BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di gidibao (del 03/02/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 3153 volte)
Titolo originale
Magic Kingdom For Sale - Sold!
Autore
Terry Brooks
Traduzione
Riccardo Valla
Editore
Mondadori
Prima edizione
1986

Ben Holiday è un abile avvocato di Chicago che ha trovato rifugio nel proprio lavoro dopo la prematura scomparsa della giovane moglie. Il suo vivere quotidiano si inerpica lungo un sentiero ricco di sofferenza dove il futuro altro non è che un pallido orizzonte di bruma.
Durante il periodo di fine anno, Ben riceve dalla Rosen's LTD un "catalogo natalizio di sogni e desideri" tra i quali ne scorge uno tanto bizzarro quanto invitante: “Regno magico di Landover in vendita: maghi, draghi ed un castello fatato. A questo splendido arazzo manca solo un filo: Voi, per governarlo come Sovrano ed Alto Signore ”.
Pur non credendo ad una sola frase contenuta nell'annuncio pubblicitario, Ben Holiday decide di acquistare comunque il Regno giusto per offrire una nuova opportunità di cambiamento alla propria vita.
Landover è un regno in decadenza. Il trono è vacante da venti anni, le messi sono compromesse e la popolazione è disperata. I Baroni del luogo si rifiutano di accogliere Ben come loro sovrano, un drago semina il terrore nelle campagne ed una strega malvagia disegna oscuri incantesimi tramando opere di distruzione.

Questo di Terry Brooks è il primo di cinque romanzi dedicati al Ciclo di Landover. La trama è avvincente e ricca di humor, di azione e di suspence. I personaggi di corte a sostegno del protagonista hanno un profilo netto e ben strutturato nel contesto della narrazione.
Medaglioni dai grandi poteri, il castello fatato di Sterling Silver e la deliziosa silfide Willow (donna di giorno ed albero la notte) rendono questo romanzo una gradevole lettura accompagnandoci lungo un dedalo di orditi letterari intessuti intorno alle figure di Iron Mark e del Paladino, signore dei demoni il primo, figura del campione dei re di Landover relegata al mito di una armatura vuota la seconda...


 
Di slovo (del 02/02/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 1710 volte)
Titolo originale
Osanna – Naples in the world
Autore
Carmine Aymone
Editore
Afrakà
Prima edizione
dicembre 2001

Carmine Aymone è un giovane giornalista e critico musicale cresciuto, come ama ricordare, a ‘pane e Sgt.Pepper’. La sua passione per la buona musica lo ha spinto ad approfondire, tra l’altro, la mai abbastanza ricordata stagione del progressive-rock italiano anni’70, con un attenzione particolare alla scena napoletana per doverosi motivi di cittadinanza.
Partendo da un’introduzione al prog-rock e le ragioni che ne hanno animato nascita e sviluppo, il saggio di Carmine procede con un ampia panoramica sui raduni, i primi festival infine sui gruppi partenopei, focalizzando sulle origini di una delle realtà più importanti e originali dell’epoca: gli Osanna. La storia, le collaborazioni, le scissioni e le reunion, fino ad arrivare ai giorni nostri, soffermandosi nel dettaglio di ogni album da loro pubblicato.
Consulente d’eccezione nella stesura lo stesso Lino Vairetti: storica voce del gruppo e amico dell’autore nonchè editore del testo (uscito sotto il suo marchio afrakà) che contribuisce condividendo memorie e aneddoti che sarebbe stato difficile recuperare altrimenti (tra i più singolari, quello riguardante il frammento di “bandiera rossa” presente in una traccia de “L’uomo”(1971)).
Un ricco lavoro di documentazione arricchisce il volume: fotografie (alcune molto vecchie e curiose), testi di canzoni, interviste e testimonianze di giornalisti e musicisti attivi in quel periodo (Renzo Arbore, Franco Mussida, Enzo Avitabile, Michele Zarrillo).
Un lettura esaustiva che appassionerà i cultori del genere, giocata sul dialogo fittizio con Carry, una sorta di asceta musicante italiano che Carmine immagina di incontrare per caso a Londra e che diviene il narratore ideale di questa appassionata e romantica storia “rock”.

