte)
Titolo originale
Fitzcarraldo
Produzione
Perù, Germania 1982
Regia
Werner Herzog
Interpreti
Klaus Kinski, Claudia Cardinale, José Lewgoy
Durata
158 minuti
Trailer

Il natale passato, tra i regali che ho ricevuto, c’è forse quello più inaspettato e più azzeccato: il dvd di “Fitzcarraldo”. Questo film lo conoscevo solo di fama, ossia, sapevo che era il capolavoro di Werner Herzog, sapevo che l’attore era quel pazzoide di Klaus Kinski, e che la trama parlava di un tipo che faceva passare un battello su una collina… nulla di più. La prima sensazione, dopo l’inserimento del dvd nel lettore, è stata di disappunto: sulla copertina c’è la scritta in evidenza “Audio rielaborato in dolby digital 5.1”, senza però specificare che è solo la versione inglese quella rimasterizzata, mentre la traccia italiana è l’originale in mono. A parte questo irrilevante problema, “Fitzcarraldo” è senza dubbio un capolavoro ed è entrato prepotentemente di diritto nella mia personale classifica dei 100 film più belli.
Siamo nell’amazzonia peruviana all’inizio del secolo scorso, i capitalisti occidentali stanno spartendosi lotti di foresta per la raccolta del caucciù. Tra di loro c’è Brian Sweeney Fitzgerald (detto Fitzcarraldo), appassionatissimo di lirica, con un unico sogno nella vita: costruire un teatro d’opera a Iquitos e farci cantare all’interno Enrico Caruso. Aiutato e sostenuto dall’affascinante Molly (Claudia Cardinale), Fitzcarraldo, per realizzare il suo mito, acquista un battello e l’usufrutto di un lotto di foresta ricca di alberi di caucciù. L’unico problema che gli rimane da risolvere è come raggiungere la sua proprietà: i trasporti e gli spostamenti, in quel tempo e in quel luogo, erano effettuati tramite battelli, ma il lotto in questione si trova oltre le rapide “Pongo das mortes” lungo il fiume Uyacali, e quindi irraggiungibile. Fitzcarraldo, studiando le mappe, nota che parallelamente all’ Uyacali scorre un altro fiume: il Pachitea. Tra i due corsi d' acqua, vi è un punto dove sono separati da un sottile lembo di terra; il protagonista decide quindi di sfidare il destino e navigare lungo il Pachitea per poi trainare il battello da un fiume all’altro…
Il film scorre lento e placido, tranne alcuni momenti in cui inaspettatamente la trama subisce un’accelerazione… esattamente come l’Uyacali… e lo spettatore, pacato e rilassato dall’oblio delle musiche di Bellini e di Verdi, si trova istantaneamente catapultato tra le rapide, o schiacciato dal peso abnorme di un battello, che cessa di essere un’imbarcazione, e viene ideologicamente trasformato nel mezzo per realizzare il sogno di un pazzo. Un pazzo, che messo a paragone ed a confronto con gli altri occidentali, venali e avari, fa venir voglia di esser pazzi come lui, di credere fino in fondo nei propri sogni e, come insegna Fitzcarraldo nel film, affrontare imprese apparentemente impossibili, rischiando tutto, anche la propria vita, per una speranza.
Su Fitzcarraldo si potrebbe scrivere un libro, tanto ci sarebbe da narrare (infatti è stato realizzato il documentario “Burden of dreams”), e potrei raccontarvi il perché le riprese sono durate oltre tre anni e costate oltre 8 miliardi di vecchie lire, gli innumerevoli incidenti che ne hanno costellato la realizzazione, il fatto che tutto quello a cui si assiste è stato realizzato senza effetti speciali (realmente è stato portato un battello attraverso una collina, fatto navigare nelle rapide, abbattuto alberi, ecc…), il motivo per cui Mick Jagger ha lasciato dopo mesi di riprese il cast e costretto Herzog a cancellare il suo personaggio dalla sceneggiatura, la bellezza sbalorditiva della regia che è valsa la palma d’oro al festival di Cannes ‘82, il “vero” Fitzcarraldo: ossia il personaggio al quale si è ispirato il regista per questo film, e gli innumerevoli altri dettagli… ma non vi dirò niente di tutto ciò. Consiglio solo a tutti gli appassionati di Cinema (la C maiuscola non è un caso) di acquistare (o farvi regalare… grazie Kirikù : - D ) questo dvd e vedere (o rivedere) il film, per poi guardarlo col commento del regista ed apprezzare ogni dettaglio tecnico, ogni aneddoto e ogni stupefacente particolarità… e ricordatevi… “chi sogna può muovere le montagne”.

