BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 12/05/2015 @ 05:00:00, in musica, linkato 809 volte)
Artista
Antonello Venditti
Titolo
Tortuga
Anno
2015
Label
Heinz Music

Finalmente è arrivato il nuovo album di uno dei miei cantautori preferiti in assoluto, Antonello Venditti e devo dire che lo aspettavo con interesse, dato che il singolo apripista “Cosa avevi in mente” mi aveva già impressionato positivamente e non sono stato deluso.
“Tortuga” è un bel disco in cui si ritrova un Venditti molto energico, sia nelle composizioni che come voce, con la giusta vena un po’ “rabbiosa” e speranzosa che lo ha sempre contraddistinto fin dai tempi delle sue grandi canzoni che tutti conosciamo; e poi c’è anche il Venditti più romantico e melodico degli anni 90, capace di toccare i sentimenti.
Mi è piaciuta al primo ascolto “I ragazzi del Tortuga”, che mi ha dato subito il sapore dei tempi migliori del cantautore romano, che parla del bar, il Tortuga appunto, dove si ritrovavano e si ritrovano ancora gli studenti del liceo, il suo amato Giulio Cesare, protagonista di una delle sue più belle canzoni. Bella la musica, con l’inizio un po’ alla Moby, e molto bello il testo, pieno di Roma, della sua gioventù con le ragazzate e la protesta di allora e poi parla ai giovani di oggi, ai quali Antonello dice che tornerà tra loro, al Tortuga . Il messaggio è chiaro, vuole esortare i ragazzi a lottare per il proprio futuro, come ha fatto lui stesso con i compagni della sua gioventù che non era tanto diversa ; un messaggio, comunque, di speranza.
Come è molto bella appunto “Cosa avevi in mente”, la rabbiosa storia di una ragazza di oggi, insoddisfatta della propria vita al punto di rischiare di autodistruggersi, ma che ritrova la serenità guardando sua figlia, come probabilmente avrà fatto anche sua madre. Mi piace molto “L’ultimo giorno rubato”, la grande classe di Antonello nel raccontare la delusione subita da una donna che lo ha ingannato, con un amore non vero, un modo un po’ inusuale di cantare per il cantautore romano, più moderno, ma è la musica di questo pezzo che mi prende parecchio; grande forma per la voce di Antonello.
Arrangiamento orchestrale favoloso per “Tortuga”, un po’ epico e barocco e un testo autobiografico veramente grande, con tutto quello che ci deve essere, paura della scuola, dell’amore, rabbia, sogno, lotta; Venditti al cento per cento. Voglia di giocare e un occhio ai giovani in “Ti amo inutilmente”, storia di un amore non ricambiato che viaggia su un ritmo pop dance molto simpatico. In “Attento a lei”, Venditti mette in guardia un amico dalla sua ex, con cui sta iniziando una relazione; la musica è un po’ commerciale, ma è compensata da un bel testo e un bel ritmo.
“Tortuga” è un disco molto orecchiabile, i suoni sono moderni e scorrevoli e come ripeto, la voce è in grandissima forma, come lui stesso, che ha molti progetti per il futuro, tra cui suonare con una band nelle vie e piazze di Roma, come fanno i gruppetti all’inizio della carriera, giusto per esortare i ragazzi e i romani in generale, ad uscire e a vivere una città che non c’è bisogno di dire quanto sia stupenda.
Grande Antonello, staremo a vedere…Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 26/01/2015 @ 17:17:14, in musica, linkato 978 volte)
Artista
Pino Daniele
Titolo
Pino Daniele
Anno
 
Label
 

Il 4 Gennaio scorso ci lasciava, a causa di un infarto, Pino Daniele, indiscutibilmente uno dei più grandi cantautori e musicisti italiani, un artista di livello internazionale, la cui musica sapeva trasmettere delle emozioni uniche. Giuseppe Daniele era nato a Napoli il 19 marzo 1955 in una famiglia di modeste condizioni economiche ed era il primogenito di sei figli. Si era comunque distinto a scuola per l’impegno e la cura di se stesso, fino a conseguire il diploma di ragioneria, coltivando fin da piccolo l’amore per la chitarra, che aveva imparato a suonare da autodidatta, appassionandosi al blues e al jazz dei grandi come Miles Davis, Weather Report e George Benson, tra gli altri.
Nel 1975 aveva già registrato un disco con Gianni Nazzaro e fatto un tour con Bobby Solo. Ma come tutti sappiamo, fu l’incontro con il mitico super gruppo “ Napoli Centrale “che fece la differenza, in cui si inserì come bassista e dove conobbe James Senese, grande sassofonista e leader di quella formazione prima del suo arrivo; i due strinsero una grande amicizia e insieme inventarono le cose più belle del Pino prima maniera. Doveroso nominare i grandi musicisti che facevano parte di quella formazione: Rino Zurzolo al basso, dopo che Pino passò ovviamente alla chitarra, Joe Amoruso alle tastiere, Tullio De Piscopo alla batteria, Tony Esposito alle percussioni e James Senese al sax; oltre a molti altri grandi musicisti che gravitavano intorno a questa fucina di idee musicali, dove si mischiavano jazz, rock, blues, musica popolare e ritmi africani; un vero e proprio movimento musicale che Pino denominò “Napoli Power” e con cui il cantautore napoletano, tra l’ottanta e l’ottantacinque, diede vita a dei concerti memorabili; ne abbiamo la testimonianza in “Scio’ ”, un live eccezionale.
Verso la fine del 1976, Claudio Poggi, famoso produttore della EMI, ascoltò una cassetta con alcuni brani del giovane Pino e decise di seguirlo discograficamente. A metà dell’anno seguente uscì un 45 giri con i brani “Che calore” e “Fortunato”, che vennero poi inseriti nell’album di esordio di Pino, “Terra Mia”del 1977; tra le altre “’Na tazzulella ‘e cafè”, e la splendida “Napule è”, un’opera d’arte dedicata a una città splendida, come un quadro in cui far vedere luci ed ombre, il bello e il brutto; una delle più belle canzoni italiane in assoluto! Se pensiamo che Pino la scrisse a diciott’anni…. Un disco che rivelò subito la preparazione musicale del cantautore napoletano, affascinato sia dalla tradizione mediterranea che dal jazz, dalla fusion e dal rock, ancora molto acustico e “popolare”. Ma nel 1979 è la volta del secondo album, “Pino Daniele”, omonimo, e di cui dico solo una parola: splendido!! Lo comprai appena uscito, la copertina con Pino che si rade, me lo ricordo come fosse ora; ci sono pezzi stupendi come “Je sto vicino a te” o come “Chillo è nu buono guaglione”, un testo stupendo sull’omosessualità, avanti anni luce per l’epoca; la forza del Pino di quei tempi, il napoletano, la SUA lingua per dire quello che voleva, senza paura, contro i pregiudizi e anche contro lo Stato. E poi “Ué man”, una delle mie preferite, un blues favoloso in anglo-napoletano; una voce incredibile, da grande bluesman, e una chitarra stupenda, suonata magistralmente. O la poesia incazzata di “Je so’pazzo” che ancora mi incanta; in questo album hanno suonato Agostino Marangolo alla batteria, Ernesto Vitolo alle tastiere e Rino Zurzolo al basso. Questi stessi grandi musicisti accompagnano Pino nel terzo splendido ellepì “Nero a metà”, che è quello che lo consacra al grande successo, un disco più elettrico, con più italiano mischiato al napoletano, ma pieno di canzoni stupende, una dietro l’altra tipo “Voglio di più”, testo e musica da brividi; “A me me piace ‘o blues”, l’essenza del modo di essere fuori dal coro di Daniele; “E so cuntento ‘ e stà”, un’altra delle mie preferite; e che dire di “Nun me scoccià”: “coi tuoi discorsi intelletuali senza onestà…tanto muori pure tu”, un blues stupendo, un testo tanto intelligente quanto irriverente, e grande chitarra; oppure l’atmosfera poetica e sognante di “Quannochiove”, che magia!
Lo so, mi sono dilungato toppo su questi tre album, ma sono fondamentali per capire il mondo di Pino Daniele, la sua vera natura, il suo essere davvero un bluesman di protesta, fuori dagli schemi del sistema, innamorato e anche deluso dalla sua Napoli. E nel 1981 esce “Vai mo’ “, in cui subentra il grande Tullio De Piscopo alla batteria, senza nulla togliere a Marangolo che è ottimo, ma il talento di Tullio è speciale e si sente la differenza in pezzi come “Viento ‘e terra”, un altro brano stupendo, in cui la fusion prende il sopravvento sul blues, come in tutto il disco, favoloso anche questo. Bellissima anche “Ma che te ne fotte”, drumming epico anche qui di De Piscopo; bè, “Yes I knowmy way”, penso che non abbia bisogno di presentazioni, sembra incisa adesso, un suono incredibile…un capolavoro, andatevi a vedere il testo. Il consacramento di questi splendidi dischi è il doppio live “Scio’ ”, una pietra miliare per la musica live italiana, con delle session strumentali eccezionali.
Ce ne sarebbe da parlare di Pino, delle sue collaborazioni con artisti di tutto il mondo, che hanno voluto condividere il palco con un musicista eclettico e completo come lui, oppure ospitarlo nei propri dischi; sono bellissime le parole dell’amico Claudio Baglioni , nei giorni successivi alla sua morte, che ricordava il periodo in cui Pino ha impreziosito una sua bellissima canzone “Io dal mare”, con quei vocalizzi e fraseggi di chitarra un po’ mediterranei e orientaleggianti che solo lui avrebbe potuto inventarsi, oppure Jovanotti che lo ricorda schivo e taciturno prima dei concerti fatti insieme a lui e Ramazzotti , per vederlo poi trasformarsi sul palco e prendere il pubblico in mano con la sua musica; tante parole di dolore anche da Eric Clapton, che continua a postare tracce e video di concerti blues condivisi; diciamo che Pino non si è mai risparmiato dall’attività live, e forse il suo cuore malato non ha retto; ma nel nostro, di cuore, le sue canzoni suonano ancora e suoneranno ancora per tanto…grazie Pino!

