BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 10/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1045 volte)
Artista
John Mayer
Titolo
Continuum
Anno
2006
Label
Aware - Columbia

Quella di John Mayer è una bella storia americana, con protagonista questo ragazzone di trent’anni dalla faccia pulita cresciuto a pane e dischi di Clapton, Buddy Guy, B.B.King e altre icone del panorama blues e soul. Ha imparato a suonare la chitarra egregiamente e a cantare con un’ottima voce calda “da nero”. Si è tolto già parecchie soddisfazioni,come suonare insieme agli artisti che lo hanno ispirato, e vincere due Grammy (2003 e 2005) con i precedenti dischi, ma il 2006 è l’anno in cui ha raggiunto il successo pieno con questo “Continuum”, un bell’album composto da dodici brani che spaziano dal soul al r&b, con un paio di morbide ballate per i più giovani, qualche hit song garbata, e una doverosa cover-omaggio a Jimi Hendrix, Da segnalare che la Fender, celebre industria costruttrice di chitarre, gli ha dedicato un modello speciale appositamente realizzato assecondando le sue richieste. Mayer ha un tocco e una timbrica veramente caldi, degni del migliore Clapton anni ‘70/80 e una tecnica melodica e non prolissa. Parliamo di qualche canzone di “Continuum”, che si apre con “Waiting on the world to change”, primo singolo che ha venduto negli USA milioni di copie, un brano intriso di soul e suoni vintage; altra bella traccia è “Belief”, non a caso secondo singolo che stiamo ascoltando in questo periodo qui da noi e poi ”Gravity”, che è una dolcissima ballad cantata e suonata stupendamente; più avanti troviamo “Vultures”, un funk-soul cantato in falsetto con spruzzate di piano Fender e organo Hammond, un po’ commerciale ma davvero godibile. Nei due minuti circa di assolo in “Bold as love”di Hendrix sentirete cosa Mayer sa fare con la sua “Stratocaster”e mi piace molto “I’m gonna find another you”, soul-blues con quei bei fiati caldi e una chitarra che sembra suonata in persona dal mitico “slowhand”. Insomma nell’insieme un disco che scorre davvero piacevole, ben cantato e suonato da tutti i musicisti presenti, frutto di una piccola svolta effettuata da questo artista blues che, per motivi ovviamente di “sopravvivenza”nel panorama discografico, ha dovuto orientarsi verso un genere più commerciale (non troppo), forse meno “schitarrato” ma più completo e moderno . Buon ascolto!

Andy

 
Di slovo (del 09/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1046 volte)
Artista
Fonderia
Titolo
Fonderia
Anno
2002
Label
Biz

Il 2003 ha visto assegnare il prestigioso premio Darwin come miglior album dell’anno al gruppo romano Fonderia, per il loro primo omonimo lavoro.
Il chitarrista Emanuele Bultrini, il batterista Federico Nespola e il tastierista Stefano Vicarelli si incontrano nell’autunno 1994, provenienti da attività musicali che spaziavano dal funk-rock al progressive, dando inizio ad una serie di incontri durante i quali sperimentavano con l’improvvisazione libera. Nel contempo i tre musicisti ampliavano i loro interessi artistici esplorando il jazz, l’ambient, l’elettronica, la musica etnica.
Alla fine del 2002 il gruppo (a cui nel frattempo si aggiunse l’eclettico Luca Pietropaoli) registra il primo album, frutto di un lavoro di composizione che ha formalizzato le lunghe sessions degli anni precedenti.
Fonderia quindi, intesa come fucina in cui disciogliere sensibilità musicali diverse in un’unica amalgama. Nelle tracce del disco, tutte strumentali, è percepibile questa grande varianza di elementi: riconoscibili sì, ma originali e molto attraenti nella loro coesistenza. Modern-jazz-rock contaminato con garbo, che per le suggestioni e le immagini generate potrei chiamare jazz urbano, “Fonderia” è un giro per le vie della metropoli Roma: la sua vita notturna (“deep blue”), i suoi crocevia culturali (la mediterranea “Piazza Vittorio”, omaggio al melting pot del celebre quartiere), la frenesia, le feste (“Tevere”) e gli angoli bui (“ora legale”).
La capacità di evocare scenari sembra una delle qualità più apprezzabili di questo formidabile ensemble, specialmente quando i vettori musicali spingono in alto portando l’ascoltatore a quote psichedeliche, come in “dubarcord” o “statico”.
Qualità e raffinatezza nei brani di “fonderia” rivelano tecnica, idee e tanto lavoro: dubito che siano stati scritti in una notte...

slovo

 
Di Farbiz (del 24/02/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1414 volte)
Artista
Miles Davis
Titolo
Just squeeze me
Anno
2005
Label
 

