BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 13/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1166 volte)
Titolo originale
Lonesome Jim
Produzione
USA 2005
Regia
Steve Buscemi
Interpreti
Casey Affleck, Liv Tyler
Durata
91 minuti

Steve Buscemi, dopo ben cento film nella sua filmografia di attore, potendo annoverare esperienze lavorative con personaggi del calibro di Q. Tarantino e dei fratelli Coen, torna dietro alla macchina da presa per la terza volta: i precedenti sono due film davvero particolari: “Barfly” (la storia di un alcolista interpretato da M.Rourke) e “Animal Factory” (un’opera che accusa apertamente il sistema carcerario americano). In questo suo terzo lavoro, ad oltre cinque anni di distanza dall’ultimo, il regista accentua ulteriormente lo stile disfattistico e avvilente dei precedenti, facendolo diventare ormai il suo ‘stile’. Il film risulta realizzato con una notevole cura, soprattutto tenendo in considerazione che (per un problema di cambio dirigenziale della casa produttrice) è stato ridotto il budget previsto da tre milioni a 500.000 dollari. Buscemi è riuscito comunque a realizzare la sua opera, girandola in solo 18 giorni, con numerosi attori non professionisti, nei veri luoghi descritti dallo sceneggiatore ed utilizzando una sola telecamera Mini-DV. Tutto questo ovviamente non ha giovato sotto il profilo qualitativo, ma il risultato finale è tutt’altro che da buttare. La storia è tutta incentrata su Jim, un ventottenne che torna a casa, in un paesino dell’ Indiana, sapendo di aver fallito: si era trasferito qualche anno prima a New York con la speranza di diventare scrittore, ma non è riuscito a realizzare il suo sogno. Ad attenderlo a casa trova un padre apatico, una madre che ostenta allegria e felicità palesemente false tanto che sembra uscita da una pubblicità di merendine, e un fratello infelice, divorziato, e con due figlie piccole. Tutta questa situazione deprime ancora di più Jim che, oltre ad essere più abbattuto di prima, si trova in una cittadina piccola e tristissima, dove ci sono solo tre bar per affogare i dispiaceri: Riki’s, Riki’s II e Riki’s III… (alla faccia della libera concorrenza!) In uno di questi locali Jim incontra la splendida Anika, un’infermiera per vocazione oltre che per denaro, che cercherà di aiutarlo a ritrovare la gioia di vivere.
Per comunicare allo spettatore questa trama angosciante, il regista carica ogni scena, ogni dialogo e ogni personaggio di pessimismo: il rapporto tra Jim e Anika, inizia come una squallida storia da ‘una botta e via’, il tempo è sempre grigio e piovoso e i dialoghi sono brevi e inconcludenti. Peccato per il finale, visto lo stile della pellicola, auspicavo una conclusione meno ‘buonista’. A questo punto, resta solo da domandarsi se, in questa vita triste, misera e solitaria, sia il caso di deprimerci ulteriormente sentendosi raccontare la storia del malinconico Jim.

Darth

 
Di kiriku (del 12/12/2006 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1741 volte)
Titolo originale
I cento passi
Produzione
Italia 2000
Regia
Marco Tullio Giordana
Interpreti
Tony Sperandeo, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Luigi Lo Cascio, Paolo Briguglia, Andrea Tidona, Fabio Camilli, Mimmo Mignemi, Aurora Quattrocchi, Ninni Bruschetta, Roberto Zibetti, Paola Pace, Francesco Giuffrida.
Durata
114 min

Il nove maggio del 1978 l’Italia è scossa dalla triste notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Televisione e giornali non parlano d’altro, tutta l’attenzione è giustamente rivolta alla tragica conclusione della vicenda dell’ esponente della Democrazia Cristiana. Tutti sono a conoscenza di quei fatti, anche io che all’epoca avevo solo cinque anni sono al corrente di quello che è accaduto. Ma quasi nessuno sa che quello stesso giorno a Cinisi, in provincia di Palermo, veniva ucciso dalla mafia Giuseppe Impastato detto Peppino. Ma chi era questo uomo e perché dovrebbe essere ricordato? A questa ad altre domande risponde Marco Tullio Giordana con il suo film “I cento passi”, nel quale ripercorre la vita e la morte di colui che ebbe il coraggio di sfidare la malavita. Peppino è nato nel 1948 a Cinisi a soli cento passi dalla casa del boss Tano Badalamenti, la sua famiglia è collusa con la mafia, il cognato di suo padre era il capomafia Cesare Manzella che morirà poi in un attentato nel 1963. Malgrado cresca in un ambiente così corrotto Peppino ne esce pulito. Ancora adolescente fonda il giornale "L’Idea Socialista", si unisce alle lotte dei contadini espropriati dei terreni per costruire la terza pista dell’aeroporto di Palermo. Anni dopo costituisce il gruppo “Musica e Cultura” dove si svolgono varie attività culturali (cineforum, teatro, dibattiti, ecc.). Nel 1976 fonda “Radio Aut”, attraverso la quale denuncia i traffici illeciti e i crimini commessi dai mafiosi di Cinisi e Terrasini, il programma più ascoltato era “Onda pazza” nel quale, usando l’arma della satira, sbeffeggiava e ridicolizzava politici e mafiosi. Sul sito http://www.peppinoimpastato.com è possibile ascoltare alcune di quelle trasmissioni radio in cui Badalamenti diventa "Tano seduto" e Cinisi si trasforma in "Mafiopoli". Due anni dopo si candida per le elezioni comunale con “Democrazia Proletaria” ma durante la campagna elettorale viene assassinato, il suo corpo viene steso sui binari imbottito di tritolo e fatto saltare in aria. Una morte orrenda per un uomo che ha avuto il coraggio di sfidare e di colpire la Mafia proprio nel suo punto di forza: nell’onore. Il regista ci racconta con maestria la vita di Peppino, i suoi contrasti interiori e famigliari. Fa la fotografia di un mondo dove criminali e gente onesta vive a stretto contatto, un microcosmo malato che è poi lo specchio di una nazione, dove, anche se è difficile, è possibile scegliere di vivere onestamente. Ho trovato molto bravi anche gli attori che all’uscita del film erano tutti sconosciuti, a parte Tony Sperandeo nel ruolo del boss Gaetano Badalamenti, e sui quali spicca, per la strepitosa interpretazione nel ruolo del protagonista , Luigi Lo Cascio. Insomma un film bello che ci racconta un pezzo di storia del nostro bel Paese! Buona visione a tutti.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 11/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1358 volte)
Titolo originale
Pan's Labyrinth
Produzione
Messico, Spagna, USA 2006
Regia
Guillermo Del Toro
Interpreti
Sergi López, Maribel Verdú, Ivana Baquero, Doug Jones, Alex Angulo, Adriana Gil
Durata
112 minuti