Andy

 
Di Andy (del 03/11/2014 @ 05:00:00, in musica, linkato 778 volte)
Artista
U2
Titolo
Songs of innocence
Anno
2014
Label
Island

Per adesso, di questo album si è discusso più che altro per il modo in cui è stato diffuso che per il suo effettivo valore; la scelta della band irlandese di “regalarlo”agli utenti Apple, non è piaciuta a tutti; qualcuno si è sentito come costretto ad ascoltarlo, giudicandola una grossa operazione di marketing. Io personalmente non mi lamenterei di trovarmi in libreria un disco nuovo di zecca degli U2, ma, si sa che io sono un po’(tanto) di parte e non essendo un fruitore dei prodotti della mela mangiata, me lo sono comprato questo “Songs of Innocence”, che esce a cinque anni (!!) di distanza dal precedente e valido, secondo me,”No line on the orizon”. Allora, bisogna mettersi in testa che gli U2 di “Sunday Bloody Sunday”, “Pride”, “I fill follow”, “Where the streets have no name” e “Whit or without you”, tanto per pescare a caso, sono un pò cresciuti e ripetere quella magica miscela tra rock, pop, new wave e punk sarebbe praticamente impossibile; altri tempi e altre energie. Chi li conosce sa che all’indomani di “Rattle and Hum”, Bono e compagni stavano già svoltando l’angolo cercando nuove sonorità, sconfinando parecchie volte in un pop rock veramente troppo ruffiano e riempistadio; lo dico da fan, proprio perché mi dispiace vedere il grande talento di questa band eccezionale sprecato.
Tornando al presente, devo dire che mi ci sono voluti ripetuti ascolti per “entrare” in questo album, a parte il tormentone che lo apre “The miracle (of Joy Ramone)”, un rockaccio dal chitarrone predominante, dedicato dai nostri al mitico gruppo punk dei Ramones, i quali sono stati tra le band che hanno invogliato e influenzato, in parte, i quattro ragazzi di Dublino. Continuavo ad ascoltarlo cercando qualcosa forse dei primi U2, o forse degli ultimi, quelli di No line on the Horizon, magari, ma effettivamente, come aveva detto il buon Adam Clayton, non c’è niente o quasi di quelle “cose” lì; non bisogna aspettarsi le schitarrate acide e martellanti classiche di Edge e neanche il basso motore di Clayton sulla batteria rotolante di Larry Mullen jr; cioè, non sempre, perché comunque ci sono, penalizzate un po’ da un mixaggio troppo opprimente, troppo perfettino: ed è proprio quello che ti porta a dover riascoltare varie volte il cd; la seconda traccia “Every breaking waves” è una ballata un po’ sull’onda di “With or without you”, più moderna ovviamente, ma con un bel pathos; sento già il ritornello cantato negli stadi, bella!
La terza canzone “California” parla del primo viaggio della band in questo stato americano, con richiami ai Beach Boys e presenta nel finale la prima schitarrata, proprio cortina però, di Edge. Va bene, andiamo avanti e troviamo “Song for someone”; una bella atmosfera creata dalla chitarra acustica di Edge e dalle voci sua e di Bono che intonano una melodia accattivante, che plana su un riff di elettrica dalle sonorità molto irish (e anche molto Coldplay), discreta. Ma eccoli gli U2, con “Iris (Hold me close), un incedere tra chitarra, basso, batteria che ricorda “Where the streets have no name”, un testo bellissimo che parla della madre di Bono, scomparsa quando lui aveva quattordici anni, ma qui è il modo di suonare unico di questo gruppo che viene fuori, anche se tarpato dal mixaggio. Più commerciale “Volcano” anche se non è niente male il chitarrone di The Edge, ma nell’insieme non lascia il segno più di tanto. “Raised by wolwes”, parla di un’autobomba esplosa a pochi passi dalla casa di Bono, molto bello il testo e anche la musica, un po’ sperimentale. Cambia la musica con “Cedarwood road”, bellissima, visionaria e rock insieme, come nei momenti migliori di Bono e co. Quando The Edge si mette a suonare sa quello che fa, la mia preferita. E devo dire che anche “Sleep like a baby tonight” è un gran pezzo, con quella voce e quella chitarra effettate, basso e batteria che portano su e giù l’atmosfera; la chitarra finale è da sballo, anzi da sballati. Strano il coro con cui inizia “You can reach me now”, ma che suono quando parte, col bassone di Clayton , le tastiere e le chitarre psichedeliche. Si chiude in belezza con “The troubles”, con Likke Li che canta insieme a Bono questa canzone dall’atmosfera magistrale.
Lo so che mi sto ripetendo, ma veramente questo album ha bisogno di essere ascoltato parecchio, perché subito può dare l’impressione sbagliata; non bisogna cercare la hit ma il filo logico che unisce le canzoni. “The songs of Innocence è un album abbastanza rilassato, giocato più sulle atmosfere più che sull’energia, piuttosto riflessivo e direi maturo. Una settimana fa quasi non mi piaceva , adesso sono giorni che non ascolto altro..fate voi !.. Buon ascolto …

Andy

 
Di Andy (del 30/06/2014 @ 05:00:00, in musica, linkato 1372 volte)
Artista
Toto
Titolo
35th Anniversary Tour-Live in Poland
Anno
2014
Label
 

Devo dire che sono stato per un po’ a digiuno musicale, diciamo così, uno di quei periodi che non ti piace niente, ti sembra tutto già sentito e nel nuovo non trovi niente che ti ispiri. Ma quando trovi il “vecchio” che si rinnova splendidamente è il massimo, ed è il caso di questo blu-ray dvd live dei Toto, “35th Anniversary Tour-Live in Poland”, tratto dall’ennesimo tour di una delle band che io preferisco in assoluto e che nasce appunto la bellezza di trentacinque anni fa, anche se devo dire che non sembra, perché il pop rock di Lukather e compagni, si ascolta sempre molto volentieri; la loro bravura indiscutibile, sta anche nel suonare le canzoni nel modo più fresco e divertente possibile.
Doveroso presentare subito la formazione che, secondo me, è ottima: chitarra e voce ovviamente Steve “Luke”Lukather, batteria Simon Phillips, anche lui nella band da più di vent’anni dopo la dipartita del compianto Jeff Porcaro, David Paich, piano, tastiere e voce; laleadvocal spetta al bravissimo Joseph Williams, che sostituisce Bobby Kimball e che aveva già lavorato con i nostri, poi un altro grande ritorno, Steve Porcaro alle tastiere,che aveva suonato nei primissimi dischi, fratello di Jeff e Mike e poi, al basso, nientemeno che Mister Nathan East, che, insomma, sappiamo chi è (Clapton, Collins e molti altri) e che secondo me, coi Toto ci sta a meraviglia. I Toto hanno cambiato formazione diverse volte negli ultimi anni, ma questa mi piace molto; la trovo più essenziale ed efficace, rispetto ad altre e sembra che il gruppo abbia ritrovato i giusti groove ed energia, a cominciare da una stupenda versione di “Africa”, una canzone leggendaria eseguita qui egregiamente, con gli ottimi coristi e una grandissima parte finale in cui Nathan fa cantare il pubblico su dei vocalizzi bellissimi, un’atmosfera davvero magica.
Molto bella “Stop lovingyou”, cantata molto bene da Williams, che si dimostra anche un buon front-man e a cui va data una grossa parte di merito in questa nuova iniezione di carica e poi il solo di batteria di Simon sul finale, sul riff di “Bad” di Michael Jackson è spettacolare. Poi troviamo il grande classico “Hold the line”, dove purtroppo si sente la mancanza di Kimball alla voce, ma nell’insieme, con l’inserimento della corista, rimane sempre un gran pezzo, come “Rosanna”, un’altra canzone mitica impreziosita dal grande piano di Paich. Favolosa “Wings of time”, cantata da “Luke” e dedicata a Jeff e Mike Porcaro e in cui Steve, nel finale si dimostra una volta di più, uno dei più grandi chitarristi esistenti, con un solo di tre minuti da brividi, sostenuto da un granitico Nathan East dal tocco magico. Ottima versione anche per “Pamela”, con il grande basso slap di Nathan e i bellissimi cori; super l’improvvisazione jazz fusion di Paich col piano, che porta tutta la band ad un finale in crescendo, che musica!!.
Ci sono altri grandi brani come “Hydra”, “On the run” ecc. Insomma, due ore di grande musica da sentire e vedere ottimamente, insieme ad un gruppo che non dimostra per niente i suoi trentacinque splendidi anni..Buona musica!