La casa di produzione tedesca Membran si occupa del recupero di registrazioni storiche e archivi discografici jazz e classici di notevole interesse, che ripropone sul mercato a prezzi scandalosamente bassi. Mi è capitato tra le mani un cofanetto con 10 CD di Miles Davis a 19 euro; l’ho comprato a scatola chiusa nella speranza di non ascoltare registrazioni pirata di scarsa qualità e minimo interesse. Ho trovato invece splendidi brani originali di Miles, tuttora in commercio in edizioni ufficiali rinnovate, ma a prezzi estremamente più alti. La resa sonora è buona, pur senza raggiungere i livelli di perfezione delle rimasterizzazioni digitali oggi in circolazione, ma l’interesse principale per l’ascoltatore dovrebbe essere dato dal valore storico e dal numero di brani inclusi nella raccolta. Nella sua lunga carriera Davis condusse varie formazioni composte dai migliori talenti in circolazione. Il cofanetto non comprende note di copertina ma nei brani contenuti si riconoscono un giovane Sonny Rollins, il famoso gruppo con Coltrane, Garland, Chambers e Joe Jones, alcune registrazioni del periodo “cool”: insomma una summa dell’opera di Miles intorno agli anni ’50. Possiamo dunque ascoltare un musicista in stato di grazia, accompagnato da collaboratori di pari livello, eseguire una varietà sorprendente di titoli che variano dal blues alle canzoni di Broadway, dalle ballad a velocissimi brani be-bop. Tutto è suonato con classe magistrale e la voce strumentale di Davis pone il suo sigillo inconfondibile in ogni esecuzione. Lo stile del grande trombettista è sempre molto personale sia per quanto riguarda il timbro caldo e morbido, sia per il fraseggio che non si spinge mai all’estremo, ponendo sempre in primo piano la cantabilità piuttosto che il virtuosismo mozzafiato; ancora più caratterizzante è l’uso della sordina che gli consentiva ulteriori effetti timbrici, aumentando le diverse gradazioni di colore nella sonorità della tromba. Anche chi conosce molto bene queste registrazioni trova sempre nuovi stimoli nel riascoltare la singolare contrapposizione del sax di John Coltrane, autore di assoli ricchissimi di note e armonicamente arditi, rispetto al tono misurato del leader. D’altronde l’intelligenza di Davis stava proprio nell’abilità di circondarsi di grandi musicisti, magari molto diversi da lui, rendendoli parte integrante dei suoi progetti e scoprendo sempre giovani talenti che diventavano sotto la sua guida professionisti completi e altrettanto originali. Un invito dunque a non lasciarvi sfuggire questo cofanetto per avere in casa, con la minima spesa, una bella raccolta che documenta il lavoro di un artista unico, considerato da molti l’interprete più rappresentativo della storia del jazz per la sua capacità di anticiparne stili e forme nell’arco di tutta la sua lunga carriera.

Farbiz

 
Di slovo (del 23/02/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1234 volte)
Artista
David Bowie
Titolo
Black Tie, White Noise
Anno
1993
Label
Virgin

David Bowie si era imbarcato nel progetto Tin Machine anche per prendere le distanze da un sound che durante gli anni ottanta venne progressivamente banalizzato, per sua stessa ammissione, da produzioni non troppo azzeccate.
La musica del suo nuovo gruppo era però dura, caustica, forse troppo avanti per i tempi e venne capita da pochi: il sodalizio durò solo due album.
Ma un matrimonio può essere un buon rimedio contro la depressione da insuccesso. In “black tie, white noise”, uscito dopo le nozze di Bowie con la splendida modella Iman, si percepisce l’entusiasmo di una svolta, la tenerezza di un uomo innamorato, una ritrovata serenità che, manna dal cielo per ogni artista, precede la scoperta di una nuova sorgente creativa.
Un album sofisticato, elegante, stilisticamente in bilico tra il soul che il nostro ripesca periodicamente dal fondo del suo sax e le ritmiche urban-dance riconducibili alle tendenze pop di quel periodo, macchiato da quel desiderio di ibridazione che, è giocoforza, può generare soluzioni accattivanti così come miscugli che lasciano qualche perplessità. “The Wedding” apre il disco in versione strumentale e lo chiude idealmente in versione cantata, uno spledido guscio che dichiara neanche troppo implicitamente la fonte di ispirazione dei brani che racchiude: le cover di “I Know It's Gonna Happen Someday” (di Morrissey) e “Don’t let me down&down” ci mostrano il Bowie più romantico, la title-track “black tie, white noise”, “I feel free” o l’irresistibile “jump they say” quello più ambivalente, che canta liriche malinconiche su musiche dall’andamento festaiolo; frutto di esplorazioni nell’ avant-jazz alcune composizioni strumentali davvero notevoli (“Pallas Athena”, “Looking for Lester”) impreziosiscono un disco di grande classe, senza dubbio tra le cose migliori prodotte dal duca bianco nelle ultime due decadi, ma a cui manca quella peculiarità necessaria a farne un classico.

slovo

 
Di kiriku (del 20/02/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1149 volte)
Artista
Sarah Jane Morris
Titolo
August
Anno
2001
Label
IRMA