Prima cosa da dire: NON E’ UN FILM PER BAMBINI !!! Non fatevi ingannare dall’aspetto da classico ‘fantasy’, perché non lo è! Ambientato nella Spagna franchista (1944) alterna una realtà cruda e violenta di una dittatura in lotta contro i rivoluzionari, ad un mondo sotterraneo e fantastico. La protagonista (una bambina) passa da problemi reali, legati al fatto di avere una madre malata che aspetta un figlio dal comandante despota della guarnigione, a missioni da compiere in un mondo misterioso. Incarichi che le vengono affidati dal Fauno (una creatura metà animale e metà vegetale) dopo che quest’ultimo le rivela di essere la principessa mancante del suddetto regno. Nella guerra tra le due fazioni non ci è risparmiata nessuna violenza: morti, torture, mutilazioni e parecchio sangue (ecco perché vi dicevo di non farlo vedere ai bambini). Nella parte fiabesca la situazione non cambia di molto: atmosfere cupe che non lasciano presagire nulla di buono, un mostro che strappa a morsi le testoline delle creature buone, altro sangue, e lo stesso Fauno risulta essere troppo ambiguo per poter essere classificato un ‘amico’. Fatta eccezione per Sergi López (il patrigno della protagonista), gli attori mancano di spessore, intrappolati in una parte limitante nel contesto di un film che non sono riuscito a classificare: fantasy? Horror? Guerra? Troppa carne al fuoco per poca brace a disposizione (ma l’ho scritta io questa cosa?). Una nota positiva c’è! Il fatto che un film destabilizzi lo spettatore che si aspetta un ‘genere’ e ne trova un altro (o più..) non è un pregio? Fatemi sapere ciao

nilcoxp

 
Di Goober (del 09/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1183 volte)
Titolo originale
Open Range
Produzione
USA 2003
Regia
Kevin Costner
Interpreti
Kevin Costner, Robert Duvall, Annette Benning, Michael Gambon, Diego Luna
Durata
145 minuti

Pensavate forse che i film western non avessero più niente da dire? Probabilmente, dopo aver visto questa pellicola, vi accorgerete di aver sbagliato perché questo film sembra voler dare nuova linfa ad un genere in caduta libera. “Terra di confine” esce a quasi undici anni di distanza dall’ultimo vero film western che si ricordi, o che perlomeno valga la pena ricordare: “Gli spietati” di C. Eastwood.
Kevin Costner torna a dirigere – oltre che interpretare e produrre – un western sicuramente meno fastoso e pretenzioso rispetto al pluri decorato “Balla coi lupi” ma altrettanto capace di regalarci uno spettacolo intenso ed emozionante, oltre ad una rinnovata capacità registica.
Questa pellicola racconta la faticosa, ma allo stesso tempo avventurosa vita di quattro semplici ( almeno apparentemente ) mandriani, costretti da una tempesta a deviare il loro percorso verso una cittadina di frontiera nella quale troveranno un’accoglienza non proprio calorosa…
Nel film non si assiste solamente agli scontri tra buoni e cattivi a cui le più classiche epopee western ci hanno abituato, ma trova il suo elemento portante nella figura e nel carisma dei personaggi principali, dei quali riusciamo a capire i sentimenti e le paure che nascondono dentro. Probabilmente è proprio nella descrizione dei personaggi principali, delineati alla perfezione dal regista, che si cela la chiave di lettura di questa pellicola. Pellicola che mette in rilievo non soltanto il coraggio di Costner nel cimentarsi nuovamente in un film western dopo i fasti di un tempo, ma conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’indiscutibile talento di Robert Duvall.
Certamente anche “Terra di confine” presenta i suoi limiti, ad esempio il finale troppo scontato oppure le tante, forse troppe analogie con il suo illustre predecessore, ciononostante rappresenta la risposta a tutti quelli che lamentano un cinema western morto e sepolto da un pezzo.

goober

 
Di Namor (del 07/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3065 volte)
Titolo originale
Fur: An Imaginary Portrait of Diane Arbus
Produzione
USA 2006
Regia
Steven Shainberg
Interpreti
Nicole Kidman, Robert Downey Jr., Ty Burrell, Harris Yulin, Jane Alexander
Durata
122 minuti