slovo

 
Di Sansimone (del 27/01/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 4284 volte)
Titolo originale
Macaronì - Romanzo di santi e delinquenti
Autore
Francesco Guccini- Loriano Macchiavelli
Prima edizione
Gennaio 1997

I montanari tengono dentro per una vita i loro rancori” è questa la frase simbolo del libro che vi voglio raccontare, anzi che non vi racconterò, ma vi dirò perché, secondo me, merita di essere letto. Innanzi tutto, questo è il primo di una trilogia di gialli scritta a quattro mani da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli; i libri narrano le vicende di un maresciallo dei carabinieri capostazione in un paese dell’Appennino tosco-emiliano. La trama del primo romanzo racconta l’arrivo del maresciallo Santovito nel paesino che deve subito indagare su una serie d’omicidi apparentemente senza nessun collegamento fra loro, e in questo si scontra con il comportamento chiuso dei suoi nuovi compaesani. Quello che rende interessante quest’opera è il continuo interscambio narrativo dal piano del giallo a quello descrittivo della realtà italiana alla fine dell’800 e durante il ventennio fascista. Addirittura in alcuni passaggi il giallo si fa corredo della descrizione della realtà di vita degli italiani di fine diciannovesimo secolo. Sono soprattutto queste parti che mi hanno colpito, mi è venuto naturale fare un confronto su come vengono trattati gli extracomunitari in Italia oggi…purtroppo l’essere umano ha memoria solo di se stesso ma non della sua storia. Oltre a questo spunto, quello che ho trovato scritto molto bene sono state le riproduzioni delle atmosfere che si respirano nei paesini di montagna. Era facilissimo, durante la lettura, immaginarsi in cammino lungo i sentieri di boschi, oppure all’interno di una fumosa osteria, o ad ascoltare i saluti austeri ma sinceri dei paesani, dai modi duri e riservati ma sempre pronti a porgerti le mano… ricordi di un tipo d’educazione ormai scomparsa. Termino questo mio commento invitandovi a leggere questo libro, e anche gli altri due della serie, perché danno un ottimo spaccato del periodo storico che va dalla seconda guerra mondiale fino agli anni ‘70 dell’Italia rurale e non.

Sansimone

 
Di Velia (del 21/01/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 2296 volte)
Titolo originale
Diario di un Gatto con gli Stivali
Autore
Roberto Vecchioni
Traduzione
 
Prima edizione
marzo 2006

Prendete il vostro lato bambino, il fanciullino di Leopardiana memoria e….mettetelo a nanna! Diario di un Gatto con gli Stivali è sì una raccolta delle fiabe più classiche: da Biancaneve a Cenerentola, da Pollicino alla Piccola Fiammiferaia, ma dei classici ne mantiene solo il nome. Qui mi fermo, non dirò niente altro sulla trama, dovrete scoprirla voi, a vostro rischio e piacevolissimo pericolo. Roberto Vecchioni, cantante, musicista e insegnante di latino e greco, reinventa, manipola, gioca con i personaggi delle favole, li umanizza, li rende “reali” in una sorta di paradosso tematico. Stravolgimento dei ruoli, ironia, lucida follia sono tra gli ingredienti di questa meta-favola, una sorpresa dopo l’altra, 166 pagine da leggere con la curiosità di chi, pur credendo ancora nelle favole, è disposto ad accettare qualsiasi imprevisto la vita possa mettergli davanti. Consigliato in special modo a colui che riesce sempre a vedere il tanto acclamato “altro lato della medaglia” e a considerare altri punti di vista. A chi, pur disilluso dalla vita riesce a vedere il lato fiabesco della realtà, o semplicemente vuole farsi due risate alle spalle del Principe Azzurro…perché “niente è come appare”.

Velia.

 
Di xanteferranti (del 30/12/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 4543 volte)
Titolo originale
Tonio Kröger
Autore
Thomas Mann
Traduzione
Anita Rho
Editore
Einaudi
Prima edizione
Berlino, 1903

