BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di ninin (del 04/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1997 volte)
Titolo originale
Romance & Cigarettes
Produzione
USA 2005
Regia
John Turturro
Interpreti
James Gandolfini, Kate Winslet, Susan Sarandon, Christopher Walken, Steve Buscemi, Mandy Moore
Durata
115 minuti

Nick Murder (James Gandolfini) è un operaio che si guadagna da vivere costruendo ponti, è sposato con Kitty (una splendida Susan Sarandon) e dal matrimonio hanno avuto tre figlie. Il loro tranquillo menage coniugale viene scosso però dalla sorpresa di Kitty che, nel mettere a posto gli armadi, scopre che il marito la tradisce con la rossa Tula (Kate Winslet). La moglie, chiede aiuto al cugino Bo (Cristopher Walken) e partono per trovare Tula e farla (testuali parole) 'a pezzettini'. Nick è completamente invaghito dalla focosa Tula e farebbe qualunque cosa per lei (anche farsi circoncidere!) tranne smettere di fumare; l’unica cosa che adora quanto la sua amante sono le sigarette, che nel film vengono chiamate anche “Nicholas Nicotina” da sua madre, una donna acida che definisce il figlio “puttaniere da tre generazioni”. Turturro ha incastrato in questo film belle canzoni e dialoghi diventando un semi-musical (sottotitolato per facilitare la comprensione dello spettatore), dove, per dirla alla Jovanotti, è tutta una tribù che balla; per poi cambiare target negli ultimi venti minuti di pellicola, diventando romantico e malinconico. Io questo film l’ho trovato divertente, alcune volte un po’ sopra le righe, ma senza diminuirne la comicità. Molto belli i brani musicali che si susseguono, tra cui: “Delilah”, “ It’s a man’s man’s man’s world”, “Red headed woman”; i dialoghi a volte molto piccanti, soprattutto durante gli incontri clandestini tra Tula e Nick: tra i tanti vi cito due battute di lei: “ La prossima volta fai come Marlon Brando e bussa alla porta di dietro” oppure “ Se ci metti un po’ di vaselina, l’elefante si i****a la formichina”. Come vi ripeto a me è piaciuto, però, parlando con amici, ho constatato pareri molto discordanti dal mio… guardatelo e ditemi la vostra…

ninin

 
Di Jotaro (del 03/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2594 volte)
Titolo originale
Mononoke Hime
Produzione
Giappone 1997
Regia
Hayao Miyazaki
Interpreti
Durata
150 minuti

Hayao Miyakazi è uno dei più grandi disegnatori del nostro tempo, famoso anche in Italia per diverse opere: Conan il ragazzo del futuro, Nausicaa, Lupin III prima serie (quella con la giacchetta verde), Totoro, Laputa e i più recenti La città incantata e Il castello errante di Howls; ma il primo tra questi ad arrivare nella sale italiane è proprio Mononoke Hime. E' un progetto ambizioso che Miyazaki aveva in cantiere già diciotto anni fa ma, a causa del poco successo che riscosse il maestro agli inizi della sua carriera e la mancanza di fondi, dovette rinunciare all'impresa fino a quando la sua fama e le sue finanze non arrivarono ai livelli attuali. Nel '95 iniziò la lavorazione della pellicola, Miyazaki chiama ben cinque scenografi che si occupano dei fondali e realizza 144.000 disegni fatti a mano insieme ai suoi assistenti. Due anni dopo esce in Giappone la “Principessa Mononoke” sbancando i botteghini, costringendo perfino i cinema a fare i doppi turni e ad aprire alle 7 del mattino per far fronte alle richieste del pubblico. Parliamo dunque della storia: ambientata nel Giappone medievale dell’era Muromachi (1392-1573), dove il giovane Ashitaka, l'ultimo discendente della dinastia degli Emisi, per salvare il suo villaggio uccide Nago, un Tatarigami (dio cinghiale) diventato un demone impazzito. Il giovane come conseguenza viene colpito da una maledizione a sua volta, dopo questi avvenimenti il ragazzo decide di lasciare il suo villaggio e dirigersi verso le terre orientali per farsi togliere la maledizione chiedendo perdono allo spirito della foresta, il dio cervo (Shishigami). Il ragazzo giunge dunque a Tataraba, una città-fortezza che basa la sua esistenza sulla fabbricazioni di armi da fuoco, edificata per difendere gli abitanti dai vari attacchi dei samurai, qui conosce Lady Eboshi colei che ha voluto la costruzione di Tataraba, una donna che per il bene della sua gente è disposta a distruggere la foresta. Cercherà anche di uccidere lo Shishigami per poi donarne la testa all'Imperatore (si dice che essa possa donare l'immortalità). Ashitaka in seguito si innamorerà di San (la Principessa del titolo), una ragazza cresciuta dai mononoke (spiriti vendicativi che nell' anime vengono raffigurati come grossi lupi, difensori della foresta e spinti dal rancore verso gli uomini). Sia umani che creature della foresta combattono per i proprio ideali ed ognuno è convinto di essere nel giusto, anche il nostro Ashitaka non si schiererà mai da una parte e cercherà di aiutare le due fazioni restando a guardare il più possibile e interpretando il ruolo di uno spettatore imparziale. Il regista ha scelto il tema del cambiamento e dell' ecologia che viene visto nel contesto da diversi punti di vista. Ogni personaggio interpreta una parte ben precisa e porta avanti le sue idee fino in fondo. Non ci sono buoni o cattivi estremi ma solo situazioni che l'autore lascia di libera interpretazione per far riflettere sulle tematiche principali utilizzando Ashitaka come personaggio guida che collega i due mondi. L'anime, anche se è stato stravolto per adattarlo al cinema e il finale in stile disneyano, merita di essere visto e rimane uno dei più grandi capolavori dell' animazione giapponese.

