BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di kiriku (del 06/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1402 volte)
Titolo originale
The Big Chill
Produzione
USA 1983
Regia
Lawrence Kasdan
Interpreti
Tom Berenger, Glenn Close, Kevin Costner, Jeff Goldblum, William Hurt, Kevin Kline, Meg Tilly, JoBeth Williams, Mary Kay Place
Durata
101
Trailer

In questi anni al cinema, di film che trattano il tema dell'amicizia e in particolare di compagni di scuola che si ritrovano dopo anni, ne abbiamo visti davvero tanti e quasi sempre scadenti. "Il grande freddo" è stato uno dei primi a trattare questo argomento ed è sicuramente il più riuscito e ha dato vita ad un vero e prorio genere cinematografico. Siamo negli anni ottanta, un gruppo di amici si ritrova per il funerale di uno di loro, Alex, morto suicida. Approffittando di questa occasione passano il fine settimana tutti insieme nella casa di Harold e Sara. In questi due giorni ricordano i tempi passati, i sogni e i progetti di un'età ormai lontana, l'amarezza di un presente che non rispecchia gli ideali e le speranze che avevano alimentato la loro giovinezza. Sarà proprio questo incontro che li porterà a riflettare insieme sulla vita trascorsa, tirando le somme, confrontandosi arrivando a volte allo scontro verbale. Su di loro aleggia la non presenza dell' amico scomparso, che con la sua morte costringe gli ex compagni di scuola a fari i conti con la realtà e a diventare in poche parole grandi. Questo film di sicuro non è un capolavoro ma non posso negare di averlo guardato con piacere. La sceneggiatura è buona, i dialoghi sono effervescenti e mai banali, non c'è una morale e tanto meno cerca di dare degli insegnamenti o delle soluzioni. E' solamente la realtà di una generazione raccontata sapientemente e accompagnata da una colonna sonora eccezionale che raccoglie artisti come Marvin Gaye, The Rolling Stones, The Beach Boys, Aretha Franklin e tanti altri. Il cast vede un'intera generazione di artisti americani oggi più che mai affermati ma che all'epoca erano tutti emergenti: Kevin Klein (Harold Cooper), Glenn Close (Sarah Cooper), Mary Kay Place (Meg Jones), Tom Berenger (Sam Weber), JoBeth Williams (Karen Bowens), William Hurt (Nick Carlton), Jeff Goldblum (Michael Gold), Meg Tilly (Chloe). Nel film c'è anche Kevin Costner nel ruolo di Alex ma del quale si vedono solo i polsi tagliati e i piedi perchè in postproduzione il regista Lawrence Kasdan ha deciso di tagliare i flashback dove recitava l'attore perche non aggiungevano niente al film, anzi appesantivano la semplicità e la chiarezza della narrazione della storia. Anche se sono passati più di venti anni dalla sua prima uscita nelle sale, rimane comunque uno di quei film che si guardano sempre volentieri e che non annoiano mai. Ciao e buona visione a tutti.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 05/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1308 volte)
Titolo originale
Laitakaupungin Valot
Produzione
Finlandia, Germania, Francia 2006
Regia
Aki Kaurismäki
Interpreti
Janne Hyytiäinen, Maria Heiskanen, Maria Järvenhelmi, Ilkka Koivula.
Durata
78 minuti
Trailer

Fin dal titolo, il regista ci svela la sua passione per i film di “Chaplin” (“Le luci della sera” ad evocare il mitico “Luci della città”), e prosegue nelle inquadrature fisse ed immobili ma cariche di significato e complete nella loro struttura. La parola poco usata, potrebbe essere addirittura assente in molte scene, tanto esse si reggano benissimo in piedi da sole. Non solo, ma quando viene usata nei dialoghi (soprattutto tra i due protagonisti), ha un effetto esilarante, nei suoi contenuti tanto inusuali da sembrare grotteschi. Il regista parla di questa pellicola come l’ultima di una trilogia dei perdenti, che ha visto con i due lungometraggi precedenti “Nuvole in viaggio” e “L'uomo senza passato”, affrontare tre tematiche particolari: la disoccupazione, i senzatetto, e la solitudine. Infatti questo personaggio fa la guardia giurata, vive solo in un seminterrato, non ha amici e non ha mai avuto una donna. Facile quindi per l’amante del boss raggirarlo al fine di poter svaligiare una gioielleria da lui sorvegliata. Non solo non denuncerà la donna, ma per difenderla finirà in galera al suo posto. C’è dell’altro nella storia ovviamente, ma non ve lo anticipo di sicuro. Il tutto è accompagnato da musica che costantemente sentiamo in sottofondo, dal rock al melodico, e ho apprezzato particolarmente le opere di Puccini: “Tosca”, “La fanciulla del West”, “Manon Lescaut”. Un’altra particolarità simpatica ce la dà il regista in una sua dichiarazione: “…Nei miei film parte delle scene sono girate in stato di ubriachezza, parte in stato di non completa sobrietà; ma è difficile distinguere le une dalle altre. Del resto, Putin non beve. Eppure non mi sembra che abbia fatto nulla di buono». Film di notevole fattura, realizzato a basso budget, che si riconcilia alla grande con gli amanti del “Cinema d’Autore”.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 04/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1009 volte)
Titolo originale
L'orchestra di Piazza Vittorio
Produzione
Italia, 2006
Regia
Agostino Ferrente
Interpreti
L'orchestra di Piazza Vittorio
Durata
90 minuti

