BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 07/05/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1800 volte)
Titolo originale
Falce e carrello - Le mani sulla spesa degli italiani
Autore
Bernardo Caprotti
Editore
Marsilio
Prima edizione
Settembre 2007

Per la serie “anche i ricchi piangono”, ho voluto leggere il j’accuse di Bernardo Caprotti, fondatore della catena di supermercati Esselunga, verso le cooperative rosse che, a detta sua, hanno commesso ripetutamente abusi di posizione dominante verso la concorrenza (identificata nel Caprotti).
Nel libro, l’anziano brianzolo porta a conoscenza di come, essendo spesso gli amministratori delle coop anche consiglieri comunali (o provinciali o regionali), siano riusciti in più casi ad evitare alcune aperture di negozi Esselunga. Secondo l’autore, questo abuso di potere non sfavorirebbe solo egli stesso, ma tutti gli italiani che vivono in posti dove c’è un monopolio coop. Effettivamente, dati alla mano, mi ha infastidito non poco notare che la coop Liguria ha prezzi dal 16 al 18% più alti rispetto a ipercoop Sesto Fiorentino, e si arriva al 19% confrontata con Esselunga Firenze.
D’altro canto, il leggere un libro accusatorio scritto per vendetta, può avere un senso quando si narra del conte di Montecrsito… ma leggere le lamentele di un uomo che ha centinaia di punti vendita, oltre 17.000 dipendenti, e chissà quanti milioni di euro… non riesce sicuramente a farmi pena. Ancor meno vi riesce, quando narra delle sue battaglie contro gli odiati sindacati, che a causa loro ha visto scendere vistosamente l’indice di produttività dell’azienda (effettivamente penso che in Cina l’indice di produttività sia molto alto… beati loro!), o quando narra delle losche manovre ordite dei comunisti, e delle loro leggi per favorire le proprie cooperative rosse.
E’ indubbio che in Italia chi ha agganci politici è più forte, o comunque è più agevolato di chi non li ha… non dovrebbe essere così, ma lo è. Però, personalmente non mi pare di vivere in un monopolio della spesa: nella mia provincia posso scegliere tra numerosi supermercati o ipermercati diversi, ed altrettanti discount… che mi apra un punto vendita Esselunga, non mi fa né caldo né freddo.
Detto ciò, con tutti i problemi immensi che abbiamo nel belpaese, devo preoccuparmi perché il povero Caprotti è stato boicottato nell’apertura di qualche negozio?
Se volete leggere un libro sui reali problemi dell’Italia, acquistate “Toghe Rotte”, che è meglio…

Darth

 
Di slovo (del 26/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2728 volte)
Titolo originale
Costretti a Sanguinare
Autore
Marco Philopat
Editore
Einaudi
Prima edizione
1997

Per avere una versione attendibile sul punk degli albori londinesi bisognerebbe leggere l’autobiografia di Johnny Rotten. A cavallo tra i settanta e gli ottanta anche nel nostro paese si sviluppò un movimento che si ispirava al punk inglese e proprio come accadde nel regno unito i giornali italiani si impegnarono a dileggiare e screditare il fenomeno - talvolta supportati da sociologi poco scrupolosi.
Un reportage genuino di quegli anni si può trovare nel romanzo di Marco Philopat. Marco era uno dei "punx" milanesi - ha vissuto l'esperienza in prima persona - attivamente - era uno di quei ragazzi.
Anni dopo decise di rimembrare e buttare giù un racconto.
Gli inizi un po' derivativi ed esibizionisti - il libro si apre con un escursus sui metodi per farsi i capelli dritti - seguirono i viaggi a Londra e i soggiorni negli allucinanti squat inglesi - la miglior formazione - e poi la musica - suonare in una band. L'occupazione e l'autogestione del mitico Virus di via Correggio che grazie all'attività di centinaia di giovani divenne un punto di riferimento del punk europeo – un luogo di aggregazione dove si facevano concerti - si produceva materiale divulgativo - si tentava uno stile di vita 'non allineato'. Altro che teppisti solo creste e borchie.
Ma "Costretti a sanguinare" non è solo cronistoria - è il diario di un ventenne - delle sue passioni - gli amici - gli amori - le delusioni - un tenero ribelle alla ricerca di un'interpretazione calzante della teoria del "no future" e animato dall'etica del "do it yourself".
C'è poi un aspetto formale interessante - la scrittura è priva di pause ortografiche - senza virgole - più simile al linguaggio parlato - un omaggio allo stile usato nelle punkzine dell'epoca - lo stesso che ho cercato di imitare io in questo articolo.

slovo

 
Di xanteferranti (del 14/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1630 volte)
Titolo originale
Смерть Ивана Ильича (Smert’ Ivana Ilyicha)
Autore
Lev Nikolaevič Tolstoj
Traduzione
Giovanni Buttafava
Editore
Garzanti
Prima edizione
1889