Darth

 
Di nilcoxp (del 19/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1274 volte)
Titolo originale
Citizen Kane
Produzione
USA 1941
Regia
Orson Welles
Interpreti
Dorothy Comingore, Joseph Cotten, Orson Welles
Durata
119 minuti
Trailer

Cosa dire di uno dei film più studiati ed elogiati (nonché discussi) della storia del cinema? Credo sia impossibile aggiungere qualcosa di nuovo alla sua storiografia, o perlomeno non sarò certo io in grado di farlo. Allora perché scegliere di parlare proprio di questa pellicola? Forse perché lo spettatore meno tecnico troverà una storia avvincente ad aspettarlo: alla morte del magnate della stampa Charles Foster Kane, un giornalista viene incaricato di scoprire il segreto dell’ultima parola da lui pronunciata in punto di morte (“Rosebud”). Per far questo incontrerà la sua seconda moglie, il suo braccio destro, il suo migliore amico e il suo maggiordomo. Dalle loro storie verrà ricostruita la vita del protagonista rivelandone così luci e ombre. Ma il finale ovviamente non ve lo dico! O Forse perché allo spettatore più attento e conoscitore di cinema non potrà che far piacere rilevare particolari così importanti in un film (o se già li conosce rivederli): la scelta del soggetto (merito condiviso con lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz) che evidenzia l’ambiguità del sogno americano; la struttura narrativa a incastri con flashback che raccontano anche due volte la stessa scena vista da angolazioni e letture diverse; l’innovazione tecnica dovuta al talento di Gregg Toland, utilizzatore di obiettivi speciali e sistemi nuovi di illuminazione che gli permisero di ottenere delle profondità di campo mai viste fino ad allora. Detto questo sappiate ancora che fu il primo film di Orson Welles, e grazie al budget che gli fu messo a disposizione, primo caso nella storia del cinema, egli fu contemporaneamente produttore, sceneggiatore, regista, e attore del suo lavoro. Osteggiato prima e durante la sua uscita dal miliardario William Randolph Hearst, che vedeva nel lungometraggio troppe analogie con la sua vita, accolto tiepidamente dopo una lunga quanto misteriosa attesa, dalla critica e dal pubblico americano (e successivamente con poca fortuna anche in Europa giunto solo a guerra conclusa), il film riuscì a prendersi la sua rivincita in un secondo momento a distanza di anni. Cosa devo aggiungere ancora? Ci sarebbero tante cose da dire, ma perché annoiarvi con tante parole quando potete gustarvi le immagini bellissime ed elaborate che il film ha da proporvi? Baci rarefatti a tutti!

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 18/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1408 volte)
Titolo originale
The Last King of Scotland
Produzione
Gran Bretagna 2006
Regia
Kevin Macdonald.
Interpreti
Forest Whitaker, James McAvoy, Kerry Washington, Simon McBurney, Gillian Anderson
Durata
121 minuti

Finalmente è arrivato questo film anche nella mia città, avevo proprio una gran voglia di guardarlo dopo aver visto i trailer, m’incuriosiva sapere come sarebbe stato trattato dal film il tema delle dittature africane. Detto questo partiamo dall’inizio, Nicholas Garrigan è un ragazzo scozzese neo laureato in medicina che vuole fuggire dalla vita che gli si prospetta in patria e parte per l’Africa in missione umanitaria. Qui scopre l’Uganda, paese povero ed ex colonia britannica, insieme al paese scopre se stesso o crede di farlo, sente in se il piacere di esercitare il proprio mestiere e nell’avere in cambio la riconoscenza delle persone, gli piace questa sensazione di poter cambiare le cose come gli piace il divertimento. L’occasione per soddisfare in maniera grandiosa tutte e due le sue passioni gli capita quando il dittatore Idi Amin Dada, appena salito al potere, gli offre di diventare il suo medico personale. Da questo momento la sua vita s’intreccia con quella del dittatore, fin quasi alla morte fisica mentre di sicuro muoiono tutte le sue speranze con l’avanzare della conoscenza del suo paziente particolare. Al contrario di quanto mi aspettavo il film non è incentrato sulla figura del dittatore, ma su quella del giovane di belle speranze, è una parabola sulla crescita umana, del passaggio ad un’età più matura attraverso le esperienze piacevoli e anche passando tra delusioni dolori e distacchi. Con questo non voglio dire che il regista non è riuscito nel suo intento anzi c’è riuscito benissimo evidenziando prima l’aspetto bonario del dittatore, utilizzato da questi per acquisire consensi prima e subito dopo il colpo di stato, per mettere in evidenza la sua follia e crudeltà nella seconda parte del film. Da evidenziare in particolare la grandiosa prestazione fornita da Forest Whitaker, veramente bravo e giustamente vincitore dell’oscar. Consiglio a tutti di vederlo al cinema o in dvd ma guardatelo ne vale la pena.

