BLOGBUSTER - cinema e musica
mail forum
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 15/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1910 volte)
Titolo originale
Inside Deep Throat
Produzione
USA 2005
Regia
Randy Barbato, Fenton Bailey
Interpreti
Durata
92 minuti

C’è qualcuno che non ha mai visto “Gola Profonda”? Non ci credo, soprattutto se è un maschietto a dirlo! “Inside Gola Profonda” è un documentario sul film forse più famoso della storia del cinema (che è tutto dire). Pensate che G.P. è stato girato nel 1972 in sei giorni ed è costato 25.000 dollari, incassandone 600 milioni, nonostante sia stato messo al bando in 23 stati. I due registi in questo documento ci mostrano i percorsi biografici di Linda Lovelace (la protagonista), Harry Reems (il protagonista maschile) e Gerard Damiano (il regista), con le conseguenze procurategli dall’aver girato quel film. Scandali e processi, in un’America attraversate da lotte ideologiche tra conservatori e liberali (si pensi all’onda lunga della “liberazione sessuale” del ’68), e lotte legali tra una censura repressiva e la libertà d’espressione sancita dal primo emendamento. In questo calderone di eventi solo il regista (che acquisterà fama e lavoro nell’ambiente cinematografico) e la malavita (che beneficerà dei profitti elevatissimi) ne usciranno bene. La Lovelace finirà reietta dal mondo del lavoro “normale”, cercando riscatto facendosi portavoce di polemiche strumentalizzate; la sorte peggiore capiterà all’attore protagonista, unico condannato di tutta la vicenda. I due registi affrontano tanti temi, forse troppi, ma non ne approfondiscono nessuno. Il loro pregio migliore è stato senz’altro il riuscire a trasmettere bene la sensazione euforica che si era venuta a creare intorno al mondo della pornografia: la sua nascita “artistica”, e la sua successiva “morte industriale” causata dall’avvento della videoregistrazione. Documentario ben riuscito che si avvale di interviste importanti e di filmati dell’epoca. Se volete saperne di più…approfondite!

nilcoxp

 
Di ninin (del 14/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1151 volte)
Titolo originale
Ice age 2: the meltdown
Produzione
USA 2006
Regia
Carlos Saldanha
Interpreti
 
Durata
91 minuti

Nuova spedizione per l’originale branco ormai indivisibile composto da Manny (il mammuth), Diego (la tigre con le zanne a sciabola) e Sid (il simpatico bradipo). Siamo in uno scenario fatto tutto di ghiaccio che l’impareggiabile Sid trasforma in un incredibile parco giochi acquatico pieno di scivoli. Purtroppo però ha inizio il disgelo e con esso il rischio di estinzione. Unica alternativa trovare a breve termine un habitat più congeniale, aiutati (falsamente) in questo dagli avvoltoi, che indicano come soluzione una cima di una montagna lontana con una specie di arca della salvezza sopra. In “Ice age2”, fa da contorno alla storia, la malinconia di Manny che pensa ormai di essere rimasto l’ultimo mammuth in vita, fino all’incontro con Ellie, una femmina di mammuth vissuta da sempre con gli opossum (accompagnata dai 2 suoi presunti fratelli Crash ed Eddie, a tratti fenomenali) e fissata pertanto di essere una di loro. Devo dire che sono rimasto piacevolmente stupito dal fatto che “Ice age2” non soltanto tiene il passo del primo film, ma in molte scene risulta essere molto più comico (nel primo c’è più dolcezza ma si ride meno).Per ultimo, (ma non ultimo) vi è sempre lo scoiattolo Scrat, sempre alla ricerca della sua ghianda. Ricerca che assume dei toni quasi ossessivi, fino al finale a sorpresa che… non vi dico! Film della Fox girato completamente in CGI (computer genereted imagery), a tratti eccezionale nell’animazione: strabiliante la resa della massa d’acqua. Un bravo ai doppiatori italiani, anche se ho letto che il doppiaggio americano è risultato fenomenale. Spero che questa concorrenza tra le principali case di produzione di film d’animazione continui, se i risultati sono film come questo, che fa divertire grandi e piccini.

Ninin

 
Di slovo (del 12/05/2006 @ 05:01:55, in cinema, linkato 1081 volte)
Titolo originale
Event Horizon
Produzione
USA 1997
Regia
Paul WS Anderson
Interpreti
Sam Neill, Laurence Fishburne
Durata
96 minuti

Futuro prossimo. Una spedizione viene mandata ai confini del sistema solare a recuperare la nave sperimentale “event horizon” ritenuta dispersa 7 anni prima. Il relitto è in realtà reduce da un viaggio trans-dimensionale e si è portata dietro un carico di puro e intangibile male.
Il classico tema della casa stregata, o meglio della nave fantasma, (dove un gruppo di persone è costretto in un luogo che cela un’insidia) rivisitato in chiave fantascientifica. Il film inizia, come si confà ad ogni sci-fi movie che si rispetti, in maniera scrupolosamente documentaristica: l’esplorazione, l’indagine, il tutto accompagnato da un convincente tecno-bla-bla, sostengono un certo interesse che però inizia a scemare nel momento in cui le presenze maligne si manifestano a bordo, innescando una noiosa carellata di ogni possibile cliché horroristico che da quel genere si può attingere. Non viene risparmiata neppure la scena finale, con tanto di boccaporto che si chiude da solo davanti alla telecamera. Il clonatissimo “Alien” di Ridley Scott (1979) fa da matrice per la caratterizzazione dell’equipaggio ma, a riprova che il talento non è riproducibile, qui l’alchimia non riesce e i dialoghi tra commilitoni finiscono con l’essere spesso forzati e a tratti ridicoli.
Visivamente apprezzabili invece, tutte le sequenze riguardanti l’astronave-protagonista, i cui ambienti interni sono stati realizzati seguendo un progetto posto idealmente a metà strada fra il futuristico e il gotico/medioevale, l’effetto risultante è quello di una sorta di tempio del male in leghe e circuiti. Altro colpo di genio è stato l'ambientare il film nell'alta atmosfera di nettuno, ricca di turbolenze e perturbazioni gassose: un velato rimando all'immagine di un vascello in mezzo al mare in burrasca ... Naturalmente non basta la sola componente visiva a salvare “punto di non ritorno” da un giudizio negativo… un completo disastro quindi? direi più un’occasione sprecata … e da amante della fantascienza non posso che esserne deluso, soprattutto perché a ben vedere qualche buona intuizione c’è … se solo fossero state sviluppate in altre direzioni…