"Se la morte parlasse, questa sarebbe la sua voce". Così scrisse Carlo Bo a proposito di tale rac­con­to, composto da Lev Nikolaevič Tolstoj tra il 1887 e il 1889.
La trama è lineare e relativamente po­ve­ra di eventi esteriori: si tratta della storia, immaginata coeva all’epoca dell’autore, della vita di Ivan Il’ič Golovin, consigliere della corte d’appello di San Pietroburgo; un’esistenza del tutto or­di­na­­ria, "la più semplice, la più comune, la più terribile". La narrazione principia in un ufficio del tri­bu­nale dell’allora capitale russa: alcuni magistrati stanno accalorandosi nella discussione intorno a un caso giu­­diziario, ma Pëtr Ivanovič, uno di loro, è disinteressato all’argomento e sfoglia il giorna­le. Al­l’im­provviso lègge il necrologio di un collega quarantacinquenne, Ivan Il’ič appunto, suo ami­co fin dai tempi dell’università, che si sapeva esser gravemente malato. La reazione generale alla no­tizia è im­prontata a una sostanziale indifferenza; il pensiero, piuttosto che alla pietà e al com­pian­to, corre sù­bito alle ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante, e all’inconfessata gioia di es­ser vivi: insomma, “Meglio a lui che a me!”. Alla stessa vedova, Praskov’ja Fëdorvna, che riceve Pëtr Ivànovič per la visita di rito alla salma, preme soprattutto di consultare il collega del marito sul­la maniera per ottenere dall’erario la maggior quantità possibile di denaro in reversione del decesso del coniuge. A questo punto, Tolstoj centra la propria attenzione esclusiva sulla figura di Ivan Il’ič, del quale è ripercorsa l’intera vicenda dall’infanzia sino al funesto epilogo. Figlio di un alto fun­zio­na­rio del governo, "membro inutile di numerose inutili istituzioni", aveva studiato giurisprudenza ed era stato nominato giudice istruttore in una remota provincia, dove aveva sposato una ragazza at­tra­­ente, avuto due figlî e condotto una vita sociale piacevole e brillante. Dopo alcuni anni aveva ot­te­nuto l’agognato trasferimento nella capitale, con la conseguente promozione e un considerevole au­mento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dal­la scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende, e sbatte il fianco destro con­tro la maniglia della finestra. Il dolore provocato dalla botta, all’inizio quasi inavvertito, diventa con l’andar del tempo costante e logorante. La salute di Ivan Il’ič deperisce rapidamente, e i varî lu­mi­nari della medicina consultati sul caso non riescono a comprendere la natura della malattia, né a tro­vare rimedî efficaci, pur mostrandosi sicuri di sé e della propria scienza. La pena si fa sempre più in­tensa e atroce, e nel protagonista si affaccia la coscienza di un’inesorabile fine ormai prossima. Una sorda disperazione, alternata a rari momenti di speranza, lo afferra, invade ed esaspera: Ivan Il’ič tenta di scansare il pensiero del lento avanzare della morte immergendosi nel proprio lavoro e gio­cando a carte con gli amici; ma senza risultati, ché “lei” gli si riaffaccia di continuo alla mente. In­tuisce d’essere di peso sia ai colleghi sia familiari, che non lo capiscono, non possono capirlo, in quan­to sani; lègge negli occhî degli altri fastidio, imbarazzo e muta incomprensione, e quindi non ne sop­porta più la presenza. "La cosa che più tormentava Ivan Il’ič era il fatto che nessuno aveva pie­tà di lui [...]: in certi momenti, [...] anche se si sarebbe vergognato a confessarlo, aveva soprat­tut­to voglia che qualcuno avesse pietà di lui, come di un bambino malato". E questo qualcuno è il suo gio­vane e umile servo Gerasim, che lo assiste con semplicità e affetto sinceri, unico a non mentire, a in­tendere chiaramente "di che cosa si trattava" e a non ritener necessario "nasconderlo" per ragioni di decoro e convenienza sociale, limitandosi ad aiutare il suo "padrone debole e sfinito" a sentirsi me­no solo dinanzi alla morte. Il protagonista, durante le lunghe ore di sofferenza accompagnate da cu­pi rivolgimenti interiori, si accorge che la propria vita, benché trascorsa onestamente e all’interno del­le “regole”, non è stata come avrebbe dovuto essere: il suo dolore, altrimenti, avrebbe quel senso ch’egli non riesce a trovare: tutto, nella mentalità dell’ambiente familiare e sociale cui appartiene, è fal­so e artificiale, privo di una ragione profonda. Ma tale consapevolezza, a poche ore dal trapasso, si tramuta finalmente nella volontà di porre rimedio a un’esistenza superficiale e menzognera: sente che il figlio gli sta baciando la mano, vede la moglie in lacrime, e prova per loro amore di­sin­te­res­sa­to e compassione Un sollievo lo pervade, e Ivan Il’ič si accorge di non aver più paura della morte: "È finita la morte", dice a se stesso, e spira serenamente.