Nel 1990 e poi nel 1991 al Festival di San Remo si usava la formula di accoppiare un cantante in gara con un cantante straniero. Riccardo Fogli e l’anno seguente Riccardo Cocciante hanno avuto l’onore di cantare in coppia con Sarah Jane Morris. Sinceramente non mi ricordo i titoli delle canzoni da lei eseguite per i due artisti italiani e tanto meno mi ricordo la melodia o le parole. Quello che mi è rimasto impresso nella memoria è la voce incredibile di questa cantante, della quale, nonostante la sua bravura, se né è parlato poco e niente. Lei stessa in un intervista ha detto di questa esperienza: "E’ un evento enorme, un grande business…ed è una idea giusta quella di celebrare la canzone e la melodia italiana. Ricordo che cantare con Riccardo Cocciante e con l’orchestra fu una bellissima esperienza. Ci rimasi veramente male, però, quando vidi che tutte le lodi e tutti i premi erano per lui, che la mia presenza era quasi considerata superflua. Finii a piangere nei camerini. Ma anche quella è un’esperienza che mi è servita." La carriera artistica di Sarah Jane Morris è iniziata proprio in Italia e più precisamente Firenze, dove negli anni ’80 si unisce ad un gruppo blues locale, i Panama, successivamente ribattezzato Wop Avenue. Tornata a Londra viene notata da Annie Lennox e da Dave Stewart che la invitano a cantare sul singolo di debutto degli Eurythmics, “Into the garden”. Successivamente farà parte di alcuni gruppi, Republic e Happy End, senza ottenere il successo sperato che però arriva quando entra a far parte dei Communards di Jimmy Somerville. Da allora, alternando momenti di notorietà a momenti di volontario esilio artistico, ha inciso sette cd tra i quali appunto August nel 2001. Questo album è una raccolta di cover, le canzoni sono di Nick Cave, Marvin Gaye, John Lennon, Billie Holiday, Leonard Cohen e altri ancora. Ma all’interno troviamo anche un brano inedito, “Blind old friends” scritto dalla stessa cantante. Questo lavoro nasce anche dall’ amicizia e dalla collaborazione con il famoso chitarrista Mark Ribot, che in questo cd duetta con la cantante e il risultato è davvero pregevole, ma lo è ancora di più se si pensa che il tutto è stato registrato in soli tre giorni. Insomma una voce bella e versatile, che spazia dal jazz al rock all’ R&B, una cantante che non si è mai piegata al volere delle grandi case di produzione, che è contro la commercializzazione sfrenata della musica e che ha preferito ritagliarsi una nicchia dove fare la sua musica in pace merita di ascoltata. Quindi vi consiglio vivamente l’acquisto di questo cd e vi auguro un buono ascolto.

 Kiriku

 
Di nilcoxp (del 19/02/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1054 volte)
Artista
Pier Cortese
Titolo
Contraddizioni
Anno
2005
Label
 

Siccome presumo che non molti di voi conoscano questo giovane cantautore, vi scriverò due righe di biografia. Nel 1999 esce il suo primo singolo “Il Clown”. L’anno dopo partecipa al Giffoni Music Concept, sezione musicale del Giffoni Film Festival, piazzandosi al secondo posto con la canzone “Meglio Breve”. Nell’estate 2000 scopre l’emozione del confronto con il grande pubblico, aprendo i concerti del trio Consoli-Gazzè-Turci. Nell’estate 2001 sarà riconfermato da Gazzè per il suo tour estivo. Due anni dopo è di nuovo ai primi posti del Giffoni Music Concept in trio con Simone Cristicchi e Marco Fabi, amici con i quali continua a collaborare e suonare. Nel 2005 è finalista a “Musicultura”, festival della canzone popolare e d’autore (ex premio Recanati), con la canzone “Il Basilico”. Maggio 2005 esce “Souvenir”, il primo singolo con l’etichetta indipendente OPM2000 distribuito Universal. Il brano viene trasmesso dai principali network radiofonici con l’uscita del suo primo videoclip sui canali musicali (dati presi dal sito ufficiale di Pier Cortese). Questo album giunto in un momento importante, forse di svolta per il cantautore romano, ci porta in un mondo pieno di “contraddizioni”, di esperienze che possono essere negative, di persone poco importanti, ma non per questo meno bello e godibile. I momenti felici, come quelli tristi, ci vengono raccontati con dolcezza e raffinatezza. E’ un percorso che tutti facciamo nella vita, ma qui di interessante è il punto di vista dell’autore: grandi e piccole cose acquistano una dimensione quasi infantile, in alcuni tratti fantastica. Sorretto da una tonalità di voce gradevole e rilassante, con testi scorrevoli ma non banali e un arrangiamento musicale di facile ascolto (piacevoli gli accordi di chitarra!), questo lavoro scivola velocemente alla fine, pronto per essere riascoltato. Da notare “Prima che cambierà” (canzone sul tempo che scorre), “Non capirò mai” (dalla melodia dolce e sentimentale), “Souvenir” (ritmata e nostalgica), “Il Basilico” (una poesia musicata su di un amore finito), “La canzone silenziosa” (interessante nella sua realizzazione e nel testo). Tirando le somme, un album da ascoltare quando si è in vena di coccole, anche se probabilmente non passerà alla storia. Un giovane che promette bene, vedremo a giorni cosa saprà proporci a Sanremo 2007…

nilcoxp

 
Di slovo (del 09/02/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 885 volte)
Artista
A Perfect Circle
Titolo
Thirteenth Step
Anno
2003
Label
Virgin

Un uomo entra in una splendida cristalleria. Il suo sguardo è quello malinconico e inquieto di chi è stato deluso troppe volte. Si guarda attorno, si perde nella bellezza di ciò che lo circonda, si fa addolcire dal delicato scintillio, socchiude gli occhi per qualche istante... ora li sgrana! stringe la presa sul randello e lo brandisce con tutta la furia che ha dentro frantumando rabbiosamente tutto...
Se mi chiedessero di figurare la musica di questo album userei questo aneddoto.
Secondo lavoro del talentuoso gruppo, uscito a tre anni di distanza dal debutto “Mer de Noms” ne conserva le caratteristiche post-grunge pur sviluppandosi su nuove e più tormentate aree melodiche.
I brani trasudano passione, portata a galla dalla notevole interpretazione vocale di Maynard James Keenan (già cantante dei Tool) e le strutture musicali del chitarrista Billy Howerdel sono una macchina che accumula tensione, la incanala e la fa detonare in massicci riffs. La matrice metal è presente senza essere affaticante, il bilanciamento tra potenza e raffinatezza raggiunto dai due compositori fa di “Thirteenth Step” un album ad ampio spettro, riuscito sotto molti aspetti: le strutture non banali dei brani, l’atmosfera che richiamano, il coinvolgimento sanguigno delle chitarre distorte, l’ esecuzione precisa degli arpeggi e una produzione allo stato dell’arte (il primo mestiere di Howerdel è il tecnico del suono).
Da “the package”, brano ansimante e graffiante come un animale ferito, a “gravity” che evapora chiudendo il disco, ci si può deliziare con la struggente “the noose”, viaggiare mentalmente con “a stranger”, commuoverci con la barocca “the nurse who loved me”, correre sul filo delle lame di “pet” o tentare invano di resistere alla dirompente “the outsider”. Cinquanta minuti di seducente schizofrenia rock che descrivono un ‘cerchio perfetto’.