Erano 25 anni che il regista Steven Shainberg (Secretary), cullava il sogno di realizzare questo film, “Fur: ritratto immaginario di Diane Arbus”. Per chi non lo sapesse, Diane Arbus era una fotografa, famosa per i suoi scatti “inusuali”, immagini che ritraggono individui emarginati dalla società per i loro difetti, fisici e mentali, come nani e giganti, prostitute e dominatrici, nudisti e malati psichici, un vero e proprio carosello di personaggi outsiders, raffigurati su fotografie a dir poco ardite per quel periodo e che gli valsero l’appellativo della Fotografa dei Freaks. Diane Nemerov, naque a New York nel 1923, da una ricca famiglia ebrea, proprietaria della celebre catena di negozi di pellicce denominata “Russek’s”. All’età di quattordici anni, s’innamora del fotografo Allan Arbus, con il quale si unisce in matrimonio quattro anni dopo contro il volere dei genitori. Dal compagno impara il mestiere di fotografa, lavorando insieme nel campo della moda per riviste famose come Vouge, Harper’s Bazar e Glamour. Nel 1957, la separazione coniugale ed artistica dal marito, del quale manterrà il cognome, diventando in seguito “un controverso mito della fotografia”! Bene, dopo questa mini-biografia, passiamo al film in questione, tratto molto liberamente dal libro “Diane Arbus: a biography” di Patricia Bosworth, e dal quale “sto fenomeno di regista” ha attinto per realizzare una pellicola lenta e noiosa, con personaggi ed eventi che non sono altro che il frutto della sua fantasia, che poco hanno a che vedere con la vera storia della Arbus. E’ accettabile che vengano romanzati gli eventi, ma così, e un po’ troppo! Per fare un esempio, cito la storia d’amore tra l’inquilino del piano superiore Lionel interpretato da Robert Downey Jr. e Diane, Nicole Kidman , una sorta della “Bella e La Bestia” visto che Lionel è affetto da ipertricosi, malattia che gli provoca la crescita inarrestabile di peli, ricoprendogli completamente viso e corpo e che lo costringe ad usare una maschera per nascondere il volto ma che suscita l’ilarità generale tra il pubblico in sala nel momento in cui se ne libera, rivelando la somiglianza con Chewbacca di “Guerre Stellari”. Di assurdità però ce ne sono molte altre, come i microfoni che spuntano dall’alto, mai visto un film con una carrellata simile, sembra uno spot, se ne vedono di tutti i modelli, veramente imbarazzante……., possibile che il regista al montaggio non se ne sia accorto? Secondo me non l’ha nemmeno visto una volta assemblato, “sto capolavoro”, ad ogni modo i complimenti vanno al montatore, se fosse per me non gli farei montare neanche il filmino del mio matrimonio! L’unica cosa che salvo in questa pellicola, é la performance di Nicole Kidman, che da sola tiene alto quel poco di interesse che lo spettatore prova durante la visione, sempre se riuscite ad arrivare fino alla fine del film. Ultima chicca, nelle nostre sale cinematografiche il film è rimasto in programmazione tre giorni, tutte e tre le serate il cinema ha chiuso senza mandare in onda lo spettacolo delle 22, il motivo risale al fatto che non avevano venduto neanche un biglietto! Fate voi….

Namor

 
Di Darth (del 06/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1128 volte)
Titolo originale
Qing hong
Produzione
Cina, 2005
Regia
Wang Xiaoshuai
Interpreti
Tang Yang, Li Bin, Gao Yuanyuan, Yao Anlian, Wang Xueyang
Durata
123 minuti

Negli anni ’60, il regime cinese per proteggere le proprie fabbriche da un possibile attacco sovietico, le trasferisce in campagna, creando la cosiddetta “terza linea di difesa”. Gli operai di allora, estirpati dalle proprie città e mandati a vivere vicino al posto di lavoro, li ritroviamo oggi, vent’anni dopo (1983), con tanta voglia di poter far ritorno al proprio paese d’origine. Ad interpretare i problemi di tante famiglie, il regista focalizza la storia su una di esse: quella della diciottenne Quing Hong. La trama, infatti, è tutta incentrata sui problemi e le esperienze della giovane: il rapporto con un padre ossessivo e opprimente, le scorribande in feste clandestine, il primo fidanzato, il rapporto di affetto-invidia per la sua migliore amica avente una famiglia benestante e di vedute più aperte. Tutta questa trama però, è veicolante ai fini reali dell’opera. Mentre si assiste alla (se vogliamo) noiosa trama sopraccitata infatti, acquisiamo, tramite una fedele ed accurata ricostruzione, usi e costumi del popolo cinese degli anni ’80. Salta subito all’occhio che i modi di vestire, di vivere e di comportarsi, rassomigliano molto ai nostri anni ’50, e che il regime cinese è presente e oppressivo anche nei piccoli paesi di provincia. Bene in evidenza anche il sistema giuridico, con uomini accusati di omicidio o stupro, giudicati e condannati a morte con sentenza immediata. Lo stile narrativo di quest’opera è un classico delle pellicole orientali: dialoghi ridotti all’essenza, telecamere fisse che seguono gli attori, e tempi lunghi: se avete visto il precedente film del regista, “Le biciclette di Pechino”, sapete di cosa parlo. Molto curata la fotografia, con cieli sempre coperti, piogge, e colori grigi a simboleggiare la tristezza del luogo dove sono costretti a vivere i protagonisti. Peccato per il doppiaggio, nei film orientali davvero non lo sopporto: il modo di parlare è troppo diverso per poter essere credibile. Se lo noleggiate, vi consiglio caldamente la visione in lingua originale sottotitolata. Vincitore del premio della giuria al festival di Cannes, "Shanghai Dreams" è un interessante spaccato del passato recente cinese, realizzato con una tecnica ineccepibile e con molta consapevolezza, visto che il regista Xiaoshuai Wang, ha ammesso di aver girato questo film per raccontare le ingiustizie subite da migliaia di famiglie cinesi, tra cui quella dei suoi genitori... ai quali ha dedicato il film.