Andy

 
Io
Di Andy (del 07/03/2014 @ 05:00:00, in musica, linkato 984 volte)
Artista
Francesco Sarcina
Titolo
Io
Anno
2014
Label
 

Francesco Sàrcina ha appena partecipato al Festival di Sanremo con il brano “Nel tuo sorriso” e, devo dire la verità, era una delle canzoni che mi avevano colpito maggiormente e penso che meritasse molto più della decima posizione ottenuta; in compenso è uno dei pezzi più scaricati dalla rete e l’album “Io” sta vendendo benissimo.
Francesco, come molti sicuramente sanno, è il cantante dell’ottima band italiana “Le Vibrazioni” con cui ha inciso, tra le altre, nel lontano 1999, la bellissima “Dedicato a te”, che ha riscosso un grandissimo successo, per poi ripetersi con “Vieni da me” o ancora “Tutta la notte”, tutti singoli che sono andati davvero forte; diciamo che il gruppo non è ufficialmente sciolto, ma bensì in una sorta di stand-by, dovuto alla necessità di Sàrcina di dare sfogo alla propria poliedricità, senza costrizioni di genere, dato che i suoi gusti ed influenze vanno dall’hard rock seventy al funk e anche all’elettronica, passando per il soul e le classiche ballads americane. Stesso discorso per i testi, molto essenziali e diretti, che trattano di amore, disagio sociale, voglia di cambiare le cose. Il titolo dell’album non è stato scelto a caso, nel senso che Francesco se lo è proprio cantato e cantato tutto da solo, dimostrandosi un ottimo poli-strumentista; sue sono le chitarre, ottime, il piano, la batteria, il basso e le tastiere, piano compreso e naturalmente anche i cori; il risultato? Ottimo!
Questo album suona veramente bene, fin dal primo pezzo, “Accanto a te”, che si presenta con un riff di chitarra potente ed accattivante, su una base ritmica altrettanto tirata di basso e batteria; il solo di chitarra è veramente tosto, Fra ha una mano davvero decisa sulla seicorde; il testo è un vortice di pensieri rivolti ad una donna che oggi ti fa stare bene e da cui non vuoi andare via, senza regole e tempi da rispettare. La seconda traccia è “Tutta la notte” , il tormentone sex-funk che gira in radio dall’inverno scorso, dal testo inequivocabile “voglio girare tutta la notte e fare l’amore per ore e ore, con chi mi pare e piace, perché no?... Molto interessante “Giada e le mille esperienze”, dal sapore british beat, un po’ psichedelico, dove il cantautore pugliese suona anche il sytar; il testo è in piena sintonia con la musica, la storia di Giada, una giovane donna alla ricerca del suo posto nel mondo. Poi c’è “In questa città”, basata sul difficile rapporto con la grande metropoli, Milano in questo caso, visto che Francesco ci vive da anni; anche qui grande solo di chitarra.
Ed eccoci alla canzone di Sanremo, “Nel tuo sorriso”, scritta per Tobia Sebastiano, il figlio di sette anni; bellissima atmosfera, grazie anche ad un grande arrangiamento di archi e ovviamente alla voce calda e avvolgente di Sàrcina, un testo splendido, poche parole ma toccanti se ascoltate nell’ambito del rapporto tra padre e figlio; anche qui l’assolo di chitarra è super, cattivo e melodico alla Gilmour, poche note ma quelle giuste. In “Falso e falsetto”, il cantautore si toglie qualche sassolino dalla scarpa, prendendosela con il mondo della musica, “ormai un bene di lusso” e poi con la moda e con i politici “che fanno ridere”. “Odio le stelle” è un’altra grande canzone, dedicata al padre, mancato da poco, dopo una lunga malattia; la ascoltavo da parecchio in radio, ma ora che so del suo significato posso dire solo che è stupenda; Francesco ha ereditato la propria vena artistica proprio dal papà, musicista anche lui. “Distratta e cinica”, una bellissima ballad, a metà tra Lenny Kravitz e i Led Zeppelin e un testo sulla speranza che la vita non sia poi così , appunto, distratta e cinica. Insomma, un cd che si ascolta davvero volentieri, di quelli che li metti su e vanno avanti da soli; i suoni sono curati e piacevoli e la voce di questo cantautore rock mi piace davvero, come le sue influenze, che spaziano tra vari generi.
Come prima opera solista, direi che è una buonissima partenza e quindi, come dicono i suoi numerosi fans su Facebook …vai FRA!!..Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 27/01/2014 @ 05:00:00, in musica, linkato 1023 volte)
Artista
Ligabue
Titolo
Mondovisione
Anno
2013
Label
Zoo Aperto

Come al solito, quando si parla di uno degli artisti che vendono di più, all’uscita di un album nuovo, si leggono commenti positivi, negativi, a volte cattivi solo per invidia e neanche argomentati a dovere, ma io, senza peccare di presunzione, mi sforzo di ascoltare sempre con le mie orecchie e di non esagerare coi giudizi, cercando di godermi la musica senza troppe critiche.
A me Ligabue piace, specie quello dei primi dischi (fino a “Buon compleanno Elvis”), ma comunque non l’ho mai disdegnato anche quando, pure i suoi stessi fans più affezionati, l’hanno trovato un po’ monotono e ripetitivo; per me il Liga fa rock, eccome, a volte anche commerciale, però sempre a buoni livelli. “Mondovisione” arriva a tre anni di distanza da “Arrivederci,mostro!” e a un mese dalla sua pubblicazione, 26 novembre 2013, si è qualificato come disco più venduto dell’anno, arrivando a beccarsi quattro dischi di platino..non male, direi! A me è piaciuto subito perché ho trovato qualcosa del vecchio Luciano e qualcosa di nuovo al tempo stesso; secondo me, già l’album precedente era a un ottimo livello, ma questo è più immediato e i testi denotano un certo senso di indignazione mista a un sentimento di speranza e amore; lo trovo un disco molto autobiografico e con un ritorno a certe vecchie sonorità, le chitarre elettriche sono ben mischiate al suono onnipresente del piano, eppure il sound globale è più limpido e le canzoni scorrono una dietro l’altra che è un piacere.
Effettivamente, c’è una maggiore maturità, come nel nuovo look del rocker emiliano che abbastanza a sorpresa si è presentato con i capelli tagliatie sfumati di grigio, come è normale per un cinquantatreenne (peraltro in ottima forma), che dona una nuova luce alle canzoni e a proposito, la prima che troviamo delle quindici presenti è un rock abbastanza immediato, dal riff di chitarra potente e accattivante e si chiama “Il muro del suono”; il testo si scaglia chiaramente contro la giustizia sbagliata e contro i potenti e criminali che non pagano mai per i loro delitti, ma nello stesso tempo esorta ognuno di noi, nel suo piccolo a ribellarsi e a non restare indifferenti a questo mondo marcio “un cerino sfregato nel buio fa più luce di quanto crediamo”, grande frase! Bellissima la seconda traccia,”Siamo chi siamo”, l’ho già ascoltata cento volte e continua a piacermi, musicalmente sembra ripescata da uno dei primi album, con le chitarre acustiche prima e poi le elettriche; il piano un po’ alla “Urlando contro il cielo” ma il testo è nostalgico e duro contemporaneamente, una disamina su quello che abbiamo fatto fin qui nella vita, semplice ma profondissima, proiettata verso quelli che vengono dopo di noi, una poesia agrodolce su una ballata di quelle che, quando vuole, solo lui sa fare, un sound strepitoso veramente e un testo meraviglioso, piena di nostalgia e un po’ di amarezza per le occasioni perse.
Grande testo anche per “Il volume delle tue bugie”, una donna che, ferita duramente dagli amori sbagliati, si abbandona a relazioni prive di sentimento, trovandosi poi inevitabilmente troppe volte sola, fingendo di stare bene così ; bella la batteria molto U2. Di “Il sale della terra” mi piace più che altro il messaggio di rabbia che Liga sembra voler trasmettere all’opinione pubblica in un rock musicalmente molto linkink park. “Tu sei lei” è un po’ leggera e commerciale ma d’altronde, Luciano ha voluto dedicare alla sua Barbara, sposata a settembre, una canzone molto radiofonica e orecchiabile, di quelle un po’ “per tutti”. Tutt’altra storia per “La terra trema, amore mio”, durissima, un collage di immagini del terremoto che ha colpito la sua Emilia, che arrivano come un pugno allo stomaco e al cuore, la musica frammentata ed eterea, che ricorda a tratti la stupenda “Sarà un bel souvenir”, una grande prova per questo cantautore. E non si scende di livello neanche con “Per sempre”, vecchie fotografie della propria infanzia, i ricordi di momenti vissuti con il padre, il primo amore, i genitori che tirano avanti con sacrifici, tutte immagini che rimangono nella memoria; una ballata sofferta e piena di amore per le persone più care. Bellissima anche “Ciò che rimane di noi”, rabbia e rimpianto per un amore in crisi, alle porte di un Natale molto duro, senza sentimento; un rock sofferto e arrabbiato quanto le parole, con le chitarre di Fede Poggipollini e Niccolò Bossini che fanno uno splendido lavoro. “Con la scusa del rock’n’roll” viaggia su binari abbastanza consueti, è praticamente l’autobiografia del Liga in musica ed è il classico rock riempistadio, ma il testo non è da sottovalutare.
Questo album, che trovo davvero bello, si chiude con la ballad “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo”, che dà l’idea di quanto Ligabue stia attraversando un periodo particolarmente ispirato, pieno di domande e incertezze ma anche di voglia di continuare a sognare un mondo migliore, un po’ meno accartocciato e bistrattato di come si presenta sulla copertina; in fondo, non è quello che vogliamo tutti?..

Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 03/12/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 1069 volte)
Artista
Tears for Fears
Titolo
Tears Roll Down (Greatest Hits 82-92)
Anno
1992
Label
Mercury Records

Ho scelto questo greatest hits, “Tears roll down”, per riascoltare uno dei gruppi pop-rock migliori che hanno imperversato nelle classifiche tra gli anni 80 e 90, con una decina di singoli veramente riusciti; questo “the best”raccoglie infatti le hits dall’ottantadue al novantadue, periodo migliore dei Tears for Fears. In realtà il gruppo era poi un duo formato da Roland Orzabal e Curt Smith, rispettivamente chitarrista e bassista, oltre che entrambi cantanti e compositori, intorno ai quali hanno gravitato parecchi strumentisti, tutti sempre di ottimo valore, perché la musica dei TFF è sempre stata curata nei minimi particolari, dagli arrangiamenti alle parti vocali, nonché nei testi, sempre ottimi.
Purtroppo dopo il terzo album, forse il migliore, “Sowing the seeds of love”, il sodalizio tra i due musicisti si interruppe piuttosto malamente, per controversie musicali e caratteriali e Orzabal mantenne il nome del gruppo, pubblicando un paio di album, da cui qualche singolo non male, ma che ovviamente risentiva della mancanza di Smith, che non mancò di scoccare frecciate velenose all’ex socio nel corso degli anni, fino alla reunion di una decina di anni fa e che tuttora li sta portando in giro per il mondo a suonare ottimamente. Ma torniamo al nostro album che si apre con “Sowing the seeds of love”, una canzone stupenda, dagli arrangiamenti molto beatlesiani, piena di strumenti a corda, fiati, e con un bridge comandato da uno stupendo organo hammond che trasporta verso il finale a due voci in cui Orzabal e Smith si intrecciano magnificamente, un pezzo veramente perfetto, corale e intenso e dal testo che inneggia al bisogno di amore per rendere tutto migliore.
La seconda traccia “Everybody wants to rule the world”, mi piace ancora un casino, malgrado abbia ormai una trentina di anni portati splendidamente, direi, una canzone che scorre come un fiume, tirata dal riff di chitarra semplice quanto efficace e dalle voci perfette di Roland e Curt, con un solo finale di chitarra micidiale, una ventina di note in tutto ma ..spettacolo! Il suono di “Woman in chains” è ancora perfetto, con una stupenda Oleta Adams alla voce femminile, a duettare insieme a Orzabal in una delle ballate più famose dell’ultimo trentennio, e anche delle più belle; una di quelle canzoni che quando passano in radio, si ascoltano in silenzio, nient’altro da dire. Ecco arrivare la mitica “Shout”, ebbè, uno dei singoli più suonati di sempre, quanti ricordi di radio e discoteca..non so, a me vengono ancora i brividi, eppure l’avrò ascoltata e ballata un po’ di volte, ma con certa musica che va adesso..non ce n’è, e non per fare il retrogrado; ascoltare per credere.
“Head over heels”, che intro e poi il cantato, che voci! Un altro spettacolo e scusate, ma quanto sono bravi, veramente! ”Laid so low” era il singolo di lancio per questa antologia, inciso dall’ormai solitario Orzabal, dopo la separazione, che è comunque un gran pezzo, dove la chitarra è molto presente e fa delle gran belle cose, potenti e raffinate, su un arrangiamento stupendo tra tappeti di synt e percussioni, un po’ da soundtrack; questa era un po’ che non l’ascoltavo ma sembra uscita adesso, suoni esagerati e ripeto..un gran pezzo! Che dire di “Change”, il primo singolo di successo dei TFF, un po’ Depeche, molto elettronica e cantata da Curt, ma fantastica anche questa, con queste sonorità vintage new wawe, che rappresentano la prima era di questo gruppo, che si è poi spostato verso il pop rock che li ha consacrati al successo mondiale strameritato.
La raccolta si chiude con “Advice for the young at heart”, di una classe e raffinatezza incredibili, arrangiamenti orchestrali da brividi, atmosfere jazzate stupende, di una classe veramente superiore. Concludendo, considero questa una buona antologia sia per chi vuole scoprire il suono speciale di questo grande gruppo e sia per chi, come me, ama già questa band e vuole riascoltarsi alcune delle canzoni più belle della discografia mondiale, tuttora..Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 28/10/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 1531 volte)
Artista
Claudio Baglioni
Titolo
Oltre
Anno
1990
Label
CBS