slovo

 
Di Andy (del 28/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1215 volte)
Artista
Toto
Titolo
Falling in between
Anno
2006
Label
Frontiers Records

Intorno al 1976 Jeff Porcaro e David Paich, rispettivamente batterista e tastierista decidono di mettere su una band che abbracci un po’ tutti i generi; da questo intento nasce il nome Toto che in latino significa appunto tutto, ogni cosa. Si uniscono a loro Steve Porcaro, fratello di Jeff e tastierista-autore che registrerà solo i primi due dischi, Steve “Luke”Lukather alla chitarra, David Hungate al basso e Bobby Kimball alla voce. Con questa formazione ci regalano il primo omonimo album “Toto” che contiene tra gli altri “Hold the line” e “Georgy Porgy”, due singoli di strepitoso successo. Ma è nel 1981 che raggiungono la massima popolarità con l’album “Toto IV”, che racchiude le favolose “Africa” e “Rosanna”. Con questo lavoro Porcaro e soci dimostrano veramente di disporre di una tecnica superlativa che gli permette di comporre canzoni di stampo rock ma con strizzate d’occhio al funk, alla disco e al pop. Nello stesso anno entra nel gruppo, al posto di Hungate, un altro fratello di Jeff, Mike, ma i dischi che seguono non sono all’altezza dei precedenti, anche perché nell’83 Bobby Kimball lascia i Toto e bisogna aspettare il 1987 per riascoltare un paio di singoli commerciali ma convincenti:”Can’t stop loving you”e “Pamela”. Seguono lunghissimi tour mondiali, dal Giappone all’Europa , da cui un “live” tratto dai vari concerti e qualche raccolta. Purtroppo nel 1992, Jeff perde la vita in seguito a un incidente domestico. Non senza fatica e rimpianto viene chiamato l’amico Simon Phillips a sostenere il difficile compito di sostituirlo. Il drumming di Phillips è decisamente più heavy ma comunque nel ’99 esce “Midfield”, album vicino ai suoni di “IV”, grazie anche al ritorno di Kimball alla voce. Segue “Trough the looking glass” del 2002, una raccolta composta da cover ri-arrangiate di canzoni dei loro artisti preferiti, tra cui Bob Marley, Eltohn John e Stevie Wonder; ottimo lavoro! Nel 2006 si inserisce nella band il bravo tastierista Gregg Phillinganes (famoso per le collaborazioni con Clapton, Cocker e Collins tra gli altri) e viene alla luce il nostro disco in questione: ”Falling in between”; devo dire una cosa: non fermatevi al primo ascolto perché subito, abituati a un suono di solito volutamente più pop e commerciale e di conseguenza immediato, potreste rimanere perplessi. A me è successo, ma riascoltandolo ho trovato una vena compositiva rinnovata e un livello strumentale globale favoloso. Molto più spazio a bass-line funk-rock accattivanti, sint e tastiere in evoluzione continua, a integrarsi con la chitarra di Luke che trovo meno virtuosa ma molto efficace, un ottimo Phillips raffinato e deciso e un grande Kimball che si dimostra l’unica voce per i Toto. Una panoramica sulle canzoni più convincenti: la title track è un pezzo potente su un tempo dispari un po’ alla Dream Theater, giocato tra atmosfere orientali e metal, la seconda traccia è “Dying on my feet”, che si sviluppa da un rif di chitarra sospeso a un finale ricco di fiati e percussioni molto “latin funk” e poi troviamo ”Hooked” per immergersi ancora in un connubio di rock e funky di alto livello con un rit davvero black; si cambia registro con “Tainted” che si apre con una gran chitarra al fulmicotone, come tutto il pezzo, che viaggia sulle onde di “gente” come Satriani, Van Halen e vari “guitar heroes”; ci spostiamo sul genere rock-fusion in ”Let it go” (sentite che basso!) che si apre gradualmente verso un finale di stacchi all’unisono quasi alla “Mahavishnu Orchestra” e ci rilassiamo su una bellissima ballad spirituale intitolata infatti ”Spiritual man”, pregna di stupendi cori, sax e organo gospel. Le mie conclusioni sono queste: i già eccellenti Toto hanno guadagnato, con l’ingresso dell’ ottimo tastierista (e cantante) Phillinganes, una nuova vena compositiva molto black e funky (essendo Gregg di colore), che si sposa benissimo con la loro visione della musica che è sempre stata orientata verso diverse sonorità. Il risultato è un bel lavoro che non penso deluderà i loro fans che potranno goderseli live il 30 marzo a Torino. Buon ascolto!

