BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 13/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1422 volte)
Titolo originale
Sorstalanság
Produzione
Ungheria, Germania, 2005
Regia
Lajos Koltai
Interpreti
Marcell Nagy, Béla Dóra, Bálint Péntek, Áron Dimény, Péter Fancsikai, Zsolt Dér, András M. Kecskés, Dani Szabó
Durata
130 minuti

Nella mia vita ho visto decine di film che trattano il delicato tema dei campi di concentramento nazisti, tra cui capolavori come “Shindler’s list”, “Il pianista” e “La vita è bella”; quindi, quando ne guardo uno, non posso fare a meno di paragonarlo con queste pietre miliari del cinema. “Senza destino”, sulla carta promette di essere un capolavoro: il regista Lajos Koltai, al debutto dietro la macchina da presa, ha già lavorato in 68 film come direttore della fotografia (tra cui il bellissimo “La leggenda del pianista sull’oceano”); le musiche sono composte da Ennio Morricone; la sceneggiatura è tratta dal romanzo “Fateless” del premio nobel per la letteratura Imre Kertész; e il budget a disposizione, di 12 milioni di dollari, è un vero record per una produzione ungherese. In effetti, la fotografia e la regia sono meravigliose: le pianosequenze nei campi di sterminio, il viaggio in treno con i fiocchi di neve che entrano nelle carrozze stipate di persone, la ricostruzione di Budapest nell’immediato dopoguerra, le immagini angustianti dei deportati lasciati dal tramonto all’alba in piedi al gelo… sono vere opere d'arte del cinema. La musica del sommo Morricone è avvolgente ma delicata, sembra quasi che voglia prendere il sopravvento sulle immagini, ma rimane ai margini, dove è giusto che stia. La trama è lineare e sobria, non ci sono gli eroismi di Shindler, non c’è Benigni a farti sorridere, e non c’è neppure un pianista talentuoso… c’è solo Gyuri Köves, un ragazzino ebreo rinchiuso in un campo di lavoro, con la sua fame, il suo declino fisico, la sua disperazione e la sua speranza… Questo film è senza dubbio meno romanzato degli altri tre, è uno spietato racconto dell’adolescenza da incubo vissuta da un giovane ebreo; ispirato dalla reale esperienza di Imre Kertész che, storicamente, è stato deportato a Buchenwald dai tedeschi a 15 anni come il personaggio del suo libro. Quello che fa solo sfiorare questa pellicola dall’entrare nell’olimpo dei capolavori è la lentezza esasperante della trama e la mancanza di una storia coinvolgente come nelle opere sopraccitate; mancano i colpi di scena, il coraggio, le amicizie… perfino la liberazione dei deportati non alleggerisce la tristezza che attanaglia lo spettatore. Concludo con la parte finale del monologo di chiusura del film… davvero intenso e pregno di significati… spero che leggendolo venga a tutti la voglia di vederlo… per non dimenticare...
“…e sul mio cammino, lo so bene, è già in agguato come una trappola inevitabile la felicità, anche li accanto alle ciminiere dei forni nell’intervallo fra i tormenti, c’era qualcosa che in qualche modo le assomigliava. Tutti mi chiedono soltanto dell’orrore, ma è della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare la prossima volta che me lo chiederanno… se mai lo faranno… e sempre che io non l’abbia dimenticata.”
- [Imre Kertész]

Darth

 
Di kiriku (del 12/09/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1218 volte)
Titolo originale
Salvador
Produzione
USA 1986
Regia
Oliver Stone
Interpreti
James Belushi, Elpidia Carrillo, Michael Murphy, John Savage, James Woods, Cindy Gibb, Danna Hamsen, Jorge Luke, Will Macmillian, Tony Plana
Durata
123 min

Negli anni settanta il Salvador attraversa un periodo difficile, la sovrappopolazione e la mancanza di lavoro gettano le basi per una crisi di stato. I partiti politici esistenti si dividono in due schieramenti opposti che si contendono il potere con colpi di stato e frodi elettorali. Nel 1972 l’esercito arresta il candidato eletto e al suo posto insediano il proprio rappresentante. Da questi avvenimenti scaturisce una guerriglia ancora più aspra che porta i militari a sterminare fisicamente migliaia di salvadoregni. Nel 1979 il governo viene rovesciato da una coalizione di civili e di militari che propongono una serie di riforme che non vengono mai avviate. I partiti dell’opposizione si alleano e formano la Federación Democrático Revolucionario. Per molti salvadoregni però l’unica soluzione ai problemi è la lotta armata. Questi propositi sono incoraggiati probabilmente anche dalla vittoria della rivoluzione socialista in Nicaragua che avviene nello stesso anno. La rivolta scoppia con l’omicidio dell’ arcivescovo Oscar Romero, i rivoluzionari prendono possesso della parte settentrionale e di quella orientale del paese. Gli U.S.A hanno come presidente Regan che spaventato dalla vittoria socialista in Nicaragua, finanzia il governo del Salvador che si prodiga nello stermino degli insorti. È proprio in questo momento così confuso della storia del Salvador che Oliver Stone ambienta il suo il film. Il protagonista, Richard Boyle, è un giornalista fallito, abbandonato dalla moglie e in crisi con i colleghi di lavoro, che decide di lasciare la California per recarsi in Salvador. Nel viaggio lo accompagna un amico fallito come lui e per di più tossico, che si lascia convincere dalla promesse che la vita in quel paese e più vivibile. Arrivato sul posto incontra un fotografo di vecchia conoscenza, con il quale cerca di fare un reportage scottante da riportare nel proprio paese. Questa è un’opera che in patria ha avuto dei problemi, è ispirata ad una storia vera ed è stata realizzata grazie anche agli attori che hanno accettato compensi minimi. È un film duro, con delle sequenze frenetiche e di estrema violenza difficili da metabolizzare, una denuncia aperta al governo americano colpevole di essere complice dei regimi militari nell’America Centrale. Oltre alla regia Stone ha curato la sceneggiatura insieme a Richard Boyle, il fotografo a cui è ispirato il film. Indimenticabile la recitazione di James Woods nella parte del protagonista, ma il regista si è anche ritagliato una piccola parte per lui; è uno dei soldati violentatori. Non perdetevi assolutamente questa opera cinematografica, anche se alla fine vi rimarrà l’amaro in bocca. Buona visioni a tutti.