xanteferranti

 
Di Louise-Elle (del 09/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2527 volte)
Titolo originale
L'anarchiste
Autore
Mazzucato Francesca
Editore
Aliberti
Prima edizione
2005

Francesca Mazzucato non ha bisogno di molte presentazioni. E’ un personaggio di successo che alterna varie attività; è scrittrice, traduttrice, critica letteraria e giornalista, particolarmente attiva nel mondo del web e dei blog, come testimoniano due recenti suoi romanzi di successo: Cam (2002) e Il Diario di una blogger (2003). La stampa recentemente l’ha definita la più famosa scrittrice erotic-chic italiana.
Francesca definisce “L’Anarchiste”, rigorosamente scritto in prima persona, un romanzo coraggioso. Leggendo questo libro non si può che concordare con questa sua opinione. E’ la storia vera d’amore e di sesso fra una donna di quasi 40 anni e un ragazzo di 28. Una passione distruttiva che travolgerà l’autrice e protagonista con sensazioni, emozioni e sentimenti forti, intensi e trasgressivi vissuti con la complicità dell’ alcool ed il fumo delle sigarette.
L’amore potente e profondo per Stefano comprometterà la forte e atavica amicizia con Matteo, un carissimo amico gay fin dai tempi del liceo. Matteo è un sincero compagno di avventure e di emozioni ma soprattutto ha sempre rappresentato per Francesca un valido appoggio e sostegno nei momenti più tristi, difficili ed importanti della sua esistenza.
Matteo c’era sempre, fisicamente e moralmente. Stefano è il compagno di Matteo ma l’incontro con Francesca distruggerà sia la relazione amorosa fra Matteo e Stefano , sia la bellissima amicizia fra Francesca e Matteo. Una narrazione avvincente e molto descrittiva. Il lettore sarà emotivamente coinvolto nell’evoluzione dell’intricato intreccio dei destini dei tre personaggi, nei momenti di erotismo descritti con cura e immerso nell’atmosfera in cui è ambientato il romanzo che vede come sfondo e co-protagonisti la città di Bologna e la musica.
Un romanzo contemporaneo in bilico fra amicizia, amore, passione ed un erotismo spregiudicato e perverso. Un libro nuovo, diverso che ho particolarmente apprezzato, non tanto nella parte iniziale molto descrittiva dei personaggi e dell’ambiente, ma nello sviluppo di questa storia d’amore narrata a tinte forti. Ancora una volta l’amore e la passione dimostrano che sono i più tenaci, di non avere limiti, di emergere e prevaricare su tutto.
Un romanzo da non lasciarsi sfuggire, coinvolgente fino all’ultima riga, da apprezzare maggiormente poiché una storia vera.
Quando inizio a leggere un libro leggo la prima e l’ultima frase, considerandolo un vizietto di buon auspicio per una piacevole lettura. Regalo ancora una volta anche a voi questa anteprima, proponendovi la prima frase del romanzo: “” Non ricordo quando Matteo ha cominciato a chiamarmi >l’anarchiste< “” e l’ultima: “”Me lo faccio bastare, è facile con un po’ di pratica. E in fondo non è poco. Può sembrare, nei giorni migliori, quasi abbastanza:””

Louise-Elle

 
Di kiriku (del 18/03/2008 @ 05:00:01, in Libri, linkato 2450 volte)
Titolo originale
As though I had wings. The lost memoir
Autore
Chet Baker
Traduzione
Marco Di Gennaro
Editore
MinimumFax
Prima edizione
1998

Di Chet Baker è stato detto praticamente tutto. La storia della sua vita è stata raccontata attraverso diverse biografie e tutte ritraggono il trombettista americano da una prospettiva didascalica e mai diretta. Per quanto ben curate nessuna di queste riesce a cogliere, e come potrebbe, lo spirito e le sfaccettature di una personalità troppo complicata e che inevitabilmente nessuno riesce a ritrarre nella sua pienezza. “Come Se Avessi Le Ali”, essendo un'autobiografia, si spinge oltre i limiti naturali che gli altri testi presentano. In questo piccolo diario personale Chet Baker mette nero su bianco i ricordi di una vita e lo fa senza catalogare la stessa in giorni o mesi e senza un ordine apparente. Quello che il musicista ha fatto è stato quello di raccogliere  insieme una serie di ricordi e di esperienze che avessero un valore personale. Ecco allora che si scoprono aneddoti, storie e momenti di una vita vissuta sempre intensamente tra eroina, amori, prigione e musica . Questo libro, uscito a dieci anni dalla sua tragica morte, si apre con una breve ma bella introduzione della moglie Carol Baker che verso la fine del suo intervento dice: “… Ma , in definitiva, tutti i ricordi del mondo non potranno mai spingersi mai oltre una certa misura. Le parole di Chet vanno più in là. Rileggendo questo meraviglioso miscuglio di immagini e sensazioni, posso solo stupirmi di quanto riflettano fedelmente la vera essenza della vita di Chet: un caos incessante intriso di puro genio. …” Effettivamente questo piccolo memoriale ha davvero il potere di far comprendere qualcosa in più della vita ma soprattutto dell’anima di una leggenda del jazz, di quel trombettista che con il suo suono lieve sapeva emozionare e commuovere.