slovo

 
Di Namor (del 11/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2063 volte)
Titolo originale
Crash
Produzione
USA, 2004
Regia
Paul Haggis
Interpreti
Sandra Bullock, Don Cheadle, Matt Dillon, Thandie Newton
Durata
113 minuti

Debutto col botto dietro alla macchina da presa per lo sceneggiatore canadese Paul Haggis, il quale dopo aver scritto e vinto l’Oscar per la sceneggiatura di “Million dollar baby”, si ripete anche quest’ anno con “Crash contatto fisico” premiato anche come miglior film. Quest’ultimo premio Haggis avrebbe potuto vincerlo anche l’anno precedente, se non avesse dovuto rinunciarvi (perché impegnato a dirigere Crash) e passare la mano a Clint Eastwod. L’ispirazione al copione di Crash nasce dal furto della sua auto, avvenuto 15 anni prima. L’idea iniziale era quella di realizzare una serie televisiva ma, ritenuta troppo forte per il piccolo schermo, nasce il progetto di un film indipendente, girato in soli 35 giorni con un costo irrisorio di 6 milioni di dollari, veramente pochi se si considera i costi odierni delle produzioni americane. Crash diventa immediatamente un successo in patria incassando 60 milioni di dollari, mentre in Italia viene accolto timidamente ma, dopo le vittorie alla notte degli Oscar, torna nelle sale cinematografiche riscontrando il favore del pubblico (fatto che puntualmente accade in Italia ai film inizialmente snobbati e poi premiati agli Accademy Adwards). Nonostante il budget a disposizione di Haggis sia basso, riesce a reclutare un cast di attori di tutto rispetto da fare invidia alle grandi produzioni: su tutti spicca Matt Dillon, il suo personaggio l’ho trovato veramente odioso e fantastico allo stesso tempo: un poliziotto che sfoga la sua rabbia (di figlio inerme di fronte alla malattia del padre) durante il suo lavoro. A cadere nella rete della sua ostilità sono due coniugi benestanti, umilia il marito (un famoso regista) e importuna la moglie (la bravissima Thandie Newton), che in seguito verrà salvata da Matt Dillon stesso. La scena in cui i due si ritroveranno nell’incidente e molto intensa e significativa, il comportamento di colui che prima era il molestatore diventa in questo contesto l’esatto contrario, ossia il poliziotto determinato a salvare la vita alla donna precedentemente umiliata. I temi del film sono molto attuali e variegati: la distanza fisica e la divisione netta tra le classi sociali, il razzismo tra le molteplici etnie di diversa religione e provenienza (vedi il maldisposto e ostile negoziante iraniano), il giudicare (in maniera sbagliata) le persone solo dal loro aspetto, la reazione di una paranoica Sandra Bullock nei confronti dell’ispanico pieno di tatuaggi che gli cambia la serratura di casa dopo una rapina subita. Si dice, che dentro ad ognuno di noi esiste una parte scura, cattiva (lo yin) e una chiara, buona (lo yang), siamo noi stessi a determinarne la percentuale con le nostre scelte, Crash ci apre le porte di questa verità, manifestata attraverso le azioni dei personaggi all’interno del film. Bello! Il film mi ha emozionato e lo rivedrei volentieri, la colonna sonora risulta azzeccata, di sicuro effetto con le immagini che la pellicola ci propone, io sono rimasto ad ascoltarla fino alla fine, con la bellissima “Maybe tomorrow” (forse domani… troverò la retta via) degli “Stereophonic”.

Namor

 
Di Darth (del 10/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1132 volte)
Titolo originale
Taegukgi hwinalrimyeo
Produzione
Corea del Sud, 2004
Regia
Je-gyu Kang
Interpreti
Dong-Kun Jang, Bin Won
Durata
140 minuti

