BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di ninin (del 13/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2053 volte)
Titolo originale
Happy feet
Produzione
Usa, Australia 2006
Regia
George Miller
Interpreti
 
Durata
108 minuti

Rieccomi di nuovo qua… La pellicola che cercherò di raccontarvi oggi è “Happy feet”. Narra la storia di Mambo, un pinguino imperatore radiato dalla propria comunità perché troppo anticonformista, che viene accolto da un’ altro gruppo di piccoli pinguini, sullo stile dei “caballeros”, propensi a strabiliare le femmine con qualità diverse dal classico “canto dell’accoppiamento”, e dediti alla ricerca della pietra dell’amore. Eccezionale graficamente. Questa pellicola diretta da George Miller (creatore del maialino Babe), in alcune scene ha un’animazione talmente perfetta da farti dubitare che sia ancora un cartone animato! Un mix tra un musical (con canzoni anni 70-80 davvero fantastiche) e il documentario di Luc JacquetLa marcia dei pinguini” uscito nelle sale lo scorso anno (fortunatamente senza il commento snervante di Fiorello!). Pensate che, per creare l’animazione del pennuto Mambo adattandogli i movimenti del ballerino reale Savion Glover, a causa della mole di lavoro e dal disagio causato dalla distanza dei due studios cinematografici (situati in due continenti differenti, Nord America e Australia) ci sono voluti ben sette anni! La colonna sonora si avvale della collaborazione di vari artisti come Prince, K.D.Lang, Yolanda Adams e Gia Farrell, tra cui spiccano le hits “Kiss”, “Somebody to love” e l’evergreen “My way” interpretata in maniera molto divertente dall’amigos di Mambo. Prince, dopo aver visto l’interpretazione del suo brano, si è talmente entusiasmato che ha voluto comporre appositamente per il film “The song of the heart”, pezzo che si ascolterà nei titoli di coda. Che dire, il film a me non è dispiaciuto affatto, anzi, l’ho trovato molto divertente e spassoso! L’unica pecca è sempre la stessa: nei titoli di testa ci torturano facendoci notare la miriade di guest star che danno voce ai personaggi del film in lingua originale (tra cui spiccano Nicole Kidman, Robin Williams, Elijah Wood, Hugh Jackman e Brittany Murphy), mentre noi ci dobbiamo accontentare di Massimo Lopez… Ciao e alla prossima!

ninin

 
Di Namor (del 11/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1828 volte)
Titolo originale
Déjà Vu
Produzione
USA 2006
Regia
Tony Scott
Interpreti
Denzel Washington, Val Kilmer, Paula Patton, Bruce Greenwood, Adam Goldberg, Jim Caviezel.
Durata
128 minuti

Quante volte abbiamo avuto la sensazione di aver già vissuto un avvenimento che si sta verificando, o di aver fatto la conoscenza di qualcuno ed in quello stesso istante sentire che la stessa persona faccia già parte della nostra vita, a me é successo più di una volta! Tale esperienza viene chiamata déjà vu (già visto), termine francese creato dal ricercatore psichico Emile Boirac, e menzionato nel suo libro “L’Avenir des sciences psychiques” (Il futuro delle scienze psichiche). Il déjà vu, è una esperienza molto comune, si stima che almeno il 70% o più della popolazione lo abbia vissuto almeno una volta, e secondo alcuni, sarebbe una evidenza diretta della reincarnazione! Prendendo spunto da questo strano fenomeno, il regista Tony Scott alla sua ottava collaborazione con il produttore Jerry Bruckheimer, dirige il suo ennesimo blockbuster dal titolo “Déjà vu - Corsa contro il tempo”. Sarebbe stato più adeguato però, intitolarlo solo “Corsa contro il tempo”, visto che di un tema misterioso e affascinante come il déjà vu, in questo film, se ne riscontra una labile traccia, lasciando invece ampio spazio alla tecnologia, vero fulcro delle indagini condotte dai protagonisti per portare a termine il caso. In una bella giornata di sole, mentre decine di torpedoni confluiscono sui marciapiedi un abbondante flusso di persone, composto per lo più da marinai schiamazzanti e da intere famiglie sorridenti, un ferry boat ormeggiato sulle rive del Missisipi, attende il loro imbarco per festeggiare il Mardi Gras. Nulla farebbe presagire l’imminente tragedia! All’improvviso un boato provocato da un’esplosione che fa saltare in aria la chiatta, causando 548 morti! All’agente della ATF (Alcohol Tabacco Fireams) Doug Carlin (Denzel Washington), arrivato sul posto per indagare sulla causa della deflagrazione, gli appare subito chiaro che si tratta di un attentato. Tra i corpi ripescati dal fiume, uno in particolare catalizza la sua attenzione, quello di una giovane donna di colore recuperato all’esterno del perimetro dell’attentato. Come mai la vittima presenta tre dita tranciate di netto e tracce di nastro adesivo sulla bocca? Per l’agente Carlin, il suo passato, é la chiave per arrivare alla soluzione del caso. Considerazioni che non sfuggono all’agente Pryzwarra (Val Kilmer), che intravede in Carlin un ottimo elemento con cui collaborare per la cattura dell’attentatore in breve tempo. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia che prima ho citato, attraverso questa scienza gli investigatori avranno la possibilità di risalire il tempo, grazie ad una falla temporale aperta per caso da quei satelliti che osservano il mondo e di indagare o meglio videoindagare nella vita passata della vittima, ma avranno solo quattro giorni a disposizione per deviare il corso degli eventi! Il film, è stato il primo ad essere girato a New Orleans, dopo il passaggio devastante di Katrina e la pellicola ne mostra i segni, infatti le riprese sono state rimandate solo di tre mesi. In un primo momento la scelta della location era caduta su Long Island, ma Scott ritenendola troppo anonima e asettica, l’ha sostituita preferendo la più passionale New Orleans. Inutile dire che la prova di D.Washington, mi è piaciuta, come quella della quasi debuttante Paula Patton, bravo anche Jim Caviezel nel ruolo del terrorista, la presenza di un Val Kilmer eccessivamente ingrassato non mi ha entusiasmato, sembra che si trovasse lì solo per far piacere all’amico Scott (con cui girò “Top Gun”).