Kiriku

 
Di Sansimone (del 14/03/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1580 volte)
Titolo originale
Corpo di stato
Autore
Marco Baliani
Prima edizione
2003

9 maggio 1978, Via Caetani, Roma, a bordo di una Renault 4 viene ritrovato il corpo del presidente della DC Aldo Moro. Con questa frase iniziano o finiscono diversi libri che trattano del caso Moro, perché quella data insieme con quella della strage di Via Fani hanno segnato in maniera drastica la storia dell’Italia e la vita di chi i 55 giorni del sequestro hanno vissuto da spettatore.
“Corpo di stato” di Marco Baliani comincia con un'altra data, quella dell’occupazione della facoltà d’architettura a Roma nel 1973, occasione nella quale l’autore del testo incomincia a muovere primi passi nel mondo degli spettacoli teatrali.
Questo testo di Baliani, che è stato anche spettacolo televisivo e teatrale, racconta in maniera diversa i giorni del rapimento d’Aldo moro, non cerca di dare spiegazioni o trovare nuove teorie su come realmente si svolsero i fatti, ma racconta come ha vissuto lui quei giorni che sconvolsero l’Italia. 55 giorni visti da un attore teatrale di sinistra, molto vicino alla sinistra extraparlamentare ma, come per molti altri quell’uccisione segnò un punto di svolta.
"Corpo di stato" è stato il primo libro sul caso Moro che ho letto e quello che me lo fa ricordare ancora è proprio la particolarità della scelta di descrivere la vita comune per i romani in quei giorni loro malgrado immersi in quegli eventi. C’è anche un'altra particolarità che il libro rileva subito fin dalle prime pagine, lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Moro viene fatto saltare in aria dalla mafia Peppino Impastato, da questa coincidenza parte una specie di paragone tra i due fatti.

SanSimone

 
Di Sansimone (del 07/03/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 5877 volte)
Titolo originale
Tutti gli uomini di Hitler
Autore
Guido Knopp
Traduzione
Gandini Umberto
Prima edizione
2005

In “Tutti gli uomini di Hitler” Guido Knopp, giornalista e storico tedesco, disegna i profili umani e le vicende che portarono sei persone a diventare i più stretti collaboratori di uno dei più grandi criminali che la storia umana abbia mai conosciuto.
Questi sei uomini hanno fornito prima quegli appoggi e conoscenze che hanno permesso all’imbianchino austriaco di raggiungere il potere per poi diventare i più stretti e fidati collaboratori nella guerra e nel massacro della popolazione ebraica.
Il primo di questi personaggi è Joseph Goebbels, ministro della comunicazione e morto suicida con tutta la famiglia nel bunker della Cancelleria. Hermann Goring, il numero due di Hitler megalomane capo dell’aviazione e tossicodipendente dalla morfina, suicidatosi dopo aver sentito il verdetto di Norimberga. Heinrich Himmler, capo delle SS ideatore ed esecutore della pianificazione dello sterminio degli ebrei, uccisosi dopo l’arresto da parte degli inglesi.
Seguono ancora Rudolf Hess vicario del Fuhrer nel partito nazista e di cui non si è mai capito i veri motivi della fuga in Gran Bretagna durante la guerra. Albert Speer, architetto prediletto e amico di Hitler, che nella guerra assunse il comando della produzione industriale macchiandosi di gravi crimini, ma, riuscì a nasconderli a Norimberga e a salvarsi la vita. Il sesto uomo è Karl Donitz, l’ammiraglio che guidò i sommergibili e dopo tutta la marina tedesca nella seconda guerra mondiale e alla morte di Hitler ne prese il posto al comando della Germania.
A mio avviso una cosa accomuna questi sei uomini, la piattezza e le poche prospettive di successo che avevano prima del nazismo, il fatto che nessuno di loro avrebbe mai avuto un successo e un potere tanto grande senza l’incontro con il Fuhrer ma allo stesso tempo senza di loro Hitler non avrebbe mai potuto portare nel mondo l’orrore che ha portato.
Un altro aspetto interessante del libro è l’introduzione nella quale Knopp cerca di dare una risposta alla domanda sulle reali responsabilità del popolo tedesco nello sterminio degli ebrei, la sua opinione e che nel popolo germanico non vi era allora un sentimento antisemita più intenso che in altre nazioni ma, che allo stesso tempo era a conoscenza delle atrocità che erano commesse ma che non fece niente per impedirle.