Kiriku

 
Di ninin (del 10/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1603 volte)
Titolo originale
La notte del mio primo amore
Produzione
Italia 2005
Regia
Alessandro Pambianco
Interpreti
Claudia Venturini, Damiano Verrocchi, Alice Visconti, Luca Bastianello, Lucio Mattioli, Giulia Ruffinelli, Joanna Moskwa, Tommaso Piermatti, Valentina Izumi, Dante Alfonso Spadini
Durata
82 minuti

La locandina di questo film dice : “La notte prima degli esami si dimentica, il primo amore mai!”. Una frase che mette in guardia lo spettatore da chissà quali sorprese….Beh, dovrebbero metterlo in guardia da questo lungometraggio! La storia ( chiamiamola così ) parla di una 17enne di nome Chiara che ha problemi con il fidanzato Andrea. Quest’ultimo tronca con lei perché la sera in cui i due si dovevano vedere, il padre di lei non la fa uscire. Così Chiara per fargliela pagare decide di andare a trascorrere una giornata con Matteo, un istruttore di palestra collega di Andrea. Durante l’uscita finiscono in una zona dove si aggira un serial killer che ha già fatto sparire diverse ragazze… Vi ho messo paura eh? Beh avete presenti i film amatoriali? Questo si potrebbe avvicinare molto al genere. Una produzione italiana che vanta una recitazione davvero scadente con dialoghi fra personaggi da dilettanti allo sbaraglio, scene scontate, fotografia come sopra e poi tutto al buio ( ma avevano finito il budget? ). L’inizio con quel sospiro in sottofondo poteva fare sembrare chissà cosa… ma andando avanti si cade proprio in banalità , e anche nei momenti topici delle scene importanti, le difficoltà non sono credibili. Questo thriller – horror ( bah! ) ha un serial killer dotato di un’arma potentissima (è una temutissima sparachiodi!) e vive in una soffitta tappezzata di ritagli di giornali con articoli su efferati omicidi avvenuti in passato. Inoltre lascia molte ombre ( per forza è tutto al buio! ) sul comportamento di questo omicida che non fa capire cosa ci faccia con le vittime, come le uccida, se abusi di loro, se le faccia a pezzi ( ah no, ha una sparachiodi!!). Voi mi direte: “ma non salvi proprio niente di questo film?” Di questi ottanta minuti l’unica cosa che mi sento di salvare è la canzone dei titoli di coda “In fondo alla notte” di Dolcenera. Forse perchè ero contento che era finito il film!!

ninin

 
Di xanteferranti (del 09/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1967 volte)
Titolo originale
Pane e tulipani
Produzione
Italia, Svizzera 1999
Regia
Silvio Soldini
Interpreti
Licia Maglietta, Bruno Ganz, Giuseppe Battiston, Marina Massironi, Felice Andreasi, Antonio Catania
Durata
112 minuti

Apparteneva al nonno di mia moglie. L’ultima volta ha sparato a Caporetto, ma, come può notare, è stato accuratamente preservato dalle insidie della ruggine e dall’usura del tempo. Al Suo posto, eviterei qualsiasi reazione che possa indurmi a mostrarLe l’efficienze della sua meccanica. – Come ha detto, scusi?
Il surreale dialogo, posizionato in uno dei momenti topici del film, si svolge tra Fernando Girasole (Bruno Ganz) e Costantino Caponangeli (Giuseppe Battiston), minacciato con un vecchio fucile per essersi introdotto sotto mentite spoglie… Alt. Conviene che mi fermi e ricominci. La quarantenne casalinga pescarese Rosalba (Licia Maglietta), dimenticata dalla sua comitiva – di cui fanno parte anche suo marito e i due figli adolescenti – in una stazione di servizio al ritorno da una gita a Paestum (si era attardata alla toilette, essendole caduto un orecchino nella tazza del wc), tenta di tornare a casa in autostop, ma, a un certo punto, rimedia un passaggio da un automobilista diretto a Venezia. Lei non ci è mai stata, e così… decide di sfruttare l’occasione per prendersi una piccola vacanza. Senonché, dopo una bella giornata in laguna e una notte passata nella scalcinata Pensione Mirandolina, ha già finito i suoi soldi. Va alla stazione per prendere il treno diretto verso casa, ma lo perde per un soffio. È dunque costretta a rimanere un’altra sera a Venezia, ma non sa dove dormire. Ottiene fortunosamente l’ospitalità dell’unica persona con cui ha finora scambiato qualche parola, il riservato cameriere del modesto ristorante dove ha pasteggiato: si chiama Fernando, è islandese e, si scoprirà poi, è un ex cantante da nave da crociera ed ex detenuto (quando era «giovane e incapace di governare le emozioni» aveva ucciso l’amante della moglie), ora impegnato a sostenere la nuora nell’educazione del nipote Eliseo, abbandonato dal padre; in galera ha imparato a memoria quasi tutto l’Orlando furioso. Inutile dire che tra i due, che continuano a darsi del lei fino all’ultima scena del film, sboccia qualcosa; Rosalba, ormai stabilmente impiantata in casa del cameriere (ma in camere separate!), trova lavoro come commessa nel negozio di un fioraio anarchico (Felice Andreasi), che l’assume per una sua presunta rassomiglianza con la rivoluzionaria russa Vera Zasulič; qui passa interi pomeriggi a suonare una fisarmonica donatale da Fernando. Ma il marito di Rosalba (Antonio Catania), titolare di una ditta di sanitari a Pescara, non si rassegna a perdere una così perfetta donna di casa e, consigliato dall’amante, assume come detective l’imbranato e sfigatissimo idraulico disoccupato Costantino Caponangeli, appassionato di libri gialli e di freccette, per trovare e riportare all’ovile Rosalba. Il piano sta quasi per riuscire: l’investigatore dilettante, malgrado la propria castronaggine, ha scoperto dove la donna lavora e abita: sotto il falso nome di Vittorio Alfieri (!), riesce anche a introdursi nell’appartamento dell’estetista (Marina Massironi) che abita accanto a Fernando, facendosi passare per un cliente, ma viene scoperto dal cameriere. Il destino, però, ci mette ancora una volta lo zampino e… Forse anche i sogni più assurdi possono avverarsi? Davvero non è mai troppo tardi per trovare il vero amore e la felicità? È davvero consolante, ogni tanto, sentirsi rispondere di sì, trascorrendo due ore di allegria e poesia in compagnia degli indimenticabili personaggi di un film che vi resterà nel cuore.