Darth

 
Di kiriku (del 05/12/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1371 volte)
Titolo originale
L'amico di famiglia
Produzione
Italia 2006
Regia
Paolo Sorrentino
Interpreti
Roberta Fiorentini, Clara Bindi, Gigi Angelillo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Giacomo Rizzo, Lucia Ragni, Elias Schilton, Barbara Scoppa
Durata
110 min

È da poco uscita nelle sale l’ultima fatica di Paolo Sorrentino. Dopo “L’uomo in più” e “Le conseguenze dell’amore” ci regala un’ altra bella opera: “L’amico di famiglia”. Nonostante questo sia solo il suo terzo film credo di poter dire tranquillamente che il regista napoletano è uno di quei pochi capace di dare nuova vita al cinema italiano. Ha la capacità di esplorare, con uno stile fuori dagli schemi, la parte malvagia e corrotta dell’essere umano, i suoi personaggi sono meschini, soli, aridi e cattivi. Elementi che ritroviamo anche in questo film, dove a mio parere l’autore mostra una maturità e una padronanza notevole nell’uso della telecamera, con la quale ci racconta , attraverso estremizzazioni, una società dissoluta e amorale. Il personaggio principale è Geremia de' Germei, un uomo vecchio, brutto, laido e tirchio. Veste male ed è goffo, vive in una casa buia e lercia insieme alla madre invalida, con la quale ha un rapporto morboso. Ha una sartoria ma la sua attività principale è quella dello strozzino, fa piccoli prestiti a tutte quelle persone che si presentano da lui in negozio e gli chiedono soldi. Gli interessi sono altissimi e non pagare significa passare dei guai e vedersela con i suoi due scagnozzi. Non avendo una vita propria entra in quelle delle sue vittime con il ricatto. Al di fuori della madre non ha affetti tranne un quasi amico (interpretato da Fabrizio Bentivoglio) che si occupa di controllare la solvibilità dei clienti e che si veste come un cowboy sognando di andare un giorno a vivere in Tennessee. Insomma Geremia è un essere spregevole, ma anche le persone che lo circondano non sono da meno, i loro bisogni sono futili, si indebitano per i motivi più vari; dal padre che vuole un matrimonio sfarzoso per la figlia, alla cinquantenne che vuole rifarsi, alla vecchia che ha bisogno di soldi per giocare al Bingo. Una schiera di personaggi resi, dal desiderio di notorietà e dalla necessità di apparire, più laidi e infimi del loro aguzzino che commetterà l’errore di innamorarsi della donna sbagliata. Sorrentino con maestria trae spunto dalla sociologia odierna e dai fatti degli ultimi anni, scava tra le pieghe di una società che ha stravolto la scala dei valori morali, immergendo il tutto in una atmosfera irreale resa tale anche grazie all’ottima fotografia di Luca Bigazzi. Un applauso va fatto anche a Giacomo Rizzo, nel ruolo principale, cha a saputo dar vita con le sue caratterizzazioni ad un personaggio tragicomico dai modi di fare al limite del grottesco ma con una raffinata dialettica che a volte si tinge di filosofia. Un film che consiglio vivamente di vedere, che fa sorridere ma che allo stesso tempo colpisce andando a scoprire quella parte avariata dell’anima che è presente in ognuno di noi. Buona visione a tutti.

Kiriku

 
Di slovo (del 01/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3947 volte)
Titolo originale
This is Spinal Tap
Produzione
USA 1984
Regia
Rob Reiner
Interpreti
Michael McKean, Christopher Guest, Harry Shearer, Tony Hendra
Durata
82 minuti

Siamo nel 1983, i britannici Spinal Tap partono per un tour negli Stati Uniti a promuovere “Smell the Glove”, il loro ultimo album. Questo rockumentary (termine inventato dal regista fondendo le parole rock e documentary) segue i musicisti sul palco e dietro le quinte, dentro i camerini e gli alberghi, alternando spettacoli dal vivo, interviste, vita da tournè e materiale di repertorio.
Sebbene sia divenuto ormai un cult-movie con schiere di appassionati e decine di recensioni entusiastiche, attorno a questo gruppo aleggia ancora una notevole confusione... imputabile forse al fatto che una band, nel senso più comune del termine, chiamata Spinal Tap in realtà non è mai esistita...
McKean, Guest e Shearer (che nel film interpretano il nucleo del gruppo: David St.Hubbins, Nigel Tufnel e Derek Smalls) insieme al regista Rob Reiner realizzarono la pellicola in toto: ideato una band fittizia, creato tutti i retroscena fino al più insignificante dettaglio, infine scritto e sceneggiato le tragicomiche situazioni; hanno anche composto e interpretato i brani che formano la colonna sonora.
Poi accadde l’imponderabile: il film fece relativamente fiasco nelle sale, ciònondimeno la colonna sonora finì in classifica. Rifletteva così bene gli stilemi hard-rock dell’epoca che molti non fecero caso ai testi volutamente ironici, apprezzandolo come se fosse un album “vero”. Il tempo non fece che alimentare l’ambiguo mito degli Spinal Tap, bipartendo i conoscitori in quelli che li ricordano come i protagonisti della più geniale parodia dell'universo hard-rock mai realizzata e quelli che continuano a cosiderarli uno dei tanti gruppi ‘schitarrate e abiti scintillanti’, nemmeno troppo dignitosi, che agitavano i palchi nella prima metà degli anni 80.
Un film pieno di trovate, permeato da una seriosa comicità british magnificamente impersonata dai tre autori/attori e che coglie brillantemente nel segno prendendo in giro i luoghi comuni dell’universo metal/hard-rock: dalla promisquità sessuale, allo sfoggiato machismo (cito: “my baby fits me like a flesh tuxedo. I'd like to sink her with my pink torpedo” da “Big Bottom”, tanto per dare un idea) dalle fisime dei musicisti alle disastrose conseguenze per l’ingerenza di una donna nelle questioni del gruppo...
Una versione doppiata in italiano è stata recentemente trasmessa nei circuiti satellitari anche se consiglierei di guardarlo in lingua, tralaltro il dvd americano, unica edizione attualmente disponibile, contiene quasi un ora di materiale tagliato che è qualitativamente paragonabile a quello usato per il film. Da non perdere.