Jotaro

 
Di Namor (del 01/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4352 volte)
Titolo originale
Romanzo criminale
Produzione
Italia 2005
Regia
Michele Placido
Interpreti
Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Luigi Angelillo, Toni Bertorelli, Roberto Brunetti, Giorgio Careccia, Antonello Fassari, Claudio Santamaria, Anna Mouglais,
Durata
150 minuti

Alla spartizione del bottino di un rapimento, il “Libano” fa una proposta ai componenti della banda, creare con i soldi del riscatto un fondo comune per poter conquistare ciò che tutti vogliono: ROMA. Da questa proposta nasce la “banda della Magliana”, una delle più spietate organizzazioni criminali che tra il ‘77 e il ‘92 ha seminato il terrore in Italia. Durante un’intervista ad uno dei banditi della vera banda, gli venne chiesto il perché fossero i più forti e la risposta fu: “noi non avevamo paura a sparare”. “Romanzo criminale” è tratto dal libro omonimo del magistrato e scrittore Giancarlo de Cataldo, che ha anche collaborato alla stesura della sceneggiatura con Stefano Rulli e Sandro Petraglia. Michele Placido dirige il film, realizzando un mix tra un poliziesco anni ‘70 (vista l’ambientazione dell’epoca) ed un film denuncia sui fatti di cronaca di quegli anni tristemente famosi, supportato da immagini di repertorio, come la strage di Bologna ed il rapimento di Aldo Moro. Coraggiosa la scelta del regista di inserire gli interventi dei servizi segreti che si relazionano con la malavita dell’epoca, rapporti che danno origine a scheletri tutt’ora chiusi negli armadi dello Stato Italiano, il quale trae vantaggio a tenerli ben serrati a doppia mandata, visto che ancora adesso dopo tanti anni non si hanno risposte… è mai se ne avranno! Quindi, non sono d’accordo con chi ha criticato il film affermando che il regista non abbia approfondito a sufficienza i temi trattati, lasciandoli senza risposte precise… LE RISPOSTE LE DEVONO DARE LE ISTITUZIONI… NON CHI FA CINEMA!!!
“Romanzo Criminale” é sicuramente uno dei miglior film italiani degli ultimi tempi, ne testimoniano anche i premi vinti ai David di Donatello ed il Nastro d’argento di quest’anno, un opera che racchiude un cast di attori bravissimi, la produzione si é raccomandata di reclutare il meglio, coloro che potessero dare la giusta credibilità ai personaggi: a partire da il “Libano” (interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino), la mente ideatrice del sequestro del barone Rosellini, reato che fornirà la base per l’inizio della loro escalation nel mondo del crimine; a seguire c’è il “Freddo” (un taciturno e sorprendente Kim Rossi Stuart); il “Dandi” (Claudio Santamaria), l’eccentrico nonché megalomane del gruppo; infine il nuovo idolo delle ragazzine italiane, il “Nero” (Riccardo Scamarcio), nel ruolo del killer anarchico, l’unico componente indipendente e temuto dalla stessa banda. Brava anche la puttana, donna del Dandi (Anna Mouglalis), che fa innamorare il commissario Scialoja, interpretato da (maxibon) Stefano Accorsi. Sulla sua recitazione avrei da ridire… non ha il carisma né la credibilità per il ruolo a lui affidato, l’unica scena in cui si salva è quella del confronto in prigione con il Freddo, per il resto lascio giudicare voi! Placido oltre ad aver assemblato un complesso di bravi attori, ha saputo scegliere una squadra di collaboratori che hanno impreziosito e dato maggior credibilità alla pellicola, dalla colonna sonora che, con le hit dell’epoca, ti riporta indietro nel tempo, al look dei personaggi con tagli di capelli e abbigliamento molto retrò. Grande merito anche a Paola Comencini, la scenografa, che ha ricreato fedelmente le atmosfere di quegli anni, con il parco auto dell’epoca, comprese quelle della polizia rigorosamente Alfa Romeo.

Namor

 
Di Darth (del 31/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3065 volte)
Titolo originale
The englishman who went up a hill but came down a mountain
Produzione
Gran Bretagna, 1995
Regia
Christopher Monger
Interpreti
Hugh Grant, Tara Fitzgerald, Colm Meaney, Kenneth Griffith
Durata
96 minuti

Siamo nel 1917 a Ffynnon Garw una cittadina gallese: la vita scorre lenta in attesa del ritorno degli uomini dal fronte e il paese è abitato perlopiù da donne e bambini, tranne pochi rimasti, tra questi spiccano due personaggi: il reverendo Jones e il locandiere Morgan, (chiamato da tutti ‘Morgan il montone’ per il suo successo con le mogli altrui). Ad interrompere la routine quotidiana del posto, arrivano due cartografi inglesi, inviati nel Galles per aggiornare le carte geografiche della Gran Bretagna, devono quindi occuparsi di misurare l’altezza del monte che domina e da il nome al loro villaggio. I problemi sorgono quando i due londinesi comunicano che, essendo il ‘monte’ alto 980 piedi, non sarà presente sulle carte essendo considerato una ‘collina’. Gli abitanti, orgogliosissimi della loro ‘prima montagna del Galles’ (geograficamente il primo monte che si incontra entrando nella nazione), decidono di opporsi a questa umiliazione e, per farlo, cercheranno di impedire in tutti i modi ai due cartografi di lasciare il villaggio, in modo da avere il tempo di alzare Ffynnon Garw dei 20 piedi necessari per tornare ad essere fieri della propria vetta. Il film in questione, tratto da una leggenda locale, mi piace considerarlo lo stereotipo delle commedie britanniche: bei dialoghi, tipico humour inglese e paesaggi meravigliosi, il tutto accompagnato da una trama che scorre come un fiume calmo, senza mai accelerare o decelerare il suo corso. Hugh Grant, nella parte del giovane timido ed impacciato, è nel suo ruolo preferito e dove rende al meglio; e anche tutto il resto del cast è di notevole competenza. Le figure del reverendo e del locandiere sembrano prendere spunto da Don Camillo e Peppone, con la loro inimicizia sotto un reciproco rispetto per le idee altrui, e portano a dialoghi davvero arguti e briosi. Per chi ne ha la possibilità, ne consiglio la visione in lingua originale, poiché con il doppiaggio si perdono le divergenze linguistiche (nonché socio-culturali) tra i dotti londinesi e i contadini locali che parlano un inglese rozzo e con la tipica cadenza gallese.