Andy

 
Di Farbiz (del 20/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 764 volte)
Artista
Wayne Shorter
Titolo
The classic Blue Note Recordings
Anno
1970
Label
EMI

Wayne Shorter si è ritagliato un posto di prima grandezza nella storia del jazz come sassofonista dei Jazz Messengers di Art Blakey e dell’ultimo quintetto acustico di Miles Davis (con Ron Carter, Herbie Hancock e Tony Williams), come leader in splendide incisioni del periodo hard-bop e fondatore dei mitici Weather Report. Il doppio CD antologico che vi propongo offre una panoramica completa dell’arte di Shorter nel periodo in cui incise per la Blue Note, negli anni ’60. In questi brani il sound di Shorter si presenta ampio, ricco di dinamiche, morbido e vigoroso allo stesso tempo; il suo fraseggio, memore della lezione di John Coltrane, è moderno, a volte aspro, con un andamento melodico mai scontato. Spesso le sue improvvisazioni raggiungono i sovracuti nel registro più alto dello strumento, ma Shorter non perde mai il controllo e domina la propria passionalità con un pensiero musicale sempre lucido e coerente. La particolarità di questa raccolta è data dal fatto che tutti i brani sono stati scritti dal sassofonista stesso: alcuni capolavori come Infant Eyes e Footprints, Speak no Evil e Adam’s Apple sono diventati standards noti a tutti i musicisti jazz e la qualità di ogni sua composizione ha proiettato Shorter nell’olimpo degli autori di questo genere musicale. Nei suoi progetti, documentati dal primo CD, spiccano l’altissima qualità formale delle strutture armoniche e l’estrema cura degli arrangiamenti. Nulla è lasciato al caso e i brani esemplificano la profondità del pensiero musicale di tutti gli esecutori impegnati. Nel secondo CD invece trovano spazio delle session bollenti, soprattutto sotto la direzione dell’estroverso Art Blakey, batterista vigoroso ed istintivo come pochi. Il clima è quello tipico dell’hard bop: improvvisazioni lanciatissime, atmosfere cariche di groove, energia inarrestabile che sembra accompagnare le tensioni sociali che caratterizzeranno la cultura afroamericana degli anni ’60. Va ricordato che Shorter è ancora in attività e, dopo un periodo di stasi creativa, è tornato in questi anni a produrre dischi di notevole livello. Si tratta dunque di un artista meritevole di attenzione, sia per il valore oggettivo della sua opera sia per la sua posizione storica all’interno della musica afroamericana. Niente di meglio, dunque, che un tuffo nel passato sempre attuale delle registrazioni Blue Note per apprezzare l’arte di un grande musicista, capace di rigenerarsi continuamente grazie alla raffinata sensibilità e alla costante ispirazione.

Farbiz

 
Di kiriku (del 16/01/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1047 volte)
Artista
Vinicio Capossela
Titolo
Nel niente sotto il sole
Anno
2006
Label
Warner

La prima volta che ho ascoltato Vinicio risale al 1990, anno in cui uscì il suo primo album "All'una e trentacinque circa". Mio fratello aveva comprato in società con un suo amico il cd e l'avevano registrato su una cassetta che io credo di aver consumato a forza di ascoltarla. Già allora era chiaro che il suo stile era differente, che non era come tutto quello che si poteva ascoltare in quegli anni e anche se riascoltandolo oggi ci si rende conto che le sonorità e gli arrangiamenti erano quelli in voga in quel periodo e altrettanto vero che fu l'unico a proporre qualcosa capace di rompere gli schemi. Da allora ho seguito il suo percorso musicale e ho acquistato tutti i suoi cd, a cominciare da "Modì", uscito l'anno seguente e via via con tutti gli altri, "Camera a sud", "Il ballo di san Vito", "Live in volvo","Le canzoni a manovella" e "L'indispensabile" nel 2003. Fino a quest'ultima data Vinicio è notevolmente maturato, sia sotto il profilo musicale che dei testi e sinceramente ho pensato che avesse raggiunto il culmine, la vetta. Dopo "Le Canzoni a manovella", che ritengo essere un album splendido, pensavo che sarebbe stato difficile per lui fare qualcosa di qualitativamente superiore. E invece a tre anni di distanza e dopo aver scritto un libro esce, all'inizio del 2006 , "Ovunque proteggi". Come al solito non mi ha deluso, anzi mi ha sorpreso per come sia riuscito, pur senza scendere a compromessi e proseguendo sempre per la sua strada, a realizzare qualcosa di davvero unico e geniale. Un album difficile che al primo ascolto non è facile da digerire, ma che poi una volta metabolizzato si mostra in tutta la sua bellezza. Inoltre dopo tanti anni sono riuscito finalmente a vederlo in concerto a Torino. Dal vivo è ancora meglio, è uno spettacolo di musica, luci e costumi che coninvolgono e investono il pubblico lasciandolo entusiasta. A questo punto credevo che Vinicio, almeno per il 2006, avesse asaurito le sorprese e invece a fine novembre esce con "Nel niente sotto il sole", un cofanetto contenente un cd e un dvd che ripropongonono il tour che ha visto l'artista impegnato in settanta concerti tenuti nelle piazze e nei teatri di tutta Italia. Il dvd contiene quasi tutte le canzoni di "Ovunque proteggi" più alcuni pezzi storici come ad esempio "Corvo torvo" e "Il Ballo di San Vito" e ,attraverso un montaggio che oserei definire quasi visionario, realizza un film musicale/teatrale che Vinicio offre a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di andarlo a vedere e anche a quelli che non c'erano. E' piacevole rivederlo sul palco dove con la sua energia e con la sua musica trascina il pubblico e indossando un abito diverso ad ogni canzone , lo si vede dar vita a quei personaggi che popolano quel suo mondo fatto di realtà, mitologia, storia e viaggi onirici. Un mondo diviso in due tra la carne e la spiritualià, tra il peccato e la redenzione. Nel dvd ci sono anche degli extra: tre canzoni che sono rimaste fuori dal film e sono "Al colosseo","Maraja" e "Pena de l'alma", un breve backstage della lavorazione dell'album "Ovunque proteggi", un brano mai pubblicato "Lettera a Nutless", le immagini della festa della celebrazione della Pasqua a Scicli in Sicilia, la biografia e una galleria fotografica. Per quanto riguarda il cd le canzoni, a parte qualche variazione, sono le stesse, cambiano però le registrazioni che sono state fatte durante concerti differenti. Dal vivo i suoni sono più duri, la voce di Vinicio sembra passata sulla carta vetro e si sente di più l'uso dell'elettronica. I pezzi, a differenza di quelli registrati in studio, sembrano essere più intensi, più comunicativi e l'impatto che hanno con l'ascoltatore ancora più travolgente. Questo anno appena passato ha visto Capossela vincere il "Premio Tenco" e prendere il disco di platino per le centomila copie vendude. Il suo pubblico è aumentato di anno in anno e non mai stato così numeroso e tutto questo mi porta a pormi la stesse domande che mi sono posto in passato; E adesso che è salito così in alto continuerà a salire? Riuscirà a stupirmi ancora? Tutta questa popolarità nuocerà alla sua musica? Fino ad oggi non mi ha mai deluso e sono sicuro che non lo farà nenche in futuro.