Avevo già assistito ad uno spettacolo dell’orchestra di Piazza Vittorio al Tenco 05’ ed ero molto curioso di vedere il film-documentario sulla loro nascita e sviluppo. Il documentario (per il mio personale giudizio è più un documentario che un film in senso stretto) inizia con la spiegazione di cosa rappresenti Piazza Vittorio a Roma, un crogiuolo di razze e culture diverse, passando poi al salvataggio del cineteatro Apollo 11, unico teatro superstite nel quartiere e simbolo di speranza culturale. E’ proprio all’interno del comitato pro Apollo 11 che nasce l’idea di un’orchestra multietnica a Mario Tronco ( tastierista degli Avion Travel) ed ad Agostino Ferrente (documentarista di professione e regista di questo documusical come lo hanno definito loro stessi) entrambi residenti all’Esquilino. E’ nell’ottobre del 2002 che inizia a formarsi il primo gruppo dell’orchestra e, il documentario, ne descrive le difficoltà iniziali nel trovare i musicisti a causa della grande (e nel caso dei cinesi mai superata) diffidenza degli immigrati nel credere realizzabile un progetto simile; ostacolati dalla loro precarietà economica e da leggi pochissimo rispettose dei loro diritti d’essere umani viventi. Riusciti a superare questa prima fase di stallo, i due ideatori, si trovano a superare la cronica mancanza italiana di spazi adeguati e contributi pubblici per progetti sociali intelligenti. Fortunatamente, per loro e per noi, sono riusciti ugualmente a diventare un’orchestra in pianta stabile. Il documusical è uno splendido documento su com’è possibile l’integrazione tra popoli diversi con niente in comune: nell’orchestra ci sono musulmani, cattolici, induisti e atei... addirittura all’inizio di quest’avventura alcuni di loro non parlavano neanche l’italiano... eppure nonostante questo sono riusciti, e continuano tuttora, a suonare insieme non unendo i propri sound ma fondendoli tra loro. Non mi rimane che ringraziare tutto il cast dell’Orchestra di Piazza Vittorio per questa ventata d’ottimismo su un futuro, che a causa dell’ottusità dell’uomo consumistico, è sempre più cupo. Nel concludere mi piace riportare una risposta di Mario Tronco ad un giornalista che gli chiedeva a chi regalerebbe l’ultimo album dell’Orchestra di Piazza Vittorio (l’ultimo album s’intitola “Sona”) la sua risposta è stata: ”All’ex-presidente del senato Pera che qualche mese fa ha parlato di rischio meticciato in Italia”.

Sansimone

 
Di Namor (del 01/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1375 volte)
Titolo originale
Green Street Hooligans
Produzione
USA - Inghilterra 2005
Regia
Lexi Alexander
Interpreti
Elijah Wood, Charlie Hunnam, Claire Forlani, Marc Warren, Leo Gregory, Henry Goodman, Geoff Bell, Rafe Spall, Kieran Bew, Francis Pope, Christopher Hehir.
Durata
109 minuti

Per Elijah Wood, il 2005 è stato un anno lavorativo molto intenso che lo ha visto protagonista di ben tre pellicole, “Sin City” di Robert Rodriguez, “Ogni cosa è illuminata” del regista Liev Schreiber, ed infine la pellicola in questione: “Hooligans” che vede alla regia la tedesca Lexy Alexander, ex campionessa di arti marziali in patria ed ora convertita in cineasta negli USA. Evidentemente per Wood una tale mole di lavoro è da imputare al fatto che ha urgenza di far dimenticare Frodo (il piccolo hobbit della trilogia del “Signore degli Anelli”). Per un attore, a volte, essere identificato in un personaggio di un film di enorme successo, si è sempre rivelato un duro ostacolo alla propria carriera, ne sanno qualcosa attori come: Mark Hamill il Luke Skywalker della trilogia di “Star Wars”, col tempo caduto nel dimenticatoio, oggi doppiatore e autore di videogame, oppure Malcolm McDowell, che nonostante abbia recitato in 43 film, viene riconosciuto sempre come il violento Alex DeLarge di “Arancia Meccanica”. Ma torniamo al film, leggendo il titolo “Hooligans”, è facile intuire che ruoti intorno al mondo del calcio, dove, per le tifoserie avversarie non conta solo il risultato della loro squadra, ma è importante sapere quanti tifosi avversari rimangono a terra, dopo gli inevitabili scontri che precedono la partita. Pete (Charlie Hunnam) è il leader di una delle frangie più violente degli ultrà del West Ham United, con il suo gruppo si riunisce la sera al pub, all’interno del quali, tra boccali di birra e canti urlati a squarciagola, si organizza e pianifica l’imminente impresa, che faccia esibire ma soprattutto riecheggiare tutto il loro coraggio, più le gesta sono clamorose e le risse violente ed epiche, più il loro prestigio aumenta! Matt Buckner (Elijah Wood) aspirante giornalista americano, viene ingiustamente espulso da Harvard, e, per voltare pagina raggiunge la sorella a Londra, dove verrà catapultato grazie al cognato Pete, nell’universo chiuso degli hooligans, rimanendo prima sbigottito da tanta violenza e poi affascinato dal loro inesauribile coraggio, valore, che in lui da sempre latita. Sarà, in seguito alle violenze subite e viceversa, fatte patire, che avverrà la sua metamorfosi, dandogli modo di staccare alla sua maniera, il suo biglietto di ritorno per Harvard!