Namor

 
Di Darth (del 10/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4095 volte)
Titolo originale
The Lake House
Siworae
Produzione
USA 2006
Corea del Sud 2000
Regia
Alejandro Agresti
Hyun-seung Lee
Interpreti
Sandra Bullock, Keanu Reeves Jung-Jae Lee, Ji-hyun Jun
Durata
105 minuti

Nel 2000, il coreano Hyun-seung Lee dirige una storia d’amore dalla trama molto particolare: un ragazzo ed una ragazza vivono nella stessa casa sul mare a due anni di distanza l’uno dall’altra. La cassetta delle lettere dello stabile, però, sembra far da “ponte” tra il passato ed il presente, permettendo così ai due giovani di conoscersi tramite lettere. Dopo essersi scritti per vario tempo, i due protagonisti di questa storia paradossale, si innamorano l’uno dell’altra… ma come ovviare al problema dei due anni di distanza che li separano?
Il regista orientale intitola la sua opera “Siworae – Il mare” (proprio “Il mare” in italiano - il nome che il protagonista dedica alla casa). Sei anni dopo, il regista argentino Alejandro Agresti firma il remake del capolavoro coreano, avvalendosi di due attori del calibro di Keanu Reeves e Sandra Bullock ed intitola il suo film “The lake house” alias “La casa sul lago del tempo” per noi prolissi italiani.
Ho deciso di effettuare una recensione “doppia” perché i due sono teoricamente lo stesso film… teoricamente! La trama, in effetti è la stessa, varia di pochissimi dettagli insignificanti, ma tutte le scene fondamentali dell’opera sono l’una la copia precisa dell’altra. Fine. Agresti ha copiato solo la trama, per il resto ci ha messo del suo… purtroppo!
E’ incredibile come due film che narrano la stessa cosa, la possano dire in maniera così differente. Il capolavoro coreano è nel tipico stile orientale: una fotografia curatissima e le immagini che prendono il posto delle parole, sostenute da una musica morbida e avvolgente. I due protagonisti sono proprietari della scena e lasciano pochissimo spazio agli attori di contorno. Un film poetico e bellissimo, con una regia perfetta. Il film americano, invece, è decisamente meno curato. La regia e la fotografia sono normali, non colpiscono né in positivo né in negativo, e la poesia delle immagini originali viene accantonata per far posto a chiacchiere inutili tra amici di lui, amici di lei, storie d’amore precedenti ed un sacco di altra immondizia a deturpare una trama essenziale e senza sbavature. Neppure sotto il profilo attori vince il confronto l’opera americana: la bellezza orientale e la semplicità dello sguardo di Ji-hyun Jun, hanno molta più presa dell’interpretazione algida della Bullock, mentre Keanu (Neo) Reeves, dopo la trilogia di “Matrix”, non mi coinvolge in nessun film, ho la costante sensazione che da un momento all’altro inizi a tirar calci al rallentatore (anche se, sono certo, piacerà più del coreano a tutte le nostre lettrici :P). Perfino il cane asiatico, è più carino e simpatico di quello americano!
Per concludere, un quesito: perché rifare un film bellissimo in maniera mediocre anziché acquistare i diritti dell’originale, doppiarlo, e mostrarcelo in tutta la sua beltà? Sarà forse perché la maggioranza degli occidentali se non leggono “Keanu Reeves e Sandra Bullock” non vanno al cinema? …riflettiamoci…

Darth

 
Di nilcoxp (del 08/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1147 volte)
Titolo originale
The Wind That Shakes the Barley
Produzione
Francia, Irlanda, Gran Bretagna 2006
Regia
Ken Loach
Interpreti
Cillian Murphy, Padraic Delaney, Liam Cunningham, Orla Fitzgerald,Mary O'Riordan, Mary Murphy, Fiona Lawton.
Durata
124 minuti