13 milioni: i dollari spesi, il film più costoso mai realizzato in Corea.
300: i giorni di riprese.
25.000: le comparse utilizzate.
10 milioni: i Sud Coreani che sono andati a vedere Taegukgi al cinema, pari ad oltre il 20% della popolazione.
Questi i numeri rappresentativi del capolavoro di Kang Je-gyu, un kolossal che ha battuto tutti i record di incassi in madrepatria, sfruttando ingegnosamente l’argomento che più sensibilizza cuori e animi dei Coreani: la guerra del 1950 tra le due Coree. Questo film, totalmente sconosciuto in Italia, narra la storia di due fratelli di Seoul: Jin-tae e Jin-suk, straordinariamente affiatati, che passano senza possibilità di scelta e senza preavviso, da una vita di stenti ma pacifica (Jin-tae, è un lustrascarpe, Jin-suk studente) alla leva militare. Infatti, il 25 giugno 1950, la Corea del Nord comunista invade militarmente i territori appartenenti alla Corea del sud e, il governo di quest’ultima, recluta arbitrariamente tutti i maschi dai 18 ai 30 anni per far fronte all’ avanzata nemica. In questa fascia di età rientrano, ovviamente, anche i due protagonisti. Non appena arruolati, il fratello maggiore (Jin-tae) ha come principale preoccupazione l’incolumità del fratellino per il quale, anche per la mancanza del padre, ha un’indole molto protettiva ed altruistica; fino al punto di fare un patto col proprio comandante capo dove stipulano, con una stretta di mano, che se Jin-tae venisse insignito della medaglia d’onore, il comandante avrebbe autorizzato il congedo di Jin-suk. Da quel momento, il lustrascarpe si improvvisa guerriero, e si lancia a testa bassa in tutte le imprese più ardite che gli possano capitare, rischiando la vita ogni giorno, con lo stupore e l’ansia dell’ignaro studente, che non riesce a capire il motivo di questa improvvisa brama di onore del fratello. E’ molto interessante seguire anche l’evoluzione della guerra, un conflitto di cui Hollywood ha parlato poco o niente, soprattutto su come l’ hanno vissuto i coreani in prima persona. Inizialmente i Sud Coreani, colti impreparati, subiscono l’avanzata degli “sporchi comunisti”, successivamente, con l’arrivo dei marines americani, si capovolge la situazione, e sono i Nord Coreani che vengono travolti dalle armate dei “bastardi gialli filoamericani” (gli epiteti sono quelli utilizzati nel film), infine, a riequilibrare le forze, arrivano centinaia di migliaia di “volontari” dalla Cina, inviati per tenere lontani i capitalisti dai propri confini. Tutto questo è reso magistralmente da Kang Je-gyu con scene di guerra ricreate benissimo, meglio della maggior parte delle produzioni hollywoodiane, sia a livello di regia (con camere a spalla come fece Spielberg in “Salvate il soldato Ryan”), sia come effetti speciali; ed è particolare la scelta di esaltare in maniera molto cruda i vari feriti e mutilati: alcune scene fanno davvero accapponare la pelle! Una curiosità per dare un’idea della grandezza di quest’opera: solo per la realizzazione della battaglia di Doo-Mil-Ryung, sono stati sparati 15.000 proiettili a salve e utilizzati 500 stuntman per tre settimane di riprese! E vi assicuro che il risultato finale è davvero impressionante! Un’altra nota positiva, che merita di essere evidenziata, è la scelta del regista/sceneggiatore di mantenere imparzialità politica: pensavo, vista la produzione Sud Coreana e il tema trattato, di avere una trama con i buoni capitalisti contro i cattivi comunisti; invece Kang Je-gyu ha dato rilevanza al fatto che l’unica cosa di cui importava ai soldati era la propria vita e quella dei propri familiari, ed erano lì perché costretti, non per ideologie politiche di sorta. Nel film, infatti, si vedono stermini di massa, stragi di innocenti, e omicidi a sangue freddo di prigionieri, perpetuati sia dai sudisti che dai nordisti; ed è in seguito ad un’azione del genere che uno dei protagonisti, uscito di senno, deciderà di terminare la guerra combattendo al fianco dei comunisti, contro i propri ex commilitoni e contro il sangue del suo sangue. Un’opera coraggiosa e grandiosa che ha portato fortuna e gloria al suo realizzatore… ora speriamo solo che qualche distributore italiano si decida ad acquistarne i diritti!

Darth

 
Di kiriku (del 09/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1508 volte)
Titolo originale
Sostiene Pereira
Produzione
Italia, Francia 1995
Regia
Roberto Faenza
Interpreti
Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Stefano dionisi, Joaquim de Almeida, Daniel Auteuil e Marthe Keller.
Durata
105 minuti

Siamo a Lisbona nell’estate del 1938 e la dittatura di Salasar prende piede sempre più velocemente. Pereira (Marcello Mastroianni), dopo una vita trascorsa al Lisboa ad occuparsi della cronaca, si ritrova a svolgere il ruolo di redattore della pagina letteraria. Il giornalista è vecchio, provato e malato di cuore. Sopravvive stancamente pensando solo alla sua unica passione, la cultura, e in particolare alla traduzione delle opere francesi, non accorgendosi del periodo buio in cui sta entrando il Portogallo e tutta l’Europa. Da quando è rimasto vedovo è ossessionato dalla fine della vita terrena, tanto da assumere un giovane, laureato in filosofia (Stefano Dionisi) con una tesi sulla morte, per scrivere i necrologi degli artisti famosi ancora in vita. Sarà proprio l’incontro con questo giovane e con la sua ragazza (Nicoletta Braschi) che porteranno Pereira a prendere coscienza di quello che sta succedendo nel suo paese, ritrovando una vitalità che non credeva di avere più e che lo aiuterà ad uscire da quel guscio di neutralità in cui si era rinchiuso. Il film è un adattamento del bel romanzo di Antonio Tabucchi, il quale ha partecipato alla stesura dei dialoghi, che di fatto sono ben curati, soprattutto quelli tra Pereira e il dottor Cardoso (Daniel Auteuil). Ma nonostante il film sia fedele in maniera impressionante al libro, la scenografia sia curata nei minimi particolari e la sceneggiatura sia buona, il risultato finale supera di poco la sufficienza. Il problema probabilmente è dovuto al cast. Escluso Mastroianni che come al solito ci regala un’interpretazione splendida, a volte quasi autobiografica, il resto della compagnia non è all’altezza. Sembrano tutti molto immobili e spenti, a cominciare da Dionisi, per finire con l’inespressiva e imbarazzante recitazione di Nicoletta Braschi. La delusione per tutti quelli che hanno letto il libro come me è evidente, ci eravamo illusi di poter rivivere le emozioni provate leggendo il romanzo, ma così non è stato. Consiglio comunque di vederlo perché descrive bene quali sono i segni e le caratteristiche con le quali le dittature si manifestano inizialmente, come ad esempio la censura dell’informazione e la repressione per chi si oppone ad essa; situazioni non poi così lontane da noi.