Namor

 
Di Darth (del 31/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2381 volte)
Titolo originale
Apocalypto
Produzione
USA 2006
Regia
Mel Gibson
Interpreti
Morris Birdyellowhead, Jonathan Brewer, Dalia Hernandez, Rudy Youngblood
Durata
139 minuti
Trailer

<<Una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro>>. Inizia con questo monito del filosofo Will Durant “Apocalypto”, l’ultimo film di Mel Gibson.
La storia narra l’inizio della fine del popolo Maya, partendo da poco prima che i primi conquistadores spagnoli approdassero nelle meravigliose foreste dello Yucatan. Incentrando la storia sull’eroismo di un giovane guerriero che affronta di tutto per poter tornare a salvare la moglie e il figlio, Gibson ci mostra in tutta la sua beltà l’antica civiltà centroamericana e le foreste che la circondavano. A questi paesaggi mozzafiato vi aggiunge una trama avvincente, effetti speciali strepitosi e suoni avvolgenti (candidato all’Oscar come miglior sonoro, miglior montaggio sonoro e miglior trucco), realizzando, anche questa volta, un’opera spettacolare. Nel film, nulla è lasciato all’immaginazione: gli uomini sono nudi, le donne anche, e quando c’è da tagliare una testa o asportare un cuore per onorare il sole… la testa si vede mentre viene tagliata, il cuore pulsa ancora tra le mani sanguinanti del sacerdote, il sangue schizza copioso, ed il corpo senza vita (e senza testa) viene pure preso a calci giù per i gradini del tempio (che pare una fedele ricostruzione del Tempio del Grande Giaguaro, scoperto a Tikal)… e questo non è che un esempio delle barbarità presenti nella pellicola. Dopo aramaico e latino, Gibson ci propina un film interamente parlato in dialetto maya yucateco: anche di questa particolarità, come della violenza spettacolarizzata, il cinquantunenne regista americano sembra farne un suo marchio di riconoscimento. Come fu per “La passione di Cristo”, anche questa pellicola ha riscosso tanto successo quante critiche. In Italia, hanno fatto questioni perché inizialmente la censura non aveva posto veti d’età per la visione del film, successivamente, sotto pressioni del codacons, è stato vietato ai minori di 14 anni (personalmente mi aveva colpito di più la crudeltà con la quale veniva seviziato Gesù, che le scene di guerra Maya… ciononostante “The Passion” non fu sottoposto a divieti). In Messico e Guatemala, sebbene “Apocalypto” non sia ancora stato proiettato nelle sale, le critiche sono edificate sul modo in cui Gibson descrive il popolo Maya: secondo gli indios, il ritrarre i loro antenati con anelli al naso e mentre perpetrano sacrifici umani, fomenterebbe il razzismo ed accentuerebbe i falsi stereotipi con cui vengono ritratti i nativi americani. Mel Gibson ha dichiarato di aver girato quest’opera per “offrire, osservando una civiltà scomparsa, una riflessione su di noi e sulla nostra società”: di questo non ho trovato sinonimie rilevanti, ma, se lo prendiamo per un racconto storico-avventuroso, il film merita di essere visto: l’ho trovato brillante, originale e coinvolgente. Peccato per alcune cadute di qualità narrativa, con americanate assurde, su tutte la scena della ragazza che partorisce in equilibrio precario, con l’acqua alla gola ed una bambina in braccio… X - |

Darth

 
Di kiriku (del 30/01/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 2162 volte)
Titolo originale
Dance Me to My Song
Produzione
Australia 1998
Regia
Rolf De heer
Interpreti
John Brumpton, Joey Kennedy, Rena Owen, Heather Rose
Durata
102 min.