slovo 

 
Di Darth (del 29/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5492 volte)
Titolo originale
Adams æbler
Produzione
Danimarca, Germania, 2005
Regia
Anders Thomas Jensen
Interpreti
Nicolas Bro, Tomas Villum Jensen, Ali Kazim, Nikolaj Lie Kaas, Gyrd Løfqvist, Mads Mikkelsen, Lars Ranthe, Peter Reichhardt
Durata
94 minuti

Noir, brillante, provocatorio, grottesco e originale. Tutto questo è “Le mele di Adamo”: una perla di Anders Thomas Jensen, regista danese cresciuto alla scuola di Lars von Trier e fautore della tecnica del Dogma-95. In questa sua opera A.T.J. non risparmia nessuno: prende in giro Dio e il diavolo, nazisti e musulmani, handicappati e malati terminali… e lo fa, fondendo una trama drammatica a scene davvero esilaranti. Davvero inconcepibile: mi sono trovato a ridere per un prete massacrato di botte e per dei corvi ammazzati, mentre mi sono commosso per la morte di un vecchio kapo dei campi di concentramento; e ci sono momenti dove addirittura, non sapevo se ridere o piangere. Punto assoluto di forza del film è l’imprevedibilità: succede sempre (o quasi) quello che non ti aspetti, la cosa più assurda, la cosa meno probabile. I personaggi sono pochi (appena sei), tutti ‘fuori di testa’ e che, nonostante siano persone che nella vita reale eviteresti accuratamente, sprigionano un’intensa simpatia. La trama è più assurda degli interpreti che la popolano: Adam, neo-nazista (croce celtica tatuata e foto del führer appesa), appena uscito di prigione deve passare un periodo riabilitativo sotto la tutela di un prete che gestisce una piccola comunità di recupero. Il giovane ariano si ritroverà quindi a convivere con tre persone ancor più bizzarre di lui: un ex tennista alcolizzato, cleptomane e obeso; un rapinatore di benzinai pakistano (che ricorda molto Sahid del telefilm "Lost" ); e un prete che vive in un mondo tutto suo, rifiutando costantemente la realtà delle cose, anche quelle più palesi. Adam, dovendo definire (a scopo terapeutico) un ‘obiettivo’ da raggiungere prima di poter lasciare il gruppo, opta per cucinare una torta con tutte le mele dell’albero della parrocchia non appena saranno mature. Da quel momento però, iniziano a succedere strane coincidenze: il melo viene attaccato in tutti i modi (corvi, vermi, fulmini…) e il forno della parrocchia, durante un temporale, esplode. Sembra proprio che qualcuno voglia impedire ad Adam di raggiungere il suo obiettivo… ma sarà Dio o il diavolo?
Se volete scoprirlo, non perdete questo film... davvero carino.

Darth

 
Di nilcoxp (del 27/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1610 volte)
Titolo originale
Shi mian mai fu
Produzione
Hong Kong, Cina 2004
Regia
Zhang Yimou
Interpreti
Zhang Ziyi, Takeshi Kaneshiro, Andy Lau, Dandan Song
Durata
119 minuti

Anno 859 dopo Cristo, una Alleanza composta di guerriglieri si oppone al potere del regime vigente. Questo gruppo di cui si sa poco, vive spostandosi continuamente all’interno di una foresta chiamata appunto “Dei pugnali volanti” (che è anche il nome della banda in questione). In questo contesto si inserisce la nostra storia: due guardie carcerarie, fiutando la possibilità di fare carriera decidono, utilizzando la cattura della presunta figlia del capo dei fuorilegge, di trovarne l’accampamento. Se non fosse che spunta l’amore tra i vari protagonisti a stravolgere il tutto. Film che ripropone il singolo in lotta contro le autorità al centro della vicenda, con l’aggiunta di sofferenze sentimentali. Una trama sufficiente, una regia interessante, una discreta bravura degli attori. La noia quasi mortale dei combattimenti ‘coreografici’ con gente che salta e quasi vola in puro stile “wuxiapian”, acquista qui una dimensione quasi accettabile. Ma la vera forza trainante della pellicola sono la scenografia e la fotografia: incollano gli occhi degli spettatori ad immagini e colori sovraccarichi che si fondono con una maestria rara, spesso appagante per i sensi e quindi rivalutante di tutta l’opera. Anche la musica fa la sua buona parte e serve a rendere alcune scene davvero gustose, su tutte la danza con i tamburi e fagioli e la battaglia nella foresta di bambù.

nilcoxp

 
Di slovo (del 24/11/2006 @ 05:00:02, in cinema, linkato 1884 volte)
Titolo originale
Dark Star
Produzione
USA 1974
Regia
John Carpenter
Interpreti
Brian Narelle, Cal Kuniholm, Dre Pahich, Dan O’Bannon
Durata
83 minuti