Scusatemi se sono ripetitivo ma qui, per sentire un po’ di musica buona, perlomeno per noi che abbiamo passato i trenta e anche i quaranta da un po’, ci tocca rifugiarci almeno una ventina di anni addietro; e dai sempre costruttivi discorsi con Namor, è venuto fuori un altro album che sia io che lui reputiamo bellissimo.
Ma quando ho letto la data di pubblicazione non mi sembrava vero; “Oltre” di Claudio Baglioni è del 1990!? Anche perché, ragazzi questo album ha un suono veramente eccezionale, sembra inciso adesso e ogni particolare è curato alla perfezione.
Lo ammetto, era un bel pezzo che non lo ascoltavo e ho riscoperto un Baglioni veramente al suo massimo, un equilibrio perfetto tra testi e musica, e qui veramente devo dire ci sono una manciata di canzoni che fanno davvero suscitare delle emozioni che, bisogna sottolinearlo, solo lui è capace di estrapolare da ognuno di noi. Penso che in tanti abbiamo amato il Claudio prima maniera, quel ragazzo semplice e innamorato della vita, sentimentale e un po’ triste, che ha saputo raccontarci storie d’amore come nessun altro, in capolavori come “Questo piccolo grande amore”, “Sabato pomeriggio”ecc., passando poi per il mitico live “Alè-oo”, in cui figuravano i vecchi classici ma anche le canzoni per allora più recenti, tra cui la splendida “Fotografie” o la stupenda “I vecchi”, e la struggente “Ragazze dell’Est”.
Insomma, piaccia o meno Baglioni ha scritto delle canzoni eccezionali e secondo me ha raggiunto il suo momento più alto con due dischi; “La vita è adesso” del 1985, il cui vinile ho consumato e che adoro e che, tra parentesi, detiene tuttora il record di disco italiano più venduto e con il nostro disco in questione, un doppio cd altrettanto bello e curato, tanto che la sua uscita fu rimandata di un anno per riscrivere alcuni testi. Questo album segna la definitiva svolta di Baglioni, che vuole scrollarsi da dosso l’etichetta di “romantico”, anche attraverso un evoluzione musicale notevole; probabilmente è stato molto incisivo l’incontro con Peter Gabriel proprio durante le registrazioni.
Il disco si apre con quello che fu il primo singolo “Dagli il via”, un pop-rock dal testo un po’ complicato, ma che attraverso varie metafore traccia un ponte tra le esperienze passate di un uomo e la voglia di averne delle nuove, chiedendo di essere lasciato libero, probabilmente dalla vita stessa. Come seconda traccia troviamo una delle migliori del disco, “Io dal mare”, una ballata italiana dal suono perfetto, in cui figurano musicisti del calibro di Pino Palladino al basso, Manu Katchè alla batteria e il grande Pino Daniele alla chitarra e cori; Claudio, molto poeticamente e attraverso delle immagini stupende che solo lui sa raccontare attraverso le parole in questo modo, immagina l’ambiente in cui fu concepito dai genitori, durante una vacanza, appunto, al mare: solo Pino poteva infondere la magia mediterranea giusta per questo pezzo stupendo, con quei framezzi di voce e chitarra caldi e sensuali su un tema musicale raffinato, in un finale da brividi.
“Naso di falco”, piena di immagini e di domande sulla vita che cambia nell’uomo che cresce e invecchia. E poi “Acqua dalla Luna”, parole stupende che parlano, sempre attraverso fotografie della vita e metafore, di un uomo sognatore che avrebbe voluto essere un grande mago per stupire e stupirsi durante la propria esistenza, come a creare dei trucchi che potessero rendere tutto più facile, incantevole e purtroppo si deve arrendere al corso degli eventi; ci sono delle frasi bellissime e toccanti, ascoltare per credere: forse la canzone migliore del disco, che penso sia veramente il capolavoro di Baglioni, degno seguito dello stupendo “La vita è adesso”. Va bene, torniamo a Oltre e a un'altra grande canzone, “Tamburi lontani”, musica e parole da lasciarti senza fiato, con l’arrangiamento orchestrale di Celso Valli; c’è tutta una vita in questo brano, quella di Baglioni, le persone care e l’amore perduti, la mancanza del padre prima e poi del figlio, dopo la separazione da Paola Massari, che all’epoca era cosa fresca e dolorosa e un ricordo anche del proprio cane con cui si confidava come con un amico durante l’adolescenza.
“Domani mai”, impreziosita dalla straordinaria chitarra spagnola di Paco De Lucia, un testo molto sensuale imperniato sull’unione carnale di un uomo e una donna che al di fuori del sesso non riescono a portare avanti il rapporto verso un futuro insieme; il finale, dopo un acuto da paura di Baglioni, è veramente uno spettacolo, con le scale nervose splendide di De Lucia sulla chitarra, su una base musicale orchestrata in modo magistrale, struggente. Da sottolineare che il cantautore romano ha avuto in questo album delle idee davvero geniali. Dulcis in fundo,“Mille giorni di te e di me”, cosa dire?! Una delle più belle canzoni d’amore mai state scritte sulla Terra, il racconto amaro della fine di una storia di tre anni, parole come lame che colpiscono dritto al cuore..veramente grandissimo Claudio, nient’altro da aggiungere se non che solo lui è capace di provocare certe emozioni.
Io vi ho parlato delle canzoni che mi colpiscono maggiormente, ma in questo doppio è tutto speciale, un livello eccezionale e un Claudio Baglioni al suo massimo, sia come cantante, che come compositore e musicista; difficile eguagliare una perfezione del genere, però direi che comunque lui rimane uno dei miei preferiti e tuttora uno dei più grandi cantautori che per fortuna, continua a regalare uniche emozioni nei propri concerti, come uniche sono le sue canzoni, che ci hanno fatto veramente sognare..Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 16/09/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 1135 volte)
Artista
The Alan Parsons Project
Titolo
Eye In The Sky
Anno
1981
Label
Arista Records

Riascoltando questo album, mi torna immancabilmente in mente il momento in cui, tornato a casa con il disco appena comprato, mi apprestavo a compiere i quasi religiosi movimenti che si facevano per mettere su un ellepi e quindi, pulizia della puntina, sganciamento del braccetto e posizionamento della puntina sul solco del vinile; inutile aggiungere che con Alan Parsons valeva veramente la pena, perché in quanto a suoni, penso che all’epoca fosse imbattibile, grazie anche all’utilizzo dell’orchestra in quasi tutti i pezzi.
The Alan Parsons Project, in sostanza era un duo formato dai due musicisti britannici Alan Parsons, ex tecnico del suono dei Pink Floyd di “The dark side of the moon”, e Eric Woolfson, un avvocato di professione ma anche un ottimo pianista e compositore, che insieme decidono di fare di ogni disco un concept con le canzoni legate tra loro da un filo logico; per esempio “I robot” prendeva spunto dai celebri libri di Asimov, “Pyramid” dalle vicende dell’antico Egitto e così via fino ad arrivare al 1982, anno di uscita di “Eye in the sky”, il cui titolo ricalcava l’omonimo romanzo futuristico del 1955 di Philip K.Dick; a grandi linee il libro racconta la storia di sette persone che si ritrovano a vivere in un mondo parallelo, sorvegliato da un occhio nel cielo, una sorta di dio sempre presente, molto grande fratello direi.
Come nel libro, anche nel disco si intersecano numerose storie che hanno un comune denominatore e che ovviamente diventano canzoni. Questo fantastico album, dalla copertina verde su cui troneggia un fantomatico occhio dorato dai caratteri indubbiamente egiziani che richiamano il dio Horus, si apre con “Sirius” uno degli strumentali più famosi, utilizzato per centinaia di sigle, con quella sequenza di synth martellante, il sottofondo dell’orchestra che sale piano, la chitarra ritmica ipnotica e la solista dirompente e poi di nuovo la ritmica che accompagna senza interrompersi l’inizio di “Eye in the sky”, una canzone che non si può non conoscere. Un mid-tempo dai suoni raffinati abbellita dal testo imperniato appunto sul famoso occhio nel cielo, che può leggere la mente delle persone e dare regole e “illuminazioni”; molti vogliono vedere questo album come un omaggio ad un certo ordine moderno, che ama molto le simbologie ed effettivamente, nei testi di tutto l’ellepì, si trovano parecchie frasi che possono essere interpretate sotto questo aspetto. La seconda traccia e “Children of the moon”, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto di APP, visionaria e spaziale, con un testo che parla dello smarrimento provato dai Bambini della Luna, che si ritrovano senza una strada da seguire, senza ragioni per vivere o morire, probabilmente una metafora anche politica, sulla perdita degli ideali e dei valori da parte degli uomini, che si ritrovano appunto come dei bambini confusi e privi di guida; l’orchestra accompagna l’incedere deciso di basso- batteria e la bella voce limpida del bassista David Paton: fantastica l’apertura del ritornello con viole, violini e oboe a fare il controcanto fino allo sfociare in un assolo da sballo di Ian Bairnson (uno dei miei chitarristi preferiti), con un attacco veramente da paura, uno dei suoi assoli migliori, corto e incazzato. “Silence and I” è commovente da quanto è bella, cantata splendidamente da Woolfson; una ballad seguita per intero dall’orchestra diretta da Andy Powell, che cambia andamento a seconda del momento, dolce durante le strofe e giocosa e cavalleresca durante il bridge musicale, fino a tornare drammatica sotto il solo finale struggente di chitarra: il testo parla della paura di un uomo di misurarsi col prossimo e la società, fino a rifugiarsi nel silenzio della propria solitudine, forse il pezzo più bello del disco.
Grande tiro per “You’re gonna getyourfingersburned”, un rock divertente trascinato da un super Bairnson, ritmica e assoli di gran classe. “Psychobubble”, il racconto di un uomo che fa lo stesso sogno tutte le notti, una strada senza luce da seguire, in preda ad uno stato di confusione mentale che non lascia scampo; nell’intro il basso la fa da padrone con un giro accattivante da morire e la parte strumentale centrale, suonata dall’orchestra di 95 elementi, dà veramente un senso estremo di confusione, fino a sfociare nel solito assolaccio a sorpresa di Ian, che è veramente geniale in queste cose. “Mammagamma” è molto floydiana ed è anche uno degli strumentali più famosi e, diciamocelo, più belli; un basso motore spettacolare e un arrangiamento spaziale, nel vero senso del termine. “Step by step” è veramente “anni 80”, con quell’andamento easy e quei cori così perfettini; come al solito Bairnson stupisce, in questo caso con un solo semi-acustico di un gusto esagerato. Un album così bello poteva chiudersi solo con una meraviglia come “Old and wise”, una ballata stupenda con un testo altrettanto stupendo che vi prego di ascoltare e tradurre e la chiusura col sax, affidata al signor Mel Collins.
Che altro dire, un 33 giri che ha segnato un epoca e credo che sia in tante case di noi quarantacinquenni o giù di lì, conservato gelosamente; penso che il mio amico Namor, possa darmi ragione.. Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 04/04/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 1165 volte)
Artista
Lucio Dalla
Titolo
 