Darth

 
Di kiriku (del 30/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2007 volte)
Titolo originale
Garage olimpo
Produzione
Argentina-Italia 1999
Regia
Marco Bechis
Interpreti
Carlos Echeverria, Antonella Costa, Dominique Sanda, Chiara Caselli, Enrique Pineyro, Pablo Razuk.
Durata
98 minuti

Siamo nel 1976, l’Argentina è messa in ginocchio da una grave crisi economica e dalla guerra civile. Con la scusa di ristabilire l’ordine il generale delle forze armate Jorge Videla, con un Golpe militare, diventa presidente lasciando dietro di se una lunga scia di sangue. Appena salito al potere dichiara lo stato di assedio, chiude il parlamento, abolisce le associazioni sindacali e studentesche e chiude tutti i giornali non schierati. Mette in atto una feroce repressione contro chiunque non sia d’accordo con il regime. Vengono sequestrate, torturate e uccise all’incirca 30.000 persone, 1.500.000 sono quelle esiliate. A morire sono persone comuni, dallo studente all’operaio, dal sindacalista alla suora, in pratica chiunque venga additato come sovversivo. Anche insegnare a leggere alla gente povera è considerato un atto sovversivo, ed è in questi termini che è vista Maria (Antonella Costa), colpevole appunto di insegnare alla gente delle bidonville a leggere e scrivere, ma anche rea di appartenere ad uno dei tanti gruppi che si oppone alla dittatura. Viene sequestrata dalla propria casa dalla polizia militare in borghese e viene rinchiusa in un ex garage, dove, senza pietà, viene torturata con la corrente elettrica. Da qui si dipanano due storie: una è quella della madre (Dominique Sanda) che cerca disperatamente di avere notizie della figlia; e l’altra è quella di Maria che, per sopravvivere ad una violenza che la devasta fisicamente ma che soprattutto l’annienta nel più profondo dell’anima, cerca rifugio in una “storia d’amore” con il suo torturatore Felix (Carlos Echevarria). Questo è un film che è spietatamente reale, che ci rende partecipi di una delle più tremende pagine della nostra storia, e che ci dà la possibilità di conoscere più da vicino quei tragici eventi. Lo stesso regista (Marco Bechis) è un sopravvissuto di quella strage efferata e proprio per questo è stato in grado di dare vita ad un’opera che, pur risparmiandoci dalla pornografia della tortura, arriva violenta come un pugno nello stomaco. Le riprese a spalla nelle celle, le anguste ambientazioni e il suono in presa diretta provocano nello spettatore un senso di soffocamento insopportabile. Le vedute dall’alto della città, le immagini degli stradoni trafficati e le scene di ordinaria normalità si ripetono frequentemente nel corso del film, proprio per far risaltare le due realtà che esistevano in Argentina in quegl’anni. Una era quella della gente favorevole al regime, grazie al quale viveva tranquillamente la propria esistenza e l’altra era quella delle persone che venivano deportate nei luoghi di tortura e di cui si perdeva ogni traccia. La particolarità che ha contraddistinto questa dittatura dalle altre è che tutte le barbarie sono state attuate nel più assoluto silenzio, cercando di evitare il più possibile di fare notizia. In questo il regime è stato aiutato sicuramente dai mezzi di informazione che non hanno dato molta rilevanza a quello che stava accadendo. Se poi consideriamo che quella dittatura era vista come indispensabile dalla stessa chiesa argentina, dagli U.S.A., dall’Italia, dall’Inghilterra, dalla Germania federale e anche dal Vaticano, si può comprendere come sia stato facile mettere in pratica uno sterminio di questa portata. La scelta del regista di raccontare tutto questo attraverso uno stile quasi documentaristico, fa risultare il film poco cinematografico e non molto scorrevole. Il lavoro di Bechis è comunque di ottima qualità, bravi anche gli attori, alcuni dei quali hanno vissuto in prima persona quella tragica esperienza. Una particolarità per quanto riguarda i costumi; alcuni dei vestiti usati dai personaggi sono appartenuti realmente ai desaparecitos. Per chi fosse interessato esistono altri film sull’argomento e sono: “La Historia Oficial” di “Luis Puenzo”, “La Notte delle Matite Spezzate” di “Hector Oliveira”, “Sur” di “Fernando Solanas”, “Hijos” di “Marco Bechis” e infine un documentario “Semillas de Utopia” di “Rodolfo Colombara ed Emanuela Peyretti”. Ciao a tutti e “buona” visione!