kiriku

 
Di nilcoxp (del 08/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1218 volte)
Titolo originale
Totò che visse due volte
Produzione
Italia 1998
Regia
Daniele Ciprì, Franco maresco
Interpreti
Franco Maresco, Marcello Miranda, Salvatore Gattuso, Carlo Giordano, Pietro Arcidiacono
Durata
93 minuti

Questo è un film che si articola in tre episodi, in cui il terzo è anche un omaggio a “La ricotta” di Pasolini. I due registi hanno qui dato il meglio (o il peggio a seconda dei punti di vista) di loro. Fedeli alla linea che li ha resi famosi (quella di “cinico tv” per intenderci), pure in questo film usano solamente persone di sesso maschile anche per le parti femminile senza cercare di mascherare la cosa (uno ha la barba); girato rigorosamente in bianco nero senza attori professionisti, hanno però la consuetudine di “portarsi dietro” qualche personaggio che conoscono bene e con cui hanno già lavorato in passato. E la parola “personaggio” non è stata usata a caso, visto che pescano le persone da impiegare nei loro film nella degradata provincia palermitana: sono persone abbruttite dall’ambiente in cui vivono e spesso dalla natura stessa che li ha fatti nascere così. Sono i “mostri” emarginati che la società crea, mostri collocati in un’ambientazione che sembra post-atomica, ma che in realtà è la condizione di vita normale di alcune zone della nostra quotidianità. Quindi un film in bianco e nero (la fotografia è di Luca Bigazzi ed è di una raffinata bellezza) girato nel degrado urbano delle periferie palermitane con personaggi brutti e spesso deformi e deformati dalle circostanze, che ovviamente parlano solo in dialetto stretto (per fortuna è sottotitolato). Cosa chiedere di più a un film volutamente provocatorio e disgustante? Il precedente e primo film della coppia Ciprì e Maresco “Lo zio di Brooklyn” sembrava, come dire, irripetibile. E invece in “Totò che visse due volte” i due registi si sono superati inserendo in maniera forte e stomachevole l’elemento religioso. E’ un film disgustoso, volgare, incomprensibile e in alcuni momenti blasfemo(basti pensare all’angelo sodomizzato e a uno dei personaggi che avrà un rapporto sessuale con una statua della Madonna). Ma proprio in queste caratteristiche di bruttezza e disgusto sta la bellezza del film, che trova una propria forma di espressione e un proprio equilibrio. Sicuramente di forte impatto e non adatto ai più. Solo per estimatori del cinema “duro” e fuori dagli schemi convenzionali.

nik

 
Di ninin (del 07/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1547 volte)
Titolo originale
Il regista di matrimoni
Produzione
Italia 2006
Regia
Marco Bellocchio
Interpreti
Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni
Durata
107 minuti

Il film che voglio raccontarvi oggi è : “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio. Si inizia con il matrimonio della figlia di Franco Elica (Sergio Castellitto), inquadrato in disparte, stranito da quello che sta accadendo intorno a lui nella chiesa. Elica è un noto regista che si sta occupando di una nuova riedizione dei Promessi Sposi, ma per vari motivi (esistenziali e incastrato per vicende sessuali) scappa nella bellissima Sicilia. Qui farà la conoscenza di Enzo Baiocco (Bruno Cariello),che si guadagna da vivere facendo filmini di nozze e di Smamma(Gianni Cavina), un regista per cui il David al suo film è un atto dovuto, al punto di fingersi morto pur di averlo, perché come rivela ad Elica “sono i morti che governano”. Enzo, offre ospitalità a Franco nella sua umile dimora e qui farà conoscenza col Principe Ferdinando Gravina di Palagonia (Sami Frey) un nobile all’antica, ormai in rovina, sempre scuro in volto e che incute un certo timore a tutti. Il principe decide allora di rivolgersi ad Enzo per il matrimonio di convenienza della figlia Bona (di nome e di fatto!) con un ricco avvocato così da potersi risollevare economicamente, e far fronte a tutti i debiti. Enzo quindi gli consegna un provino appena girato, rivelando al nobile che si era fatto dare dal maestro Elica, un piccolo aiuto. Dopo averlo visionato, il principe contatta lo stesso Elica dichiarandogli, in confidenza, che tutto il girato è di una piattezza incredibile e che l’unica parte decente è quella che ha girato lui, decide quindi di commissionargli le riprese della cerimonia nuziale al posto di Enzo. I problemi nascono col fatto inaspettato che il regista si innamora della sposa al primo sguardo, un vero colpo di fulmine! In questo film c’è molto che ricorda l’opera manzoniana che per uno strano destino Elica dovrebbe girare ma che gli torna indietro come un boomerang: come il matrimonio che non s’ha da fare, figure che prendono spunto da Don Rodrigo dai bravi, dall’innominato o da principesse che aspettano il principe azzurro chiuse nel loro castello. Poi c’è un film nel film con telecamere nascoste in stile grande fratello, con flashback tra sogno e presente. Belli i paesaggi siciliani, da Cefalù a Bagheria, ed è molto bravo Bellocchio a rendergli giustizia con molteplici campi lunghi. Da non perdere anche un dialogo all’interno della villa (castello della principessa) che Castellitto ha con due cani da guardia. Il film, a tratti anche ironico, ve lo consiglio, non solo per la trama o i paesaggi, ma perché sono convinto ognuno di noi darà al film un’ interpretazione ed un finale diverso.