xanteferranti

 
Di Namor (del 07/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1528 volte)
Titolo originale
Lucky Number Slevin
Produzione
USA 2006
Regia
Paul McGuigan
Interpreti
Bruce Willis, Josh Hartnett, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Lucy Liu
Durata
109 minuti

Con la stagione estiva che lentamente volge al termine, per noi cinefili ne inizia una nuova, quella cinematografica, incorniciata dai vari trailer che ci segnalano le future prime visioni su grande schermo, con lo scopo di invogliarci ad optare per i vari titoli da loro proposti. Ma quante volte abbiamo giudicato un film “bello” solo per la visione delle immagini furbamente montate dagli addetti, che poi si è rivelato l’opposto? Altrettanto vero però il contrario, sono andato a vedere malvolentieri “Slevin - patto criminale” (che avevo bocciato per il bruttissimo trailer televisivo) e, con mia sorpresa, ho assistito ad un gangster-movie interessante, sceneggiato dal nuovo talento ventottenne Jason Smilovic (Out of sight, The forgotten), che ha il merito di far scorrere con buona fluidità una pellicola che alterna flash-back ad eventi in tempo reale, con dialoghi arguti che ricordano il miglior Tarantino. A firmarne la regia è lo scozzese Paul McGuigan, che sapientemente miscela il tutto senza risultare mai banale e monotono, mantenendo le sue ottime premesse fino all’ultimo fotogramma. Pregevole la scelta del cast, appropriata per quanto riguarda i nomi e notevole per il loro stato di grazia. Citiamo Josh Hartnett nella parte di Slevin, lo “sfortunato” protagonista che viene coinvolto in una faida ordita da due gerenti del crimine, precedentemente soci ed ora acerrimi rivali: il Boss (Morgan Freeman) e il Rabbino (Ben Kingsley). Uno lo assolda per eliminare il figlio del suo antagonista, l’altro invece vuole addirittura la morte del suo avversario! A nulla vale spiegare che si tratta di uno scambio di persona è che si trova al posto sbagliato al momento sbagliato, dovrà per forza maggiore soddisfare le richieste commissionate dai due capi, a scapito della sua stessa vita! Come se non bastasse, a mettersi sulle sue tracce c’è il killer senza scrupoli Goodkat (Bruce Willis), che contribuisce a complicare le cose, oltre al pedinamento dell’inflessibile detective Brikowski (Stanley Tucci). L’unico spiraglio di luce in questo buco nero è la vicina della porta accanto Lindsey (Lucy Liu), una coroner dalla mente analitica che cercherà di aiutare Slevin ad uscirne vivo. Tutto sembra ormai perduto, quando in un turbinare di eventi ogni tassello torna al suo posto, per svelare una sola sconvolgente verità.

Namor

 
Di kiriku (del 05/09/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1927 volte)
Titolo originale
Buffalo 66
Produzione
USA, 1998
Regia
Vincent Gallo
Interpreti
Vincent Gallo, Christina Ricci, Anjelica Huston, Ben Gazzara, Rosanna Arquette, Kevin Corrigan, Mickey Rourke
Durata
112'

Il nome e il numero Buffalo 66 sono il luogo e la data di nascita di Billy Brown, il protagonista del film. Billy (Vincent Gallo) uscito dopo una condanna di cinque anni dal carcere, decide di andare a trovare i genitori ai quali aveva detto,per giustificare la sua lunga assenza, di essersi sposato e di lavorare per il governo. Il padre ( Ben Gazzara ) è un ex cantante fallito paranoico, la madre ( Anjelica Huston ) è una tifosa fanatica della squadra dei Buffalo e rinfaccia al figlio di essere nato proprio il giorno in cui la sua squadra vinceva il campionato. Dopo essere stato trascurato una vita decide di mostrare ai suoi di essersi sistemato presentandogli la sua dolce metà, ma per farlo costringe con la forza la giovane e ingenua Layla (Christina Ricci), che incontra per caso in una scuola di ballo, a fingersi sua moglie. La ragazza conquista i genitori che continueranno ovviamente a trascurare il figlio. Da questo ennesimo torto la decisione di eliminare fisicamente il giocatore dei Buffalo che sbagliò il calcio nella finale sulla quale aveva scommesso migliaia di dollari che non possedeva. Ed è proprio per ripagare l’allibratore ( Mickey Rourke) che accettò di farsi incolpare per un crimine commesso da un amico dello stesso. Vede nel giocatore il colpevole della sua detenzione, che diventa così il capro espiatorio per tutti i torti subiti. Questo è il primo film da Regista di Vincent Gallo ed è considerato il suo capolavoro indiscusso. Il poliedrico artista non si è limitato alla regia e alla recitazione, ma è artefice anche del soggetto, della sceneggiatura e delle musiche. Un ‘opera autobiografica in cui ci ripropone il rapporto difficile con i suoi genitori. Ed è proprio il rancore nei loro confronti a dargli l’ispirazione per scrivere la sceneggiatura di Buffalo 66. In un’intervista che ho letto, parlando del protagonista dice: "Billy Brown è l'uomo che sarei potuto diventare se mi fossi lasciato andare e non avessi reagito". Quello che mi ha colpito di questo film è l’alternarsi di momenti drammatici, raccontati sapientemente con immagini e musica , con gag divertenti al limite del paradosso. Vincent Gallo è riuscito a trasmettere il dramma interiore di un uomo che è alla ricerca della normalità in un contesto sociale che è quello della provincia desolata, e in un ambiente familiare che lo ha devastato psicologicamente a tal punto da avere paura del più semplice contatto fisico. Buona la recitazione della Ricci che si cala sapientemente nel ruolo della provincialotta, ottima invece quella di Gallo che interpreta magistralmente il ruolo del protagonista ed infine bravi anche Gazzara e la Huston la cui abilità è indiscussa. Un film indipendente che è costato meno di due milioni di dollari,che è stato girato in appena venti giorni ed è capace di emozionarvi ma allo stesso tempo di farvi sorridere, merita di essere visto! Vi auguro una buona visione.