Irlanda 1920. Sono trascorsi solo otto minuti ed io sono già irlandese, e sono pronto a combattere contro l’esercito britannico e le loro angherie. Condivido in pieno la scelta difficile del protagonista (Cillian Murphy) di abbandonare una promettente carriera medica per schierarsi al fianco del fratello (Padraic Delaney) e degli altri compaesani contro l’oppressore straniero. Insieme riusciranno a costringere l’esercito inglese ad una tregua e alla nascita del Libero Stato d’Irlanda. Purtroppo i problemi non finiscono, i due fratelli si troveranno su posizioni diverse riguardanti il destino del paese: il futuro medico assumerà un atteggiamento più estremizzante al contrario del fratello maggiormente conciliante verso questa nuova forma di governo. Il film ci parla di scontri durissimi, prima verso gli oppressori, poi tra le due fazioni interne. In un caso o nell’altro vediamo amici morire in battaglie, che si verificano anche tra di loro. Speriamo con loro, soffriamo con loro. Ma le disillusioni di ciò che la vita ci riserva, delle scelte assurde che una guerra comporta, della follia umana, sono qui ben descritte. Il Maestro K.L. è bravissimo a farci vivere questo momento storico, dove anche le ambientazioni partecipano ai tristi eventi (il set stupendo è nella contea di Cork), abile com’è a mantenere un equilibrio tra militanza e narrazione. Equilibrio che è poi l’essenza del suo cinema da sempre. Un’altra grande prova di questo regista che riesce a farci sapere, pensare, e soffrire. Cosa si può chiedere di più ad un film? Da vedere subito!!!

nilcoxp

 
Di slovo (del 05/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1397 volte)
Titolo originale
The Wild Blue Yonder
Produzione
Germania/Gran Bretagna/Francia 2005
Regia
Werner Herzog
Interpreti
Brad Dourif, Martin Lo
Durata
78 minuti

Come si può descrivere qualcosa senza termini di paragone? Non è facile ma potrei cominciare citando il regista stesso, che chiosa nei titoli di testa con la frase “a science fiction fantasy”, espressione sintetica ed esaustiva quanto basta a costituire il leit motiv del film: la trasposizione sul mezzo cinematografico delle sue fantasie fantascientifiche.
Cosa ci si aspetta da un film di fantascienza? O meglio, qual’è il modello a cui siamo abituati e che definisce i canoni del cinema fantascientifico? Gli effetti speciali ad esempio: possibilmente i più realistici possibile, simulazioni di ultra-tecnologia a sostegno di vicende che siano sì di fantasia, ma mantenute entro i bordi di una ragionevole coerenza scientifica... “l’ignoto spazio profondo” è la disintegrazione di tutto questo. Racconta, con una forma originalissima, di esseri provenienti da galassie lontane, di astronauti, di pianeti morenti e mondi disabitati, di esplorazioni e viaggi attraverso lo spazio-tempo, di teorie astrofisiche, di illusioni e di consapevolezza, ma non una sola nave stellare è stata ricostruita allo scopo e non un solo attore è stato mascherato con le fattezze esotiche di un alieno... ciò che rende questo film così spiazzante è il suo essere essenzialmente cinema ridotto ai suoi componenti elementali: suoni, immagini, dialoghi.
Così come certi artisti assemblano materiali ed oggetti di vario genere per creare suggestivi collage, Werner Herzog prende tutto ciò che di stravagante ed evocativo è stato filmato da mano umana e lo compone per visualizzare la sua storia. Documenti di repertorio della NASA, scorci di natura incontaminata, bizzarre forme di vita marine, riprese subacquee in qualche sperduto mare ghiacciato, il tutto immerso nei suoni mesmerizzanti dei cori sardi (eseguiti dal gruppo Tenore De Orosei) e condotto dall’intensa narrazione di un alieno, originario del lontano pianeta Wild Blue Yonder, interpretato da un bravissimo Brad Dourif.
È una sfida alle capacità di astrazione dello spettatore, occorre saper perforare la superficie del film per scovarne la bellezza negli intenti, nella poesia e nel messaggio ambientalista sottesi. Purtroppo il film difetta del benchè minimo presupposto di intrattenimento. La linea documentaristica scelta dal regista, l’eccessiva lentezza delle sequenze musicate solo dai micidiali mantra sardi rischiano di svilire prima di interessare, di addormentare prima di emozionare. Consigliato solo agli ardimentosi.

slovo

 
Di Namor (del 04/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2882 volte)
Titolo originale
Shortbus
Produzione
USA 2006
Regia
John Cameron Mitchell
Interpreti
Con Lee Sook-Yin, Paul Dawson, Lindsay Beamish, PJ DeBoy, Raphael Barker, Jay Brannan, Peter Stickles, Justin Bond.
Durata
102 minuti