Anno
 
Label
 

Come molti di voi sapranno, lo scorso 4 marzo la Rai ha organizzato e trasmesso un bellissimo live tribute al compiantissimo Lucio Dalla, scomparso l’anno scorso all’età di sessantanove anni, nel pieno di un tour che come al solito il cantautore bolognese aveva intrapreso con la solita energia e la sua ironica verve. Come ripeto, lo spettacolo, presentato dal grande amico Gianni Morandi, è stato molto bello grazie alle stupende canzoni di Lucio reinterpretate da Renato Zero, Fiorella Mannoia, Giuliano Sangiorgi, Samuele Bersani, Luca Carboni, lo stesso Morandi e tanti altri; ma non voglio parlare di questa trasmissione, che ho seguito con piacere, ma voglio invece rendere un mio personale tributo e ringraziamento al grandissimo Lucio attraverso il ricordo delle sue più belle canzoni, che sono veramente tante e che sono intrise di una magia particolare, di quelle che si ascoltano cento volte ed è sempre come fosse la prima, capaci di suscitare le stesse emozioni nel corso del tempo.
Ricordo di aver conosciuto la musica di Dalla con “Com’è profondo il mare”, una canzone sospesa in una melodia irreale e un po’ inquietante e un testo surreale, pieno di metafore e aperto a molte interpretazioni, ma che fondamentalmente parla di chi ha il potere e di chi lo subisce: il mare è il pensiero umano che i potenti, come dice alla fine la canzone, vogliono umiliare e bruciare; un pezzo attualissimo e stupendo. Nell’ellepì omonimo c’era, tra le altre, “Quale allegria”, un'altra perla di Lucio, tristissima ma di una poesia immensa, un’amarezza infinita, ma raccontata comunque con il suo spirito sarcastico. Nello stesso disco, vicino a una canzone così struggente, c’è “Disperato erotico stomp”, che non ha bisogno di commenti, “l’impresa eccezionale è essere normale”, fortissima!
E che dire di “Anna e Marco”, un testo e una musica a dir poco stupendi, un sogno d’amore metropolitano, vissuto da due ragazzi di periferia, in cui si è immedesimata almeno metà della generazione di adolescenti degli anni ottanta, compreso me, naturalmente; da ascoltare e riascoltare a vita. Il trentatrè giri è “ Lucio Dalla” e comprende anche “L’ultima luna”, altro capolavoro, una musica esagerata, avanti di vent’anni per l’epoca; qui ci vuole un doveroso ringraziamento agli Stadio, con Gaetano Currieri in primis, che hanno saputo dare l’apporto perfetto alla genialità di Lucio, con la loro indiscutibile bravura. Nello stesso album troviamo “L’anno che verrà”, una ballata straordinaria, dal significato semplice e profondo allo stesso tempo, un misto di speranza e rassegnazione, eccezionale.
Nel 1980 usciva l’album “Dalla” e diventava un'altra pietra miliare nella discografia del cantautore bolognese e in quella italiana. Qui siamo veramente nel mio, adoro questo disco che si apre con “Balla balla ballerino”, ma che pezzo è?! Fra testo e musica, una libidine e, tra l’altro, Lucio aveva anche una gran voce, che sapeva usare. E una canzone come “Futura”, l’amore tra due persone, con il desiderio di un figlio con cui affrontare il domani senza paura, rende l’idea del modo che aveva Dalla di vedere la vita, sempre molto “avanti. “Cara” è una stupenda canzone d’amore alla maniera di Lucio, sofferta e ironica allo stesso tempo, impossibile cantarla con la sua verve. L’interpretazione è la grande dote che contraddistingue questo immenso cantautore, che sempre in questo disco ha inserito una meraviglia come “La sera dei miracoli”, una dolce poesia in musica tra i vicoli di Roma, da ascoltare a occhi chiusi.
Queste sono le canzoni che per me rappresentano di più lo stile di Lucio Dalla, un piccolo grande uomo che purtroppo se n’è andato troppo presto, come a farci uno dei suoi scherzi, ma che rimane tra noi con queste perle immortali..Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 25/01/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 1221 volte)
Artista
Depeche Mode
Titolo
Tour of the Universe-Live in Barcellona
Anno
2010
Label
EMI

Subito un ringraziamento particolare al mio amicone Namor, che mi ha passato questo ottimo dvd che si chiama Tour of the Universe-Live in Barcellona, reperibile in diverse edizioni compreso il blue ray, ed è la registrazione di due date, il 20 e 21 novembre 2009, effettuate più o meno a metà del tour mondiale intrapreso per promuovere l’album Sounds of the universe.
Si parla dei Depeche Mode, la più grande band elettronica britannica la cui formazione risale all’ormai lontano 1980 e comprende David Gahan alla voce, Martin Lee Gore e Andy Fletcher; questo il trio che rappresenta il nucleo della band nella quale, nel corso degli anni, si sono succeduti vari musicisti, per poi trovare negli ultimi anni e anche in questo tour, il giusto apporto nelle tecnologiche tastiere di Peter Gordin e la granitica batteria di Christian Eigner, e il sound è cambiato, eccome! Certo è che a questo gruppo le vicissitudini non sono mancate, in primis la tossicodipendenza sia di Gahan che di Gore e che hanno portato, nel corso di questa lunga carriera, anche a molti dissapori interni, ma che devo dire, vedendo ed ascoltando questo dvd, sono stati superati brillantemente. In questa stessa turnè sono state annullate quattordici date a causa di un operazione super urgente a cui si è sottoposto Dave per asportare un tumore in fase iniziale; negli anni novanta era stato vittima di un infarto che l’aveva quasi ucciso, causato da un mix di stress per i continui concerti e la droga assunta in dosi massicce.
Un po’ di storia: i primi successi del gruppo sono Just can’t enough e Everithing Counts, due pop song elettroniche sfacciatamente dance, appartenenti al primo periodo della discografia della band che invece a partire da Black Celebration, bellissimo album dell’86, diventa più introspettiva e forse più seria ed è decisamente la fase che io preferisco. Le atmosfere diventano più dark, le tastiere diventano meno prepoderanti, lasciando il posto agli ottimi inserimenti di chitarre elettriche suonate da Gore e alla batteria acustica, che si aggiunge ai ritmi della drum machine che rimane più in sottofondo; ed è questo il sound che troviamo anche in questo dvd che si apre con In chains, potente e scura, estratta da Sounds of the universe, passando per la stupenda Walking in my shoes, del 93, con un base ritmica molto tosta sorretta dal potente drumming di Eigner per trovare Precious, un'altra grande canzone. La chicca di questo live secondo me sono le due canzoni che canta Martin, che ha una voce stupenda, alla David Bowie; la prima è l’inquietante Jezebel, dalle sonorità appunto molto vicine al genere di Bowie, un gran pezzo; la seconda è la stupenda Home, voce e piano..da brividi, veramente! Senza nulla togliere a Gahan, Gore è dotato di un interpretazione magistrale e il pubblico risponde con una standing ovation di cinque minuti, in cui intona il frame della canzone, facendo faticare la band a riprendere a suonare..spettacolo!! Non poteva mancare Enjoy the silence, che dire di un pezzo così, eseguito in una versione trascinante con una coda tecno-funk-dance esagerata; insomma, ragazzi, un concerto bestiale davvero perché poi c’è Never let me down again, che risuonata con questa potenza è ancora più bella. Ruvidissimo il suono di chitarra scelto per il riff di Personal Jesus, una base potentissima sotto la voce calda di Dave per una delle canzoni più famose del gruppo britannico. Il finale è affidato a Waiting for the night, cantata in duetto da Dave e Martin con solamente un tappeto di piano a far da sottofondo a queste due splendide voci.
Ci sono altre canzoni che non ho nominato ma, credetemi, i Depeche si dimostrano in ottima forma ed è un ottima notizia in previsione dell’uscita del nuovo album di inediti in studio, il tredicesimo, prevista per il prossimo 25 marzo e sono veramente ansioso di ascoltare qualcosa di nuovo da parte di questa grandissima band.. Buona visione e ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 16/11/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 1252 volte)
Artista
Franco Battiato
Titolo
La voce del padrone
Anno
1981
Label
EMI