Thomas Mann è il massimo autore del Novecento, e Tonio Kröger il suo capolavoro.
Thomas Mann è il massimo autore del Novecento perché è il meno attuale, cioè il più europeo, il più tedesco. In un’epoca come la nostra, «in cui si tende a scambiare il dominio stilistico per fred­dez­za e a considerare l’intelligenza, in uno scrittore, come una dote sospetta» (così Paola Capriolo sul «Corriere della Sera» dell’11 dicembre del 2006), egli non può che essere fuori moda, con­si­de­ra­to con diffidenza e malcelato fastidio dai critici à la page, trascurato dai lettori di bestseller, igno­ra­to dalle Giovanne Zucconi che ci affliggono con i loro stupidi (sì, stupidi!) consigli bibliografici, che ovviamente devono includere l’autore indiano anglofono, il turco progressista, l’africano co­smo­polita e lo statunitense scomodo, ma non certo l’europeo. Guai, sarebbe poco elegante difen­de­re le nostre radici, le espressioni più autentiche d’arte e cultura di quel povero vecchio con­ti­nente che ha il torto d’aver prodotto la civiltà più alta ed evoluta della storia dell’umanità!
Thomas Mann non rinunciò mai ad essere europeo fin nella midolla, nemmeno durante il lungo esi­lio americano negli anni trenta e quaranta; e fu l’ultimo, probabilmente, a volere e saper «farsi e­spres­­sione delle grandi questioni spirituali del proprio tempo», prima che la letteratura vi ri­nun­cias­se «per inseguire la quotidianità e la presunta immediatezza del “vissuto”» (ibidem). In Mann, che è nemico di ogni spontaneismo e abbandono sentimentale, e tutto vaglia alla luce di una pro­fon­dis­­sima consapevolezza intellettuale e formale, riconosciamo non solo l’aspirazione a narrare – con il sommo talento che gli è proprio – storie affascinanti e complesse e a delineare personaggî indi­men­­­ti­cabili, ma pure a trascenderli nell’universalità dell’arte, a rivelarne l’esemplarità, ser­ven­do­se­ne co­me chiavi di lettura di una certa situazione storica, di una determinata manifestazione del Geist. Ta­le, appunto, è la concezione manniana del “romanzo di idee”: «non», e cito ancora dallo splen­dido ar­ticolo della Capriolo, «un esercizio intellettualistico, né un’allegoria in cui le varie tesi fi­lo­sofiche ve­stano meccanicamente i panni di questo o quel personaggio. No, qui le idee si fanno car­ne e san­gue, diventano sguardo, respiro, pulsazione del cuore, e i personaggi sono davvero tali, per­sino quel­li più scopertamente delegati a rappresentare una “visione del mondo”». A tutto, poi, so­­vrin­ten­de la suprema padronanza stilistica e compositiva del classico, capace di immergersi negli a­bis­si più vertiginosi della personalità e nelle pieghe più riposte dell’essere conservando intatto «il te­soro del­la forma e della conoscenza» (ibidem).
Che dire di Tonio Kröger? Spiegarne la trama sarebbe riduttivo, e anche fuorviante. È il racconto del len­to pervenire del giovane protagonista, destinato a diventare uno scrittore importante e affer­ma­to, al­­la coscienza della propria diversità dai coetanei, del proprio essere artista: bruno fra ragazzi bion­di e dagli occhi azzurri, lègge Schiller e scrive versi, mentre gli altri preferiscono lo sport e l’a­ria aper­ta. Tonio è insieme un escluso e un privilegiato, che paga con l’isolamento e la solitudine la sua ec­ce­zionale sensibilità estetica, avvertendo già a partire dall’adolescenza il «martirio e l’orgo­glio del co­­noscere». Egli è, allo stesso tempo, fiero della propria capacità di vedere nel fondo delle co­se e di tra­sporle in forma e parola; ma invidioso e innamorato della sana e serena ottusità dei «tipi so­li­da­men­te mediocri»: del compagno di scuola Hans Hansen, semplice e concreto, bello e fe­lice, ap­pas­sio­nato d’equitazione e ignaro delle tortuosità in cui può sprofondare l’occhio pe­ne­tran­te del­l’ani­ma; della bionda Ingeborg Holm, la cui bonaria superficialità si realizza nel prendere le­zio­ni di bal­­lo e nel condurre la propria esistenza senza avvertire il bisogno di analizzarla e scom­por­la. Tra l’arte e la vita, Tonio sceglierà l’arte, nel ripudio assoluto della banalità, nella totale dedi­zio­ne al­­­la potenza dello spirito e della parola, nella certezza che «per essere perfetti creatori, biso­gna es­se­re morti». Eppure, gli resterà sempre una lontana nostalgia, un segreto struggimento per i “bio­ndo-oc­­chiazzurrini”, per quelle nature comuni e ordinarie che non conoscono il morso feroce della poe­­sia, e sanno vivere «in felice intesa col resto del mondo», «in regola e d’accordo con tutto e con tut­ti».