ninin

 
Di Goober (del 06/05/2006 @ 05:02:12, in cinema, linkato 1972 volte)
Titolo originale
The Green Mile
Produzione
USA
Regia
Frank Darabont
Interpreti
Tom Hanks, David Morse, Michael Clarke Duncan, Michael Jeter
Durata
188 minuti

Louisiana, 1935. Paul Edgecomb (Tom Hanks) era capo delle guardie del braccio della morte nel penitenziario di Cold Mountain. La prigione era chiamata “Il miglio verde” a causa del pavimento, verde per l’appunto, che conduceva verso la sedia elettrica i condannati.
Nonostante Edgecomb svolgesse il suo mestiere da diversi anni, non conobbe mai in tutta la sua vita una persona come John Caffey ( Michael Duncan), un gigante nero condannato a morte per lo stupro e l’omicidio di due gemelline di nove anni.
L’arrivo del nuovo prigioniero, dotato di una forte sensibilità e di un potere soprannaturale, in grado di curare le malattie, getteranno sull’intero carcere un senso di umanità mai provata prima, facendo in modo di far accadere i miracoli anche in questo luogo impensato.
Questa voltaStephen King, il maestro dell’horror, da cui è tratto il racconto, ci conduce all’interno di un penitenziario dove nessuno è quello che sembra e dove gli orrori sono rappresentati non dai soliti vampiri, zombie e mostri vari, come ci ha abituati in molti dei suoi libri, ma assumono le sembianze di gente apparentemente comune. Lo scrittore, dimostra inoltre,- come probabilmente non era mai accaduto prima-, di avere un cuore d’oro, regalandoci questa fiaba drammatico-soprannaturale.
Dopo l’ottima pellicola d’esordio, “Le ali della libertà”, (sempre tratto da un racconto di King ), Frank Darabont, si ripresenta al grande pubblico, ancora una volta con una storia ambientata in un carcere, dimostrando di voler mirare ancora più in alto. Nonostante alcune pecche, il regista, ha il grande merito di farci: commuovere, soffrire, ridere, sperare e indignare. Sentimenti che solo un grande regista riesce a trasmettere in un unico film. Inoltre, egli riesce a non farci pesare le oltre 3 ore di pellicola, anzi, la trama si srotola in modo lineare e piacevole, senza improvvisi cambi di registro, come a scandire ed evidenziare il lento ma inesorabile passaggio del tempo nel braccio della morte; permettendo così al Miglio Verde, di essere considerato uno dei lungometraggi più interessanti dell’intera stagione 1999. (Non a caso ha ottenuto 4 nomination, fra cui quella di miglior film e miglior attore non protagonista).
Per contro, l’intenzione di affrontare così tante tematiche, si è rivelata, probabilmente, una scelta un po’ presuntuosa, non riuscendo a centrare fino in fondo le premesse originali, donando così alla pellicola un senso di incompiutezza.
Nonostante questo, il film è nel complesso molto godibile e merita di essere visto, dato che rappresenta, a mio parere, una delle migliori trasposizioni mai realizzate dai romanzi di Stephen King.

Goober

 
Di Darth (del 03/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1213 volte)
Titolo originale
The Chronicles of Narnia: The Lion, the Witch and the Wardrobe
Produzione
USA 2005
Regia
Andrew Adamson
Interpreti
Jim Broadbent, Tilda Swinton, Anna Popplewell, William Moseley, Skandar Keynes, Georgie Henley
Durata
140 minuti