Era il 1982, quando questo splendido album fece la sua comparsa sul mercato discografico italiano, per restarci per almeno quasi sei mesi.
Battiato si era già distinto sulla scena musicale con un altro ottimo disco, L’era del cinghiale bianco, in cui traspariva tutta la sua predisposizione a spaziare tra il prog-rock, il pop e anche il melodico italiano, nonché qualche venatura di musica classica. Con La voce del padrone rese perfettamente l’idea di quale sarebbe stato il suo percorso musicale, arricchito da testi impegnati e mai banali. Penso che neanche lui stesso avrebbe pensato di raggiungere lo strepitoso traguardo del milione di copie vendute, primo album italiano a fregiarsi di tale onore.
Gli arrangiamenti e la registrazione sono pressochè perfetti e se avete voglia di riascoltarlo come sto facendo io, vi accorgerete di come suona “moderno”ancora adesso. L’apertura è affidata a Summer on a solitary beach, un testo che probabilmente evoca una vacanza su una spiaggia deserta e l’infrangersi delle onde provoca il desiderio di farsi portare via dal mare e dal mondo contaminato dalle brutture dell’uomo, un tema ricorrente nelle canzoni di questo geniale cantautore. Bandiera bianca è di un’attualità sconcertante, manifesto di un mondo corrotto e violento, pieno di superficialità e falsità, che parla già di abusi di potere, tv trash ecc.. una canzone di due accordi ma stupenda. Gli arrangiamenti classici di Giusto Pio si fanno sentire nella bellissima Gli uccelli, un inno alla libertà vista attraverso il volo degli uccelli, con le regole impostegli solo dalla natura. Adesso pensate a quante volte al giorno passavano le radio Cuccuruccucù, con quel ritmo incalzante e il testo che rievoca la giovinezza di studente dell’autore, attraverso i ricordi delle magistrali e le canzoni dell’epoca: vengono nominate infatti Lady Madonna dei Beatles e Ruby Tuesday degli Stones tra le atre; non so, ma nostalgia a parte, mi rendo conto che questo disco continua a meritare tutto il successo che ha avuto ancora adesso.
E che dire di Segnali di vita, un andamento musicale classicheggiante e un testo stupendo, introspettivo e imperniato sull’esigenza di cambiare qualcosa nella propria vita, amicizie e opinioni: un altro gioiello, veramente. Devo dire che quando uscì questo disco, che io comprai in versione musicassetta e che, come molti altri, dovetti ricomprare dopo averla praticamente fusa nel walkman, avevo diciassette anni e quindi, a distanza di trent’anni, i testi hanno un significato e un importanza ancora più rilevante; quella era l’epoca dei primi giri in motorino e l’anno dei mitici mondiali in Spagna.
Va bè non divaghiamo troppo, che facciamo la figura dei “vecchietti” e passiamo a Centro di gravità permanente, in cui Battiato si diverte a divagare tra citazioni storiche e personali e rimarcando la sua mal sopportazione di vari generi musicali, alla ricerca di uno stato d’animo, un centro di gravità appunto, che “non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente": un’altra pietra miliare del panorama musicale italiano che all’epoca, scusate, era uno spettacolo. L’album si chiude con Sentimiento Nuevo, una canzone sull’amore e il sesso, il cui senso viene sublimato attraverso l’approccio che avevano i popoli del passato, tra cui i Greci, i Giapponesi e i Romani nei confronti dell’Eros, che veniva celebrato come un’arte; anche la poesia di questo brano è davvero artistica, come tutto il disco.
Concludendo direi che l’arma vincente de La voce del padrone è proprio il giusto equilibrio tra sonorità che stanno tra pop, rock, melodica italiana e testi che riescono ad affrontare ironicamente, temi molto importanti, senza pesare sull’ascolto delle canzoni. Un’ultima cosa; è uscito da poco il nuovo lavoro di questo genio italiano, Apriti Sesamo , che non ho ancora avuto modo di ascoltare per intero, ma dal poco che ho sentito, sembra promettere molto bene; probabilmente non raggiungerà i livelli dell’ottantadue, ma di sicuro poter ascoltare della musica e dei testi di questo genere, di ‘sti tempi, è già una gran cosa.. Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 05/10/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 1322 volte)
Artista
Bruce Springsteen
Titolo
Born in the U.S.A.
Anno
1984
Label
Columbia Records

Sapevo che prima o poi mi sarebbe piaciuto parlare di questo album che io reputo strepitoso per vari motivi. Qui parliamo del 1984, anno della mia naja, tra l’altro; ricordo proprio la title-track,con la sua poderosa energia, come parte della mia personalissima soundtrack di quel periodo. Il boss aveva al suo attivo un altro stupendo disco come Born to run, vendutissimo, e canzoni come la meravigliosa The river, ma con questo diede una sferzata di energia al suo rock pregno della propria amata e odiata America, con tutti i pregi e difetti che Bruce racconta nei suoi testi, rivolti contro il sistema politico degli U.S.A.
Complice della botta di energia, come tengo sempre a ribadire quando si parla di Springsteen, la favolosa E Street Band, una macchina musicale dalla potenza unica; veniamo al disco, che si apre proprio con la canzone che da titolo e senso all’intero lavoro, con quell’intro di tastiera e batteria veramente massiccio, a far partire la voce del boss che ai tempi era davvero dirompente, a sputare un testo che come molti di noi hanno capito dopo, non è affatto un’impennata di orgoglio verso il proprio paese, ma semmai un accusa contro il governo che aveva mandato tantissimi ragazzi a combattere una guerra inutile in Vietnam; comunque mentre lo sto riascoltando, mi rendo conto di quanto siano fantastici tutti i testi. Cover me è un rock blues tanto semplice quanto bello, un tiro esagerato e un assolo di chitarra di Little Steven devastante, a sostenere un testo che dice: proteggimi da tutto quello di sbagliato che c’è intorno; una canzone d’amore alla maniera del boss, energica e diretta. Bellissima Dancing in the dark, un’esortazione a non rimanere vittime del sistema, facendo scattare una scintilla da qualche parte e che provochi un contrasto con il governo che ti vuole tenere alla fame; se andrete a leggervi le traduzioni , vi assicuro che questo album già favoloso, acquisterà ancora più valore e lo ascolterete sotto un'altra luce.
I’m going down invece è un altro rockaccio che racconta di un tizio che accusa la propria donna di buttarlo giù anziché farlo stare bene e quindi in questo lp, accanto al solito mondo di uomini in difficoltà per il lavoro e la politica, si trova anche il lato sentimentale dell’uomo medio americano, in questo caso alle prese con un rapporto in crisi.
Ci si imbatte poi nella bellissima ballad I’m on fire; le fiamme della passione per la propria donna sono l’argomento della canzone, dotata di un’atmosfera unica.  Il marchio di fabbrica Springsteen è impresso su Darlington County, arricchita dal sax del grande e compianto Clarence Clemons, recentemente scomparso. Gran pezzo anche Bobby Jean; parla di un amicizia vera tra due ragazzi che sono cresciuti insieme e hanno condiviso mille situazioni e pensieri e quando Bobby lascia la città, Bruce non può che dedicargli una canzone che lo raggiunga in qualsiasi posto del mondo, a ricordargli quanto è stato importante e del vuoto che ha lasciato la sua partenza. Nei testi del boss sono ricorrenti le storie di notti insonni di corse in macchina, di serate annegate nella birra, dentro locali mal frequentati e pieni di personaggi sempre insoddisfatti, di eroi sballati di strada, di prostitute, ma anche di semplici operai alla ricerca del famoso sogno americano, la famigliola felice nella casetta con il praticello davanti, un sogno così difficile da realizzare che è facile cadere in depressione e magari combinare dei casini.
Ci sono anche Working on the Higway, Glory days, My hometown, per me una più bella dell’altra.. Avrete capito che mi piace molto Springsteen, proprio per il suo modo diretto e schietto di raccontare la sua America e in questo disco ce n’è veramente tanta; incredibile, oltretutto, quanto siano attuali le tematiche di questo disco, che ha la bellezza di ventotto anni(!). Il 23 settembre Springsteen ha compiuto sessantatrè anni, è appena stato in Italia facendo due concerti strepitosi a Milano eTrieste, con la sua solita carica esplosiva, prestandosi al pubblico alla sua solita maniera e con la sua mitica E street Band e quindi..Happy Birthday Boss, continua con la tua grinta..grande!.. Buon ascolto..

Andy

 
Di Andy (del 09/07/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 1528 volte)
Artista
Supertramp
Titolo
Breakfast in America
Anno
1979
Label
A&M Records