Julia ha passato la vita in un istituto dove si presume sia stata maltrattata. Praticamente vive su una sedia a rotelle, è nata con una grave paralisi cerebrale che non gli pemette di compiere nessun movimento e tanto meno di poter parlare. L'unico modo che ha per comunicare è una tastiera vocale posta sulla carrozzina. I servizi sociali gli hanno dato un appartamento e gli hanno assegnato un'assistente per aiutarla ad espletare tutte quelle funzioni che una persona normalmente compie. Il problema di Julia è che l'assistente non ha la sensibilità ne le capacità per poter svolgere il compito assegnatogli, arrivando molte volte al maltrattamento fisico e psicologico. Arriva tardi la mattina e lascia la povera disabile nel letto con i propri escrementi, la imbocca maldestramente, gli sequestra la tastiera per punirla di cose di cui non ha colpa, la fa assistere alle sue prestazioni sessuali con i vari uomini che porta a casa. Un giorno, stanca di essere abbandonata a se stessa, esce in strada in cerca di aiuto e incontra un uomo che gli presta soccorso e con il quale instaura un rapporto di amicizia e amore che farà scatenare la gelosia dell'assistente che cercherà a sua volta di conquistare le attenzioni del soccorritore. Questo è un film difficile da guardare, il regista , Rolf De Heer, non usa filtri, mette lo spettatore di fronte alla cruda realtà mostrandoci Julia alle prese con le difficoltà della vita quotidiana che lei comunque affronta con dignità e coraggio. Le immagini sono davvero forti, il regista ci mostra la nudità della protagonista deformata dalla malattia, ma, come capita di solito nei suoi film, non lascia spazio alla retorica e si spoglia delle falsità, degli orpelli e dei pregiudizi annientando quel pietismo che spesso circonda questo argomento. La protagonista, Heather Rose, che nella vita reale è affetta davvero da questa terribile malattia e che ha faticato non poco per interpretare il personaggio di Julia, ha scritto anche il soggetto e in parte la sceneggiatura rendendo il fim in qualche modo autobiografico. Detto questo si può anche intuire che, essendo alla prima esperienza,  il punto debole di questo film è da ricercare proprio nella sceneggiattura: i personaggi sono un po troppo schematizzati; sotto il profilo narrativo sono evidenti dei vuoti, come nel caso di Eddie che misteriosamente riceve telefonate a casa di Julia ma non si sa da chi e ne tanto meno per quale motivo; ma è il lieto fine che stona e che fa a pugni con il resto della pellicola. Nonostante tutto  è un film bello, che rompe gli schemi che non fa prediche ma che racconta solamente una storia e a raccontarla è Heather Rose che non vuol essere compatita ma semplicemente dimostrare che un persona per quanto limitata da un handicap, ha delle emozioni e delle esigenze, comprese quelle sessuali. Buona visione a tutti!

 Kiriku

 
Di nilcoxp (del 29/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1147 volte)
Titolo originale
Thumbsucker
Produzione
USA 2005
Regia
Mike Mills
Interpreti
Lou Taylor Pucci, Tilda Swinton, Vincent D'Onofrio, Kelli Garner, Keanu Reeves, Vince Vaughn, Benjamin Bratt.
Durata
96 minuti

Justin è un ragazzo adolescente americano che ha il vizio nei momenti di tensione, di succhiarsi il pollice. Questo gli crea non pochi problemi con i suoi coetanei e con suo padre, molto infastidito da questo comportamento. Indirizzato in alcune scelte da un dentista particolare (un Keanu Reeves forse più concentrato a trovare se stesso che non ad aiutare il giovane), riesce ad abbandonare questa cattiva abitudine. Rimane però distratto a scuola e coi compagni, e i professori e una psicologa convincono lui e la sua famiglia di aver bisogno di aiuto. Comincia così per il ragazzo una nuova vita, dipendente però da antidepressivi. Interessante commedia che apre una finestra sullo stile di vita americano: ci mostra la scuola (insegnanti che prescrivono psicofarmaci come fossero caramelle), la famiglia (il padre una stella mancata del football a causa di un infortunio, la madre innamorata ed amante di una celebrità della spettacolo), i rapporti sociali tra adolescenti (la droga e i primi rapporti sessuali), tutto senza però lasciare il segno. Il film riesce a metà, troppo spesso scivola in un’atmosfera da telefilm per teenager, scavando poco nelle personalità dei protagonisti. A questo va aggiunto un forzato lieto fine che rovina ulteriormente la valutazione della pellicola che nel complesso è sufficiente, ma vista l’idea di partenza, il film poteva e doveva essere molto meglio.

nilcoxp

 
Di Namor (del 25/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3855 volte)
Titolo originale
Rocky Balboa
Produzione
USA 2006
Regia
Sylvester Stallone
Interpreti
Sylvester Stallone, Burt Young, Antonio Tarver, Milo Ventimiglia, Geraldine Hughes, Mike Tyson.
Durata
102 Minuti
Trailer