 Kiriku

 
Di slovo (del 12/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 689 volte)
Artista
Steve Hackett
Titolo
Wild Orchids
Anno
2006
Label
Inside Out

Pochi musicisti possono dirsi completi come lo è Steve Hackett. Per chi non lo sapesse ricordiamo che è stato il chitarrista dei Genesis durante il loro periodo più memorabile (‘71 – ‘77) contribuendo in maniera determinante ad un sound che divenne imitatissimo. Appena prima del ‘botto’ commerciale del gruppo scelse di intraprendere una carriera solista in risposta ad una personale e molto onorevole esigenza di ricerca artistica. Questa lo ha condotto non solo ad approfondire il lavoro di composizione per chitarra classica ma anche ad esplorare una moltitudine di generi, deviando profiquamente dal chitarrismo più ovvio.
“Wild Orchids” è un espressione diretta dello Steve Hackett più sperimentale, quello in grado di far convergere molteplici stili musicali fluidamente, elegantemente, come affluenti che immettono nel fiume.
L’uso di una strumentazione che copre una gamma molto vasta, dai suoni elettrici tipici dell’ hard-rock all’acustica della 12-corde passando per orchestrazioni sinfoniche e timbri presi a prestito dalla world-music, colora di volta in volta gli ibridi concepiti da Hackett: la strepitosa “wolfwork” in cui convivono l’anima metallica e quella classica in continuo interscambio, “waters of the wild” intinta in atmosfere mediorientali o la folle “down street” dove solidi assoli solcano uno sfondo che muta dall’ iniziale marcetta funky fino a una fanfara dominata dalle fisarmoniche.
La bravura nel comporre delicate ballads acustiche è palesata dalle eteree “set your compass”, “to a close” e “she moves in memories” ma il viaggio per il mondo musicale si attua anche attraverso omaggi a colleghi illustri, come la portentosa “Ego and Id” di ispirazione ‘crimsoniana’, la cover di “Man in the Long Black Coat” di Bob Dylan o “The Fundamentals Of Brainwashing” forse un po’ troppo imitativa dei Pink Floyd di Gilmour.
Non il miglior lavoro di Hackett in assoluto tuttavia un disco promosso a pieni voti, ricco di intuizioni ottimamente sviluppate e compendio ideale del suo lungo percorso artistico.

slovo

 
Di kiriku (del 09/01/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 994 volte)
Artista
Bebo Ferra
Titolo
Mari Pintau
Anno
2003
Label
Egea

"Mari Pintau" tradotto dal dialetto all'italiano diventa Mare dipinto. Il mare, come si intuisce dal titolo, è quello di Sardena e il pittore che da vita a questa opera è Bebo Ferra, chitarrista affermato e apprezzato a livello nazionale. Lo accompagnano in questa impresa: Javier Girotto,saxofonista e multistrumentista argentino; Paolino Dalla Porta, uno dei più apprezzati contrabbassisti italiani; Roberto Dani, batterista e percussionista dotato di originalità e di molta creatività. Il risultato è davvero notevole, i quattro riescono, grazie anche ad un' intesa e ad una capacità di dialogare davvero esemplare, a dar vita a qualcosa che va oltre la classica e a volte banale musica folcloristica. Il tutto nasce da un'idea del chitarrista cagliaritano, che compone dieci tracce pregne di una musicalità pulita e melodica, facile all'ascolto anche quando le strutture armoniche e ritmiche sono complesse. Quattro musicisti, quattro capacità espressive diverse tra loro che si fondono insieme, come spesso accade nel jazz, guidandoci attraverso un viaggio che prende si spunto da una visione di appartenenza ad una terra ricca di storia, ma che poi, attraverso suoni antichi e nuovi, prende quota e si perde nell'orizonte dove il confine tra sogno e realtà diventa invisibile, lasciando l'ascoltatore libero di perdersi nei propri ricordi. Quello che impressiona ascoltando questo cd è la purezza, la trasparenza delle composizioni di Ferra, dalle quali si evince una capacità melodica di alto livello. Non da meno sono le prestazioni dei suoi compagni. Girotto riesce a dare profondità senza mai strafare suonando con precisione ed eleganza e altrettanto fa Dani che dosa sapientemente le forze con discrezione e fantasia. Dal contrabbasso di Dalla Porta arrivano innumerevoli temi armonici e ritmici che con raffinatezza completano il quadro e stimolano la fantasia dell'ascoltatore. Ma non finisce qui, in questo cd troviamo anche degli ospiti. Gavino Murgia: voce, sax soprano, launeddas, pipiola nelle canzoni "Ehia" e " Non potho reposare"; Fulvio Maras: percussioni nelle canzoni "Toral" e "Mari pintau"; Lello Pareti: contrabbasso nella canzone "Mari Pintau". Questo è un cd da mettere nel lettore e riascoltare più volte, perchè ad ogni ascolto si scopre sempre una suono, una sfumatura alla quale prima non si aveva fatto caso e ogni volta ci si stupisce per la bellezza di questo lavoro e ci si perde tra le onde di un mare dipinto.