SanSimone

 
Di nilcoxp (del 25/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1681 volte)
Titolo originale
Appelsinpiken
Autore
Jostein Gaarder
Traduzione
Lucia Barni
Editore
TEADUE
Prima edizione
Giugno 2007

Un ragazzo all’età di quindici anni, trova una lettera lasciatagli dal padre prima di morire. In essa vi è narrata una storia. E’ la storia di un incontro casuale, con una strana ragazza che trasporta un sacchetto di arance: subito il colpo di fulmine! Chi è quella strana ragazza? Cosa ci fa con tutte quelle arance? E perché sta guardando proprio lui? E’ l’inizio di questo racconto che svelerà al giovane le peripezie e i pensieri del suo genitore per avvicinare e conoscere quella particolare fanciulla. Avvenimenti narrati con estrema calma e dolcezza dall’autrice, che non disdegna riflessioni amare sulla vita e sulla sua breve durata, sui sogni e sui sentimenti avuti e poi distrutti dalla malattia. Malattia che spesso non lascia il tempo alle persone di realizzare i propri progetti, quale può essere il veder crescere il proprio figlio. Da questo punto di vista il romanzo scorre bene ed è piacevole, peccato però il voler allungare eccessivamente il racconto con continui riepiloghi inopportuni e fastidiosi. Peccato anche che una volta svelato il mistero dell’identità della giovane donna, il libro finisca in maniera povera e insoddisfacente. Forse si poteva fare di più…

nilcoxp

ps: questo libro mi è stato regalato da Darth che ringrazio.

 
Di Namor (del 21/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1881 volte)
Titolo originale
The Kite Runner
Autore
Khaled Hosseini
Traduzione
Isabella Vaj
Editore
Edizioni Piemme
Prima edizione
2003

Dopo numerose insistenze da parte di mio fratello, mi sono dedicato alla lettura di questo libro da lui prestatomi. A dir la verità, quando lessi la trama, non ero molto convinto di volermi addentrare nel racconto, una storia tra due ragazzini che si svolgeva in Afghanistan, chissà perché mi dava la sensazione di un’opera mattonata, una di quelle storie troppo impegnative con risvolti filosofici. E sinceramente, considerando il poco tempo che mi rimane per leggere, preferisco dedicarmi a testi che mi appassionino maggiormente, dandomi l’input per riprenderne la loro lettura in maniera proficua.
Sono state le sue impressionanti referenze ad invogliarmi a leggerlo, sbirciando su vari siti dedicati ai libri, ho scoperto che il “Il cacciatore di aquiloni” non solo era stato tradotto in 42 lingue, ma che in Italia aveva venduto la stratosferica cifra di un milione e mezzo di copie! Terminata la lettura, il mio giudizio non può che essere favorevole e di conseguenza consigliarvelo.
L’opera prima di Khaled Hosseini narra di un’amicizia tra due ragazzini di classi sociali ben distinte tra loro, Amir, figlio di un ricco e stimato uomo d’affari e Hassan figlio del loro umile servo. Nonostante le loro opposte etnie, tra i due nasce una complicità che va ben oltre i loro ruoli, una volta svolte le sue mansioni da Hazara, il piccolo Hassan diventa il compagno di giochi del Pashtun Amir, un privilegio che a nessun altro Hazara é concesso. A differenziare ulteriormente i due protagonisti, sono le loro opposte personalità, Amir é ricco, colto ed intelligente ma difetta di una insicurezza cronica a causa del suo tormentato rapporto con il padre, altra grave lacuna la sua codardia, vera causa di un tragico evento che segnerà per sempre la sua vita e quella del leale ed altruista Hassan.
Teatro di questa commovente storia é la capitale dell’Afghanistan, una Kabul ben diversa da quella che è oggi, sconquassata inizialmente dagli invasori Sovietici, in seguito liberata e oltraggiata dai Talebani, con il loro folle e atroce dominio.
Grazie a Spielberg che ha acquisito i suoi diritti cinematografici, per coloro non avvezzi alla lettura, potranno, a marzo, goderselo comodamente seduti in una poltrona delle nostre sale, la sua versione su grande schermo sarà diretta dal regista Marc Foster , già autore del premiato “Fidding Neverland”.
Per il momento vi invito a leggere il libro, per quanto riguarda il film ne parleremo in un secondo momento.

Namor

 
Di nilcoxp (del 18/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1039 volte)
Titolo originale
Senilità
Autore
Italo Svevo
Prima edizione
 

Oggi mi sento generoso e voglio regalarvi due recensioni sullo stesso libro!!! Comincerò in versione young e terminerò con quella classic.

Versione young: “…c’è una stronza che è pure zoccola, che convince un fessacchiotto che si crede esperto di donne, ma che esperto non è, di essere vergine e pure fedele. Lui, una volta scoperta la vera natura della femmina (mignotta), non riesce a smettere di amarla, trascurando così quella mummia della sorella con cui vive. Il suo più caro amico, avendo capito che quel cesso (la sorella del protagonista) voleva farselo, non osa più mettere piede in casa sua. Lui cercherà di tornare al fai da sé, lei si farà tutti gli altri.”