Sansimone

 
Di Namor (del 15/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2441 volte)
Titolo originale
Blood Diamond
Produzione
USA 2006
Regia
Edward Zwick
Interpreti
Leonardo DiCaprio, Jennifer Connelly, Djimon Hounsou, Michael Sheen, Arnold Vosloo
Durata
138 Minuti
Trailer

In Sierra Leone a partire dal 1991, imperversava una guerra civile legata allo sfruttamento delle miniere diamantifere, tale disputa vide il governo di Kabbah opporsi, senza risultato, al RUF (Rivolutionary United Front) il quale, dopo averlo rovesciato, tenne sotto assedio con l’ausilio delle armi, la capitale Freetown. Innumerevoli i crimini e le barbarie di cui si rese protagonista questo fronte ribelle, devastazioni di borghi e interi villaggi, massacri di civili inermi e stupri, atroci mutilazioni di mani e braccia per punire colore che si recavano a votare. Durante questi soprusi furono forzatamente “arruolati” oltre diecimila bambini che muniti di armi e sotto l’effetto di alcool e droga, divennero spietati esecutori di morte! Per porre fine a questa immane tragedia, che portò alla conseguente morte di 370 mila persone, ci volle l’energico intervento dell’Onu, che inviò sul posto 18mila caschi blu. In questo sconvolgente scenario é ambientata la trama di “Blood Diamond”, che vede protagonista, l’ex mercenario Danny Harcher (Leonardo di Caprio), dedito al contrabbando di diamanti, arrestato mentre cerca di varcare il confine della Liberia, in procinto di barattare le pietre preziose con armi, con l’intento di rivenderle ai rivoluzionari. Una volta in carcere verrà a conoscenza del segreto del pescatore Salomon Vandy (D. Hounsou), possessore di un enorme diamante rosa, ritrovato in una miniera clandestina del Ruf dove forzatamente lavorava, costretto dalle stesse persone che hanno devastato il suo villaggio separandolo dalla propria famiglia. La contesa del suo tesoro, darà vita ad un accordo tra i due, dividersi il diamante dopo aver ritrovato la famiglia di Solomon. In questa ardua impresa, prenderà parte anche la giornalista idealista Maddy Bowen (J.Connely), in cerca di prove per smascherare il traffico illecito. Il regista Edward Zwick, con questo film si é attirato le antipatie di molti addetti ai lavori, in primis la società internazionale che detiene le fila del mercato diamantifero, la De Beers che ha deplorato la realizzazione di “Blood Diamond”, al coro si è unito anche Nelson Mandela, preoccupato dal danno d’immagine provocato dalla pellicola, nei confronti di uno dei prodotti più redditizi dell’Africa. Anche il primo ministro del Sudafrica, location nel quale é stato girato in gran parte il film, ha preso le distanze dai contenuti e dal messaggio dell’opera, mentre negli Stati Uniti, nazione che copre i due terzi del mercato di diamanti, è stato accolto con gelida indifferenza. Blood Diamond ha portato scompiglio anche alla notte degli oscar, considerato che tutte le star si sono rifiutate di indossare brillanti, nonostante l’associazione dei produttori di diamanti avesse proposto di devolvere in beneficenza 10.000 dollari per ogni divo, che quella sera li avesse indossati. Prima di iniziare le riprese il regista ha visionato il documentario “Cry Freetown”, opera realizzata del massimo esponente in materia, il regista Sorious Samura, che venuto a conoscenza dell’acquisto del suo documentario da parte di Zwick, lo ha pregato di contattarlo per una eventuale collaborazione alla realizzazione del suo progetto. Contributo che ha dato decisamente un valore aggiunto, al film!