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 04/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1732 volte)
Titolo originale
Bubble
Produzione
USA 2006
Regia
Steven Soderbergh.
Interpreti
Debbie Doebereiner, Dustin James Ashley, Misty Dawn Wilkins, Omar Cowan, Laurie Lee.
Durata
73 minuti

Prima di parlare del film volevo spendere due parole sul regista. Figura notevole nel panorama del cinema americano dell’ultimo decennio, ha esordito con il film “Sesso, bugie e videotape” e ha sempre alternato nella sua carriera produzioni milionarie (come “Ocean’s Eleven” per esempio) ad altre indipendenti nelle quali investe una parte degli utili ottenuti da questi grossi film. “Bubble” è uno di questi investimenti: girato con pochi soldi, tutto in digitale, e usando la luce naturale. Steven Soderbergh qui fa il produttore, il regista e l’operatore sotto lo pseudonimo di Peter Andrews. Altra curiosità: il regista ha provato con questo film anche un’altra strada che potrebbe portare a nuovi sviluppi in futuro; ha fatto uscire la pellicola contemporaneamente al cinema, in televisione (via cavo), e in dvd. Questo per cercare di far vedere un film che attraverso i tempi dei soliti canali di distribuzione non avrebbe potuto competere con i blockbuster. E in questa pellicola Soderbergh va giù duro! In soli 73 minuti entra nello squallore di una cittadina statunitense dove l’indice di povertà è sicuramente superiore alla media, dove le persone fanno un lavoro noioso, ripetitivo e poco retribuito, dove i contatti umani sono al loro minimo, e dove i discorsi sono “apatici”. L’uomo risulta non esserci più nelle sua interezza, ma scomposto in pezzi come quelli delle bambole che essi stessi assemblano nella fabbrica in cui lavorano. Nel mezzo di questo niente si viene a creare un triangolo amoroso che non porterà a nulla di buono e che scatenerà reazioni esagerate. Tutto è fermo e non dà speranze. Come si vive quando non puoi sperare in un domani migliore? “Bubble” ce lo mostra, e non ci fa piacere. Gli attori non sono dei professionisti, ma sono veramente le persone del posto prese nel loro lavoro quotidiano. Su tutti la protagonista Debbie Doebereiner, con una prestazione da incorniciare. Bellissimo, da vedere!

nilcoxp

 
Di ninin (del 03/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 9836 volte)
Titolo originale
Garfield 2 ( Garfield : a tail of two kitties )
Produzione
USA 2006
Regia
Tim Hill
Interpreti
Breckin Meyer, Jennifer Love Hewitt, Billy Connolly, Lucy Davis, Ian Abercrombie, Veronica Alicino
Durata
79 minuti

Nel seguito del fortunato film del 2004, Jon (il padrone di Garfield) vuole raggiungere la fidanzata Liz, recatasi a Londra per lavoro, per chiederle di sposarlo. Decide così, per cause di forza maggiore, di affidare i suoi due piccoli affezionati amici ad un canile (il simpatico cane Odie e la peste Garfield). I due, furtivamente ritorneranno sul posteriore dell’autovettura e lo accompagneranno a sua insaputa nel viaggio verso il vecchio continente. A Londra vi è un antico castello, dove è appena salito sul trono un altro grasso gatto, identico a Garfield : Principe. Quest’ultimo divenuto il nuovo sovrano a causa della morte della vecchia regnante, che lo ha designato come suo unico erede per la sua grande fedeltà ed amicizia. Principe però dovrà guardarsi attentamente alle spalle… Questo film l’ho trovato scarno di nuove idee, avendo preso spunto dalla favola de “Il Principe e il povero”, con il classico cambio di ruoli dei due protagonisti. Il film ha strizzato l’occhio anche alla pellicola degli Aristogatti della Walt Disney. La sopra citata fattoria è strutturata in stile Babe maialino coraggioso, tutti parlanti, tutti operosi e saranno anche protagonisti nella fattura di una grossa lasagna, a loro fino ad ora sconosciuta, pur di accontentare Garfield. Ma una domanda : perché parlano proprio tutti e l’unico che tace e sempre e solo il piccolo Odie? L’animazione in 3D del grasso gatto questa volta è affidata a Tim Hill ( nella pellicola precedente la regia era di Peter Hewitt ) e come nel precedente questo film si avvale nel doppiaggio del gattone della voce di Fiorello, questa volta nel duplice compito: felino uno rozzo e l’altro stile lord inglese, che renderanno più colorito questo simpatico lungometraggio. Che dirvi di più? Ah sì, buona visione….

ninin

 
Di slovo (del 01/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1310 volte)
Titolo originale
Superman Returns
Produzione
USA 2006
Regia
Bryan Singer
Interpreti
Brandon Routh, Kevin Spacey, Kate Bosworth, James Marsden
Durata
154 minuti