Versione classic: “… Emilio, un uomo che si sta avvicinando ai quarant’anni, conosce una donna dal nome Angiolina. Inizia così tra loro una relazione fatta di passeggiate e di baci, dove il protagonista ha però ben messo in chiaro il limite massimo della loro storia: amanti senza speranze di futuro. Sicuro della sua forza d’animo e del distacco che si è prefissato di avere in questa relazione, crede di poter facilmente gestire la situazione. Invece, in breve si accorge di essere innamorato profondamente di questa ragazza, e quindi indebolito dal sentimento e dall’insicurezza che la stessa gli trasmette, non coglie, o per meglio dire non vuole cogliere, segnali di un malessere e di un comportamento non proprio corretto. Ma è solo l’inizio di una situazione che velocemente gli sfuggirà di mano fino a che (come sempre non vi dico la parte finale)… Molto interessanti i momenti in cui cogliamo il protagonista nelle sue riflessioni e nelle sue paure, che lo porteranno a non godere dei bei momenti che questa storia d’amore gli darà. Preso da mille paranoie sul come e sul quando dire o fare qualcosa. La realtà vista non come essa sia, ma come egli la vorrebbe. Nelle prime pagine del racconto, quando l’autore descrive Emilio mi sono sentito spogliato delle mie spoglie sociali e messo a nudo nella mia essenza. Grande libro da leggere e volendo da rileggere, tanto è scritto bene. Pensate che alla sua uscita, nel lontano 1898, il romanzo fu un insuccesso, come lo era stato quello precedente (“Una Vita”). Italo Svevo allora tornò alla letteratura solo dopo vent’anni , con “La coscienza di Zeno” (1923). Il successo di quest’ultimo determinò la rivalutazione delle opere precedenti, tra cui ovviamente il lavoro sopraccitato. Baci senili a tutti.

nilcoxp

 
Di Darth (del 12/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2252 volte)
Titolo originale
Paragon Hotel
Autore
David Morrell
Editore
Piemme
Prima edizione
2007

Paragon Hotel è l’ultimo libro (in italiano) di David Morrell, scrittore canadese, autore di numerosi romanzi dagli anni ’70 ad oggi. Questo suo lavoro si ispira a dei personaggi reali presenti in molte parti del mondo: i “creepers”. Essi si fanno chiamare esploratori urbani (urban explorers) o speleologi urbani, e sono gruppi di persone che, come hobby, visitano edifici abbandonati, vecchie fognature, e tutto ciò che appartiene all’urbanizzazione antica ed ora abbandonata. Generalmente non rubano nulla, ma le loro attività sono comunque illegali.
Il libro racconta infatti l’ingresso (attraverso un tunnel fognario) di un gruppo di creepers e del giornalista del NY Times Frank Balenguer nel lussuosissimo Paragon Hotel del New Jersey. L’albergo è stato sigillato tramite serrande di metallo poste ad ogni finestra dal defunto proprietario: personaggio criptico ed emofiliaco, non uscì mai dal proprio edificio per tutta la vita se non per suicidarsi sulla spiaggia antistante l’hotel.
La parte iniziale del romanzo è sicuramente la migliore: molto affascinante l’ingresso del gruppo nell’antico stabile e le prime scoperte, la piscina ancora piena d’acqua dove qualcosa si muove all’interno, l’immensa hall e le spiegazioni fornite dal professore a capo della spedizione. Verso la metà, però, iniziano i problemi per gli archeologi metropolitani, inizialmente a causa di cedimenti strutturali (e quella parte mi è piaciuta), poi per la presenza di qualcun altro nell’hotel. A quel punto, purtroppo il libro di Morrell si trasforma nel solito thriller di scappa e spara, la trama si evolve scontata e stantia e le ultime pagine le ho lette solo per vedere come l’autore ha descritto quello che sapevo già sarebbe accaduto.
Peccato, un romanzo ispirato da personaggi affascinanti, buone le descrizioni iniziali, ma poca fantasia da parte dell’autore nell’inventare una trama accattivante.
Nonostante tutto sommato non mi sia piaciuto, un doveroso ringraziamento a Namor per avermelo regalato ; - )

Darth

 
Di Darth (del 23/01/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1547 volte)
Titolo originale
Toghe rotte
Autore
Vari, curato da Bruno Tinti
Editore
Chiarelettere
Prima edizione
Settembre 2007