Namor

 
Di Darth (del 14/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3790 volte)
Titolo originale
Johnny got his gun
Produzione
USA 1970
Regia
DaltonTrumbo
Interpreti
Timothy Bottoms, Jason Robards jr., Marsha Hunt, Kathy Fields, Donald Sutherland, Diane Varsi
Durata
111 minuti

E Johnny prese il fucile” è il film a cui ha dedicato la vita Dalton Trumbo. Ma chi è Dalton Trumbo? -direte voi- Per rispondervi, ecco una breve biografia: Nato in Colorado nel 1905, divenne un quotato sceneggiatore hollywoodiano, tra i suoi film annoveriamo pietre miliari come “Vacanze Romane” di Wyler, “Spartacus” di Kubrick e “Always – Per sempre” di Spielberg. Nel 1939, pubblicò il romanzo “E Johnny prese il fucile”, ispirato ad una storia vera, e di chiare ideologie antimilitaristiche. Poco tempo dopo, durante il periodo del maccartismo, Trumbo fu arrestato (era iscritto al partito comunista americano) ed il suo libro censurato fino alla fine del conflitto mondiale. Uscito di prigione, continuò a lavorare come sceneggiatore ad Hollywood sotto pseudonimi o senza risultare nei titoli di coda, cercando costantemente di convincere i produttori a realizzare il suo “E Johnny prese il fucile”. Dovette attendere fino al 1971 quando, finalmente, riuscì a veder prodotto il suo film… fu la prima ed unica opera che diresse personalmente, e lo fece alla veneranda età di 66 anni. La trama di questo film è, a dir poco, agghiacciante: narra di Joe, un giovane americano col viso simpatico, che viene ‘strappato’ alla sua vita dignitosa ed alla sua attraente fidanzata Karen, per essere inviato a combattere in Europa dove è in corso la prima guerra mondiale. Durante il conflitto, Joe viene colpito in pieno dalla bomba di un mortaio. Quando viene raccolto e portato all’ospedale militare, i medici dichiarano che “il paziente è vivo poiché non ha riportato danni ne al cuore ne al midollo, ma i gravissimi ed irreversibili danni al cervello lo hanno ridotto un vegetale. Non può provare sensazioni, emozioni e non può reagire a stimoli esterni, qualunque movimento inconsulto del paziente dovrà essere considerato solo muscolare e trattato con calmanti”. Purtroppo però i medici si sono sbagliati, Joe si ‘sveglia’ ed inizia lentamente a percepire la sua situazione… è sconvolgente il momento in cui prende coscienza che è stato amputato di entrambe le braccia ed entrambe le gambe… e non solo, non ha più nemmeno la faccia! occhi, naso e orecchie sono state spazzate via dall’esplosione! Per tutto il film, infatti, Joe è rappresentato in un letto con una mascherina sul viso che lascia scoperto solo la testa e la fronte. Ancora più terribile, nel proseguo del film, sono i vani tentativi di comunicare con le persone che lo curano… esemplificativo di quest’ incubo alcuni dialoghi tra Joe e Gesù Cristo (uno splendido Donald Sutherland capellone) effettuati in alcuni sogni deliranti, dove Joe, chiedendo aiuto, spiega la situazione in questi termini (più o meno): “Se avessi ancora le gambe potrei fuggire, se avessi ancora le braccia potrei uccidermi, se avessi ancora gli occhi potrei aprirli e svegliarmi da quest’incubo, se avessi ancora la bocca potrei parlare per tenermi compagnia da solo, oppure potrei chiedere aiuto”. Nemmeno Gesù ha saputo trovare una soluzione al suo problema… Mi sento ancora addosso la ‘pelle d’oca’ che mi è venuta in quel momento.
Se ve la sentite e se avete la possibilità di reperirlo, guardate questo film! E’ sconvolgente e molto intenso, uno di quei film che li vedi una volta e te li ricordi per sempre.