Kiriku

 
Di nilcoxp (del 29/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2845 volte)
Titolo originale
Shichinin no samurai
Produzione
Giappone 1954
Regia
Akira kurosawa
Interpreti
Takashi Shimura, Toshiro Mifune, Yoshio Inaba, Seiji Miyaguchi, Minoru Chiaki, Daisuke Kato, Ko Kimura, Kamatari Fujiwara, Kuninori Kodo, Bokuzen Hidari.
Durata
200 minuti

Il film è ambientato in un villaggio nel Giappone del Cinquecento, dove dei contadini per difendersi dalle scorribande continue dei ladri, cercano ed infine assoldano sette samurai. Vincendo le differenze di classe che separano le due fazioni, i mercenari solidarizzeranno con i contadini fino a sacrificarsi per loro. Il regista che è anche autore della sceneggiatura (insieme a Shinobu Hashimoto e Hideo Oguni), mette al centro del film il confronto-scontro tra le due culture, descrivendo quella contadina nella sua globalità e semplicità, mentre per quanto riguarda quella guerriera ce ne fa una disamina attenta e specifica. I sette samurai incarnano gli aspetti diversi della morale e del comportamento giapponese: Kambei (Shimura) è la saggezza e il disincanto; Heihachi e Gorobei (Chiaki e Inaba) sono l’astuzia, la giovialità e il buon senso; Kyuzo (Miyaguchi) è la concentrazione ascetica; Katsushiro (Kimura) è l’idealismo e l’entusiasmo della gioventù; Shichiroj (Kato) è la professionalità che vuole restare nell’ombra; Kikuchiyo (Mifune) è il personaggio che lega le due culture, con le sue origini contadine e con la sua scelta di diventare samurai. Molti altri fattori contribuiscono alla grandezza del film: la sapienza della costruzione narrativa (1 prologo, 1 epilogo e 4 capitoli); la varietà degli episodi e dei registri narrativi; l’incitamento a vincere la rassegnazione e lo scoramento, visti come i due grandi nemici dell’uomo; la bravura tecnica del regista giunto in questa occasione al suo 14° film. Insomma un capolavoro universalmente riconosciuto, da vedere assolutamente dagli amanti del “vero” cinema. Perché oltre ad essere un pezzo di storia, è anche una grande scuola per chi volesse capire cosa vuol dire fare “cinema” in tutta la sua organicità e complessità, riuscendo però a risultare alla fine leggero, scorrevole e avvincente, come si addice ad un grande Maestro qual’ è Akira Kurosawa. Credetemi, possono non piacervi i film in bianco e nero, i film sui samurai e sulle battaglie in generale, i film lunghi (200 minuti non sono uno scherzo), MA QUESTO FILM INEVITABILMENTE VI PIACERA’.

nilcoxp

 
Di ninin (del 28/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1723 volte)
Titolo originale
La doublure
Produzione
Francia 2006
Regia
Francis Veber
Interpreti
Gad Elmaleh, Alice Taglioni, Daniel Auteuil, Kristin Scott Thomas, Richard Berry, Virginie Ledoyen, Dany Boon, Michel Jonasz
Durata
85 minuti

Il ricco industriale Pierre Lavasseur (Daniel Auetil), ha una storia extraconiugale con la fantasmagorica top model Elena (Alice Taglioni), e purtroppo per lui durante un loro incontro clandestino vengono pizzicati da un indiscreto paparazzo. Per spiegare la foto compromettente alla moglie Christine (Kristin Scott-Thomas), il miliardario Pierre si giustifica dicendo che nella foto, la bomba sexy non era con lui, ma bensì con un altro uomo che appariva nella stessa: uno sfigatissimo posteggiatore di nome François Pignon (Gad Elmaleh). Per potersi rendere credibile agli occhi della moglie e (soprattutto) per non perdere il suo patrimonio, Pierre si rivolge al fidato avvocato Foix (Richard Berry). Su suo consiglio farà si che la modella si infili in casa dello sfortunato parcheggiatore, dapprima riluttante e poi acconsenziente per soldi. Soldi di cui ha bisogno per poter aiutare la ragazza che ama, la bella venditrice di libri Emilie (Virginie Ledoyen). Del regista Francis Veber avevo già visto “In fuga per tre” e “La capra” e mi avevano particolarmente divertito. Questo film dopo un inizio un po’ in sordina si rivela una commedia ricca di gag e malintesi (mai volgari), ed è veramente esilarante. All’entrata della modella nella casa di Lavasseur (che in alcuni momenti mi ricorda Mr. Bean) sono memorabili gli equivoci che si vengono a creare: su tutti la figura secondaria del dottore della mutua (il padre di Emilie) , che visitando i suoi pazienti a domicilio accusa un malore e viene aiutato dal malcapitato di turno, il quale oltre a cedergli il suo letto e a prestargli soccorso, dovrà anche pagargli la “non visita”. In alcune scene fa da sottofondo musicale Pretty Woman, e mentre vi consiglio di andarlo a vedere... io mi metto alla ricerca degli altri due film di Veber: “La cena dei cretini” e “L’apparenza inganna”. Se tanto mi dà tanto……….

Ninin

 
Di Darth (del 24/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1916 volte)
Titolo originale
Broken Flowers
Produzione
USA 2005
Regia
Jim Jarmusch
Interpreti
Bill Murray, Sharon Stone, Chloe Sevigny, Jessica Lange, Jeffrey Wright
Durata
105 minuti