Il 2 gennaio di quest’anno, lessi questo articolo sul blog di Beppe Grillo. Ne rimasi talmente colpito che il giorno successivo acquistai “Toghe rotte” in libreria. Tranquilli, non ero interessato all’uxoricidio, ma ad una migliore conoscenza dei motivi che hanno portato la giustizia italiana ad essere quel che è attualmente.
Il testo in questione, ha una prefazione di Marco Travaglio, ed è scritto a più mani da persone che la giustizia la “fanno”: pubblici ministeri, magistrati, giudici ed è curato Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la procura di Torino.
Il libro è una vera e propria istigazione a delinquere. Non perché la inciti, ma chiarificando con parole semplice di come, in questi ultimi anni, si è riusciti a portare all’impunità tutti (e dati alla mano davvero tutti!) i reati “finanziari” come evasione fiscale, falso in bilancio, abuso edilizio ecc… ti viene da pensare perché tu stai lì a pagare le tasse, mentre amministratori delegati di grandi aziende possono tranquillamente rubare legalmente milioni di euro (basta che la somma non superi l’1% del valore di una società, ma pensate ad aziende come Telecom, Eni o Fiat…).
“Toghe Rotte” è diviso in due parti: nella prima sono raccontati aneddoti di ordinaria (in)giustizia da parte dei colleghi di Tinti, utile per entrare nell’ambiente giuridico ma poco di più; nella seconda parte fortunatamente si esce dai racconti (alle volte tediosi) della giornata dei poveri legulei che hanno troppo lavoro (se leggesse questa parte un manovale o un impiegato di fabbrica gli verrebbe voglia di sputare in faccia all’autore secondo me…) e si può leggere finalmente, senza arzigogoli, come funziona il sistema giuridico in Italia. Il bello di quest'opera è che l’autore, dati alla mano, non solo spiega come e perché il 95% dei reati commessi rimanga impunito, ma anche di come il governo cerchi di aumentare queste soglie di impunità depenalizzando i reati che interessano a “loro”. In Toghe Rotte, Tinti spiega anche le leggi tentate o realizzate dagli ultimi governi per pararsi il culo: a cominciare dal lodo meccanico del 2003 (o lodo Schifani in onore dell’onorevole che lo presentò) che assicurava l’impunità di Berlusconi; poi la legge Pecorella, la legge Cirelli, la salva-Previti, quella sulle intercettazioni ecc…
Che altro dire… se avete società, aziende o possibilità di costruire abusi edilizi, leggete questo libro… vi aiuterà a capire com’è facile evitare una qualsiasi sanzione a tal proposito!

Darth

 
Di slovo (del 19/01/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 3342 volte)
Titolo originale
Rotten: No Irish, No Blacks, No Dogs
Autore
John Lydon, Kent & Keith Zimmerman
Traduzione
Giuseppe Marano
Editore
Arcana
Prima edizione
1994

"I Sex Pistols finirono com'erano iniziati: in un completo disastro. E tutto quel che c'era in mezzo era altrettanto disastroso"… difficile resistere ad un incipit come questo vero?
Poi mettiamoci che, piacciano o non piacciano lo stile di vita, la moda o la musica che ha generato, il movimento punk inglese è stato uno dei fenomeni più influenti e longevi del costume moderno ed ecco che un libro come questo diventa un opportunità straordinaria di sentire tutta la storia raccontata dall’ uomo-alfa del punk. Quel John Lydon, in arte Johnny Rotten, cantante e ‘filosofo’ dei Sex Pistols ed inventore, per sua insindacabile asserzione, del punk.
Complici la cattiva fama che si erano guadagnati per il loro atteggiamento oltraggioso e la stampa al solito poco informata, dei Pistols si è detto e scritto di tutto: “gran parte sensazionalismo o seghe mentali di giornalisti. Il resto puro veleno”.
Rotten racconta la sua versione dei fatti cominciando dagli albori, dai suoi nello specifico, partendo dalla sua poverissima infanzia di figlio di irlandesi della working-class, la scuola, le prime bande di ragazzi, gli esperimenti sul look, fino all’incontro con Malcolm McLaren e il primo nucleo dei Pistols, prosegue con i primi concerti, la popolarità, la censura, il tour americano e lo scioglimento dopo il famoso concerto a San Francisco, quindi la lunga battaglia legale contro il management e la nascita dei Public Image Ltd.
Narratore terribilmente schietto, Rotten non risparmia commenti al vetriolo a nemici, amici e colleghi illustri (pochi quelli che si salvano dalle sue invettive) proponendosi di fornire l’ultima parola sulla vicenda dei Sex Pistols così spesso mistificata negli anni (il documentario “la Grande Truffa del Rock’n’Roll” ad esempio, fortemente voluto da McLaren, che dipinge il gruppo come una sua mera invenzione o il film “Sid & Nancy” (1986) che John non esita a definire “la cosa più ignobile che esista”).
Interessante la struttura narrativa intercalata dagli interventi dei co-protagonisti: gli amici di John, il padre John Christopher, i musicisti che condividevano la scena, riportati anche quando in netta contraddizione con le parole del protagonista.
Una lettura interessante ed appassionante, un reportage autorevole e sincero, un occasione per scoprire e rivalutare un personaggio unico, bizzarro e brillante come Johnny Rotten. Da divorare.

slovo

 
Di Darth (del 16/01/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1462 volte)
Titolo originale
Kyoso Tanjo
Autore
Takeshi Kitano
Prima edizione
2006