Ogni cultore della fantascienza che si definisca tale non dovrebbe negarsi la visione di “Dark Star”. Nonostante sia datato, semisconosciuto (ma recentemente ripubblicato in dvd) e realizzato con due lire, non solo è un distillato di sottile e pungente vis comica, non solo ha una sceneggiatura arguta e surreale ma rappresenta, nella sua veste così poco ortodossa, l’antesignano di un filone cinematografico che verrà ampiamente sviluppato negli anni seguenti la sua uscita.
La Dark Star è una nave stellare, la missione del suo equipaggio consiste nel distruggere i pianeti ‘instabili’ per preparare il campo alla futura colonizzazione umana. Per fare ciò dispone di un arsenale di bombe intelligenti, così intelligenti da riuscire a dialogare, irritarsi o ragionare di massimi sistemi...
La genesi di questo film è piuttosto curiosa, nasce infatti come un progetto scolastico della coppia John Carpenter / Dan O’Bannon. I due studenti della USC School of Cinematic Arts, visti gli incoraggianti riscontri della critica del settore, ottennero che il produttore Jack H. Harris li finanziasse per farne un film vero e proprio. La pellicola fu realizzata e distribuita ma la troupe dovette arrangiarsi con un budget limitatissimo (appena 60mila dollari) e fare letteralmente miracoli per realizzare gli indispensabili effetti speciali, ottenendo peraltro risultati eccellenti per l’epoca. Merito di una serie di espedienti molto accorti messi in opera dal poliedrico O’Bannon (co-sceneggiatore, addetto al montaggio, supervisore agli effetti speciali e attore nel ruolo di Pinback), ma laddove il trucco si vede è comunque kitsch, e assolutamente esilarante. Si pensi alla creatura aliena che vive a bordo: un improbabile pallone maculato con le zampe e una dispettosa propensione allo scherzo.
“Dark Star” fa chiaramente il verso a “2001: odissea nello spazio”, da cui trae l’idea del conflitto tra uomo e macchina e dal quale eredita il caratteristico girato statico ma se quest’ultimo trovava un senso nel colossal kubrickiano, qui tende a produrre uno stato di lentezza diffusa che non si accompagna troppo bene agli intenti ironici del film. Detto questo è pur vero che l’indolenza delle sequenze fa da proiezione alla visione degli ‘uomini spaziali’ di Carpenter: alienati, scontenti e abbruttiti, per nulla adattati alla vita sulle astronavi e alle continue prese con una tecnologia ostile e malfunzionante, sono, pur nella loro stravaganza, molto più verosimili e familiari a noi rispetto agli astronauti illuminati di Kubrick.
Ci sono poi degli elementi che è interessante notare: il senso di claustrofobia che si vive negli angusti ambienti dell’astronave, l’inquietudine resa dalla telecamera mentre ne percorre i corridoi, la voce femminile del computer che sovrasta le vite degli uomini a bordo, legate così precariamente alla sua presunta infallibilità... tutti elementi che Dan O’Bannon recupererà anni dopo durante la stesura della sua sceneggiatura più famosa e riuscita: quello “Star Beast” rinominato in seguito “Alien”.

slovo

 
Di Namor (del 23/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5648 volte)
Titolo originale
Flags of Our Fathers
Produzione
USA 2006
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, John Benjamin Hickey, John Slattery, Paul Walker, Jamie Bell, Robert Patrick
Durata
130 minuti

Durante la battaglia di Iwo Jima il fotografo dell’Associated Press, Joe Rosenthal senza rendersene conto, scattò la foto della sua vita, che gli valse il premio Pulitzer. Il fotogramma ritrae sei soldati americani intenti ad innalzare la loro bandiera sul monte Suribachi, ed il giorno dopo, quell’immagine si presentava agli occhi di milioni di americani, pubblicata sulla prima pagina di tutti i giornali! Il presidente Roosevelt, fece individuare i sei marines ritratti nella famosa foto con l’intento di riportarli in patria ed avvalersi della loro inaspettata notorietà, per raccogliere fondi destinati a sovvenzionare il proseguo del conflitto, ma solo tre dei sei soldati sopravvissero allo scontro e tornarono a casa, mentre gli altri tre morirono sull’isola il giorno successivo allo scatto. Grazie alla collaborazione dei tre eroi, testimonial della propaganda “acquista i buoni di guerra” la sottoscrizione popolare fruttò alle casse del governo il doppio del previsto e ciò risultò fondamentale per le sorti del conflitto. Il regista Clint Eastwood dopo aver letto il libro di James Bradley (il figlio di uno degli eroi che piantò la bandiera) decise di acquistarne i diritti per farne un film, ma il buon Spielberg lo precedette! I due si incontrano due anni dopo ad un party, e fu in quella occasione che Spielberg gli diede via libera per la realizzazione del film, ma ad un patto che fosse lui stesso a produrlo, e che nel dirigerlo Clint avesse fatto meglio di quanto fece lui con “Salvate il soldato Ryan”. Per tale impresa fu ingaggiato lo sceneggiatore Paul Haggis, vincitore di due oscar con “Crash” e “Million Dollar Baby”: Che Haggis fosse un talentuoso non si discute, ne testimoniano le due statuette consecutive vinte alle ultime edizioni, ma questa volta la sua sceneggiatura non mi ha convinto, e d’altronde non lo era nemmeno lui quando gli commissionarono la trasposizione, infatti inizialmente disse che era molto difficile adattare il libro su grande schermo, ma che comunque ci avrebbe provato. Trovo che questo film, sia carente sullo spessore dei personaggi, sappiamo tutto e anche troppo dei tre soldati rimpatriati, l'Ufficiale Sanitario dalla Marina, John "Doc" Bradley, (Ryan Phillippe); il timido americano di origini pellerossa, Ira Hayes, (Adam Beach), al quale Johnny Cash dedicò una ballata, e il portaordini militare Rene Gagnon, (Jesse Bradford), ma quasi nulla dei tre che morirono! Durante la visione di “Flag of our Father”, facevo fatica a capire chi fossero gli altri tre sfortunati commilitoni che alzarono la bandiera insieme ai presunti eroi, sarebbe stato più opportuno, secondo me, scremare la pellicola nella seconda parte, che lentamente giunge al sospirato the end, per dare più spazio alla prima, concedendo allo spettatore il tempo per conoscere gli altri tre protagonisti, coloro che perirono in quella stessa battaglia e commuoversi per la loro sorte. Sulla regia di Eastwood niente da dire, nel corso degli ultimi anni ha dimostrato di essere portato per questa nuova carriera, le scene della battaglia iniziale con camera a mano e riprese ad altezza uomo, sono di sicuro effetto, a tal proposito ho udito commenti che lo accusano di averle girate troppo simili a quelle del film “Salvate il soldato Ryan”, vero, ma non dimentichiamo che questa battaglia, durata 36 giorni, fu quella in cui gli americani persero la maggior parte degli uomini. Per conquistare l’isola difesa da 30mila giapponesi, sbarcarono quasi 100mila soldati di cui 6.825 morirono e 19mila furono feriti, superando di gran lunga quella dello sbarco in Normandia, quindi la presunta somiglianza é perdonata! Per chi non lo sapesse Eastwood, per questa pellicola ha girato materiale in abbondanza tale da fare un secondo film, “Lettere da Iwo Jima”, che racconta la medesima storia vista però dalla parte dei giapponesi, il protagonista sarà il bravissimo attore nipponico Ken Watanabe. L’uscita era prevista per Febbraio, ma la Warner ha deciso di anticipare al 20 Dicembre, esclusivamente a New York, Los Angeles e San Francisco, motivo di tale scelta? Semplice, l’accoglienza da parte di stampa e pubblico nei confronti di “Flags of our Fathers” é stata talmente tiepida, che con l’uscita del secondo capitolo, sperano di portare più spettatori e consensi verso il primo per non rimanere fuori dalle candidature agli oscar! Come vi dicevo, non sono stato l’unico a rimanere insoddisfatto!