kiriku

 
Di Farbiz (del 07/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 956 volte)
Artista
Red Garland
Titolo
Groovy
Anno
1957
Label
Prestige

La storia del jazz è piena di personaggi curiosi, musicisti dotati di estro, tecnica e buon gusto che rimangono relegati al ruolo di comprimari, senza mai divenire veri leader. Tra i tanti spicca sicuramente il nome di Red Garland, pianista dal tocco sopraffino, capace di portare l’arte dell’accompagnamento jazz ai massimi vertici tra gli anni ’50 e 60’. In un periodo d’oro per la musica afroamericana, Garland partecipò a registrazioni con Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis, Sonny Rollins ed altri musicisti di punta. Nello stesso periodo completò, con il contrabbassista Paul Chambers e il batterista Philly Joe Jones, la sezione ritmica del gruppo di Miles Davis. Il livello di questi musicisti era talmente elevato da imporre uno standard per l’epoca e, conseguentemente, le richieste di collaborazione per questi artisti furono innumerevoli. Tuttavia Garland riuscì a presentarsi sul mercato discografico anche con diverse incisioni a proprio nome, dedicandosi in particolare al classico trio con piano, contrabbasso e batteria. Nel 1957 uscì per l’etichetta Prestige il disco “Groovy”, oggi riproposto in una rimasterizzazione digitale che ci consegna intatto il sound smagliante del gruppo, condotto da Garland e completato da Paul Chambers e Art Taylor. I titoli del disco contano cinque standards ed un brano originale composto dallo stesso Garland. Apre il trascinante “C Jam Blues” di Duke Ellington, nel quale spiccano immediatamente l’agile swing del trio ed il tocco cristallino di Garland. Si prosegue con la ballad “Gone again” che mette in risalto la vena melodica del gruppo, capace di ricreare l’atmosfera soffusa di un jazz club grazie alla morbidezza del sound e all’incedere misurato degli assolo. La rapidissima “Will you still be mine?” offre a Garland l’occasione per sfoggiare un solo velocissimo, sorretto dal gioco di accordi della mano sinistra che sostiene i rapidi cambi armonici del brano. Un intervento con l’arco eseguito da Chambers, vero marchio stilistico per questo grande contrabbassista, riconduce al tema finale per un brano che fila via come un pattino sul ghiaccio. Ancora un classico dall’atmosfera bluesy intitolato “Willow weep for me”, per chiudere infine con due pezzi a tempo medio, “What can I say, dear?” e “Hey now”, caratterizzati da un piglio leggero e coinvolgente. Insomma, un disco che vi farà battere il tempo dall’inizio alla fine grazie allo stile magistrale di Garland e alla scorrevolezza delle linee di Chambers, sorretti dal timing accurato di Art Taylor, motore costante di un meccanismo senza incertezze. La grazia di questa musica senza tempo ha ceduto il passo alle sperimentazioni degli anni ’70 e ’80, sommersa dal sound ribelle del free jazz e dalle esperienze elettriche della fusion, ma oggi si ripropone agli ascoltatori come una lezione di stile inappuntabile. In conclusione, un disco raffinato e comunicativo per chi vuole prestare orecchio a dell’ottimo jazz senza doversi sottoporre a un impegno d’ascolto troppo cerebrale. Un ottimo inizio per dedicarsi autonomamente alla ricerca di altre splendide incisioni dello stesso periodo prodotte da Garland e dai suoi collaboratori.

 Farbiz

 
Di Andy (del 06/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 12582 volte)
Artista
Negrita
Titolo
Ehi! Negrita
Anno
2003
Label
Mercury-Universal