Premetto che “Broken Flowers” non è assolutamente di facile visione o di facile interpretazione: se lo si guarda per passare un’ora e mezza spensierata, si finisce addormentati sul divano o incazzati per la ‘sola’ che ci ha rifilato il gestore del videoclub! Invece, un appassionato di cinema riflessivo e introspettivo, può trovare il giusto spirito per apprezzare quest’opera. Il film racconta di Don Johnston (Bill Murray), un cinquantenne solitario e introverso, che ha sempre avuto molto successo con le donne ma mai una relazione duratura; la sua vita scorre abulica e monotona nella sua tuta da ginnastica che indossa per comodità, non certo per sport. Lasciato dalla sua ultima fiamma proprio per la sua indole apatica, riceve una lettera dove una donna misteriosa gli comunica che ha avuto un figlio da lui: il ragazzo ha già 19 anni e si è messo alla ricerca del padre. Il laconico Don, esternamente impassibile anche ad una notizia come questa, su organizzazione ed insistenza del suo unico amico (un vicino di casa etiope), parte per andare a scoprire chi è la madre tra le quattro donne con cui ha avuto una relazione vent’anni prima avendo come unico indizio una lettera rosa, scritta con l’inchiostro rosso. Il film continua con il nostro anti-eroe che viaggia per l’America, incontrando sulla strada bellissime ragazze giovani, che non gli faranno pesare di essere diventato vecchio; poi ritroverà le sue quattro ex, con i ricordi e le sensazioni che non esprimerà. Tutto questo viaggio si dimostrerà improduttivo ai fini della ricerca, e Don ritornerà a casa con la voglia o la paura di veder apparire, da un momento all’altro un giovanotto che lo chiami papà. “Una storia sulle occasioni perdute, sull'amore che non abbiamo dato e su chi abbiamo fatto soffrire con i nostri abbandoni, soprattutto sulla solitudine di chi alla fine è sfuggito ai sentimenti e alle responsabilità, ma anche sulle possibilità che la vita riserva ogni giorno”: Queste le parole di Jim Jarmush per descrivere il suo film. Personalmente penso che la totale inespressività di Don, ricreata magistralmente da un Murray sempre più bravo, lascia allo spettatore quella mancanza di comunicazione indispensabile per l’immedesimazione nel protagonista, ma che, forse, ci lascia più lucidità per riflettere sui significati intrinsechi nell’opera stessa. Solo un consiglio: se volete osservere come se la cava Bill Murray in un film impegnato, e non lo avete ancora visto, è decisamente meglio “Lost in Translation” di Sofia Coppola; se, invece, volete fare un viaggio nei ricordi del passato, e non lo avete ancora visto, è decisamente meglio "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman. Se entrambi vi sono piaciuti, allora godetevi “Broken Flowers”, ma non aspettatevi un’opera altrettanto profonda.

Darth

 
Di kiriku (del 23/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1348 volte)
Titolo originale
Wallace and Gromit in the curse of the were-rabbit
Produzione
Gran Bretagna 2006
Regia
Steve Box, Nick Park
Interpreti
Durata
85 minuti

Era il lontano 1997 quando in Italia approdò la prima avventura di Wallace e Gromit, passando praticamente inosservata. Dal ‘98 è addirittura disponibile un cofanetto con i tre cortometraggi più famosi: “Una fantastica gita”, “I pantaloni sbagliati” e “Una tosatura perfetta”. Qui da noi sono comunque rimasti poco conosciuti mentre in Inghilterra sono famosissimi, quasi degli eroi. Wallace è uno stravagante inventore, amante del formaggio che sistematicamente si mette nei pasticci, veste con dei pantaloni marroni, maglione verde e cravatta rossa. Gromit è il suo migliore amico, è un cane silenzioso ma che si esprime chiaramente attraverso il linguaggio del corpo e le espressioni del viso. E’amante dei cereali e i suoi hobby sono fare la maglia e leggere il giornale, ma la sua attività principale è quella di rimediare ai disastri commessi dal suo padrone. I due sono figli di un’idea di Nick Park e dalla loro prima apparizione, che risale a diciassette anni fa, hanno vinto una serie interminabile di premi. Sono fatti interamente di plastilina e sono animati con una tecnica particolare che prende il nome di “Stop motion”, che consiste nello spostare leggermente i personaggi per ben ventiquattro volte nell’arco di ogni secondo per tutta la durata del film, e con loro tutta la scenografia. Potete immaginare la mole di lavoro che è stata eseguita per dare vita a questo lungometraggio che nasce dalla collaborazione tra la “Dreamworks” e la “Aardman Animation”, gli stessi che qualche anno fa diedero vita al successo “Galline in fuga”. La storia è ambientata nel piccolo villaggio dello Yorkshire dove ogni anno gli abitanti attendo con smaniosa impazienza il giorno in cui viene eletto il vincitore del festival dell’ortaggio gigante. I conigli, che infestano la zona, minacciano la riuscita del concorso, ma la situazione è tenuta sotto controllo proprio da Wallace e Gromit che con il loro equipaggiamento antipesto si occupano dei piccoli roditori con apparecchiature ingegnose e sofisticatissime. La comparsa tuttavia di un coniglio gigante e vorace porta il panico tra gli abitanti del villaggio e mette in pericolo la riuscita della manifestazione. I due riusciranno, dopo innumerevoli peripezie, a riportare la calma nella cittadina. Il film è pregno di riferimenti e citazioni da altre opere, riconducibili a molti film dell’orrore e di fantascienza. Troviamo al suo interno parodie di film come “King Kong” , “Un lupo mannaro americano a Londra”, “L’incredibile Hulk”, “Tremors”, “Frankenstein” e tante altre. Bello e divertente come pochi altri, un cartoon che lo stesso Nick Park definisce il primo “Horror vegetariano”. Da non perdere assolutamente!!!
kiriku

 
Di ninin (del 21/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2771 volte)
Titolo originale
...e se domani
Produzione
Italia 2005
Regia
Giovanni La Parola
Interpreti
Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Sabrina Impacciatore, Luigi Maria Burruano, Claudio Gioè
Durata
90 minuti