xanteferranti

 
Di Velia (del 16/12/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 4528 volte)
Titolo originale
A Christmas Carol
Autore
Charles Dickens
Traduzione
Emanuele Grazzi
Editore
Prima Edizione
Londra 1843

Fiumi di pellicola cinematografica sono stati versati su “Un Canto di Natale”: da film ambientati nell’epoca narrata a rivisitazioni moderne, dal classico episodio natalizio del telefilm di turno, alla banda Disney con zio Paperone nelle calzanti vesti di Scrooge. Un paio di anni fa ne ho visto addirittura una versione con i Muppets; insomma, senza essere blasfema, “scagli la prima pietra” chi, almeno una volta nella vita, non si sia imbattuto in questa storia. Prendiamo un vecchio avaro egoista e mettiamolo alle prese con un incontro soprannaturale in un giorno speciale per definizione: il risultato è la classica storia per famiglie dove vince il bene sul male. Lo stile di Dickens è unico, dolce, affettuoso, visibile e tangibile come le pagine stesse del libro. Con fare cordiale e senza la finta modestia manzoniana, prende per mano i lettori e li porta lì con lui, come se stessero proprio seduti alla sua scrivania a vergare con inchiostro nero la carta ottocentesca a parlare di cose e persone conosciute da entrambi, creando quella complicità che rende piacevolmente confidenziale la lettura. Troppo preso da se stesso, appesantito dalle catene del proprio egoismo, chiuso nel gelo polare del proprio cuore, Scrooge rifiuta tutto ciò che di bello la vita può dare. Ha perso umanità, compassione, gioia di fare del bene, e rischia di perdere anche l’anima; ma gli viene offerta una possibilità: viaggiare nel tempo, ombra tra le ombre, a spiare se stesso e le altre realtà che lo circondano. Sarà il punto di partenza verso una graduale presa di coscienza, un rendersi conto che al di là dei propri confini corporei e mentali c’è tutto un mondo da scoprire e considerare, ci sono sentimenti, emozioni, storie difficili da raccontare, sotto l’inesorabile guida degli Spettri del Natale. Il Natale Passato, perché siamo il prodotto del nostro ieri, in un viaggio nel sub conscio, come un romanzo della psiche. Il Natale Presente, per “essere” appieno in ogni momento e cogliere ogni opportunità che la vita ci offre. …e il Futuro è un’ombra nera, un’incognita variabile da ciò che sarà il nostro passato. L’epilogo finale non può che essere scontato, ma in fondo che male c’è, perché non c’è uomo al mondo che, per quanto indurito dalle asperità della vita, non si lasci andare e sciolga le nevi del proprio cuore allo scoppiettante calore del Natale. Come un profumato e caldo punch, come un dolce speziato alla cannella, come la bella melodia di Un Canto di Natale.

Velia

 
Di Velia (del 25/11/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 2180 volte)
Titolo originale
Girl With a Pearl Earring
Autore
Tracy Chevalier
Traduzione
Luciana Pugliese
Editore
Neri Pozza
Prima edizione
ottobre 2000