Tanto per rimanere in tema fine anni settanta, in questi giorni sto riascoltando un altro disco che fu una pietra miliare per quegli anni e anche per quelli a venire. Forse molti di voi ricorderanno Breakfast in America, dei grandi e inglesissimi Supertramp. Rick Davies e Roger Hodgson fondano il gruppo, rimaneggiando poi la formazione varie volte nel corso degli anni, ma indubbiamente il nucleo originario, composto dai due, e da Doug Thomson al basso, da Bob Siebemberg alla batteria e da John Halliwell al sax, fu quello più riuscito. Rick e Roger compongono e cantano tutte le canzoni e si dimostrano anche due ottimi strumentisti, in quanto Davies è un grande tastierista e pianista, e Hodgson è un bravissimo polistrumentista, in grado di passare dal piano alla chitarra senza problemi.
Molto azzeccato l’assoldamento nella band di Halliwell, super sassofonista e ironico front-man, di grande presenza sul palco. Brevemente la cronostoria: tre bei dischi, Crime of the century, Chrisis?What Crisis? e Even of the Quiest, da cui numerosi singoli di buona presa sul pubblico, tra cui Dreamer, Give a little bit, School; però qualcosa non li fa ancora decollare verso il successo che inseguono con tenacia. Ma nel 1979 ecco la svolta, una sterzata verso un genere più pop e meno progressive, molto meno semplice di quanto possa sembrare. L’idea generale del disco, registrato negli States, traspare fin dalla copertina che immortala la classica camerierona prosperosa, tipica dei fast food americani.
Ed infatti la prima canzone è Gone Holliwood, storia di un attore alle prime esperienze che, si trova da solo in stanze di hotel in cerca di risposte, alla ricerca del grande successo che arriverà , ma che non servirà a farlo smettere di farsi domande sulla propria esistenza. L’inizio è affidato ad un crescendo di pianoforte, ma l’attacco di basso, chitarra e batteria è poderoso, sotto il coro in falsetto che fa botta e risposta con la potente e roca voce di Rick, che si è sempre contrapposta a quella di Roger che è invece cristallina e dotata di un enorme estensione. Un pezzo pieno di cambi di tempo, parti strumentali esagerate e un latente richiamo ai Bee Gees, che stavano imperversando nelle hit parade dell’epoca, un brano stupendo. The Logical Song, insomma, penso che pochi non la conoscano. Qui sale in cattedra Hodgson con il suo modo martellato e unico di suonare il piano e la sua acuta e fantastica voce, a parlare di un uomo semplice che si accorge di essere forse troppo semplice per affrontare un mondo difficile e spietato: il riff iniziale di piano e basso è stra-famoso, le parti strumentali sono perfette e su tutte spicca un grande solo di sax di Halliwell. Ma questo album è tutto bello, perché la terza traccia è Goodbye Stranger, un brithish pop-blues cantato dalla potente voce di Rick nella strofa, mentre il celebre rit è in falsetto molto Bee Gees. Anche qui è tutto perfetto e il testo è la storia di un uomo sempre in bilico tra mille perché e che sceglie di andare via dalle sue origini dicendo appunto arrivederci alle persone care; grande il solo di chitarra di Hodgson nel finale, dotato di una progressione armonica notevole. La title-track la troviamo al quarto posto e qui si parla del grande viaggio nella “favolosa” America, sempre alla ricerca di chissà quale mondo perfetto; la marcetta bandistica penso sia impressa nella mente di molti di noi, che eravamo ragazzi ai tempi. La seconda facciata del disco si apriva con Take the Long Way Home, che è la mia preferita, con quell’incedere unico dato dal piano di Roger e quell’armonica che sa proprio di viaggio, su una strada lunga e lontana per tornare a casa, e il ritornello che si scioglie in una melodia dolcissima ; anche qui un super solo di Halliwell, che è un grande sassofonista, davvero. Altre canzoni bellissime compaiono su questo album, io ho scelto queste che sono le più famose, ma come ho già detto il livello di questo disco è altissimo, sicuramente più pop rispetto a quello che i Supertramp facevano prima, ma con un linguaggio più comprensibile e orecchiabile, che li ha definitivamente consacrati al meritato successo.
Peccato che dopo Breakfast in America, questi favolosi musicisti insieme abbiano registrato solo Live in Paris, un altro album, dal vivo appunto, imperdibile e nell’82 Famous Last Words, ultimo disco di inediti che conteneva It’s Raining Again. La rottura tra Davies e Hodgson pare sia davvero insanabile, perché sono anni che si parla di una reunion, ma non se ne fa niente..peccato. Vuol dire che continueremo a ri-piazzarci questo disco bellissimo, sicuramente senza fatica, perché certe canzoni, quando sono così belle, sono senza tempo veramente..Buon ascolto!

Andy

 
Di Andy (del 04/06/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 1350 volte)
Artista
Bee Gees
Titolo
Saturday Night Fever
Anno
1977
Label
RSO - Reprise

Mi ha causato molta tristezza la notizia della morte, avvenuta in questi giorni, di Robin Gibb, uno dei mitici fratelli che componevano i Bee Gees, un gruppo che penso non abbia bisogno di nessuna presentazione . Il cantante se n’è andato, dopo una tenace lotta durata qualche mese, contro un tumore al colon. Prima di lui, nel 2003 ci lasciava il gemello di Robin, Maurice. Ora rimane il bello e barbuto Barry, a tenere vivo, nella nostra memoria di quarantacinquenni o giù di lì, il meraviglioso ricordo di un capolavoro musicale, e lo dico senza paura di essere smentito, che risponde al nome di Saturday Night Fever.
Difficile scindere la colonna sonora dal film, perché mai accoppiata fu più vincente; il padellone, che posseggo gelosamente in vinile (è di mia moglie, a dire il vero), ha venduto circa quaranta milioni di copie e si è guadagnato un Grammy Awards. I fratelli Gibb, nativi dell’isola di Man, iniziarono la loro carriera in Australia, per poi trovare il grande successo nel Regno Unito, con un genere molto diverso da quello che ha poi fatto ballare tutto il mondo; si trattava di un pop leggero e leziosamente orchestrato, con qualche venatura di country. La ballad Massachussets , che ebbe un grande successo in hit parade, è forse la canzone pre-fever più famosa. La band però non sembrava essere troppo soddisfatta della strada intrapresa ed era alla ricerca di qualcosa di nuovo.
L’allora produttore dei Gibb , un certo Robert Stigwood , che qualcuno ricorderà in altri colossal-musical come Hair , Jesus Christ Superstar , Tommy , Evita (non so se mi spiego!?), stava lavorando anche alla produzione, insieme al regista John Badham, di un film la cui trama prendeva spunto da un articolo uscito sul New York Magazin e che parlava di un America reduce dal Vietnam e da scandali politici, i cui giovani disorientati e apatici, cercavano la propria identità nelle prime discoteche, tra scazzottate, droghe e blandi concorsi di ballo in cui trovare un’effimera soddisfazione solo nei fine settimana . Quindi propose ai fratelli di inserire il materiale a cui stavano lavorando, nella colonna sonora di questo progetto, insieme ad altri artisti come KC and The Sunshine Band, per esempio, o come The Trammps, con la mitica Disco Inferno; ma la parte del leone spetta indiscutibilmente ai Gees, che trovarono il sound perfetto per l’idea generale del film.
Brevemente la trama: Il giovane John Travolta, scelto per la sua inclinazione al ballo, riesce a delineare perfettamente i caratteri d Tony Manero, giovane frustrato di periferia ,che fa parte di una famiglia medio-americana, con un padre assente, una madre insoddisfatta e due fratelli con cui non va troppo d’accordo. Ed eccolo così a fare il bulletto a capo di una sgangherata banda di giovani sbandati come lui. Poi l’incontro con una donna più matura di lui, resa fredda e insensibile dalle delusioni sentimentali e l’idea di partecipare a un concorso di ballo, in una discoteca che è l’unico posto dove potersi sentire qualcuno; non voglio raccontare il film, che penso abbiamo visto quasi tutti, ma l’importanza basilare che questa soundtrack ha avuto per l’enorme successo di questa pellicola e forse anche viceversa, anche se penso che le canzoni avrebbero venduto comunque, ma non così tanto.
E così i Bee Gees si inventarono il loro mitico falsetto e lo usarono in tutti i brani. Ho ancora nella mente l’impatto di Stayn Alive sotto la camminata sfrontata e indimenticabile di Travolta che attraversa gli isolati di New York per andare al lavoro;ricordiamo che questa interpretazione gli valse una nomination all’oscar come migliore attore.. io avevo 14 anni! Rimasi irrimediabilmente flesciato dal suono di questo pezzo memorabile, un mix di dance e funk strepitoso, che ti colpisce al primo ascolto. E poi You should be dancing, con quel ritmo percussivo rotolante e quei fiati incalzanti, perfetti per la performance di Tony Manero sulla pista a quadrati multicolori lampeggianti.. ma come ballava sto ragazzo! Eh sì, è proprio difficile non associare la musica al film. Come dimenticare il ballo di gruppo su Night Fever, un altro pezzo strepitoso che poi imperversò per tutta l’estate del settantotto? E l’arrangiamento di violini su More than a woman, la canzone che balla in coppia con Stephanie e gli varra’ il premio (nonché un gran bel bacio), non è bellissimo? How deep is your love parte mentre Tony è ancora in metropolitana, reduce dalla tragedia accaduta sul ponte di Verrazzano e si rende conto di ciò che potrebbe essere davvero importante nella sua vita. Sempre con questa stupenda canzone in sottofondo, si reca a casa di Stephanie, in un finale che lascia intravedere l’inizio di una vera storia d’amore.
Concludendo , penso che questa accoppiata stupenda tra film e musiche che risponde al nome di Saturday Night Fever, abbia veramente segnato e cambiato la vita di molti ragazzi, sia in America che un po’ in tutto il mondo, delineando la nascita dei disco-club e di tutto un movimento generazionale giovanile, che pur cambiando nelle modalità e nella musica, dura ancora oggi, probabilmente con meno fascino di allora. E di questo, io voglio continuare a ringraziare Robin Gibb, uno dei grandi artisti che hanno dato vita a tutto questo e a queste canzoni talmente magiche che sembrano appena scritte.. Buon ascolto!

Andy

 
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