Takeshi Kitano, eclettico artista del sol levante, si è distinto soprattutto per la sua indubbia qualità di regista (Hana-Bi, Dolls, L’estate di Kikujiro, Brother, … ) e di attore (Battle Royale, Johnny Mnemonic, …); ma sul suo curriculum possiamo trovare che ha fatto anche l’autore di un programma televisivo (Takeshi’s castle), l’ideatore di un videogame (La sfida di Takeshi), il poeta (ha scritto oltre 50 libri di poesie!) e lo scrittore (Asakusa Kid e Nascita di un Guru).
Dopo questa micro-biografia del regista nipponico, mi concentro sul tema della recensione odierna, ossia la sua seconda opera narrativa.
Il romanzo si apre con la breve parabola “L’aquila reale e il colombaccio” (che, da sola, già meriterebbe l’acquisto del libro!), venuta in mente a Kazuo, (un giovane giapponese) per alcune similitudini con la sua situazione attuale di profonda tristezza. In questo momento di fragilità emozionale, il ragazzo si trova tra le mani un volantino che pubblicizza “Arriva il Guru!!! Riunione di incontro con Dio: Guarigione di tutte le malattie – Dimostrazione della tecnica segreta per camminare sulle acque” e, nonostante lo scetticismo, si reca all’incontro. Ivi, Kazuo assiste alla guarigione di un finto malato da parte del guru di una moderna setta religiosa, ne rimane affascinato e decide di entrarne a farne parte come membro permanente. Kazuo viene istruito ed indottrinato alla religione che professata da Shiba, il capo dell’ufficio affari generali della setta (tradotto, chi comanda effettivamente tutto), il quale lo coinvolgerà sempre più attivamente nelle questioni interne, fino a farlo eleggere come nuovo guru alla morte del precedente.
Il vero personaggio chiave di questo romanzo non è il protagonista (Kazuo), ma bensì il suo mentore Shiba: il suo essere è cinico, ambizioso, irascibile e lussurioso, beve come una spugna ed intrallazza con politici ed imprenditori per la gestione dei fondi della comunità: tutto questo professando fede e venendo seguito come un pastore dal proprio gregge. Questo può darvi un idea di cosa trasmette Kitano col proprio romanzo: situazioni che riportano alla mente gesta di duemila anni fa ripropinate nel terzo millennio con il medesimo scopo di allora, immagini di proselitismo verso un uomo-fantoccio pilotato da chi (teoricamente) dovrebbe stare sotto di lui, truffe e merchandising, alchool e sesso… Situazioni che potrebbero facilmente accomunare tutte le religioni del mondo. Ma questo libro non è solo un inno alla falsa moralità, poiché nei dialoghi tra Kazuo e Shiba si possono incontrare piacevoli filosofeggiamenti pseudo-religiosi, tra i quali: “L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni singola parola che sgorghi da bocca divina… senza dubbio il dio che ha sostenuto questo doveva essere il primo che mangiava di nascosto.
Un doveroso ringraziamento a nilcoxp per il libro.

Darth

 
Di Sansimone (del 11/01/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2060 volte)
Titolo originale
Un posto nel mondo
Autore
Fabio Volo
Prima edizione
2006

Uno dei regali interessanti che ho ricevuto a Natale è questo libro, “Un posto nel mondo”, di Fabio Volo. Sinceramente prima di iniziare a leggerlo ero un po’ scettico sul fatto che potesse essere piacevole e invece mi sono dovuto subito ricredere dopo le prime pagine.
In una città del nord Italia vivono Michele e Federico, amici dai tempi delle scuole e da allora inseparabili, amici che hanno condiviso scelte dolorose e piacevoli ma, sempre con l’appoggio reciproco.
Un giorno Federico si stanca della vita che ormai conduce da anni, decide di partire e cercare il senso della sua esistenza, Michele questa volta non lo segue e non riesce a capisce i motivi di questo viaggio, continua la sua solita vita. Nei cinque anni d’assenza del suo amico l’unica novità importante per Michele è l’aver conosciuto Francesca ma anche questo rapporto finisce con un niente di fatto.
Dopo poco tempo dal suo ritorno Federico muore in un incidente stradale, Michele è travolto dallo shock, passa prima un periodo d’apatia poi decide di partire anche lui sulle orme del suo amico alla ricerca di cosa aveva trasformato e reso felice Federico.
Terzo tra i romanzi scritti dall’autore, il libro mostra una visione negativissima della società italiana, soprattutto dei giovani impegnati a sembrare tutti uguali a botte di capi firmati e cerca di dare un senso di speranza alla generazione di trentenni odierni.
Quello che mi ha colpito piacevolmente è la risposta che Volo dà ad un quesito che pone nel libro, in altre parole una persona si può innamorare di un'altra se non è soddisfatta della propria vita? Ovviamente la risposta è no, scontato, ma è molto bella la via che deve percorrere il protagonista del libro per arrivare a questa conclusione.


SanSimone

 
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