Che tristezza! Ho affittato “Le Cronache di Narnia” sicuro di vedere un film sullo stile de “Il Signore degli anelli” e mi sono ritrovato a guardare una favoletta per bambini, noiosa, dal ritmo blando, scontata e con molte scene praticamente identiche al capolavoro di Tolkien diretto da Peter Jackson. Questa è stata la mia prima impressione, poi ho voluto andare più a fondo, capire cosa hanno sbagliato nella realizzazione di quest'opera: per prima cosa, ho scoperto che non posso incolpare solo il regista, dato che il film in questione è effettivamente una fedele trasposizione su pellicola del libro di Clive Staples Lewis “Il leone, la strega e l’armadio” del 1950, il primo dei sette libri che compongono “Le cronache di Narnia” ma, benché Tolkien e Lewis fossero amici e scrivessero entrambi storie fantasy nello stesso periodo, quest’ultimo si rivolgeva ad un pubblico più giovane e oltretutto, essendosi convertito al cristianesimo in età adulta, ha farcito i suoi romanzi con molti (troppi) riferimenti teologici: il più evidente nel racconto in questione è la morte \ resurrezione del leone Aslan. Da queste premesse suppongo che il problema maggiore di quest’ opera stia nel fatto che guardando da adulti nel 2006 un film che ha una sceneggiatura tratta da un libro per bambini del 1950, si abbia quella sensazione di “già visto” e non si trovi niente di innovativo. La storia narra di quattro fratelli di Londra che durante la seconda guerra mondiale vengono mandati, per la loro incolumità, a soggiornare in una magione di campagna e lì, giocando a nascondino, trovano un armadio enorme che per magia conduce a Narnia. In questo mondo fantastico totalmente ricoperto di neve e ghiaccio per colpa della classica strega cattiva, i fanciulli incontrano vari personaggi fantasy che li accolgono a braccia aperte e li mettono a conoscenza della profezia che vuole due figli di Adamo e due figlie di Eva (altra citazione biblica) come futuri sovrani dopo che avranno salvato Narnia dal giogo della regina bianca. Saputo questo, per prepararsi alla battaglia, visto che gli elfi che fanno regali li ha già usati il suo amico Tolkien, appare dal nulla e senza spiegazioni nientemeno che BABBO NATALE che regala ai quattro delle armi nuove di zecca con cui fare la guerra alla strega (ma è Santa Claus o G.W. Bush?). Una volta armati, si incamminano alla ricerca di Aslan il leone, ex sovrano di Narnia, l’unico che può aiutarli… nel mentre Edmund (il terzogenito) tradisce i fratelli per aiutare la maliarda, poi si accorge di aver commesso un errore e torna sui propri passi per essere perdonato dal resto della famiglia (altri richiami alle Sacre Scritture). A quel punto arriva l’apice del ridicolo, e questa è tutta colpa della distribuzione italiana: l’incontro dei protagonisti con il mitico Aslan; esce imponente dalla sua tenda, guarda i quattro ragazzi, cresce la tensione, sono tutti in attesa di sentire che perle di saggezza usciranno da quelle fauci e… si mette a parlare con una voce ridicola, in italiano stentato, senza forza e senza enfasi! Hanno affidato il doppiaggio, per non si sa quale ragione, a Omar Sharif! Ho guardato la versione originale, l’interpretazione di Liam Neeson rende non cento, ma mille volte meglio la “forza” e la “calma” che si addicono ad un personaggio così carismatico; noi abbiamo “sua maestà” con la voce del giullare di corte. Trovato il leone con la voce da buffone comincia la battaglia contro le orde di trolls al servizio della strega, fino al finale più scontato che ci si possa immaginare. Ultima critica, i personaggi: dei quattro bambini l’unica che riesce quasi ad essere all’altezza del ruolo è Georgie Henley (Lucy), gli altri non trasmettono nessuna sensazione allo spettatore (tranne forse l'antipatia); mentre l’interpretazione di Tilda Swinton nel ruolo della regina bianca, secondo me, è l’unica cosa positiva di questo film.

Darth

 
Di ninin (del 30/04/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1514 volte)
Titolo originale
The wild
Produzione
USA 2006
Regia
Steve 'Spaz' Williams
Interpreti
Ricky Tognazzi (il leone Samson), Luciana Littizzetto (la giraffa Bridget)
Durata
94 minuti

La fortuna di essere un papà mi porta spesso a seguire i film di animazione (ma che bella scusa! : - D ) e quello che ho seguito in uno di questi ultimi pomeriggi è stato appunto “Uno zoo in fuga”. Voglio essere subito chiaro, ero prevenuto su quest’ ultimo perché pensavo seguisse la falsa riga di Madagascar, uno degli ultimi lungometraggi della Dremworks; ma non è stato così… la trama ricorda anche altri cartoni animati! C’è il solito zoo nella grande mela, un leone che ricorda molto Mufasa (Il re leone) anche se questo re (chiamiamolo così) è un po’ racconta frottole e cerca di farsi bello per non essere sminuito dai compagni e soprattutto dal figlio (qua ricorda Lilli & il vagabondo 2). Alla sera, dopo la chiusura, ha luogo la finale di curling tra i pinguini e il re Samson con i suoi amici (questa è molto bella), il figlio del re, di nome Ryan, disubbidendo al padre, si ritrova dopo vario gironzolare, a riordinare le idee in un container che per sua sfortuna è in partenza per la savana africana. Succede così che nell’intento di recuperare il cucciolo felino partito involontariamente, ha luogo una spedizione di salvataggio per il continente nero organizzata dal padre, con il koala Nigel (zimbello di tutti per colpa di un gadget dello zoo), l’anaconda Larry, la giraffa Bridget (doppiata in chiave molto ironica dalla Littizzetto) e lo scoiattolo Benny, follemente innamorato di Bridget. Prima che il gruppo di animali prenda possesso di una piccola imbarcazione per correre in aiuto del cucciolo disperso, è da seguire una scena nelle fogne di New York con due alligatori con accento siciliano davvero esilarante. Nel complesso il film è piacevole ed ha una animazione, con i paesaggi della metropoli e dell’ambiente africano, a dir poco perfetti; per non parlare dei due felini che alcune volte sembrano veri. Il format finalmente sembra essere tornato ad un livello più comprensibile per i piccoli.

ninin

 
Di Namor (del 27/04/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1429 volte)
Titolo originale
Il mio miglior nemico
Produzione
Italia 2005
Regia
Carlo Verdone
Interpreti
Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Morariu, Agnese Nano, Paolo Triestino, Corinne Jiga, Sara Bertelà, Leonardo Petrillo
Durata
115 minuti