I Negrita iniziano a suonare insieme nel 1991, nei dintorni di Arezzo e prendono il nome da un pezzo contenuto nell’album  Black and Blue(1976) dei Rolling Stones, Hey Negrita, dando quindi subito indicazione del loro orientamento verso il rock-blues suonato in modo sanguigno ed energico. La formazione originale è composta da Pau alla voce, Cesare Mac e Drigo alle chitarre, Franco al basso e Zama alla batteria. Dopo tre mini-lp, più che altro dei demo,pubblicano nel ’94 il loro primo album “Negrita” da cui il singolo Cambio, che con la voce “ribelle”di Pau e l’intreccio decisamente southern degli strumenti conquista il pubblico dei più giovani. Segue un lungo tour in cui i nostri mettono in luce la loro incredibile energia live. E’ del ’95 il mini album “Paradisi per illusi”, che interrompe brevemente il live-set e li proietta verso la registrazione del secondo effettivo disco in studio, ”XXX”, realizzato a New Orleans con Daniel Lanois (producer degli U2) e contenente parecchi dei loro pezzi più famosi : Ho imparato a sognare, A modo mio,Sex. Nel ’99 il trio comico Aldo,Giovanni e Giacomo affida ai nostri il compito di curare la colonna sonora del proprio secondo film "Così è la vita" e, in particolare con Mama Maè , la band si afferma a livello discografico nazionale incidendo poi il terzo album”Reset”, che racchiude appunto canzoni tratte dalla sound-track del film tra cui anche Holliwood e In ogni atomo; questo successo gli vale molti riconoscimenti, tra i quali il Disco di Platino. Altro tour per più di un anno,fino all’uscita di “Radio Zombie” del 2001; tre pezzi tra gli altri:Bambole , Non ci guarderemo indietro mai e Vertigine. Nel 2003 i Negrita partecipano al Festival di Sanremo con Tonight per lanciare, e veniamo al nostro disco in questione, “Ehi! Negrita”, una raccolta delle canzoni migliori tratte dai precedenti album (comprese tutte quelle citate finora) più tre inediti: Tonight, My way e Magnolia. Questo “The best” ci presenta il gruppo in tutti i suoi aspetti con pezzi di autentico rock-blues come Cambio, Transalcolico, Hey Negrita, Mama Maè, Sex e bellissime “ballads” come Hollywood, Non ci guarderemo indietro mai, Hemingway e Ho imparato a sognare in cui Pau racconta con la sua voce essenziale e solida le esperienze e le emozioni di ragazzo cresciuto per strada come ognuno di noi, con quella voglia di libertà e di rifiuto del sistema e delle etichette, supportato da un sound altrettanto ruvido e deciso delle chitarre molto “vintage rock” e una bass-drum line veramente corposa e dinamica; insomma, niente da invidiare alle rock band come Rolling Stones e Areosmith, giusto per citarne un paio, da cui hanno estrapolato la loro vena graffiante e “cazzuta”, che sa di ragazzi riuniti in un garage la sera per attaccare gli ampli e sfogare i propri istinti di rockettari, magari in un paese dove c’è poco da fare se non suonare due “sani” riff dei Led Zeppelin insieme a un paio di birre, naturalmente! Consiglio l’ascolto a chi ama il genere perché vale la pena di sentire come si può suonare rock “vero” cantando in italiano; non è facile ma ai Negrita riesce molto bene! Ciao.

Andy

 
Di kiriku (del 02/01/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1294 volte)
Artista
Federico Sirianni
Titolo
Dal basso dei cieli
Anno
2006
Label
UPR

Dal dodici gennaio troverete nei negozi il secondo lavoro discografico di Federico Sirianni intitolato “Dal basso dei cieli” che arriva a quattro anni di distanza dal primo, “Onde clandestine”. Ma il percorso del cantautore genovese va oltre questi due album. Già nel ’93 partecipò al “Premio Tenco” e l’anno dopo vinse il “Premio Regionale Ligure” per la canzone d’autore. Ma la musica non è il suo unico amore, ha collaborato nel ’93 con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu alla realizzazione di due monologhi per il teatro. Negli anni a seguire lo si vede impegnato, con il regista Sergio Maifredi e il Teatro della Tosse, nella realizzazione di “ Delitti esemplari – Concerto per Max aub” e con il regista Giorgio Gallione, del Teatro dell’ Archivolto, nello spettacolo “Leggende metropolitane in concerto”. Non mancano le partecipazioni, tra l’altro numerose, a manifestazioni e festival dedicati a musica e teatro. Tutte queste informazioni sono importanti per capire il percorso che ha portato l’artista a realizzare questo cd che racchiude in se l’essenza di tutte le sue esperienze e tanto altro. Quindici canzoni che ci guidano in un viaggio che attraversa una terra senza confini dove troviamo paesaggi desertici,strade polverose e quartieri di periferia. Gli attori che si muovono in questi luoghi sono prostitute sgangherate,camionisti, immigrati senza permesso di soggiorno e tutti quei personaggi che vivono al margine delle nostre città. Sirianni raccoglie le loro voci che ascendono “Dal basso dei cieli”, pregne di mezcal, rackia e cerveza, e ce le propone attraverso una scrittura intelligente, mai banale e a volte tinta di ironia. La musica è composta da suoni che arrivano da molto lontano e si mescolano in un sound fatto di jazz, mariachi messicano,ballate, ritmi sudamericani, musica western, ambientazioni da chanconnier e contaminazioni balcaniche. Ecco allora che prendono vita canzoni come “Mr Dupont”, “Camionale”, “Martenitza”, "Alle sette di sera” e “Melodia per occhi stanchi”. Il risultato è un cd che fin dal primo ascolto vi conquista per la sua fluidità e che gradirete ancora di più se avrete l’occasione di vedere Federico dal vivo. Io ho avuto questa fortuna il quindici dicembre a Torino nel freddo scantinato di un locale dove, accompagnato dalla bravissima “Molotov Orchestra”, ha dato vita ad una bella serata di musica e nonostante la temperatura è riuscito a scaldare l’atmosfera. Insomma un artista che secondo me ha raggiunto, malgrado a volte l’influenza sulla sua musica di altri cantautori sia ancora forte, la maturità e la qualità per fare il grande salto ed entrare a far parte dei grandi. Buon ascolto a tutti.

kiriku

 
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