Darth

 
Di nilcoxp (del 12/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2122 volte)
Titolo originale
Les poupées russes
Produzione
Francia, Gran Bretagna 2005
Regia
Cédric Klapisch
Interpreti
Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile De France, Kelly Reilly, Kevin Bishop, Evguenya Obratzsova
Durata
125 minuti
Trailer

Poiché sono in un periodo particolare della mia vita, sto guardando film che diversamente avrei mai visto. Uno di questi è stato “L’appartamento spagnolo” ben trattato da Slovo un po’ di tempo fa. Quello che io recensisco oggi ne è il suo sequel. Una volta guardato, difficilmente se ne potrebbe immaginare un seguito diverso: giovanile e brioso come il precedente, con una regia particolare e gradevole che sa ben trasmettere le emozioni del gruppo di ragazzi protagonisti della pellicola. Anche se in questo caso l’attenzione principale è su due giovani in particolare: Xavier e Wendy. Scrittore agli inizi il primo, che si barcamena in lavoretti di basso prestigio in Francia, ben più nota invece la seconda in una Londra sempre bella da vedere. Quando il destino, sotto forma di lavoro, li farà collaborare alla scrittura di una fiction, avrà inizio la classica storia d’amore che alternerà gli alti e i bassi tipici della situazione. Ma è il contesto che ci aiuta a capire gli eventi: gli amici di sempre, le belle città (Parigi, Londra, S. Pietroburgo), i dialoghi frizzanti che rivelano spesso le insicurezze che tutti noi abbiamo provato nel passare dall’adolescenza all’età adulta. Gli anni passano, ma i problemi sono sempre gli stessi, semmai più grevi e importanti, come lo sono tutte le cose vissute da “grandi”. Film gradevole, ma da guardare necessariamente dopo il suo predecessore per poterlo capire e godere dei numerosi rimandi. Baci a tutti.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 11/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1122 volte)
Titolo originale
Moolaadè
Produzione
Senegal, Francia
Regia
Ousmane Sembene
Interpreti
Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salimata Traoré, Aminata Dao, Dominique Zeïda
Durata
117 minuti

Che cose è il rito della purificazione nel Burkina Faso? Altro non è se non l’infibulazione della donna, la mutilazione del sesso femminile, pratica ancora usata in molte zone dell’Africa. Di questo parla Moolaadè, secondo capitolo di una trilogia del regista Sembene e che gli è valso il premio “Un certain regard “a Cannes 2004. La storia incomincia con la richiesta di protezione da parte di 4 ragazzine a Collè Ardo, unica donna del villaggio che non ha sottoposto sua figlia al rito dell’escissione, la donna le accoglie e pone all’ingresso della sua casa il cordone variopinto del moolaadè simbolo del diritto d’asilo, antica e sacra legge nell’Africa. Da questo momento in poi nel villaggio succede di tutto, prima gli scontri tra Collè e le anziane donne adibite al rito purificatore, poi con gli uomini e anziani del villaggio che vedono vacillare il proprio potere e cercano di far cedere la donna con ricatti e pubbliche percosse. L’opera racconta delle paure e del lento progredire del popolo africano, specie delle zone rurali, le difficoltà del mondo femminile nelle società maschiliste, per fare un esempio nel film ad un certo punto gli anziani del villaggio decidono di confiscare a tutte le donne le radio per evitare la loro emancipazione, tentativo questo che scatenerà la loro ribellione. In ogni modo il film si chiude con l’inquadratura di un’antenna televisiva posta sopra una moschea, posto dove per secoli è stato un uovo di struzzo simbolo delle tradizioni, come per augurarsi il continuo e giusto ammodernamento del paese. Devo ammettere che è un film molto interessante, anche se a volte mi è sembrato irreale, con i protagonisti che appaiono esasperati agli estremi, ma forse mi sono apparsi così solamente perché a noi occidentali problematiche di questo tipo sembrano assurde ed appunto irreali. In sostanza un bel film di protesta girato ottimamente con splendidi paesaggi e la giusta lentezza per apprezzarne il senso.