Namor

 
Di Darth (del 22/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1374 volte)
Titolo originale
Tsotsi
Produzione
Sud Africa, Inghilterra, 2005
Regia
Gavin Hood
Interpreti
Presley Chweneyagae, Terry Pheto, Kenneth Nkosi, Mothusi Magano, Zenzo Ngqobe, Zola
Durata
91 minuti

Premiato agli Oscar di quest’anno come miglior film straniero, “Il suo nome è Tsotsi” ricorda vagamente il mitico, intramontabile capolavoro di Kubrick “Arancia Meccanica”. La trama si svolge a Soweto, il ghetto creato alla periferia di Johannesburg dal regime dell’apartheid, per racchiudere la popolazione di colore del Sudafrica: centro di numerosi scontri negli anni ’70-80, ospita ancora adesso circa due milioni di abitanti. Tra questi troviamo Tostsi (gangster in lingua zulu), un adolescente cattivo. Non ho scritto cattivo in senso lato, è un ragazzo che non ha rispetto per niente e nessuno, che vive di prepotenza e di violenza, che ruba e uccide chiunque gli di fastidio… bianco o nero, ricco o povero. Leader di una piccola gang, comanda anche i propri compagni alternando amicizia a ferocia, ma tutto muta quando, una notte, spara ad una donna e le ruba l’auto, senza accorgersi che, sul sedile posteriore, c’è un neonato. Il regista Gavin Hood a creato un’opera molto cruda ma davvero interessante per la sua collocazione geografica e politica e per i contenuti; ed è stato bravissimo anche nella traduzione in immagini del degrado di Soweto, nonché della trasformazione interna subita dal protagonista (la presa di coscienza della pietà e della vita)… difficilmente lo spettatore non proverà empatia verso il giovane Tsotsi. L’attore Presley Chweneyagae, nel ruolo de protagonista è perfetto, ed è di una bravura incredibile se si considera che è il suo primo lavoro in assoluto come attore: attraverso il suo sguardo e le sue sporadiche frasi si percepisce distintamente tutto quello che vuole trasmettere il suo personaggio. Splendida anche la curatissima fotografia, e la colonna sonora con musiche originali. Davvero un lavoro “da Oscar”, consigliato a tutti, meglio se visto in lingua originale sottotitolato, per non perdere lo slang locale che da quel tocco in più di realisticità alla pellicola. Occhio però alla scena del Rottweiler... quando l’ho visto strisciare guaendo con la schiena spezzata, mi è venuta una pelle d’oca alta dieci centimetri!

Darth

 
Di kiriku (del 21/11/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 2609 volte)
Titolo originale
Bad Boy Bubby
Produzione
Italia/Australia 1993
Regia
Rolf De Heer
Interpreti
Nick Hope, Claire Benito, Ralph Cotterill, Carmel Johnson
Durata
114 min