Secondo gli eventi narrati nel film, la reporter Loise Lane è in procinto di ritirare il premio Pulitzer per un articolo dal titolo “why the world doesn’t need Superman” – “perchè il mondo non ha bisogno di Superman”. Alla domanda che quell’ articolo solleva potrei rispondere io... perchè se si è dovuto aspettare vent’anni, alimentando tra annunci e smentite l’aspettativa di un degno seguito alla saga iniziata da Richard Donner nel 1978 e interrotta nella peggior maniera possibile da Sidney J Furie nel 1987, per trovarsi di fronte a questa sciocchezza, tanto valeva attendere per sempre... di ‘questo’ Superman certamente non abbiamo bisogno.
Ma non fraintendetemi: non sto questionando sul merito di un film fantastico, non sto questionando su quali possano essere le dinamiche secondo cui un alieno trapiantato sulla terra possa diventare una corazzata volante salvo scoprire, ironia di un destino beffardo, che frammenti dell’unico minerale a lui potenzialmente mortale sono caduti proprio sul suo nuovo pianeta ospite (con tutti i posti...) non sto questionando, tanto per dire, su come possano un semplice paio di occhiali celare l’identità di un supereroe di pubblico dominio... questi sono assunti che lo spettatore intelligente deve prendere per buoni, nel momento in cui va a vedere la trasposizione di un fumetto. Ciò che invece lo spettatore non deve accettare sono le voragini di una sceneggiatura come questa.
Si riprende a raccontare a partire dal secondo capitolo della saga senza tenere conto degli altri due – “Superman III” era poco più che una commediuola e sarebbe bene dimenticarsi di “Superman IV” – anzi, per essere precisi viene saltata una parte, affidata frettolosamente ad una didascalia a inizio film: pare che alcuni astronomi terrestri avessero scoperto che c’è ancora vita su Krypton... Superman non se lo fa dire due volte e parte per l’altro capo dell’universo alla ricerca delle sue radici. Parte e sta via per ben 5 anni... Qui si racconta il suo ritorno sulla terra perchè, manco a dirlo, non c’era assolutamente nulla lassù. Povero Kal-El... doveva riporre una grande fiducia nella competenza degli scienziati terrestri mentre gli rivelavano informazioni che nemmeno l’avanzatissima tecnologia aliena, di cui ricordiamo, dispone, era in grado di fornirgli... su questo ridicolo incipit poggia la prima parte del film. Già, perchè tanta era la fretta di tornare al paesello da non dargli nemmeno il tempo di salutare adeguatamente nè il suo popolo adottivo, nè la prediletta Lois (la mamma, quella sì), nè tantomeno di chiudere a chiave casa sua: la fortezza della solitudine, luogo già noto al perfido Lex Luthor, che non fa fatica a violare per impossessarsi del potere dei cristalli di Krypton... e su quest’altra geniale trovata si basa il restante sviluppo. Ho letto opinioni indulgenti su questo film (ancora nessun entusiasmo, però) sopratutto in virtù di un’analisi del personaggio su cui il regista Bryan Synger si sarebbe soffermato... in tutta onestà fatico a intravedere introspezioni che non vadano al di là del banale patimento di un supereroe infantile e un po’ presuntuoso, addirittura stupito dal fatto che il mondo sia andato avanti durante il suo ‘eremitaggio’. Sarà che l’espressione di Brandon Ruth, indeformabile come il suo fisico, non riesce proprio a trasmettermi lo psicodramma e le implicazioni etico-morali che io penso dovrebbero tormentare un superuomo, del tipo: cosa potrebbe fare con i suoi poteri? Potrebbe fermare le guerre? E la fame nel mondo? E alterare gli equilibri politici? Sarebbe giusto farlo in nome del ‘bene’ ? perchè era su quelle che doveva puntare il regista se voleva trasporre ai giorni nostri un personaggio invecchiato male come Superman e renderlo credibile...
Invece il film si risolve in una spettacolare carrellata di salvataggi urbani triti e ritriti, (furbescamente proposti in un contesto storico, il nostro, in cui la fobia da disastro è entrata nel quotidiano) e nel bislacco piano di conquista del ‘cattivone’ pazzo preso paro-paro da un modus narrativo vecchio di mezzo secolo. Il film parte male e imbocca una lenta curva discendente, come se non bastasse precipita sul finale. Senza preannunciare troppo, dico solo che è la fiera dei colpi di scena, dei salvataggi in extremis, della glorificazione del coraggio umano avversato dalle sorti, delle imprese epiche al limite della coerenza e del mieloso trionfo dell’amore. Chi si accontenta degli effetti speciali nè troverà grande sfoggio in ‘Superman returns’, a tutti gli altri sconsiglio di perdere due ore e passa con un film fiacco ed inutile.

slovo

 
Di Namor (del 31/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3935 volte)
Titolo originale
Memoirs of a Geisha
Produzione
USA 2005
Regia
Rob Marshall
Interpreti
Zhang Ziyi, Ken Watanabe, Kôji Yakusho, Michelle Yeoh, Kaori Momoi, Youki Kudoh, Gong Li, Kenneth Tsang
Durata
137 minuti