La vita di un pittore e della sua famiglia vista con gli occhi attenti di una giovane donna nell’Olanda del XVII secolo, una “biografia in seconda persona”. E’ un romanzo in evoluzione, si svolge come un quadro: prima un colore, poi un altro, un altro ancora, e le cose cominciano a prendere forma, i contorni si fanno più nitidi fino ad avere una visione d’insieme. L’innata sensibilità cromatica di Griet si evidenzia fin dalle prime pagine, ipotecando inevitabilmente il suo ruolo all’interno della sua nuova vita. Assunta dal pittore Vermeer per pulirne il laboratorio, Griet viene proiettata in un mondo che non le appartiene per religione, stato sociale, cultura; unica “zona franca” in terra straniera è l’atelier che diventa, fin da subito, il suo rifugio, l’unico posto in cui si senta al sicuro. Serva, per la condizione oggettiva e morale nella quale la giovane si trova, affascinata da quell’assordante silenziosa presenza, di cui cerca l’approvazione e alla quale non riesce a sottrarsi, possiede un unico privilegio, uno solo, ma quello che a lei preme di più, entrare nell’atelier, nel mondo dell’artista, e partecipare, esclusivamente lei all’interno della casa, alla realizzazione dei quadri, come se, andando oltre il significato delle parole, quello spazio circoscritto, cuore dell’arte di Vermeer, fosse anche il cuore umano del pittore. Un cuore estraneo a tutto e a tutti, ciò che vedono gli occhi di Vermeer è funzionale alla sua arte, quello che lo circonda è solo un insieme di colori da mischiare tra loro e stendere sulla tela, alla costante ricerca di quel dettaglio che fa la differenza, che trasforma un quadro un’opera riuscita. Ed è per questo che utilizza il famoso orecchino, “l’orecchino di perla con la ragazza”, il globo bianco che cattura e rilascia delicatamente la luce, rimandandola sul volto della fanciulla, quel dettaglio, quella variabile pittorica che condiziona tutto ciò che lo circonda.

Velia.

 
Di slovo (del 10/11/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 3200 volte)
Titolo originale
Massimo Zanardi. Che non mi si chiami fido, quindi
Autore
Tomaso Pessina
Traduzione
-
Editore
Bevivino
Prima edizione
2004

L’autore chiude così l’introduzione: “Zanardi, come tutti i grandi personaggi della letteratura (a fumetti) nasce dalla fantasia del suo autore [...] questo libro è un invenzione narrativa che si fonda sui testi (sacri) di Andrea Pazienza”, delineando per sommi capi il territorio su cui si muove questa raccolta di scritti.
Esiste un espediente narrativo con cui si stravolge un dato evento di un universo (reale o immaginario) e si racconta cosa e in che modo sarebbe cambiato di conseguenza. I fumettofili più navigati lo conoscono con il termine gergale what if. Qui si parte ipotizzando che Sergio Petrilli non sia morto nell’incendio del collegio delle Orsoline, e si descrivono situazioni e vicende che ruotano attorno al trio Zanardi-Colasanti-Petrilli, ormai quarantenni, in una Bologna dei giorni nostri. Il libro è strutturato in maniera molto originale: anzichè procedere con un classico racconto di eventi in ordine cronologico, l'autore mette insieme una sorta di fascicolo in cui inserisce dialoghi, articoli di giornali, verbali di carabinieri, interviste ai comprimari, trascrizioni di graffiti, intercalandoli alla breve storia che fa da specchio alle avventure classiche del trio, rivissute mediante rievocazioni.
Qual’è lo scopo dell'autore? A parte fare della meta-fanta-letteratura (giacchè persino il punto di partenza, ricordiamo, è un parto della fantasia) ci mostra dei personaggi invecchiati, abbruttiti dal “tempo che gli è passato addosso”, non più invincibili e risoluti come un tempo, ma tristi , intorpiditi e decisamente sfigati. (chi? Zanardi?!)
Palesemente un omaggio ad Andrea Pazienza e alla sua opera ma, nascosto fra le righe, un messaggio: i suoi personaggi vivevano di lui e con lui, ma lui non c’è più. E Zanardi e gli altri hanno ormai perso la loro linfa vitale, la loro lucentezza e vanno avanti desiderando che “scendesse una gomma, a cancellarli dallo sfondo”.
Inutile dire che si tratta di un prodotto letterario assolutamente di nicchia, per aprezzarne il significato e l’intento è necessaria la conoscenza almeno del ciclo fondamentale di Zanardi (Giallo Scolastico, Pacco, Verde Matematico, Notte di Carnevale), condizione che la rende una lettura sensata solo per gli estimatori del compianto fumettista.

slovo

 
Di Velia (del 23/10/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 2928 volte)
Titolo originale
Chocolat
Autore
Joanne Harris
Traduzione
Laura Grandi
Editore
Garzanti
Prima edizione
gennaio 2000