Fin dalle prime immagini di questo film si prova un senso di claustrofobia molto forte. La prima parte si svolge all’interno di una stanza-appartamento, dove Bad boy Bubby abita con sua madre. Forse sarebbe meglio dire dove è segregato. Vive da trentacinque anni, in altre parole dalla nascita, rinchiuso in questa prigione, senza mai uscire. Ha paura di quello che c’è all’esterno; la madre fin da piccolo gli ha infuso la paura che al di fuori di quel microcosmo non ci sia ossigeno, quindi uscire significherebbe morire. Per rendere tutto più credibile agli occhi del figlio e convincerlo delle sue parole, indossa una maschera antigas tutte le volte che esce e lo minaccia dicendogli che Gesù lo guarda e lo punisce in caso dovesse muoversi. Ma le angherie della genitrice non si limitano a questo, lo picchia e lo usa per fare sesso tutte le volte che vuole. Crescere in ambiente così malsano e per un arco di tempo così lungo non può che devastare psicologicamente qualsiasi persona, Bubby compreso. Diventa grande senza avere contatti con altre persone, l’unico suo amico è un gatto con il quale mette in atto le sole dinamiche relazionali che conosce, quelle apprese dalla madre. Ma il suo mondo comincia ad ingrandirsi con il ritorno improvviso del padre, evento che diventa il fattore scatenante che porterà il recluso ad uscire e a rapportarsi con gli altri. Nella seconda parte il senso di claustrofobia si affievolisce e lascia spazio a situazioni divertenti, surreali e al limite del paradosso. Il regista australiano descrive un mondo visto con gli occhi di un adulto-bambino, cosi facendo è in grado di raccontare senza filtri una società malata, dissoluta che poi in fondo non è così diversa dal protagonista. Rolf De Heer ha tenuto il copione in cantiere per circa dieci anni, durante i quali ha rielaborato più volte le sue idee che poi hanno preso vita nel ‘93 grazie a una coproduzione Australia-Italia. In questo film è stata usato il sonoro biauricolare, in poche parole l’attore aveva due microfoni fissati dietro le orecchie. Questa tecnica permette di avere una qualità audio simile a quella dell’orecchio umano e quindi soggettivo rispetto al personaggio ; purtroppo se lo si vede in dvd è quasi impossibile accorgersene, probabilmente chi l’ha visto al cinema ha avuto la fortuna di goderselo. Un particolarità di questo lungometraggio è che sono stati impiegati trentadue direttori della fotografia, questo è accaduto perché essendo un film a basso costo, non è stato girato tutto di seguito ma prevalentemente nei weekend, quindi le troupe erano sempre diverse. Questo ha portato ad avere un direttore per ogni location. Il risultato comunque è ottimo, se non lo sai non ci fai neanche caso e poi comunque non stona perché per Bubby ogni posto è una scoperta, un mondo nuovo. Degna di nota è l’ottima interpretazione di Nicholas Hope, un attore scoperto da Rolf De Heer che lo aveva notato anni prima in un cortometraggio bello ma inquietante dal titolo “ Confessor Caressor”. Le uniche pecche a mio parere sono: un eccessiva e sterile critica alla religione cristiana, che in alcuni momenti sembra forzata e fuori dal contesto; e il finale che non mi ha convinto per niente. Ma queste sono solo delle mie considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Un film duro, scarno, blasfemo, divertente e forte, che mette a nudo quel lato oscuro del bambino che in noi. Buona visione a tutti.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 20/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1262 volte)
Titolo originale
Die Grösse Stille
Produzione
Germania 2005
Regia
Philip Gröning
Interpreti
 
Durata
162 minuti

Il regista dopo un’attesa che durava da vent’anni, riesce a farsi accordare dalla direzione della Chatreuse di Grenoble, il più antico convento certosino d'Europa situato sulle Alpi francesi, il permesso di poter effettuare delle riprese all'interno. Ovviamente deve sottostare ad alcune regole: divieto di usare luci artificiali, commenti musicali e verbali; fa parte dell’accordo anche il divieto futuro a girare nessun altro film in quei luoghi. P.G. così per sei mesi fa la stessa vita dei monaci, dorme anch’egli in una cella, e come loro lavora nel silenzio, gira con una videocamera Sony 24P ad alta definizione e un super 8, e alla fine accumula centoventi ore di materiale filmico. Il risultato è da un punto di vista tecnico notevole: una buona fotografia (aiutata anche dal bellissimo paesaggio alpino), sequenze lente, definite e ben calibrate, alternate da riprese sgranate e più generiche. Molti primi piani ai religiosi, e un uso eccellente del dettaglio. Dal punto di vista religioso, il tutto dovrebbe scorrere immerso nella più profonda aurea spirituale. Ho scritto “dovrebbe” perché questo, a mio giudizio, non accade! Io voglio sperare, credere, che la vita di preghiera che i monaci seguono sia ben altra cosa da quella che se ne evince dal film. Mi spiego meglio. La pellicola restituisce magnificamente lo scorrere lento del tempo, la dimensione ‘altra’ in cui sembrano vivere gli abitanti del Monastero, l’ambientazione austera dello stesso, e la miriade di piccoli ma importanti particolari che accompagnano quel tipo di esistenza. Ma il grande assente di questo filmato (verrò scomunicato lo so!) è proprio Dio!!! Ovviamente non la sua presenza scenica, ma quella spirituale. Presenza che si dovrebbe avvertire in ogni inquadratura, che dovrebbe trasudare in ogni oggetto di quel luogo. Invece… solo a momenti il regista riesce a dare queste sensazioni, per il resto, i monaci sembrano dei condannati a morte in attesa di esecuzione, annoiati, senza energie, senza quella gioia che mi sarei aspettato trovare in persone che hanno votato la propria vita al Signore. E solo alcuni dei volti visti esprimono qualcosa, la maggior parte di loro non convince. Ci tengo però a sottolineare di nuovo che queste mie considerazioni riguardano le sensazioni che il film mi ha trasmesso, non la reale situazione all’interno del Monastero (che ovviamente non conosco). Tirando le somme non ve lo consiglio: è noioso, è lungo, incompleto, e trasmette molto poco. Meglio una serata in pizzeria!

nilcoxp

 

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