Dopo essere stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2006, approda anche nelle nostre sale “Shortbus”. A guidare questo film ai confini col porno, é il regista indipendente John Cameron Mitchell, il quale, prima ha scritturato il cast con attori per la maggior parte completamente sconosciuti e altri addirittura non professionisti, selezionati in seguito alla visione di un videotape, nel quale ognuno di essi racconta il proprio rapporto con il sesso, e dopo, insieme agli attori scelti ne ha scritto la sceneggiatura. Per la realizzazione della pellicola é stato impiegato un periodo di ben tre anni di lavoro, creando il “film scandalo”, che ha scioccato ed impaurito gli esercenti, per i suoi contenuti molto espliciti riguardo al sesso. Ho detto bene, gli esercenti…e non i distributori! La BIM che ha avuto il coraggio di scommettere su questa pellicola ad alta connotazione gay, aveva pronte cento copie da distribuire sul mercato, ma molti esercenti di multisale si sono rifiutati di proiettarlo, limitandone l’uscita a sessanta copie, troppo timorosi di esporre la locandina di “Shortbus” con la striscia censoria VM 18 anni vicino ai classici titoli per famiglie. Ad associarsi alle case distributrici nel rifiutarne la proiezione, sono stati (strano ma vero) anche “quei cinema” che solitamente proiettano film d’autore, dove dovrebbe essere più facile visionare un titolo indipendente e fuori dai soliti schemi! Le immagini iniziali di “Shortbus”, che mostrano la statua della libertà ripresa in varie angolazioni, e già un chiaro indizio su come la pensa il regista sul sesso, argomento che, secondo lui, la nostra società ci presenta come una realtà immorale e perversa. Ma non solo, il film mostra allo spettatore il sesso praticato in tutte le sue sfaccettature, etero, gay, di gruppo, masturbazioni con e senza vibratori, e come se non bastasse, un contorsionista che pratica un autofellatio. Ad ogni modo, Shortbus, non è solo sesso senza sentimento, come è consuetudine nei film hard, in questo c’è, é chiaro, ma in maniera contenuta e giustificata dalla trama, che vede i protagonisti alla ossessiva ricerca del piacere mai avuto, ad iniziare dalla coppia gay in crisi, che cerca di rianimare il loro rapporto con un triangolo, una prostituta dominatrice malinconica con tanto di frusta e gadget vari e una frigida psicologa del sesso, che brama disperatamente di avere il suo primo orgasmo. “Lo Shortbus”, famoso locale underground gestito dal travestito Justin Bond (reale intrattenitore delle notti newyorkesi), offre musica live, mostre di arte figurativa e, sesso di gruppo consumato nella stanza definita “sesso non bombe”. Questo ritrovo spregiudicato, sarà il punto d’incontro nel quale i protagonisti cercheranno di trovare una connessione tra se stessi ed il prossimo, nella speranza di trovare la soluzione ai loro problemi. Un titolo che sicuramente verrà ricordato come capostipite del genere, infatti é stato definito da Variety, il film a più alto contenuto erotico mai realizzato in America al di fuori dell’industria del porno!

Namor

 
Di Darth (del 03/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2317 volte)
Titolo originale
Kukushka
Produzione
Russia, 2002
Regia
Alexander Rogozhkin
Interpreti
Aleksei Kashnikov, Viktor Bychkov, Ville Haapasalo, Anni-Kristiina Juuso
Durata
100 minuti

Kukushka è il classico esempio di come si possa fare, ancora adesso, dello splendido cinema a budget ridottissimo. Bastano, come in questo caso, tre attori in gamba, un regista all’altezza ed una storia originale. Siamo nel 1944, le foreste del nord Europa sono ancora teatro di scontri tra l’esercito russo e quello finlandese (facente parte dell’Asse). Qui troviamo Ivan, un capitano dell’armata rossa, che viene trasferito per essere giudicato di tradimento. Durante il tragitto la jeep su cui viaggia viene colpita in un bombardamento aereo: la scorta rimane uccisa, mentre Ivan viene solo ferito. A soccorrerlo ci penserà Anni, un’affascinante lappone che, rimasta vedova da quattro anni, vive in una capanna lì vicino, pescando ed allevando renne. Nel frattempo, a poca distanza, Veikko, un cecchino finlandese accusato di diserzione, viene abbandonato incatenato ad un paletto ad attendere l’arrivo dei nemici ma, dopo giorni di tentativi, riesce a liberarsi e trova un rifugio proprio nella fattoria di Anni. La cosa che rende questo film particolarissimo è che i tre conviventi parlano ognuno la propria lingua, e capiscono poco o niente di quella degli altri due. Questa situazione dà adito a monologhi di coppia, con entrambi i partecipanti che dialogano ognuno di cose differenti, causando numerose esilaranti incomprensioni. I tre personaggi sono splendidi nella loro naturalezza e semplicità, soprattutto Anni, tranquilla e disinibita, vede i due fuggiaschi unicamente come uomini che possono darle quel calore che le manca da molto, troppo tempo. Sicuramente coinvolgente la scena del rito sciamanico, con il simbolismo mistico di un angelo-bambino a condurre l’esanime Veikko attraverso una vallata meravigliosa fino ad un’aldilà di pace, mentre Anni si avvale di tutte le sapienze magiche che le sono state tramandate per richiamarlo alla vita terrena. Come ho già scritto: "Kukushka" ha una trama originale avvalorata da ottimi attori, una regia all'altezza e una fotografia splendida… è un film assolutamente da vedere.

Darth

 
Di smarty (del 29/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1387 volte)
Titolo originale
Marie Antoinette
Produzione
U.S.A. 2006
Regia
Sofia Coppola
Interpreti
Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis, Asia Argento, Steve Coogan
Durata
123 min