Nel lontano 1975 l’allora semisconosciuto Sylvester Stallone, assistette ad un incontro di boxe per il titolo mondiale dei pesi massimi tra il detentore del titolo Alì e lo sfidante Chuck Wepner, conclusosi con la vittoria di Alì per kot alla 15 ripresa. Sly rimase così impressionato dal coraggio e dalla tenacia che dimostrò Wepner in quel match, che trovò l’input per scrivere il suo capolavoro, la sceneggiatura di Rocky! L’anno seguente, convinse i due produttori Winkler e Chartoff a scommettere sul film, riuscendo anche ad ottenere una percentuale sugli incassi e la parte di Rocky, accordo indispensabile per la cessione del copione. Fu così che finalmente coronò il suo sogno… quello di fare l’attore! Fino ad allora, si era dovuto accontentare di piccole comparsate in vari film più o meno famosi, l’unico ruolo da “protagonista” lo ebbe nel 1970 in una pellicola porno dal titolo “The Italian Stallon”. Con “Rocky Balboa”, Stallone chiude definitivamente alla soglia dei 30 anni, una delle saghe più celebri è longeve della storia del cinema. A suo tempo quando propose “Rocky V” (il più brutto e inutile della saga), la produzione gli disse che avrebbe accettato solo se Rocky fosse morto! Sly acconsentì, ma quando seppe che sarebbe successo sulla famosa scalinata del Museum of Art di Philadelphia, sotto una pioggia scrosciante, si rifiutò, trovando il finale troppo deprimente. Con il senno di poi, un deluso Stallone si rese conto che non solo Rocky V non aveva convinto ma addirittura non lo riteneva il giusto addio che avrebbe voluto regalare agli affezionati dello stallone italiano. A distanza di 16 anni, con un budget molto basso (24 milioni di dollari) e 4 settimane a disposizione, gli viene concessa un’altra chance, quella di riscattare uno Stallone sessantenne che non interpreta da tempo un titolo degno di nota e, quella di riscrivere per la gioia dei fan un decoroso the end ad uno dei personaggi più seguiti ed amati da intere generazioni. Per tale impresa, non facile considerando la sua età, Sly si è sottoposto ad un intenso allenamento, durante il quale si è fratturato le dita di piedi e mani, ma questo episodio non ha influito sulla sua forza di volontà, anzi lo ha reso ancora più determinato, rivelandosi sul ring un tenace ma soprattutto credibile avversario. Quando ho saputo dell’imminente uscita di questo film ero molto scettico, non mi convinceva un sesto capitolo di Rocky, nel quale un attore con sessanta primavere doveva interpretare un pugile cinquantenne, ma ….., non era facilmente realizzabile, come non lo era rendere verosimili gli allenamenti a cui avrebbe dovuto sottoporsi per il conseguente match finale contro il campione del mondo Mason Dixon (Antonio Tarver, ex pugile professionista). Questa riflessione deve averla fatta anche Stallone, infatti la trama è incentrata sulla attuale vita che conduce Rocky, dove per esigenze di copione (Talia Shire ha rinunciato a prendervi parte) si ritrova vedovo, e tutto quello che rimane della amata moglie Adrian é un ristorante che, oltre ad avere le sue foto affisse sulle pareti porta anche il suo nome, ed è qui che la sera un malinconico Rocky intrattiene i clienti raccontando le sue gloriose gesta sul ring. Ma a renderlo ancora più triste e sofferente, è il distacco affettivo del figlio Robert (Milo Ventimiglia), un giovane manager insicuro che vive un’esistenza oscurata dalla luce perennemente luminosa del padre, alla continua ricerca di una sua dimensione che però non trova, frustrazione, che lo porta ad allontanarsi dal padre quasi rinnegandolo. Il faccia a faccia a cui assistiamo, che vede padre e figlio esporre ognuno le proprie recriminazioni è uno dei momenti più toccanti del film, come il suo tour iniziale con il cognato Paulie (Burt Young), che li vede far visita ai luoghi, che per Rocky, e lo spettatore, furono i più importanti e significativi, tra cui la bottega degli animali ora chiusa e trascurata, la sua vecchia casa da scapolo, la pista di pattinaggio dove Adrian pattinava, mentre lui gli camminava accanto, ritrovata abbandonata e ridotta ad un piazzale deserto, il tutto, rifinito da un nostalgico flashback di immagini che ritraggono lui e la sua amata moglie un tempo giovani e felici, un pellegrinaggio intenso e struggente, a cui, per chi ha seguito la saga sarà difficile non commuoversi, se poi ci si mette anche la meravigliosa colonna sonora di Bill Conti, sarà quasi impossibile!

Namor

 
Di Darth (del 24/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1724 volte)
Titolo originale
Saints and Soldiers
Produzione
USA 2003
Regia
Ryan Little
Interpreti
Corbin Allred, Alexander Polinsky
Durata
90 minuti
Trailer

Il 17 dicembre 1944, in Belgio, durante l’offensiva delle Ardenne, un’ottantina di prigionieri di guerra americani vengono giustiziati dai soldati tedeschi senza alcun motivo apparente. Questa infamia è divenuta tristemente famosa come il “Massacro di Malmedy”. Su questo evento storico si basa il pluripremiato film di Ryan Little. Prima di lui, del massacro di Malmedy, a livello cinematografico ne aveva trattato (marginalmente) solo Ken Annakin ne “La battaglia dei giganti” (1965), con H.Fonda e C.Bronson. “Saints and Soldiers” inizia proprio con l’eccidio dei soldati statunitensi; quattro di loro riescono a salvarsi ma si ritrovano in mezzo alle foreste innevate del Belgio, con un solo fucile ed in territorio nemico. Vagando per le montagne, tenendosi alla larga dai tedeschi, incontrano un aviatore inglese lanciatosi col paracadute dopo essere stato abbattuto col suo aereo; costui deve arrivare il prima possibile ad un comando alleato per poter trasmettere alcune importanti informazioni di cui è in possesso. I cinque ‘eroi’, a quel punto, decidono di tentare di oltrepassare le avanguardie tedesche per riunirsi ai propri connazionali. Questo film, continua sullo stile ‘moderno’ dei film di guerra; cioè incentrando la sceneggiatura non sul conflitto ma sugli uomini che lo vivono. Ognuno dei cinque soldati ha un carattere ben definito, storie tragiche alle spalle, una famiglia, dei figli… tutto questo aiuta molto lo spettatore ad appassionarsi per la sorte dei personaggi. In questo e in altro, si è dimostrato davvero bravo il regista: creando una storia piacevole, aggiungendo l’interesse per un “fatto storico realmente accaduto”, assumendo attori apprezzabili ed esibendo una notevole tecnica dietro alla macchina da presa. Consigliato a tutti gli appassionati dei film di guerra… e non solo a loro.