Dopo 15 mesi di scritture, gli sceneggiatori Verdone, Muccino, Plastino, Ranfagni creano il copione del film, Il mio miglior nemico candidato a 12 premi David di Donatello (senza vincerne però neanche uno). Commedia tragicomica con un Carlo Verdone strepitoso, espressivo nella mimica facciale e veritiero nel ruolo del personaggio sfigato, (interpretato anche di recente in Manuale d’amore di Veronesi), e un Muccino ancora acerbo, ma che fa della spontaneità la sua arma vincente. Una pellicola che sottolinea la differenza generazionale dei due protagonisti, evidenziando l’assenza della figura paterna nel giovane Muccino, e la mancanza di comunicazione del Verdone padre. Achille de Bellis (Verdone) direttore di una famosa catena di alberghi, di proprietà della moglie e del cognato Augusto, licenzia una cameriera, la madre di Orfeo, (Muccino) per il furto di un pc portatile. Questo é l’inizio della sua odissea che lo porterà a scontrarsi con il giovane, il quale, inizialmente tenta di far riassumere la madre, (con notevoli problemi di depressione) ma non riuscendo a convincere il rigido direttore, gli dichiara guerra deciso a vendicarsi rovinandogli la vita. Ma non ha fatto i conti con il destino che beffardo a sua insaputa lo fa innamorare di Cecilia la figlia del suo nemico. La guerra si sa, lascia le sue vittime, e da questo incontro-scontro con fallimento reciproco, i due nemici sono costretti ad allearsi per recuperare il rapporto di padre-figlia-fidanzato, dando inizio alla seconda parte del film, on the road che li proietterà in giro per l’Europa alla ricerca del loro riscatto personale.

Namor

 
Di Darth (del 26/04/2006 @ 05:01:48, in cinema, linkato 6253 volte)
Titolo originale
Mickybo & Me
Produzione
Irlanda 2004
Regia
Terry Loane
Interpreti
John Joe McNeill, Niall Wright, Julie Walters, Ciaran Hinds, Adrian Dunbar, Gina McKee
Durata
90 minuti

Negli anni ’70 Belfast era una città divisa; cattolici da una parte, protestanti dall’altra, attentati terroristici quotidiani e l’esercito a presidiare la città nel vano tentativo di limitare i disordini: in quest’ ambientazione storica si svolge la trama di Mickybo & me. E’ la storia di due bambini di 9 anni chiamati da tutti MickyBo e JohnJo che, nonostante la loro differenza sociale e religiosa (MyckyBo è di famiglia protestante e povera, JohnJo cattolica e benestante), indifferenti ai problemi razziali, alla pazzia che li circonda, alle esplosioni e all’odio che i ragazzi del quartiere hanno per loro, diventano amici per la pelle. In un cinema di periferia si ritrovano a vedere Butch Cassidy and The Sundance Kid (1969) con i mitici Paul Newman e Robert Redford ad interpretare i due noti rapinatori di banche; i due fanciulli rimangono talmente colpiti dal fascino dei due arditi fuorilegge fino al punto di volerne emulare le gesta. Cominciano quindi a commettere furtarelli in giro per Belfast e, incuranti del pericolo che li circonda, trasformano la città nel loro campo giochi fino ad entrare in possesso di una vera pistola, rubata assieme ad una gamba di legno (???) durante il furto in un appartamento. Sempre inseguendo il mito di Butch e Sundance, la successiva mossa dei due protagonisti è quella voler lasciare la città per andare in Australia a godersi la vita, lontani dalla loro difficile situazione familiare e da quel paese pieno d’odio; a quel punto scappano di casa, rubano una bicicletta e tentano la rapina ad una banca con una pistola ad acqua! Assolutamente da gustare la scena del “mani in alto!”. Il loro viaggio li porta, senza accorgersene, ad attraversare il confine con l’EIRE, dove incontrano poliziotti che girano disarmati, cosa per loro inconcepibile, e le affermazioni “qui le pistole le usiamo solo per andare a caccia” e “su da voi ne avete anche troppe di armi” mettono in luce la differenza di vita che potevano avere i due figli d’irlanda se fossero nati a Dublino anziché a Belfast. Il film è davvero molto bello, bravissimi i due piccoli attori, pieno di risvolti sull’amicizia, sull’odio religioso, su pagine di storia lette con l’ingenuità di due bambini; il finale poi è davvero stupendo, non è un lieto fine, non è strappalacrime… è un finale vero, come vera è la storia di Butch Cassidy and The Sundance Kid.

Darth

 
Di ninin (del 23/04/2006 @ 10:20:00, in cinema, linkato 1303 volte)
Titolo originale
Inside man
Produzione
USA 2006
Regia
Spike Lee
Interpreti
Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Willem Dafoe
Durata
129 minuti

Nuova opera di Spike Lee, ambientata nella caotica New York dei giorni nostri. La pellicola inizia con il volto in primo piano di Dalton Russell (Clive Owen) il quale fa un monologo sulla rapina perfetta e spiega chi_come_dove_cosa_quando e perché deve essere escogitata. Quattro rapinatori irrompono in una sontuosa banca, stile decò, camuffati da imbianchini e, disattivando le telecamere con flash a infrarossi, vi si insediano. All’interno della stessa vi sono in quel momento una cinquantina di persone che passano da normali clienti ed impiegati ad ostaggi e, passato il panico, vengono costretti ad indossare anche loro tuta e maschera… nessuna differenza, nessuno è diverso dall’altro, nessuno può essere riconosciuto, il piano è perfetto! La squadra a cui è affidato il caso è diretta dal capitano Darius (Willem Dafoe) a cui fa seguito il negoziatore Keith Frazier (Denzel Washington). Frazier è un detective sfortunato a cui viene attribuito un brutto affare di riciclaggio di cui non ha colpa, per sua fortuna però il suo collega più benvoluto è in vacanza e quindi, anche se malvolentieri, gli affidano questo delicato incarico. A questo punto dopo i primi negoziati con i malviventi, in un altro ufficio, entra in scena il fondatore della banca Arthur Case (Christopher Plummer), un uomo tutto d’un pezzo, scaltro e avido che nasconde qualcosa… qualcosa che nessuno deve conoscere… e l’ha nascosta in una cassetta di sicurezza della banca, nella quale si sta svolgendo la rapina. Per riuscire a tenere lo scheletro ancora nascosto nell’armadio (anzi nella cassetta), Case si rivolge ad un avvocato Madeleine White (Jodie Foster), una per cui niente è impossibile e la incarica di trattare con i rapinatori. Molto belli i cambi di scena alla Lee e la mescolanza delle carte tra buoni e cattivi. Divertenti gli interrogatori sui coinvolti, a cui va aggiunto durante una negoziazione un quesito del capobanda alla polizia che scatena un simpatico dibattito. Non c’è da perdersi una sola battuta di questo poliziesco… ed il finale è una sorpresa!