Ci tenevo ad andare a vedere questo film e non mi ha deluso. Mi ha molto divertito il contrasto tra il romantico delle scene e la colonna sonora punk-rock. Brava Sofia Coppola! I costumi sono meravigliosi così come le ambientazioni (si consideri che il film è stato interamente girato alla reggia di Versailles aperta per la prima volta ad una produzione cinematografica); tutto risulta suadente, piacevole e magicamente d’atmosfera. Ho sentito qualche commento durante la proiezione sulla lentezza del film: non sono d’accordo in quanto credo che ci voglia del tempo per capire i vari cambiamenti e le motivazioni che ci sono dietro un personaggio come Maria Antonietta che passata alla storia oltre che per la decapitazione anche per aver detto alla popolazione che moriva di fame “Se non hanno pane dategli dei croissant”. Proviamo un po’ a riflettere sul fatto che una ragazzina di 14 anni viene data in sposa al delfino di Francia Luigi XV solo per sigillare un’alleanza, che viene privata di tutto quello che le ricorda la sua vita e la sua famiglia, per essere letteralmente data in pasto ai pettegolezzi, alle sregolatezze e alle assurdità della corte di Versailles. Se a questo si aggiunge il vuoto e l’indifferenza di suo marito il cui maggiore interesse è la battuta di caccia, l’enorme responsabilità e peso di dover dare alla luce a tutti i costi un erede al trono, l’essere considerata straniera e inopportuna ecco spiegate le continue feste, le sbronze, le continue ordinazioni di vestiti ed accessori, gli amanti e tutte le dame di compagnia. Sì certo avrebbe potuto agire diversamente e dedicarsi maggiormente al suo paese, ma da una 19enne cosa si può pretendere soprattutto quando la si lascia sola? Sopravvivere a Versailles vuol dire adeguarsi al suo stile, farsi inghiottire dalla spirale dell’eccesso, della ricchezza, dello sfarzo, della leggerezza, ma c’è un momento in cui la Regina ritorna ad essere la ragazzina austriaca senza tante etichette. Quando suo marito le regala una villa fuori da Versailles che lei trasforma nel suo rifugio insieme con la sua piccola bambina che essendo la primogenita e per giunta femmina è destinata a non contare molto agli occhi di tutti, tranne ovviamente per quelli della sua mamma. Un momento di assoluta libertà da tutti e tutto, dove ritrovare il piacere di coltivare le erbe aromatiche o di bere latte munto, accarezzare i fiori nei prati, vestire in maniera più sobria e comoda ed essere finalmente amata come una donna e non come la Regina di Francia. Ma i tempi sono difficili e Marie Antoinette deve fare i conti con la vita di Versailles che la riporteranno alla sua solitudine e agli eccessi. Dopo l’arrivo del sospirato figlio maschio qualcosa cambia, lo si percepisce nello sguardo e negli atteggiamenti, la morte prima della madre e poi dei due figli successivi fanno preannunciare i grandi cambiamenti che si verificheranno da lì a breve e la Regina si accorgerà veramente di quello che sta succedendo quando vedrà la folla inferocita urlare contro di lei. Il film ci lascia con un finale a sorpresa, non quello che ci si aspetterebbe di vedere, quello che la storia sa…ed anche questo contribuisce a rendere la regia ancora più originale.

Smarty

 
Di nilcoxp (del 28/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2135 volte)
Titolo originale
Anche libero va bene
Produzione
Italia 2005
Regia
Kim Rossi Stuart
Interpreti
Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Alessandro Morace,Marta Nobili.
Durata
108 minuti

Esordio alla regia per K.R.S., dove colloca se stesso nella figura paterna di questa famiglia dei giorni nostri: rimasto solo per la fuga della moglie, con poco lavoro anche per colpa del suo brutto carattere, e due figli da crescere. Il neoregista ci regala una pellicola che nel complesso funziona, nonostante le sbavature di una sceneggiatura troppo definita e netta sui contorni dei protagonisti che appaiono così privi di sfaccettature ( il padre è quasi sempre sopra le righe con il suo urlare continuo, la madre remissiva e silenziosa che sparisce). Altro neo è il narcisismo latente (ma neanche troppo!) del protagonista, che nulla aggiunge al lavoro proposto. Unico a risultare convincente è il bambino, interpretato da Alessandro Morace, che sembra cercare un altro mondo con il suo isolamento sul tetto dell’edificio, in un contesto che fa sempre preludere alla tragedia. Belle le riprese, a dimostrazione che K.R.S. è competente in fatto di regia. La scena dove lui e i suoi figli cantano in macchina, mi ha troppo ricordato quella di “La stanza del figlio” di Nanni Moretti (e anche fisicamente è molto somigliante a lui). Un lavoro onesto che merita di essere guardato anche per sostenere un giovane nuovo regista del cinema italiano.

nilcoxp

 
Di Jotaro (del 23/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2129 volte)
Titolo originale
Ghost in the shell 2 innocence
Produzione
Giappone 2004
Regia
Mamoru Oshii
Interpreti
Durata
100 minuti