Darth

 
Di nilcoxp (del 22/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1312 volte)
Titolo originale
Spider
Produzione
Canada, USA 2002.
Regia
David Cronenberg
Interpreti
Miranda Richardson, John Neville,Gabriel Byrne, Ralph Fiennes, Lynn Redgrave.
Durata
98 minuti

Il film è tratto del romanzo di Patrick McGrath, che ha anche collaborato col regista all’adattamento. Vediamo “Dennis”(il protagonista, chiamato anche “Spider”) dimesso da un ospedale psichiatrico dopo molti anni, che viene mandato in una struttura di reinserimento situata nei suoi luoghi d’infanzia. Il rivedere posti della sua giovinezza gli farà rivivere episodi importanti accaduti a lui e alla sua famiglia, questo però avverrà con flashback dall’incerta veridicità. Infatti è lui stesso l’artefice delle sue storie e dei suoi personaggi in una distorsione tutta personale: crea e tesse le sue trame alla stessa stregua di un ragno con le sue tele. Questo come la mortale Aracne, che per aver sfidato la dea Atena ritenendosi superiore a lei nell’arte della tessitura, fu condannata dalla divinità a trarre da se stessa (sotto forma di insetto) il materiale necessario alla realizzazione delle proprie opere. Quindi alimentando da se stessa la propria punizione. “Spider” finirà con il rimanere imprigionato nella sua stessa tela, di cui ha ormai perso il controllo. La camera da letto dove il protagonista alloggia è favolosa per l’ambientazione cupa e angosciante. L’autore e lo scenografo Andrew Sanders hanno raccontato di aver sottratto gamme cromatiche alla pellicola, per un risultato ancora più coinvolgente e desolante. Gli interni sono scarni, vecchi, tristi e claustrofobici. Gli esterni sono deprimenti da periferia squallida con un gasometro a ergersi su tutto. La protagonista femminile, Miranda Richardson, è notevole nella sua triplice interpretazione, mentre su Ralph Fiennes, non ho avuto dubbi fin dall’inizio sul suo disordine mentale: Stupendo! La frase che mi è piaciuta di più è stata quella in cui la responsabile della casa di reinserimento, dopo aver visto “Spider” con tante camicie indossate contemporaneamente, gliene chiede spiegazione. Lui non risponde, ma al suo posto lo fa un altro paziente che le dice: “…Gli abiti fanno l’uomo, e meno c’è l’uomo più cresce il bisogno dell’abito.”. Un Cronenberg che non delude sicuramente, anzi, che sa attirare l’ignara preda verso la propria ragnatela! State attenti…

nilcoxp

 
Di slovo (del 19/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1830 volte)
Titolo originale
The Prestige
Produzione
USA/UK 2006
Regia
Christopher Nolan
Interpreti
Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, David Bowie, Scarlet Johansson
Durata
128 minuti

Tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Priest e adattato al grande schermo dal regista assieme al fratello Jonathan, “The Prestige” è un lavoro esemplare sotto molti aspetti e di sicuro uno dei migliori film proposti dal circuito mainstream negli ultimi mesi.
Nolan, che già con “memento” (2000) aveva dimostrato di saper padroneggiare strutture narrative complesse, sfugge anche questa volta dal convenzionale ordine cronologico, attirandoci in un vortice di rimandi mutuali (la geniale lettura parallela dei due diari), flashbacks e spostamenti temporali.
La promessa, la svolta e il prestigio: i tre atti in cui si svolge lo spettacolo di un illusionista, come introduce un arguto Michael Caine alla bambina e al generico spettatore... spettatore che manterrà l’attenzione viva per tutto il tempo, inevitabilmente, come quando si osserva un prestigiatore all’opera, tentando di capire il suo trucco, non sapendo che è già riuscito a deviarci lo sguardo altrove.
Allo stesso modo il film, incentrato sul mondo degli illusionisti del secolo scorso, diventa esso stesso un gioco di prestigio, seguendo quelle tre fasi intriga, cattura, sorprende, ma ci rivelerà il segreto solo sul finale, ammiccando che lo abbiamo sempre avuto sotto agli occhi (“ forse perchè in realtà non volevamo vederlo”)...
Notevole, a complemento dell’eccellente lavoro di regia, il cast: il sempre bravissimo Christian Bale (già diretto da Nolan in “Batman Begins”) e Hugh-wolverine-Jackman nei ruoli di Alfred Borden e Robert Angier, due amici illusionisti che vedranno il loro rapporto degenerare fino alle estreme conseguenze a causa della loro ossessione a primeggiare nelle arti magiche. Ottimo il già citato Michael Caine, senza infamia e senza lode la Johansson che però è sempre un bel vedere e David Bowie in un algida interpretazione di Nikola Tesla, un ingegnoso e visionario quanto misconosciuto scienziato, realmete esistito, la cui presenza nella trama, seppur con qualche concessione, arricchisce di mistero questo eccellente fanta-thriller. Da vedere.