ninin

 
Di Namor (del 21/04/2006 @ 08:30:00, in cinema, linkato 1282 volte)
Titolo originale
King Kong
Produzione
Nuova Zelanda / USA 2005
Regia
Peter Jackson
Interpreti
Kyle Chandler, Jamie Bell, Adrien Brody, Jack Black, Naomi Watts
Durata
180 minuti

Quando i sogni diventano realtà. Peter Jackson dopo vari rinvii finalmente gira il supertecnologico King Kong, il film che lo ha ispirato ad intraprendere la carriera da regista. Compito non facile, visto che il famoso bestione è stato il soggetto già di due pellicole (rispettivamente nel 1933 diretto da Ernest B. Schoedsack insieme ad Merian C. Cooper e nel 1976 con la regia di John Guillermin). La scelta del cast che in origine doveva essere composta da attori del calibro di K. Winslett, G. Clooney e R. De Niro, cambia poi radicalmente 10 anni dopo, stravolgendo quelli che erano i nomi inizialmente decisi dal regista, puntando su N. Watts, A. Brondly, e J. Black. Siamo negli Stati Uniti durante la grande depressione, negli anni 20 / 30 (ricostruita in maniera molto credibile da Jackson). I tempi sono duri anche per l’attrice Ann Darrow (Naomi Watts) che, pur lavorando in un teatro, non ottiene nessun compenso economico da svariati mesi e, quando anche questa teorica fonte di sostentamento viene meno, non le resta che accettare l’offerta di lavoro del megalomane Carl Denham (Jack Black, che per il ruolo si é ispirato fortemente ad un giovane Orson Wells), un regista deciso a girare un film su di un’ isola sperduta che finalmente, tra varie peripezie, completa il cast e può partire. Bene, trovata la Bella è il momento di andare dalla bestia. Ormeggiata al porto c’è la “Venture” l’imbarcazione con la quale raggiungeranno Skull Island, residenza di King Kong o meglio, l’isola di Jurassic Park, visto le molteplici creature preistoriche che ci vivono. Qui Jackson ha calcato un po’ troppo la mano con alcune scene, il combattimento di Kong contro ben tre tirannosauri appesi alle liane forse un è po’ esagerato… la scimmia ci sta che si appenda, ma il t.rex?! La fuga dei brontosauri assaliti dai velociraptor all’interno di un’ insenatura a stretto contatto con gli umani l’ho trovata ancora più assurda, per non parlare di quando lo sceneggiatore Jack Driscoll (Adrien Brody) assalito da una decina di megainsetti, viene liberato da un marinaio senza nessuna esperienza di armi da fuoco, che gli spara addosso con un mitra senza fargli neanche un graffio!!! Complimenti, neanche RAMBO avrebbe fatto di meglio!!! Nel complesso, se sorvoliamo le esagerazioni citate, il film merita la visione; specialmente se siete i fortunati possessori di un buon impianto home theatre, visto che è stato premiato con tre premi oscar: suono, sonoro ed effetti speciali.

Namor

 

791419 persone hanno visitato il blog dal 3 aprile 2006

Ci sono 725 persone collegate


< dicembre 2018 >
L
M
M
G
V
S
D
     
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
           

Articoli
Elencati per sezione:
cinema
musica
live report
libri
teatro
fumetti
serie TV
redazione

Catalogati per mese:

Gli interventi più cliccati

Ultimi commenti:
Gran bel libro che è...
18/03/2018 @ 15:55:05
Di Namor
Non credevo (infatti...
18/03/2018 @ 15:53:06
Di Namor
Complimenti per la r...
18/03/2018 @ 13:03:13
Di Angie*
@- LouiseElle- Ti r...
03/12/2017 @ 11:08:01
Di * Miryam
e' un libro bellissi...
23/11/2017 @ 14:21:42
Di #LouiseElle
@_Angie: Grazie Angi...
15/11/2017 @ 00:19:30
Di Asterix 451
Bella rece Asterix. ...
12/11/2017 @ 14:22:04
Di Angie*
ne sono davvero feli...
29/08/2017 @ 22:59:00
Di #LouiseElle
purtroppo non sono ...
05/03/2017 @ 20:26:10
Di #LouiseElle
Anche questo titolo ...
05/03/2017 @ 14:34:45
Di Namor




Feed XML RSS 0.91
Feed XML Atom 0.3
dBlog Open Source
BlogItalia
blogs italia, directory blog italiani

BlogNews


Creative Commons License
I contenuti testuali di BlogBuster sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons.


10/12/2018 @ 20:51:32
script eseguito in 303 ms