E' giunto il momento di immergerci nella fantascienza con uno dei piu grandi registi Giapponesi contemporanei del settore, Mamoru Oshii. Fin da giovane si dedica agli anime entrando nella famosa Tatsunoko (gatchman, polymar, kyashan, yattaman, calendarman, muteking, ecc..), lavora come assistente animatore alla seconda serie dei gatchman. Dopo la morte del presidente della casa dell’ippocampo si trasferisce al neonato studio Pierrot dove, dopo un po' di tempo, inizia a dirigere Uruseiyatsura (noto in Italia come Lamù) riscuotendo un grandissimo successo di critica e pubblico, prosegue la sua carriera con i film sul medesimo anime. Ricordiamo anche gli sbalorditivi film di Patlabor, il divino Blood (The last vampire) ma soprattutto il film che l'ha reso celebre anche in occidente facendo conoscere al mondo il suo talento: il mitico Ghost in the Shell. Capolavoro cyber-fantascientifico tratto dal manga di un altro genio giapponese, Masamune Shirow, disegnatore fantascientifico e visionario di molti capolavori giunti anche da noi (appleseed, dominion, black magic ecc.. ). Mi accingo a parlarvi del secondo film, sperando che tutti abbiate visto il primo (anche se non lo avete fatto questa produzione è godibilissima, potete seguirla in ogni caso - ometterò tutti i riferimenti al primo film per non rovinarvelo in caso decidiate di visionarlo). Quando qualcuno mi chiede perché molti continuano a creare anime e non film con attori in carne e ossa, io rispondo sempre in questo modo: per quanto sia bravo il regista o l'attore, la fantasia di chi crea un opera ha dei limiti e si ferma sempre per problemi di costi o problemi umani, con un anime invece possiamo rappresentare tutto ciò che immaginiamo e nel modo in cui appare nella nostra mente, senza preoccuparci di budget o di dover scegliere attori super pagati e superando quindi i limiti che di solito la nostra razionalità ci impone. Guardando questa pellicola capirete che la linea che separa gli anime dai film veri e propri è sottilissima e in questa produzione si vanno quasi confondendo i due mondi. Veniamo alla trama. In un futuro ipertecnologico dove gli umani puri sono sempre meno e i cyborg iperpotenziati sono all’ordine del giorno la Sezione 9 (un’unità anti terrorismo cibernetico alle dirette dipendenze del governo) viene chiamata ad investigare su strani omicidi da parte dei ginoidi, i quali dopo aver ucciso la gente si tolgono la vita. Qui entra in scena Batou, il nostro protagonista solitario, taciturno e razionale (quasi interamente cyborg) al quale verrà affiancato l’ex-detective Togusa nuova recluta e padre di famiglia, uno dei meno meccanizzati e più umani della sezione 9. I due scopriranno che i ginoidi (hanno l'aspetto di ragazza) vengono donati gratis dalla Locus Solus e hanno il compito di soddisfare i vizi sessuali dei propri padroni. Non mi esprimo di più sulla trama visto che il film è un vero e proprio thriller investigativo da seguire. Fatto di ritmi claustrofobici e serrati, voluti in modo tale da tenere in tensione lo spettatore che pare incantato dalla trama. Dal punto di vista della realizzazione i disegni e l'uso della computer grafica, che supera quella dei migliori videogiochi moderni, mostra i più piccoli dettagli maniacali, delle vere e proprie chicche visive. In molte scene il folklore orientale si fonde con la tecnologia, creando un prodotto unico che fa da contorno e si miscela con le poche musiche presenti, tutte evocative che vanno a miscelarsi bene con le scene fredde e spezzando tutte le sparatorie dai ritmi frenetici. Puntualizzo anche che i dialoghi sono maturi e ben congegnati, le frasi ad effetto non mancano, molte sono le citazioni di proverbi e massime filosofiche anche se verso la fine il film diventa un po' confusionale continuando a tirare in ballo la domanda portante della pellicola: "Perchè solo l'uomo deve soffrire e avere un'anima mentre la macchina no? E perché nessuno si dispera per essa?"

Jotaro

 
Di slovo (del 22/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2106 volte)
Titolo originale
L'auberge espagnole
Produzione
Francia/Spagna 2002
Regia
Cédric Klapisch
Interpreti
Romain Duris, Cécile De France, Judith Godrèche, Audrey Tautou, Kelly Reilly, Xavier De Guillebon, Kevin Bishop, Federico D'Anna, Christian Pagh
Durata
120 minuti

Cèdric Klapisch sceneggia e dirige una gradevolissima pellicola ambientata a Barcellona, dove il giovane parigino Xavier si trasferisce per motivi di studio, nell’ambito del progetto Erasmus. Troverà alloggio in un appartamento ove già convivono studenti provenienti da vari paesi comunitari.
Una delle rare occasioni in cui si può verificare realmente un simile melting-pot diventa la cornice in cui vengono intrecciate le divertenti avventure di questi giovani, traendo spunto da tutte quelle situazioni che possono innescarsi dall’incontro-scontro di culture e modi di vivere differenti.
Il film si fa veicolo di un messaggio genuinamente giovanilista, contrapponendo il mondo dei ‘ragazzi’, spontaneo e passionale, pur non scevro dai suoi piccoli grandi drammi, al mondo adulto, quello del lavoro, squallido regno di burocrati ed imboscati. Anche il taglio registico sottolinea questa differenza, Klapisch gioca con i paradossi riservando uno stile frenetico, proprio dei videoclip musicali, ai momenti in cui il protagonista si imbatte suo malgrado nelle questioni dei ‘grandi’.
Tuttavia, se da un lato “L’appartamento Spagnolo” è una commedia fresca, brillante e piacevolmente romantica, risulta superficiale, se vogliamo, proprio nell’affrontare il discorso dell’ integrazione culturale e razziale, richiamato solo a tratti, quasi fosse doveroso farlo viste le premesse, e tramite clichè poco originali.
Questo però potrebbe anche essere voluto, essedo un inno alla spensieratezza dei giovani, ancora sufficientemente aperti e disposti a prendere le diversità come una ricchezza e non un’ostacolo, quindi portatori, seppur con qualche ingenuità, dell’ unico atteggiamento possibile per muoversi verso un’ idea di pacifico meticciato.
Un cast di attori eccellenti che ha potuto lavorare su un ottimo testo. La voce narrante del protagonista, che molto deve al “Trainspotting” di Danny Boyle e che accompagna lo spettatore per tutto il film, azzecca una serie di battute assolutamente memorabili.
“ci siamo. è il mio primo giorno di lavoro. ho ritrovato il mal di pancia che mi accompagnava al liceo. Il rientro dalle vacanze, le interrogazioni... quel mal di pancia del cazzo... pensavo di averlo archiviato!”