Primo parto letterario della scrittrice anglo-francese, al quale seguono altri due romanzi dai titoli sempre evocativi: “Vino, patate e mele rosse” e “Cinque quarti d’arancia”.
Odori, profumi e ricordi legati ad essi, già utilizzati da Proust con le sue madeleinettes, sono forse i veri protagonisti del libro. Un libro tutto da 'odorare' dalla prima all’ultima pagina, nel quale perdersi e lasciarsi trasportare dalla forza degli eventi.
Mettetevi dunque comodi e avvicinatevi alla lettura con lo spirito di un bambino che per la prima volta scopre il sapore del cioccolato.
Si alternano due punti di vista, quasi a voler tracciare una linea netta e definita tra bene e male: quello di Vianne Rocher, rivisitazione moderna e accennata di Mary Poppins, che arriva '…quando cambia il vento..' , e quello di Francis Reynaud, giovane curato, macchietta per così dire di Frollo del “Gobbo di Notre Dame”, vittima anch’esso di una passione incontrollata.
Ma il vero scontro è quello tra novità e tradizione; chi è veramente forte: colui che, strumento del destino porta il cambiamento e ne è esso stesso vittima, o colui che vi si oppone fino all’ultimo? Sempre che la vittoria venga assegnata sulla base della tenacia nel persistere nella fede verso le proprie convinzioni.
La magia è presente solo come strumento utile, ma non indispensabile, per guardarsi dentro, seguendo anche l’immaginario popolare che considera alcuni oggetti come dei porta-fortuna e scaccia-negatività.
Tutto questo condito, anzi, 'ricoperto' dalla presenza di quello che forse è l’unico elemento veramente magico della storia: il cioccolato, antidepressivo per i dottori, ingrediente prezioso per i pasticceri, e qui nella veste di protagonista silenzioso e filo conduttore che guida il lettore fino alla conclusione della storia.
Simpatica l’idea di inserire alla fine del libro, il glossario gastronomico, per chi, alla teoria, volesse unire la pratica.

Velia

 
Di nilcoxp (del 09/10/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 4088 volte)
Titolo originale
Lettere dalla Kirghisia
Autore
Silvano Agosti
Traduzione
Editore
Edizioni l’Immagine
Prima edizione
2006

Questo è il classico libro che si ama o si odia. Se dalla Kirghisia l’autore scrive ai suoi amici di aver trovato una popolazione che sta sviluppando un nuovo modo di lavorare (“…In Kirghisia nessuno lavora più di 3 ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita.”), di esistere (“…Quando un qualsiasi cittadino compie 18 anni gli viene regalata una casa.”), e di amare (“…E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano”), il lettore può accettare queste frasi o ritenerle ridicole. In entrambi i casi i pensieri spiegati in maniera semplice, quasi scolastica, ci pongono i seguenti quesiti: è così difficile che possa esistere una realtà diversa da quella che viviamo? Abbiamo così paura di credere possibile un mondo migliore? Ai molti sembrerà pura utopia, irritante a volte per i modi in cui viene proposta. Ma leggere quelle parole così elementari e così ricche di significato, riscoprire come la semplicità delle cose non sia sinonimo di superato o incompleto, ti fa sognare… Vorresti almeno una volta nella vita capitare tu a Kirghisia, e non avendo paura di cambiare, vivere un sogno. Pazienza che il libro sia di poche pagine, che venga letto tutto d’un fiato, alle grandi verità non servono molte parole. L’impaginazione molto ben curata è di Fabio Cardoni, e a me personalmente sono piaciuti i disegni interni di Alessandra Curti. Che altro dirvi… leggetelo perché è un bel libro, perché ci fa fantasticare, e perché Silvano Agosti è un grande personaggio sconosciuto ai più: regista di lungometraggi, documentari, interviste; scrittore di racconti, romanzi, gialli d’autore, pensieri poetici, manuali, saggi, sceneggiature.

nilcoxp

 
Di FabriVelvet (del 07/10/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 7087 volte)
Titolo originale
L'Elefante Invisibile
Autore
Giuseppe Mantovani
Traduzione
-
Editore
Giunti
Prima edizione
1998