slovo

 
Di Namor (del 18/01/2007 @ 05:00:00, in Cinema, linkato 1680 volte)
Titolo originale
Kiss Kiss, Bang Bang
Produzione
USA 2005
Regia
Shane Black
Interpreti
Val Kilmer, Robert Downey Jr., Deanna Dozier, Michelle Monaghan, Joel Michaely, Corbin Bensen
Durata
102 minuti
Trailer

Avete voglia di vedere un film che non sia banale, moscio e ripetitivo? Allora recatevi in videoteca e noleggiate questo: “Kiss kiss Bang bang”, si lo so, il titolo é veramente ridicolo, ma per gli amanti della commedia per di più arricchita da altri generi cinematografici (noir, giallo, e pulp), la visione di questo film sarà una piacevole sorpresa. A dirigerlo e sceneggiarlo è Shane Black, autore anche del copione di “Arma Letale” scritto nel 1987 a soli 22 anni! Produce Joel Silver, noto anche per essere uno dei produttori più ricchi ed importanti dalla mecca del cinema, a lui si devono realizzazioni come “Arma Letale, Die Hard - Trappola di cristallo, Commando, Predator”. Come vedete le credenziali per un buon prodotto di azione ci sono, ma purtroppo la scarsa ed inadeguata promozione, abbinata alla poca esperienza di un regista esordiente, tra l’altro semi sconosciuto da noi, ne ha favorito l’indifferenza con la conseguenza che al botteghino é risultato un flop! Peccato, perché il film ha una trama intrigante e coinvolgente, che diverte lo spettatore fino alla fine, senza dare nulla di scontato. Un ladruncolo da quattro soldi, può ritrovarsi a fare l’attore a Los Angeles? Ebbene si! E quello che succede a Harry Lockarth (Robert Downey Jr.), che durante un tentativo di fuga si ritrova nel bel mezzo di un provino cinematografico, in cui verrà scelto grazie al suo artificioso “metodo recitativo” è di conseguenza spedito ad Hollywood per girare un film. In quell’occasione farà la conoscenza del suo compagno di sventure, il detective privato Perry van Strike (Val Kilmer) noto nell’ambiente come Gay, nome appropriato, che meglio esprime le sue tendenze omosessuali, e proprio a lui la produzione del film gli affida il compito di istruire Harry, per interpretare al meglio il ruolo di un poliziotto. Sarà proprio con l’inizio dell’addestramento, che i due si ritroveranno ad investigare sul serio su una serie di misteriosi delitti, che vedono coinvolta la sorella della bella Harmony (Michelle Monagan), amica del cuore di Harry fin dall’infanzia. Mi preme sottolineare la bella prova dei due attori maschili, un plauso particolare per Robert Downey Jr. vero mattatore della pellicola, purtroppo però i suoi continui arresti ed il persistente consumo di alcol e droga, lo hanno portato hai margini del mondo della celluloide, un vero peccato, perchè quando è in stato di grazia, come in questo film, lasciatemelo dire, è veramente bravo! Anche la performance di Val Kilmer, trovo sia di buon livello, anzi direi una delle migliori dopo il Jim Morrison di “The Doors”. Se dovessi proprio trovare un difetto a questa pellicola, non mi è piaciuta la voce narrante di Harry, troppe volte ferma e riavvolge il nastro per ripartire con le scene che secondo lui sono migliori!

Namor
 
Di Darth (del 17/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1355 volte)
Titolo originale
The road to Guantanamo
Produzione
Inghilterra, 2006
Regia
Michael Winterbottom
Interpreti
Riz Ahmed, Farhad Harun, Waqar Siddiqui, Afran Usman, Shahid Iqbal, Sher Khan
Durata
95 minuti