Sansimone

 
Di Namor (del 08/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1195 volte)
Titolo originale
The Constant Gardener
Produzione
USA 2005
Regia
Fernando Meirelles
Interpreti
Ralph Fiennes, Rachel Weisz, Pete Postlethwaite, Bill Nighy, Hubert Koundé, Richard McCabe, Gerard McSorley.
Durata
129 Minuti

Sulla pista dell’aeroporto di Nairobi, un piccolo velivolo attende i suoi passeggeri, tra i quali, un medico locale e la giovane Tessa, (Rachel Weisz) moglie del mite Justin Quale (Ralph Fiennes) diplomatico inglese con la passione per il giardinaggio. La coppia si saluta dandosi appuntamento a presto, considerando il breve viaggio, ignari che il loro, non sarà un arrivederci ma un addio! Una jeep ribaltata viene ritrovata nelle vicinanze di un lago al nord del Kenya, i due viaggiatori un autista di colore ed una donna bianca, vengono rinvenuti morti. Il cadavere della donna risulterà essere proprio Tessa e dalle prime indagini che inevitabilmente prenderanno il loro corso, si sospetterà del marito Francis, accusato di aver assoldato dei sicari per eliminarla, calunnia che però non troverà fondamenta e questo alimenterà l’urgenza di archiviare il caso come delitto passionale. Proseguendo con le indagini si scoprirà successivamente che il vero colpevole é il medico suo compagno di viaggio, fuggito dal luogo del delitto e ritrovato in seguito morto. Almeno, questa é la verità che vogliono imporre al marito, il quale però non convinto, inizierà ad indagare da solo, svelando una trama vergognosa. Scoprirà che Tessa, da sempre in lotta contro le ingiustizie, durante le sue ricerche era riuscita a procurarsi le prove che in Kenya si svolgevano test su esseri umani, mietendo e occultando le ignare vittime che si sottoponevano agli esperimenti. A gestire questo traffico risulta essere una casa farmaceutica in procinto di lanciare un vaccino per combattere la tubercolosi, che si sta propagando velocemente in tutto il continente. Con sua grande sorpresa inoltre, scoprirà che tale operazione condotta alla luce del sole, era spalleggiata dalle stesse autorità inglesi di cui lui fa parte! A John Le Carrè, si deve la realizzazione di questa spy-story, tratta dal suo libro “Il Giardiniere Tenace”, che intreccia argomenti che riguardano il sociale con intrighi che collegano politici corrotti a scandalosi intrallazzi di lobby farmaceutiche, il tutto in nome del dio denaro. A dirigere “The Constant Gardener”e il regista brasiliano Fernando Meirelles (City of Good), il quale utilizzando la camera a spalla, ci introduce con un’alternanza di continui flashback, nelle bellezze del continente nero, con inquadrature di incredibili e suggestive immagini tra cui su tutte, la sequenza che mostra in una panoramica unica, i verdi campi da golf confinanti con le baracche occupate dai poveri, a testimonianza della totale indifferenza dell’ambiente benestante verso la sofferenza di un intero popolo! Per quanto riguarda il cast, giudico buona (come sempre) la prova di Ralph Fiennes, e aggiungo che a mio parere meritava almeno la nomination agli oscar, che non è sfuggita alla protagonista femminile Rachel Weisz. Da sottolineare la colonna sonora anch’essa candidata agli oscar, (il film era candidato a quattro statuette) che evidenzia in maniera struggente i momenti più drammatici del film!

Namor

 
Di Darth (del 07/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2109 volte)
Titolo originale
A scanner darkly
Produzione
USA 2006
Regia
Richard Linklater
Interpreti
Keanu Reeves, Robert Downey Jr., Woody Harrelson, Winona Ryder, Rory Cochrane
Durata
110 minuti
Trailer