Le pale di un elicottero con sottofondo musicale di “…e se domani” evergreeen di Mina: inizia così l’opera prima di Giovanni La Parola, tratta da una storia realmente accaduta in quel di Bologna a cavallo degli anni ‘90 (Il caso Gargano). “…e se domani” narra di Mimì Rendano (Luca Bizzarri), asserragliato in una banca dove ha tentato una rapina, gli hanno rovinato la vita per poche migliaia di euro di debiti e così ha deciso di vendicarsi su quegli strozzini legalizzati. A mediare viene chiamato l’avvocato Matteo Cillario (Paolo Kessisoglu) suo inseparabile amico, che inizia a ricordare come i due si sono conosciuti per caso nello stabile dove lavoravano, di come sono divenuti praticamente inseparabili, dei sogni di Mimì per un amore mai rivelato e mai dimenticato per Caterina (Sabrina Impacciatore) divenuta poi moglie del suo amico Giovanni (Claudio Gioè) suo futuro socio in affari. Caterina e Giovanni hanno avuto anche una splendida figlia, Maria Assunta (Andrea Marika Siviero). La bella Caterina diviene però presto vedova e il buon Mimì decide di farsi carico delle necessità della piccola Maria Assunta nonché del suo tenero amore adolescenziale. Ho trovato questa commedia simpatica ma a tratti un po’ troppo sdolcinata e con ‘gag’ alla Neri Parenti davvero fastidiose; per darvi un’idea: l’avvocato Matteo è dal giudice con un occhio bendato: “Signor giudice non può chiudere un occhio?”, oppure a riprendere i film anni ‘70 quando viene inquadrato il ritratto del defunto marito che guarda con occhi minacciosi il suo ex socio che tenta di insidiare sua moglie. Simpatico invece il raffronto delle due figure maschili: Mimì che farebbe qualunque cosa per il prossimo, anche firmare (ingenuamente) assegni, invidioso della quotidianità coniugale del suo amico avvocato; e dall’altra Matteo, attaccatissimo al denaro, sempre in cerca dell’offerta speciale last-minute, e invidioso, anche lui, del modo tenero di amare di Mimì. Bella la colonna sonora e divertentissima la scena del funerale/matrimonio.

ninin

 
Di Goober (del 20/05/2006 @ 05:01:01, in cinema, linkato 1537 volte)
Titolo originale
Hostel
Produzione
USA 2005
Regia
Eli Roth
Interpreti
Jay Hernandez, Derek Richardson, Eythor Gudjonsson, Barbara Nedeljakova,
Durata
95 minuti

Due amici americani decidono di trascorrere le vacanze in giro per l’Europa con l’inter-rail. Lì conosceranno Oli, un ragazzo islandese, con il quale decideranno di recarsi a Bratislava (in Slovacchia) dove pare ci siano le ragazze più belle e disponibili che si possa desiderare. A prima vista sembrerebbe essere proprio così, ma …
Bisogna dirlo, a fronte del clamore suscitato intorno a sé, “hostel” non si è dimostrato granchè convincente, per diverse ragioni: il film si dilunga troppo nella parte iniziale, dove sembra di assistere più ad una pellicola ironico-demenziale che ad un film horror, peraltro presentato come “il più atteso e agghiacciante dell’anno”. Senza dubbio, in quanto a violenza e sangue, la seconda parte ci regala delle scene davvero impressionanti, con una girandola di amputazioni, corpi squarciati e torture ... insufficienti in ogni caso a garantire il successo o anche solo l’affermazione di questo 'new-horror sadico'.
Come già accaduto per il suo titolo d’esordio “Cabin Fever”, il regista Eli Roth ci consegna un altro horror singhiozzante e claudicante, nel quale l’interesse dello spettatore si risveglia solo di tanto in tanto. Troppo poco per i fan del genere (e non solo per loro). La mancanza di originalità e la trama risultano essere i maggiori punti deboli di questa pellicola, sicuramente non così sconvolgente , innovativa e terrorizzante come era stata annunciata.
"Saw-l’enigmista" è ancora troppo lontano…

goober

 
Di slovo (del 19/05/2006 @ 05:04:03, in cinema, linkato 1525 volte)
Titolo originale
Serenity
Produzione
USA 2005
Regia
Joss Whedon
Interpreti
Nathan Fillion, Summer Glau, Chiwetel Ejiofor
Durata
119 minuti

Forse non tutti sanno che nel 2002 il network americano Fox iniziò a trasmettere una serie di fantascienza chiamata “firefly” ma, dato che era un prodotto eccellente, prima ancora di arrivare al termine della prima stagione venne eliminato dal palinsesto senza troppe spiegazioni … i fan non tardarono a far sentire il loro disappunto, convincendo i geniali managers a pubblicare tutte le puntate realizzate in dvd. Risultato: il cofanetto di “firefly” divenne un best-seller. Questo ‘inaspettato’ successo permise al creatore della serie Joss Whedon di riguadagnarsi l’appoggio dei produttori e realizzare un lungometraggio che raccogliesse e sviluppasse le trame di “firefly” dal punto in cui fu bruscamente interrotto. Questa è in estrema sintesi la genesi di “Serenity”. In Italia, tanto per restare coerenti a questa bizzarra gestione, è stato distribuito poco e male. Non ho visto la serie, ma una simile odissea (per non dire maledizione) non poteva che suscitarmi curiosità, sebbene tutto ciò che ha accompagnato la sua furtiva promozione facesse rima con ‘boiata’ (a cominciare dalla locandina)…
Come non detto. Visto, posso tranquillamente affermare che “Serenity” è uno dei migliori film di fantascienza apparsi sugli schermi negli ultimi anni.
Vediamo gli elementi della storia: una società bipartita in un alleanza fascistoide di pianeti centrali e i focolai di ribellione dei sistemi periferici, una ragazzina micidiale ed impenetrabile, un’astronave sgangherata e il suo equipaggio di simpatici delinquenti, l’inarrestabile sicario … si potrebbe polemizzare che sono tutte cose già trite e ritrite in decine di altri film … certamente, ma i più accorti di noi sanno benissimo che di fronte all’impossibilità matematica di proporre elementi completamente inediti, non resta che lavorare sulle miscele…ed è proprio in tal senso che “serenity” è un gioiellino di maestria.
Whedon parte con un corredo di protagonisti già pienamente caratterizzati durante la serie a puntate e li immerge in una vicenda intrigante e ben congeniata, amalgamando sapientemente azione, dramma, mistero, e una dose di humor(!) mai fuori luogo (il capitano Mal è da sganasciarsi); essendo alla sua prima prova come regista cinematografico, ha dato un taglio forse troppo televisivo alla pellicola e la sceneggiatura tende a ‘rincorrersi’ un po’ (succede quando si ha tanto da dire in poco tempo) ma questi sono dettagli. Un cast di attori semi-sconosciuti ma bravissimi e (come era logico supporre) ben affiatati dà corpo alle visioni dell’autore/regista. Un’ultima buona ragione per guardarlo? è stato un mezzo fiasco ai botteghini. A buon intenditor…