slovo 

 
Di Darth (del 20/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2362 volte)
Titolo originale
Regalo di natale
Produzione
Italia 1986
Regia
Pupi Avati
Interpreti
Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber, Carlo Delle Piane, George Eastman
Durata
101 minuti

Il film si apre con l’avvocato Santelia (Carlo Delle Piane, vincitore del leone d’oro) che entra in un lussuoso ristorante. Nonostante l’apparenza raffinata, tra lampadari antichi e pareti affrescate, altro non è che il ristorante della stazione ferroviaria di Bologna, con una fatiscente porta secondaria che dà direttamente sui binari. Accomodatosi ad un tavolo adiacente al camino, l’avvocato, sussurrando quasi le parole, ordina tre patate lesse, intere, completamente scondite… nient’altro. Nel locale vi è solamente un’altra coppia: una donna affascinante, in perfetta sintonia con l'ambiente, ricoperta di ninnoli e gioielli, con un paio di occhiali scuri enormi a velare, ma non celare, grandi occhi neri, in compagnia di un uomo di mezz’età. L’avvocato scambia uno sguardo provocante con la maliarda che è seduta perfettamente di fronte a lui, mentre il compagno gli da la schiena. L’annunciatore della stazione, comunica che è in partenza il treno Bologna – Catania. L’uomo di spalle si alza, saluta la donna, e la lascia sola. Dopo un altro sguardo tra i due, l’avvocato Santelia apre la raccolta poetica “Myricae” di Giovanni Pascoli, ed inizia a leggere, col suo tono sommesso, un brano de “La siepe”:
Anch’io; ricordo, ma passò stagione;
quelle bacche a gli uccelli della frasca
invidiavo, e le purpuree more;
e l’ala, i cieli, i boschi, la canzone.
Sono passati meno di cinque minuti dall’inizio del film, ma anche se “Regalo di natale” fosse solo questi pochi attimi, meriterebbe d’essere visto. La poesia che riesce a generare Pupi Avati in ogni singola inquadratura è impressionante: gli sguardi intensi e comunicativi, la camera che ruota sul centro del tavolo verde per seguire le mani di poker, l’effetto flou nelle immagini flashback di Diego Abatantuono (sempre inquadrato di schiena per evitare discrepanze visive o trucchi inutili), la trama semplice ma intrigante di questa partita natalizia dove in palio, oltre al denaro, c’è l’amicizia, la vendetta e l’onore. Ritengo quest’opera un vero capolavoro del cinema italiano. Da guardare e riguardare più volte, per poterne afferrare tutti i dettagli e tutte le coincidenze… mai poste a caso.

Darth

 
Mac
Di kiriku (del 19/12/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1250 volte)
Titolo originale
Mac
Produzione
Usa 1992
Regia
John Turturro
Interpreti
John Turturro, Michael Badalucco, Carl Capotorto, John Amos, Ellen Barkin, Katherine Borowitz, Dennis Farina, Steven Randazzo, Nicholas Turturro
Durata
109 min

La vicenda è ambientata negli anni ’50 nel quartiere Queens di New York e racconta la storia di una famiglia di immigrati italiani che lavorano come carpentieri nella impresa di un polacco che li sfrutta e che specula sui materiali con il solo scopo di guadagnare il più possibile. Alla morte del padre Mac (John Turturro) e i suoi due fratelli decidono che ne hanno abbastanza di essere sfruttati e si mettono in proprio. Comprano con i loro risparmi un lotto sul quale cominciano a costruirci. Il loro obbiettivo è riscattarsi da una vita di umiliazioni e privazioni, così, uniti da un amore fraterno e da uno scopo comune, si lanciano in questa avventura. Presto si renderanno conto però che la vita dell’impresario è altrettanto massacrante con l’aggiunta però di responsabilità che prima non avevano. Questo logora il rapporto che unisce i tre fratelli, che vedranno il loro legame sfilacciarsi a causa di incomprensioni e rivalità. Questo film segna l’esordio alla regia di John Turturro che dimostra così di non essere solo un bravo attore ma anche un valido regista nonché sceneggiatore. Riesce a dar vita ad un personaggio, quello di Mac, che fa del lavoro la sua unica ragione di vita e che, guidato da una notevole testardaggine e da un istinto a volte incontrollabile, sacrifica tutto per la bellezza del fare. Racconta con bravura, scavando nell’intimità dei protagonisti, quel senso tanto forte di famiglia che caratterizza o meglio caratterizzava la comunità italiana. La scelta della storia è da ricercare sicuramente nelle origini pugliesi del regista e nella vita del padre che di lavoro faceva il carpentiere e al quale è dedicata la pellicola. In poche parole il film è bello e anche se a volte è un po’ troppo didascalico e poco scorrevole riesce comunque a rappresentare con efficacia la fisicità del lavoro e a delineare nitidamente quel codice morale che regolamentava i rapporti famigliari e che oggi purtroppo o per fortuna non esiste più.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 18/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1137 volte)
Titolo originale
La Moustache
Produzione
Francia 2005
Regia
Emmanuel Carrère
Interpreti
Vincent Lindon, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric,Hippolyte Girardot, Cylia Malki, Macha Polikarpova, Fantine Camus, Frédéric Imberty,Brigitte Bémol, Denis Menochet, Franck Richard, Elizabeth Marre, Teresa Li.
Durata
86 minuti