Steven Spielberg, dopo aver acquisito i diritti del romanzo “Memoirs of a Geisha” di Arthur Golden, (best seller del ‘97 con quattro milioni di copie vendute e 32 traduzioni), e averli conservati nel cassetto per quasi dieci anni, affida la direzione di “Memorie di una Geisha” al regista Rob Marshal, (Chicago), mantenendo per se stesso il ruolo di produttore. Il film é ambientato in un Giappone che precede la II guerra mondiale, un mondo esotico e affascinante, che ancora adesso conserva parte del suo charme! In questa cornice seguiamo le vicende della piccola Chiyo, una bimba di nove anni, venduta insieme alla sorella ad una okija, una casa nella quale si apprende l’arte della geisha. Il cammino per arrivare alla meta però è irto di insidie, poiché l’addestramento che le riservano nasconde tranelli e soprusi, dovuti soprattutto alla gelosia della perfida Hatsumomo, (la geisha della casa) che vede in lei malgrado la sua tenera età una futura temibile rivale. Nonostante le angherie che dovrà sopportare, Chiyo si trasformerà con l’aiuto dell’esperta Mameha, (l’unica geisha in grado di contrastare Hatsumomo), in Sayuri, una delle geishe più desiderate di Kyoto. Candidato a 6 premi oscar, vince la statuetta come miglior costume, fotografia e scenografia. Premi meritatissimi, i kimoni di seta variopinti che avvolgono i corpi delle protagoniste ne esaltano fascino e bellezza. Superba la scenografia, curata nei minimi particolari, con le strade in ciottoli, i ponti, edifici ed antichi accessori dell’epoca, tanto da indurre lo spettatore a pensare che sia stato girato in Giappone, mentre (sorpresa, sorpresa), dopo un sopralluogo durante il quale i produttori hanno constatato che il distretto di Goin di Kyoto era diventato troppo moderno per rappresentare gli anni 1920 e 1930, hanno deciso di ricostruire parte del distretto negli esterni di Ventura vicino a Los Angeles. Anche le riprese dei giardini sono state filmate all’interno dei Giardini Giapponesi di Saratoga, California. Curiosa la decisione di Marshal, di non includere nel cast attrici giapponesi per il ruolo delle geishe, ma forse giustificata, visto che attualmente le interpreti scelte rispecchiano il meglio del cinema orientale. Infatti la preferenza è caduta sulla cinese Zhang Ziyi (la tigre e il dragone, la foresta dei pugnali volanti) nel ruolo della protagonista Sayuri, ed è sempre cinese la sua rivale, la bellissima ma crudele Hatsumomo, magistralmente interpretata da Gong Li (lanterne rosse, addio mia concubina), mentre la terza è la malese Michelle Yeoh (la tigre e il dragone, 007 il domani non muore mai), che interpreta un’intensissima Mameha. Affidato alla star nipponica Ken Watanabe, (l’ultimo samurai, batman begins) il ruolo del protagonista maschile. Un film che merita di essere visto, anche per sfatare una credenza occidentale totalmente sbagliata sulla figura della geisha (che anche io avevo), ossia quella che la geisha fosse una sorte di schiava per samurai o addirittura una prostituta per signori facoltosi. Invece dopo la visione del film mi sono ricreduto, non era ne l’uno ne l’altra! Geisha è la fusione di due kanji che significano "arte" e "persona": significa quindi "persona esperta nelle arti" o, più semplicemente, "artista", è una professionista nell'arte di intrattenere. Per finire, esorto le nostre lettrici alla visione di questa sofferta storia d’amore… lasciatevi affascinare dalla magia di un mondo che per noi (purtroppo) è sconosciuto.

Namor

 
Di Darth (del 30/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1312 volte)
Titolo originale
Mary
Produzione
Italia, USA 2005
Regia
Abel Ferrara
Interpreti
Stefania Rocca, Heather Graham, Forest Whitaker, Matthew Modine, Juliette Binoche
Durata
83 minuti

Abel Ferrara sembra aver perso quel poco di vena creativa che aveva: dal ’92 al ’98 ha girato ben otto film, tutti abbastanza sconosciuti a parte “Il cattivo tenente”, poi, nel 2001, è uscito con “Il nostro natale”, altro mezzo flop, per arrivare dopo altri quattro anni di pausa al film in questione: “Mary”. Nonostante il regista lo neghi, asserendo che aveva già in progetto questo film da tempo, l’uscita di “Mary” nelle sale coincide con l’evidente ritorno in auge per i racconti storico/religiosi: ha appena incassato milioni di dollari il film di M.Gibson “La passione di Cristo”, e altrettanti il libro di Dan Brown “Il codice Da Vinci”. Il film ha tre storie semi-indipendenti tra loro, tutte che riguardano il modo di vivere la propria fede: abbiamo l’attrice Marie, che dopo aver interpretato il ruolo di Maria Maddalena in un film, non riesce ad uscire dalla parte e lascia il mondo del cinema, soldi e gloria, per trasferirsi a Gerusalemme e camminare sulle orme di Cristo; abbiamo Tony (Matthew Modine, truccato e caratterizzato in modo da assomigliare il più possibile a Mel Gibson), il regista di questo teorico film provocatorio, che invece sfrutta cinicamente la religione e le credenze delle persone per far soldi, subendo pesanti contestazioni senza provare alcun rimorso; infine abbiamo Ted, un presentatore televisivo, impegnato in un talk-show settimanale dal titolo “Cristo: la vera storia”, che non si è mai posto la domanda se credere o no in Dio. Abel Ferrara mette un po’ di tutto in questo lungometraggio, da immagini reali di combattimenti tra israeliani e palestinesi, alle interviste fittizie con un frate benedettino che spiega alcuni passi della bibbia, e ad una teologa che, invece, spiega i vangeli di Tommaso, Filippo e Maria Maddalena, dichiarati eretici dal clero. Mentre passano queste pantomime, assistiamo alla storia dei tre personaggi: Marie troverà la pace, Tony avrà il suo discusso film alle sale, e il presentatore Ted troverà la fede (grazie alla solita ultra-sfruttata paura di perdere moglie e figlio). Nonostante i temi che tratta, il film è piatto, non è provocatorio né sconvolgente, i personaggi, non hanno sufficiente spessore e le immagini di repertorio o i racconti dei teologi non hanno altro effetto che quello soporifero. Alla fine, il lungometraggio di Ferrara non lascia niente… niente a parte la noia.