slovo

 
Di Namor (del 18/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1814 volte)
Titolo originale
Firewall
Produzione
USA 2006
Regia
Richard Loncraine
Interpreti
Harrison Ford, Paul Bettany, Virginia Madsen, Robert Patrick, Jimmy Bennett, Michael Finn
Durata
105 minuti

Mitra, passamontagna e la classica “mani in alto questa é una rapina” non si usa più: adesso in banca ci si entra attraverso la rete, si clicca un tasto e via, senza inutili spargimenti di sangue, montagne di soldi si spostano da un conto all’altro. Ma per fare questo ci vuole una password che ti introduca nel sistema operativo dell’istituto di credito, ma da chi si può avere questa chiave di accesso? Ovvio, dal creatore del programma di sicurezza, Jack Stanfield (Harrison Ford). Jack è l’esperto di sistemi di protezione informatica per la Landrock Pacific Bank, la banca presa di mira per il furto hi-tech. La banda che ha ideato il colpo ha bisogno però della sua “collaborazione” ma come ottenerla? Con la cosa più subdola che ci sia, il ricatto!!! Con appostamenti e ricerche certosine scoprono tutto su di lui ed i suoi cari: i conti correnti, le abitudini, i gusti e perfino l’allergia del figlio… per loro la famiglia Stanfield non ha più segreti. Con un’irruzione degna di una squadra “swat”, la gang di malviventi prende in ostaggio i familiari di Jack, riuscendo così ad imporgli la complicità al loro piano. Sembrava filasse tutto liscio, invece, anche per chi l’ha ideato, trovare un falla nel sistema di sicurezza è tutt’altro che facile e, a complicargli le cose, ci si mette anche il suo collega antagonista Gary Mitchell (Robert Patrick): un mastino di guardia alle procedure di trasferimento fondi, introdotto dalla nuova società acquisitrice della banca. Il film, fin qui regge bene ma la seconda parte diventa banale, scontata, senza colpi di scena e con una totale mancanza di originalità… rettifico, un colpo di scena veramente c’è… la sparizione nel nulla del mastino Gary Mitchell! Lo sceneggiatore ad un certo punto si dimentica di lui, tant’è che il suo personaggio si dissolve (roba da “Chi l’ha visto”). Un bravo al cattivo di turno Paul Bettany in un ruolo che, a mio avviso, gli cade a pennello; e non sono il solo a pensarla così, visto che sarà l’albino Silas, il killer dell’Opus Dei nell' attesissimo film “Il Codice da Vinci”. Per quanto riguarda Harrison Ford con la sua faccia di cartongesso (il suo viso ha sempre la stessa espressione) se la cavicchia, almeno ci ha risparmiato un’interpretazione alla 007, i suoi movimenti negli scontri fisici sono giustamente goffi e lenti, come si addice ad un impiegato bancario ultrasessantenne. Insomma, cari amici, io penso che il copione di Firewall sia stato scritto su misura per rilanciare la carriera di Harrison Ford, visti i recenti risultati dei suoi ultimi lavori… diciamo una campagna pubblicitaria in previsione del quarto capitolo della serie “Indiana Jones”. Se fosse così, dovrebbe scegliere meglio i ruoli che gli propongono, non si può bocciare un film come Syriana, nel quale doveva interpretare il ruolo dell’agente della CIA (in cui George Clooney ha vinto l’oscar come miglior attore non protagonista), per accettare il Jack Stanfield di Firewall. Il motivo di questa preferenza? Non aveva fiducia che il regista Stephen Gaghan avesse le capacità di controllare una storia tanto intricata e che riuscisse a dare il giusto spessore al suo personaggio. Caro Indy, un Oscar, sarebbe stato un trampolino di lancio senz’altro migliore!

Namor

 
Di Darth (del 17/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1851 volte)
Titolo originale
Everything is illuminated
Produzione
USA 2005
Regia
Liev Schreiber
Interpreti
Elijah Wood, Eugene Hutz, Boris Leskin
Durata
106 minuti