Philip K. Dick è l’autore dell’omonimo romanzo dal quale è stato tratto “A scanner Darkly”. Per chi non lo sapesse, Philip K. Dick (1928 – 1982), è stato uno dei maggiori scrittori di fantascienza del secolo scorso: ha pubblicato racconti come “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” divenuto poi cult con il nome di “Blade Runner”, “Rapporto di minoranza” (Minority report), “Modello due” (Screamers), “Ricordiamo per voi” (Atto di forza), e da altre sue novelle sembrano stati ispirati film importanti tra i quali “Videodrome” e “eXistenZ” di Cronenberg, “The Truman Show”, “Vanilla sky” e il mitico “Matrix”.
Un oscuro scrutare” è un racconto allucinato, basato sulla reale dipendenza da droga patita dallo scrittore quando (come accade anche al protagonista del romanzo) la sua casa diventa un ritrovo per tossici. La trama, ambientata in un non precisato futuro prossimo, narra la storia di Bob Arcor, un tossicodipendente, che conduce una doppia vita. Alcune volte è il fuso Bob, occupato a prendere pasticche di sostanza M (la droga del momento che provoca disturbi schizofrenici a chi ne fa un uso prolungato); senza che nessuno lo sappia, però, è anche Fred: un agente infiltrato che spia l’andirivieni di tossici e spacciatori da casa sua. Le particolarità dell’opera sono fondamentalmente due: la prima è che nessuno, nemmeno i suoi superiori, sanno che Bob è Fred e viceversa (nonostante vi siano telecamere poste in ogni stanza della casa), perché Fred è sempre ricoperto da una tuta disindividuante (abito che trasforma chi lo indossa in innumerevoli altre persone che si alternano in random); la seconda è che l’abuso della sostanza M porta Bob ad uno sdoppiamento della personalità tanto da spiarsi da solo…
La pellicola, diretta da Richard Linklater, è realizzata con la stessa tecnica della sua precedente “Waking life”: ossia filmando attori in carne ed ossa per trasformarli in disegno animato tramite la tecnica del rotoscope. L’effetto è strabiliante: attori animati danno vita ad una storia paranoica e angosciante, dove le visioni allucinogene di Philip K. Dick possono trovare la giusta collocazione e, contestualmente, l’evidenza dell’attore vero dietro la patina di digitale che lo ricopre, dona allo spettatore una sensazione di reale oltre ad espressioni e sguardi imprescindibili per un’opera di questo spessore. La versione digitale di Robert Downey Jr. è, se possibile, ancor più reale dell’originale: nella parte del logorroico e ‘scoppiatissimo’ James Barris è semplicemente perfetto.
Film particolarissimo, consigliato a tutti gli amanti della fantascienza e delle opere un po’… come dire… cronenberghiane ; - )

Darth

 
Di kiriku (del 06/03/2007 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1250 volte)
Titolo originale
Quando c'era Silvio
Produzione
Italia 2006
Regia
Ruben H. Oliva
Interpreti
 
Durata
90 minuti
Trailer

Alle ultime elezioni l’Italia si è divisa praticamente in due, chi ha votato per la coalizione di centrosinistra e chi per quella di centro destra. Questo vuol dire che la metà degli italiani ha dato la propria preferenza all’ex presidente nonchè cavaliere Silvio Berlusconi. Ma chi è Silvio Berlusconi e da dove arriva e come ha fatto a diventare quello che è? Ad essere sincero queste domande me le pongo, e credo di essere in buona compagnia, da molto tempo, fin da quando nel lontano 1994 decise di scendere in campo per il “bene del paese”. Le risposte a queste e ad altre domande ce le danno i due giornalisti autori di questo film-documentario, Beppe Cremagnagni e Enrico Deaglio. Fin dai primi minuti si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un film di fantascienza o forse sarebbe meglio dire che le immagini che ci scorrono davanti sono talmente agghiaccianti da farci sperare che sia tutta una finzione. Ma così non è. E allora ecco che rabbia, incredulità, perplessità e amarezza si mescolano e non ci abbandonano per tutto il film. Ma non potrebbe essere altrimenti, è difficile trattenere il disgusto quando senti Marcello Dell’Utri affermare che la mafia non esiste e poco dopo passare le immagini di Totò Riina che sostiene di non aver mai sentito parlare di Cosa Nostra. Per non parlare delle immagini della lapide del mafioso Vittorio Mangano, “stalliere” nella villa di Arcore. Andando avanti con la visione il disgusto passa e subentra l’imbarazzo e la vergogna di essere italiani e in particolare nel momento in cui la pellicola ci mostra in versione integrale l’intervento di Silvio Berlusconi al Parlamento europeo di Strasburgo, per chi avesse un vuoto di memoria mi riferisco a quella figuraccia becera che il leader di Forza Italia ha fatto e ci ha fatto fare, dando del “kapò” al deputato socialista Martin Schultz. Sequenze davvero penose, che vanno viste e riviste, anche perché non è così facile nel nostro paese poter parlare di queste cose liberamente, ma soprattutto e molto difficile superare gli ostacoli di produzione, di distribuzione e di reperimento del materiale che si incontrano quando si vanno a toccare gli interessi di chi ha in mano quasi tutti i mezzi di informazione. Un elemento che io avrei aggiunto a questo dvd e forse un indagine più accurata sul perché la metà degli italiani vede in Berlusconi un guida in grado di mandare avanti il paese. E’ soprattutto a loro che io raccomando la visione di questo film e non per fargli cambiare idea ma per dargli semplicemente un’altra versione dei fatti che li renda liberi di scegliere in piena democrazia.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 05/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2456 volte)
Titolo originale
Some like it hot
Produzione
USA 1959
Regia
Billy Wilder
Interpreti
Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon, George Raft, Pat O'Brien, Nehemiah Persoff, Joe E. Brown.
Durata
120 minuti