Darth

 
Di nilcoxp (del 28/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1356 volte)
Titolo originale
Shutter
Produzione
Thailandia 2004
Regia
Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom.
Interpreti
Ananda Everingham, Natthaweeranuch Tongmee, Achita Sukamana, Unnop Chanpaibool.
Durata
97 minuti

Spero abbiate trascorso delle belle vacanze e scattato molte foto, perchè per la ripresa delle recensioni ho pensato a voi... Non sono un amante dei film dell’orrore, non riesco ad apprezzare (in generale) un film il cui scopo è spaventarmi. Anche perché quasi mai queste pellicole riescono a sorprendermi. Se guardando un film di questo tipo, seguendo i movimenti di macchina e l’accompagnamento musicale riesco a prevedere ogni singolo evento, dire che è scontato o noioso credo che sia il minimo. Questo film non fa eccezione, ho capito lo svilupparsi di ogni scena prima che accadesse, e i presunti colpi di scena finali li aveva già previsti con un venti minuti di anticipo. Detto questo, non posso però dire che sia un brutto film, scorre bene, la trama nel complesso tiene, e credo vada elogiato lo sforzo di questi due registi che promettono bene ma che devono migliorare ancora molto se vogliono fare il salto di qualità. Mi sono avvicinato a questa pellicola perché nella storia, come saprete di sicuro, un giovane fotografo dopo aver investito con l’automobile una ragazza, comincia a vedere nelle foto che fa il fantasma della stessa. Speravo che oltre al discorso orrorifico, si evidenziasse anche il discorso sulle verità possibili e sulle diverse realtà esistenti e visibili o invisibili ai nostri occhi (vedi “Blow-Up” di M. Antonioni); lo stesso titolo mi ispirava (“Shutter” indica l’otturatore del dispositivo fotografico), ma non è stato così. In conclusione, un film sufficiente senza lode ne infamia, da vedere per gli amanti del genere, ma niente di più.

nilcoxp

 
Di ninin (del 06/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3769 volte)
Titolo originale
50 first dates
Produzione
USA 2004
Regia
Peter Segal
Interpreti
Adam Sandler,Drew Barrymore,Rob Schneider,Lusia Strus,Blake Clark,Sean Astin,Dan Akroyd
Durata
99 minuti

Siamo alle Hawaii, il veterinario di un parco acquatico Henry Roth è il classico rubacuori da villaggio turistico, ovvero se la spassa con le donne sole in vacanza sull’isola per tutta la loro permanenza e al commiato, per non avere più niente a che fare con loro, spaccia sempre una scusa diversa. Un giorno però, facendo tappa all’ hukilau cafè di Sue & Nick, fa la conoscenza di Lucy Whitmore, una giovane docente d’arte della quale si innamora praticamente all’istante. La sfortunata ragazza però ha un piccolo problemino… durante un incidente automobilistico avuto con il padre, lei accusa un trauma cranico che la terrà in terapia per tre mesi, e da quel giorno (ormai da un anno) lei dimentica tutto ciò che è avvenuto nella giornata precedente… Una commedia molto divertente, carina, sentimentale, mai volgare a tratti persino commovente. Momenti davvero divertenti vi sono con il piccolo pinguino Willie o con il superdotato tricheco Jocko e poi Adam Sandler che tutti i giorni ricorre ad ogni stratagemma per poter piacere alla Barrymore… A proposito, ne ha fatta di strada Drew da quando interpretava la bambina protagonista del film E.T! Del cast fanno parte anche Dan Akroyd (sempre più gonfio) nel ruolo del medico che ha in cura Lucy, il padre Marlin e il fratello Doug di Lucy che si sbattono quotidianamente per ricreare a lei la stessa atmosfera quotidiana… il fratello di lei è veramente simpatico, fissato con steroidi e anabolizzanti e per questo sofferente di incontinenza; e poi l’assistente di Sandler, Alexa una russa assatanata di sesso; e per finire c’è Ula, l’amico guardone di Henry, con una prole di 5 bambini al seguito. D’accordo che non è credibile una storia così, ma non è la solita americanata; che dire, guardatelo in dvd ove vi sono anche scene tagliate ed errori sul set che vanno a rimpinguare questa già di per sé divertentissima commedia, sappiatemi dire…

ninin

 
Di slovo (del 04/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2779 volte)
Titolo originale
Gattaca
Produzione
USA 1997
Regia
Andrew Niccol
Interpreti
Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law, Loren Dean
Durata
101 minuti