Lo scrittore Emmanuel Carrère decide di portare personalmente il suo libro “La Moustache” (I Baffi) sul grande schermo, e ci riesce bene. Dramma psicologico esistenziale dai risvolti kafkiani, il film ci proietta in situazioni che sfiorano la follia. Ma andiamo per ordine. La trama. Marc (Vincent Lindon) prima di andare a cena da amici, decide per fare una sorpresa alla moglie di tagliarsi i baffi che porta da dieci anni. Né la moglie però, né gli amici da cui cenerà si accorgeranno di quel gesto. Il giorno dopo neanche i colleghi di lavoro noteranno nessuna differenza. Inizialmente M. pensa ad uno scherzo organizzato dalla moglie dove tutti facciano finta di non notare quel cambiamento, poi perde la pazienza e chiede che quel gioco finisca. La sorpresa, e motore del film, e che non solo non stanno scherzando le persone intorno a lui, ma addirittura gli negano l’esistenza dei suoi baffi nel passato. Qui comincia la lenta discesa nella paranoia che viene a crearsi anche per la perdita delle certezze. Le persone e gli oggetti non sembrano avere più una loro collocazione spazio-temporale. Un senso di smarrimento avvolge il protagonista che soffre per una mancanza d’identità profonda. Starà impazzendo lui, o chi gli sta intorno? Eppure ci sono delle foto dove lui ha i baffi! E allora…? La fuga ad Hong Kong, in mezzo alla gente che si sposta per lavoro, sembra la soluzione per alleviargli il dolore di questa situazione venutasi a creare. Ma sarà così? Il film non da risposte, ma fa delle belle domande! Una prima parte veramente bella seguita da una seconda meno fluida e più contorta. Il livello della pellicola è alzato dall’interpretazione degli attori protagonisti: Vincent Lindon è stupendo nel rendere credibile il personaggio e la sua disavventura, Emmanuelle Devos è bella ed indecifrabile al suo fianco. L’importanza di alcune scene non viene compresa appieno solo dalla visione delle stesse, ma dalla musica, che entra perfetta nei momenti cruciali, e ben individuabile dal violino di Philip Glass. Per chi avesse letto il libro, voglio aggiungere che il lungometraggio si discosta nel finale perchè non è horror. Guardate il film e impazzite insieme al protagonista. Ahahahah (adoro questo genere di film!!!)

nilcoxp

 
Di Namor (del 14/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1754 volte)
Titolo originale
The Wicker Man
Produzione
USA 2006
Regia
Neil LaBute
Interpreti
Nicolas Cage, Kate Beahan, Ellen Burstyn, Diane Delano, Frances Conroy, Leelee Sobieski, Molly Parker
Durata
97 minuti

Uno strano incidente stradale, dove periscono all’interno di un’auto madre e figlia, e, causa di una forte depressione ai danni dell’agente di polizia Edward Malus (Nicolas Cage), che si ritiene in parte responsabile dell’accaduto. Mentre solo in casa, lotta contro i sui sensi di colpa e medita sulla decisione di lasciare il corpo di polizia, riceve una lettera inaspettata da un’isola chiamata Summersisle, dove é richiesto il suo aiuto per il ritrovamento di una bambina scomparsa. A inoltrargli tale richiesta è la sua ex fidanzata, ora mamma disperata in cerca della figlia misteriosamente sparita. Inutile dire che il ligio poliziotto, preso dal dovere e dall’affetto che prova per la sua ex, si imbarca alla volta dell’isola. Approdato a destinazione il nostro protagonista si ritrova in una società di forte regime matriarcale, dedita a strani e misteriosi riti pagani e poco disposta ad aiutarlo nelle indagini, ricerche che lo porteranno alla fine a capire le reali intenzioni, per nulla amichevoli, degli abitanti di Summersisle.
Il Prescelto”, del regista Neil Labute, non é altro che il remake (la brutta copia) del film “The Wicher Man” diretto nel 1973 da Robin Hardy, partito in sordina ma che divenne col tempo un piccolo cult horror. Nelle nostre sale cinematografiche non venne mai proiettato proprio per l’argomento trattato, (fu trasmesso solo molti anni dopo sul piccolo schermo), infatti fu tagliato fuori per la costante visione di riti e cerimonie pagani mostrati durante il film in maniera quasi assillante. Personalmente, l’originale non l’ho visto, ma dopo aver visionato la pellicola in questione non faccio fatica a credere che sia stato di gran lunga migliore di questo, e non solo, alimenta in me sempre di più, la convinzione che i remake dei vari titoli di successo non sono quasi mai all’altezza degli originali… E questo film ne è la prova!

Namor

 

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