Spero che voi tutti abbiate visto almeno una volta il suddetto film, anche perchè in caso contrario vi sareste persi due ore di assoluto divertimento. Tra le commedie più belle della storia del cinema, la pellicola scorre tra una gag e l’altra senza un intreccio narrativo apparente, ma in realtà tutti i meccanismi funzionano meravigliosamente e la regia di B.W. è perfetta! Un cast stupendo che dà il meglio di sé. La Marilyn esplosiva come sempre, Jack Lemmon che riceve una corta spietata dal vecchio Joe Brown, Tony Curtis che si finge impotente per allontanare la protagonista, Gorge Raft e Gorge O’Brian rispettivamente gangster e poliziotto. Toccati e sfatati tutti i luoghi comuni dell’epoca: proibizionismo, jazz, fuorilegge, Rudy Valentino, miliardari e bionde platinate. Ma facciamo un passo indietro alla trama: i due protagonisti per sfuggire a una banda di malavitosi si travestono da donne ed entrano in un’orchestra femminile, dove conoscono “Zucchero” (M.M.). Il resto è un susseguirsi di situazioni esilaranti, ma di una comicità intelligente e raffinata, fino alla battuta finale: “…Nessuno è perfetto!”. Questo film si!

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 04/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1933 volte)
Titolo originale
La lingua del santo
Produzione
Rodeo Drive - Medusa
Regia
Carlo Mazzacurati
Interpreti
Ivano Marescotti, Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ferrari, Antonio Albanese, Giulio Brogi, Toni Bertorelli, Marco Paolini.
Durata
110 minuti

Il furto, da parte di due falliti, della lingua di Sant’Antonio a Padova è l’episodio intorno al quale si snoda la trama del film che Carlo Mazzacurati ha presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2000. Questa è la storia di Will (Fabrizio Bentivoglio) e Antonio (Antonio Albanese) due ladruncoli da quattro soldi di Padova con alle spalle vite opposte, Willy ex-rappresentante ancora innamorato dell’ex moglie e Antonio anziano giocatore di rugby che non ha mai avuto un lavoro decente e sopravvissuto sempre con espedienti, s’incontrano durante un furto e da quel momento si mettono in società fino al furto fortunoso della reliquia. Da qui la loro vita è stravolta dai vari tentativi prima di vendere o fondere il reliquiario e poi nel riuscire ad intascare i soldi del riscatto offerti da un ricco imprenditore locale. Alla fine i due protagonisti riusciranno nel loro intento, ma contemporaneamente le loro strade si divideranno. Questo è per così dire un film povero, nel senso che tratta di personaggi che non hanno niente se non il senso di rivalsa su chi invece ha apparentemente tutto; a prima vista è questo il senso del film ma, invece è anche il voler sondare il sentimento umano, il mettere a confronto persone che hanno avuto tutto e che poi hanno perso questo non ben definito tutto lentamente un pezzo alla volta senza trovare la forza per opporsi a questa distruzione fino a quando non si arriva in fondo e si capisce che il vivere non è soltanto il combattere o sopravvivere al tempo che passa, ma è anche riuscire a non cambiare quello che siamo realmente nonostante che il mondo cambi e apparentemente noi con lui, rappresentato nel film con la metafora delle maree che sei ore sale e sei ore scende e prima o poi capita a tutti di insabbiarsi almeno una volta. Come succede ad Antonio, da sempre insabbiato in una vita senza futuro dove bisogna prendere quello che si può subito nel suo mestiere di ladro come nella vita dove per esempio le vacanze sono una notte con una prostituta, per fermarsi al momento di fare il grande salto, ha paura di non farcela e cerca di liberarsi della reliquia, ma alla fine riesce nel salto e capendo anche cosa è veramente un’amicizia. Questo è un bel film, forse non avuto il successo che meritava, ma sicuramente da vedere e per incuriosirvi chiudo con una citazione del film “E’ così bello vivere e posare gli occhi su due occhi di donna”, buona visione.

Sansimone

 

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