Cosa accadrebbe se, in un futuro neanche troppo lontano, le nascite fossero controllate ‘in vitro’ in modo da selezionare la miglior combinazione possibile di gameti provenienti dai genitori, eliminando ogni occorrenza di degenerazioni congenite? Sul filo di questa intrigante quanto spaventosa suggestione viene tessuta la vicenda scritta da Niccol (anche alla regia) che immagina una società irreggimentata, dove i controlli su campioni corporei sono divenuti normale routine, e socialmente divisa in cittadini d’elite dal corredo genetico perfetto e cittadini concepiti in maniera ‘tradizionale’, a cui sono precluse tutte le opportunità. genoismo è il termine inventato per l’occasione: la discriminazione perpetuata nei confronti di quelli definiti senza troppi ritegni ‘in-validi’...
“Gattaca - la porta dell’universo”… ringraziando sentitamente gli adattatori italiani per questo ennesimo inutile sottotitolo fuorviante, vorrei avvertire che qui della fantascienza pura c’è solo lo sfondo: ci sono le astronavi, ma le vedremo in lontananza attraverso le ampie vetrate di Gattaca (una società che si occupa di voli spaziali), i viaggi nello spazio sono simulati coi computer e la tecnologia ben celata sotto l’uso comune. “Gattaca” è fanta-etica, sono le vicende umane ad occupare il primo piano.
La storia di Vincent e la forza del suo sogno, che lo porterà ad oltrepassare lo status di inferiore inscritto nel suo dna, ad instaurare un insolito rapporto di simbiosi con il super-uomo Jerome e ad innamorarsi, inaspettatamente, quando nulla sembrava poterlo distogliere dall’inseguimento della sua meta.
Andrew Niccol ha fatto un lavoro egregio, sia dietro la macchina da scrivere che dietro la cinepresa, tanto da perdonargli alcune forzature nella trama. Il suo film è sospeso e trasognato, da notare l’alternanza nell’uso delle luci: il verde, asettico e ostile, è dominante nelle inquadrature della città, della sede di Gattaca o di tutto ciò che incombe sugli uomini, mentre le tinte ambra avvolgono e riscaldano le scene in cui emergono i sentimenti. La pellicola è prevalentemente sostenuta da un ritmo lento nonostante si possa considerare a tutti gli effetti un thriller (c’è il morto e il detective che indaga…) ma anche questa volta si tratta di una scelta assennata, nessun inseguimento o sequenza spettacolare a distogliere l’attenzione dello spettatore sui personaggi, ad ognuno dei quali è affidato il compito di mostrare una sfaccettatura del cuore umano. Ed è proprio questo il rimedio di Niccol alla visione terrificante da lui stesso creata, il messaggio che il film vuole innalzare: non potrà mai esserci tecnologia o calcolo di probabilità o controllo sistematico che potrà imbrigliare lo spirito dell’uomo.
Sarà vero? Ce lo auguriamo tutti... “Gattaca” andrebbe proiettato nelle scuole solo per il valore profetico che porta con sè, ma intanto, mentre scrivo, nel mondo le tecniche di manipolazione del genoma sono in continuo perfezionamento e sempre più spesso folli sconsiderati propongono, a salvaguardia della tanto osannata ‘sicurezza’, metodi di schedatura o campionamento del dna… non servono particolari sforzi di astrazione per vedere che ci stiamo muovendo verso uno scenario che somiglia in maniera disarmante a quello raffigurato in “Gattaca”, basta osservare la natura umana che conosciamo. Un altro visionario maledetto dal dramma di Cassandra? Da vedere come monito.

slovo

 
Di Namor (del 03/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1399 volte)
Titolo originale
United 93
Produzione
Gran Bretagna, USA 2006
Regia
Paul Greengrass
Interpreti
Lewis Alsamari, Trish Gates, Cheyenne Jackson, David Alan Basche, Denny Dillon, Peter Hermann
Durata
90 minuti

America 11 settembre 2001, ore 8.48: il volo American Airlines 11 colpisce in pieno la torre nord del Word Trade Center di New York, 81 vittime… Ore 9.03: il volo United Airlines 175 centra la torre sud, 56 le vittime…Ore 9.43: il volo American Airlines 77 si schianta sul pentagono, 58 vittime… Ore 10.06: il volo United Airlines 93 precipita in Pennsylvania, a sudest di Pittsburgh, 37 vittime…Si è appena concluso uno degli attacchi terroristici più infamanti che la storia potrà mai ricordare, una tragedia in cui perirono più o meno tremila vittime innocenti! Questo film diretto da Paul Greengrass, (Bloody Sunday, The Bourne Supremacy) ci racconta o meglio, prova a ricostruire gli 84 minuti di volo dello “United 93” l’unico aereo dirottato dai terroristi che non ha centrato l’obiettivo, forse quello di colpire la casa bianca. Non si sa e non lo sapremo mai, quello che é certo è che era diretto a Washington, e sicuramente non per atterrare su una pista di un aeroporto, ma per infliggere un’altra mortale ferita al gigante in agonia, un ennesimo schiaffo in piena faccia alla nazione più potente del mondo! Un improvviso e durissimo colpo che inginocchiò l’America, rimasta inerme di fronte a tanta sfacciataggine e audacia, subire un attacco a casa propria con i loro aerei di linea scagliati come proiettili verso gli edifici simbolo, del popolo americano, era certamente una situazione che non avrebbero mai creduto possibile! Basti ricordare la faccia incredula di Bush, in “Farenheit 9/11” di Michael Moore, quando il presidente nell’intento di leggere il libricino “la capretta” ad alcuni alunni di una scuola, viene distratto da un addetto che gli sussurra all’orecchio ciò che accadde pochi minuti prima alle torri gemelle. Oppure, come nel film United 93, quando durante una riunione del capo della torre di controllo, interrotta dall’arrivo di un funzionario che gli comunica la notizia di un possibile dirottamento, lui senza reagire risponde, (continuando la sua riunione): “Sarà il segnale di qualche radioamatore cretino, non si fanno dirottamenti da più di dieci anni!” Una reazione presuntuosa, dettata dalla troppa sicurezza di essere una super potenza planetaria inattaccabile… pagata purtroppo, ad un prezzo troppo alto! Per realizzare questo film il regista e la sua coraggiosa produttrice Kate Salomon, hanno parlato con i familiari delle vittime, ottenendo, oltre al loro consenso anche preziose indicazioni, per esempio l’abbigliamento usato in quel giorno, le loro foto, alcuni particolari intimi e, addirittura, le letture che hanno accompagnato il fatidico volo. La scelta di Greengrass, (che condivido) di impiegare attori sconosciuti, é stata dettata dalla somiglianza con i passeggeri reali, come altri protagonisti del film che sono veri piloti, vere hostess e veri addetti alle torri di controllo. Tra questi figura Ben Sliney, (nella parte di se stesso) comandante della Federal Aviation Administration, che prese la drastica decisione di far atterrare per motivi di sicurezza tutti i 4500 aerei in volo sugli USA! Scelta (che invece non condivido), é stata quella di girare le sequenze del dirottamento con una telecamera a mano, dando allo spettatore un finale del film troppo veloce e confusionario! Ultimamente sono stati girati documentari come “Loose change” e “9/11 in Plane Site” che, attraverso testimonianze e immagini, mettono addirittura in discussione la verità sui fatti del 11 Settembre ma, se il dirottamento dello United 93 c’è stato davvero, a me piace pensare che non sia stato un missile ad abbatterlo, ma il coraggio di persone semplici che, con il loro sacrificio, hanno fatto di tutto per evitare un'altra strage!

Namor

 

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