“Il mio nome per la legge è Alexander Perchov. Ma tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. (…) Mio padre mi chiamava Shapka per il cappello di pelliccia che calzavo in testa anche nei mesi d'estate. Poi ha smesso di dirmi così perché gli ho ordinato di smettere di dire così. Mi sembrava un nome bambinoso, e io invece mi sono sempre pensato un uomo molto potente e inseminativo. Io sfagiolo i film americani. Sfagiolo i negri, soprattutto Michael Jackson. (…).Indubitabilmente sono di alta statura. Non conosco nessuna donna più alta di me. Le donne che conosco che sono più alte sono lesbiche, per loro l'anno 1969 è stato fondamentale”.
Comincia con questo monologo il romanzo di Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata”, da cui è stato tratto il film. Ho scelto di riportarvi queste poche righe per darvi un’ idea di come è stato scritto: è una storia raccontata in prima persona da Alex, un giovane di Odessa, con una gran passione per gli usi e costumi americani che ha imparato l’inglese in maniera molto approssimativa; da qui ne scaturisce l’originale linguaggio utilizzato dall’ autore per scrivere il suo libro, che aiuta molto il lettore ad immedesimarsi in questo simpatico russo. Il film narra di un giovane ebreo emigrato negli USA di nome Jonathan Safran Foer (lo scrittore ha dato il suo nome a questo personaggio poiché è una storia con un fondamento autobiografico, ma la maggior parte degli avvenimenti è fittizia), interpretato da Elijah Wood, che trova una foto di suo nonno con una misteriosa ragazza, scattata in Ucraina durante l’oppressione nazista, con una scritta enigmatica sul retro: “Trachimbrod”; decide così di partire per ritrovare la donna che salvò il suo avo dai tedeschi. Dopo questa prefazione inizia il vero moto conduttore dell’opera diretta da Liev Schreiber, un “on the road” sulle strade polverose e colorate delle campagne ucraine; un viaggio davvero affascinante, accompagnato da musica etnico-moderna che si fonde con calore alla stupenda fotografia curata da Matthew Libatique (verso il finale si vede una casa immersa in uno sterminato campo di girasoli che è di una bellezza indescrivibile), e avvalorato dallo spessore e dalla simpatia che riescono a suscitare i tre protagonisti. Il terzo, che non ho ancora citato, è il nonno di Alex: un vecchio burbero che si crede cieco (ma è l’autista del ferrovecchio che li porterà in giro per il paese), che parla solo russo, accompagnato dal suo cane guida: un bastardino ringhioso, che ha chiamato Sammy Davis Junior Junior, in onore del suo cantante preferito. Il film inizia come una commedia brillante, ricco di battute esilaranti e di situazioni paradossali, con Jonathan intimorito dal nonno, diffidente verso Alex e terrorizzato da Sammy Davis jr. jr.; ma sapientemente, senza un taglio netto, si trasforma sotto i nostri occhi… i due coetanei diventano amici, l’ebreo smette di avere paura del cane, il vecchio smette di spacciarsi per cieco e la storia degrada nei ricordi di chi ha vissuto la guerra, trasformandosi anch’essa da divertente a drammatica. Potrei scrivere pagine di interpretazioni su tutte le simbologie captabili in quest’opera, dagli occhiali/lenti del “ricercatore” Jonathan, alla sua mania di collezionare ricordi, come a raffigurare la paura di dimenticare… ma mi dilungherei togliendo, a chi lo guarderà, il gusto di scovarle da se; io vi dico solo una curiosità che non è percepibile se non la si conosce, ed è un “cameo" alla Hitchcock: all’ inizio del film, con Elijah Wood intento a pregare sulla tomba della nonna, passa un ragazzo che soffia via le foglie secche dalle lapidi… costui è il vero Jonathan Safran Foer.
Buon viaggio a tutti.

Darth

 
Di kiriku (del 16/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3516 volte)
Titolo originale
Smultronstället
Produzione
Svezia 1957
Regia
Ingmar Bergman
Interpreti
Victor Sjostrom, Bibi Andersson, Lena Bergman,Bjorn Bjelvnstam
Durata
95 minuti

Il tempo scorre inesorabile e spesso non c’e ne rendiamo conto e nella maggior parte delle volte non ci fermiamo neanche a riflettere sulla vita trascorsa, sulle scelte fatte e sulle loro conseguenze future. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine e capita allora che, in un certo momento della nostra esistenza, si arrivi a tirare le conclusioni e a valutare i successi e gli insuccessi ottenuti. Nel film “Il posto delle fragole” il personaggio principale, cioè il vecchio Isak Borg, si ritrova, dopo una vita dedicata al lavoro di medico, a ricevere un prestigioso premio alla carriera, premio che deve ritirare durante una cerimonia a lui dedicata e che si svolge a Lund. Decide, per raggiungere la città, di affrontare il viaggio in macchina attraversando così lungo il tragitto i posti della sua infanzia. Ma non sarà un viaggio solo fisico ma anche spirituale, attraverso la propria interiorità, grazie alla quale scoprirà che nonostante una vita agiata e piena di riconoscimenti, il suo radicato egoismo lo ha portato a trovarsi in una situazione di estrema solitudine. Questo scavare dentro se stesso lo condurrà, alla fine del viaggio, a comprendere i propri sbagli e a ravvedersi. “Il posto delle fragole” è uno dei film più famosi di Ingmar Bergam ha ricevuto innumerevoli premi tra i quali l’Orso d’oro a Berlino e il premio della critica a Venezia. Guardando questo film non si può che non essere d’accordo con le giurie. E’ un opera di una chiarezza estrema e anche se possiamo trovare diverse simbologie anch’esse sono semplici e dirette, come ad esempio: l’orologio senza lancette, che indica lo scadere del tempo e l’approssimarsi della morte; il posto delle fragole, che non è altro che il luogo dei ricordi di una vita passata; i tre ragazzi, che rappresentano la giovinezza in tutta la sua effervescenza ma mai fine a se stessa, i tre infatti discutono sull’esistenza di Dio. Ma proprio per la sua “semplicità” questo film arriva diretto a toccare i punti fondamentali a noi più cari come la vita, la morte, il viaggio e l’esistenza di Dio, lasciandoci un messaggio: “con l’amore e la comprensione verso gli altri si possono superare gli innumerevoli momenti di crisi che caratterizzano la nostra esistenza”. E per finire devo dire che ho apprezzato molto, oltre alla splendida sceneggiatura, l’interpretazione di Victor Sjostrom (Izak Borg) che ho scoperto essere stato uno dei maggiori registi e attori svedesi, che per questa interpretazione ha vinto l’Oscar come miglior attore. Questo è un film che mi ha dato dell’emozioni e che rimarrà nei miei ricordi, si proprio là dove si trova il posto delle fragole!

Kiriku

 

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