Realizzato come un documentario, ma con tecniche cinematografiche, “Road to Guantanamo” vuol essere un’aperta critica verso i campi di prigionia americani a Guantanamo Bay, Cuba. Il film è tratto dalla storia vera di quattro ragazzi inglesi di origine pakistana che tornano al paese di origine per presenziare al matrimonio di uno di essi. E’ l’ottobre del 2001, le torri gemelle sono appena crollate, e gli americani stanno muovendo le prime offensive contro i talebani in Afghanistan. I quattro giovani, come molti altri connazionali, seguono i suggerimenti dell’Imam della moschea e passano il confine per aiutare la popolazione afgana e lì, loro malgrado, si ritrovano in mezzo a fondamentalisti islamici e simpatizzanti di Al-Quaeda. Vengono arrestati dall’ “Alleanza del nord” e, pochi giorni dopo, trasferiti a Guantanamo. Di uno di loro si persero le tracce, mentre gli altri tre, dopo aver subito innumerevoli torture, centinaia di interrogatori, umiliazioni ed essere stati trattati peggio di bestie destinate al macello, riuscirono a provare la propria estraneità alle cellule terroristiche e furono rilasciati. Era il 07 marzo del 2004… sono passati 29 mesi.
Il regista Michael Winterbottom, già autore del critico “Benvenuti a Sarajevo”, per la realizzazione di questo film si avvale della totale collaborazione dei “Tre re di Tipton” (soprannome dato dai media ai tre anglo-pakistani): non solo racconta la storia esclusivamente dal loro punto di vista, ma li utilizza anche come attori nel ruolo di loro stessi! Questa scelta, se da un lato è geniale (chi meglio di loro poteva interpretare i ruoli?), dall’altro ha la pecca dell’ovvia mancanza di obiettività. Certo che, sulle prigioni di Guantanamo se ne è già parlato tanto, con fotografie scioccanti a comprovare quello che racconta Winterbottom nel suo film; ma il regista non si ferma alla ricostruzione dei fatti... va oltre… così, mentre i protagonisti di questa tragedia subiscono torture fisiche e psichiche, la camera stacca ora su Bush che afferma <<Quello che sappiamo, è che queste persone sono cattive>>, e ora su Rumsfeld <<La convenzione di Ginevra è per lo più rispettata>>. Un film critico e amaro, ben realizzato, e con una trapelante percezione del realismo insito nella pellicola… pellicola fortemente anti-Bush.

Darth

 
Di nilcoxp (del 15/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1399 volte)
Titolo originale
Hero - Ying Xiong
Produzione
Hong Kong, Cina 2002
Regia
Zhang Yimou
Interpreti
Jet Li, Tony Leung, Maggie Cheung, Donnie Yeng.
Durata
120 minuti

Il film si svolge nella Cina del III secolo a.C., dove un eroe senza nome si reca al cospetto del Signore di uno dei sette regni esistenti. Quest’ultimo concede udienza allo sconosciuto individuo in virtù delle sue gesta compiute: l’eliminazione di tre fortissimi guerrieri suoi nemici. Alla versione dello straniero però, il regnante opporrà la sua. Inizia così una narrazione degli avvenimenti che a seconda del narratore vedrà cambiare i fatti, i colori e le motivazioni. Accostato al film di Kurosawa “Rashomon” per la trama, va subito detto che null’altro ha in comune con lo stesso. Lo svolgimento della storia in questa pellicola è pretestuoso al fine di esibire coreografie danzanti di duelli acrobatici. E’ un film da guardare per la gioia degli occhi: danze, colori forti, scenografie ridondanti in un quasi stile barocco. Scorre, non annoia ma non esalta. Il cast è rappresentato dagli attori/attrici più belli dello star system cinese, ed è antecedente alla “Foresta dei pugnali volanti”. Io ho fatto il percorso inverso: prima ho visto “La foresta dei pugnali volanti” che mi ha fatto scoprire anche “Hero”. Il risultato? Due film speculativi l’uno dell’altro sia nella forma che nella sostanza. Niente di più.

nilcoxp

 
Di Sansimone (del 14/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3211 volte)
Titolo originale
La femme d’à còté
Produzione
Francia 1981
Regia
Francois Truffaut
Interpreti
Gérard Depardieu, Fanny Ardant, Véronique Silver, Henri Garcin, Michèle Baumgartner
Durata
106 minuti

Qualche giorno fa un collega mi ha imprestato la videocassetta di un film di TruffautLa signora della porta accanto”. La prima cosa che mi ha colpito è stata la bassa qualità video dei vhs, non c’ero più abituato! A parte quest’aspetto tecnico, mi sono subito ritrovato immerso nella storia di una coppia francese che si rincontra dopo vari anni in maniera occasionale, loro malgrado diventano vicini di casa, da qui inizia il film con prima il ritorno dell’amore tra i due e, in seguito, la degenerazione di questo sentimento. Il regista è bravissimo nel mantenere alta la tensione, utilizzando la passione come asse portante della pellicola, fino al colpo di scena finale da thriller. Ottima la scelta degli attori, con un giovane ma molto bravo Gérard Depardieu ed una bellissima Fanny Ardanò nelle vesti dell’amante vicina di casa. Devo ammettere che, dopo aver letto la trama del film, mi aspettavo che il messaggio chiave dell’opera di Truffaut fosse un rapporto d’amore e odio tra due persone che non sanno comunicare fra loro senza l’uso della passione. Il regista, invece, prende spunto da questa vicenda per evidenziare le estreme difficoltà che s’incontrano nella vita nel cercare un equilibrio tra le istintive passioni, le soddisfazioni immediate, il puro piacere di vivere senza regole e il godere delle piccole cose (gli affetti o amori non travolgenti ma affidabili che nella vita si possono incontrare). E’ questa ricerca della propria linea d’ombra che guida le vicende del protagonista Bernard (Depardieu), ma che non riuscirà a trovare. In ultimo non mi rimane da dire altro sennonché questo è un vero gran bel film, fatto per essere gustato da soli e meditarci su per i tanti spunti riflessivi che lancia.

Sansimone

 

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