Giuseppe Mantovani, professore di Psicologia degli atteggiamenti presso la facoltà di Psicologia dell'Università di Padova ci propone un percorso "alla scoperta delle differenze culturali", andando ad indagare sulle risorse della cultura, sulle differenze tra le culture, sulle sue funzioni.
In questo percorso vengono narrate storie che dimostrano quanto sia spiazzante oggi l'incontro tra culture lontane, un incontro che avviene ogni giorno nelle strade delle nostre città, ed è con racconti di cerimonie del mondo indù, con cronache di storie di interventi disciplinari nella scuola materna negli U.S.A. da parte degli agenti di polizia, con critiche sul cambiamento sulla trasmissione culturale tra generazioni, con storie di diverse culture nello stesso ambiente (vedi israeliani/palestinesi) che riusciamo a capire quanto sia importante analizzare in modo critico la realtà.
Con questo libro si riesce in modo stupendo a riflettere e capire quanto per l'uomo oggi "l'altro" non sia portatore di vera cultura, e l'insegnamento da raccogliere non è cercare di annullare le altre culture, come spesso accade, ma almeno conoscere gli stereotipi culturali per non esserne vittima.
L'elefante invisibile è un libro scorrevole che tratta temi molto importanti oggi, in un mondo dove l'egocentrismo e i pregiudizi comandano l'uomo.
Buona lettura e buona riflessione.

FabriVelvet

 
Di Velia (del 16/09/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 3005 volte)
Titolo originale
Das Parfum
Autore
Patrick Süskind
Traduzione
Giovanna Agabio
Editore
Longanesi
Prima edizione
settembre 1985

La storia di Grenouille inizia il 17 luglio 1738, in una Parigi soffocata dalla calura estiva
Fin dalla nascita, possiede la capacità di percepire gli odori, da quelli più “normali”, fino ad arrivare ai più complessi ed insoliti.
La consapevolezza di quello che può fare è la sua unica via di uscita da un’esistenza di stenti e miseria; si sarebbe salvato da quello squallore, sfruttando al meglio quel poco che la vita poteva offrirgli, lasciando i sobborghi della città nel suo peregrinare tra botteghe odorose, fino ad arrivare a Grasse, “regno” dei profumieri nel sud della Francia.
Padrone assoluto delle sue capacità sogna di creare il profumo, l’aroma perfetto, una miscela unica e inimitabile di armonie, oltrepassando le dantesche colonne d’Ercole navigando in un mare di odori, oltre l’umana concezione del genio, spingendosi a compiere ogni nefandezza, senza rimorsi di coscienza, senza pentimenti, come se la genialità fosse un salvacondotto per giustificare ogni atrocità, una forza superiore alla cui volontà non ci si può sottrarre.
Catapultati in un universo di spezie, immersi in un microcosmo di percezioni olfattive nel quale tutto ha un suo odore specifico e ben definito, ci si ritrova a guardare o sarebbe più giusto dire “fiutare”, il mondo con gli “occhi” di Grenouille, cercando di capire qual’è il confine tra fantasia letteraria e realtà. E’ una discesa nell’inferno del proprio sé, alla ricerca di quella propria identità, e in questo percorso, nella solitudine più assoluta, il nostro protagonista prende coscienza della sua vera natura: ironia della sorte, colui scelto dal fato per creare l’essenza oggettivamente migliore, è privo di quell’aroma che appartiene dalla nascita ad ognuno di noi. Se è vero che tutto ha un odore, e se è veramente l’olfatto alla base di ogni rapporto umano, l’esserne privi, situazione più consona ad un romanzo fantascientifico ambientato nel 2075, rende, per così dire, “invisibili” alla percezione umana come avvolti dai mantelli magici, usati dagli eroi per salvare principesse in pericolo o recuperare tesori perduti. Per supplire a tale condizione, Grenouille crea confini olfattivi fittizi al suo corpo, si costruisce maschere odorose che indossa come travestimenti per cogliere al meglio tutte le opportunità che le varie situazioni possono offrirgli.
Conclusa la sua eterea ricerca e ottenuto il suo capolavoro, desidera solo liberarsi, urlare l’odio verso il mondo, cercando di uscire di scena nel solo modo possibile: trovando nell’oggetto della sua chimera la via di uscita dalla vita, in quella manifestazione di amore estremo nell’unica conclusione possibile ad una esistenza passata senza la percezione dei propri confini.

Velia

 
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ne sono davvero feli...
29/08/2017 @ 22:59:00
Di #LouiseElle
purtroppo non sono ...
05/03/2017 @ 20:26:10
Di #LouiseElle
Anche questo titolo ...
05/03/2017 @ 14:34:45
Di Namor




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