BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 28/10/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 645 volte)
Artista
Sting
Titolo
All This Time
Anno
2001
Label
A&M

La triste particolarità di questo “ALL THIS TIME”, secondo disco live di Sting, è che venne registrato la sera dell’undici settembre del 2001, giorno che tutti ricordiamo ancora molto bene; ovviamente l’artista fu combattuto fino all’ultimo istante prima di decidere di suonare comunque queste sedici canzoni tratte dal suo percorso solista. La registrazione avvenne nella sua villa toscana, dove l’ex Police vive ormai gran parte della propria vita da anni, davanti a un ristretto pubblico di pochi eletti e questa intimità, dato anche il particolare stato d’animo del momento, traspare in tutte le tracce.
La prima canzone che troviamo è “ Fragile”, stupendo arrangiamento arricchito da influenze brasiliane e che nel testo dice più o meno: “Se il sangue scorrerà quando la carne e l’acciaio sono una cosa sola e si fonderanno al sole della sera, la pioggia di domani laverà le macchie, ma qualcosa nella mente ci rimarrà sempre, la pioggia continuerà a ricordarci quanto fragili siamo”; che altro dire? Comunque, in questi casi (forse)“the show must go on”e si prosegue con “A thousand years”, triste e intima, breve ponte per arrivare alla terza canzone “Perfect love..gone wrong, che è molto più interessante, una versione cool jazz con piano e tromba in primo piano a creare un atmosfera incredibile. Certo, ora è il momento di alzare comunque un po’ il tiro e Sting e soci lo fanno proprio con “All this time”, riproposta qui in chiave soul-blues, con dei bei fiati e cori, hammond e piano saltellanti, un ottimo arrangiamento. “Mad about you” tutti la conosciamo e i musicisti si attengono abbastanza al sound originale ma la canzone che segue, la mitica “Don’t stand so close to me” è risuonata in un modo stupendo, più acustica e intimista, l’intro di viola è davvero da brividi, un fiume lento di suoni e percussioni che sfocia in quella meraviglia che è “When we dance”, uno dei pezzi più belli dell’intera carriera di Sting, anche questa suonata e cantata da toccare proprio il cuore, atmosfere indicibili.”La celebre “Roxanne”, pietra miliare del repertorio Police è completamente stravolta in una versione acustic-jazz con tanto di solo di trombone e anche la seguente “Set them free”è presentata in una chiave soul-fusion pregna di fiati e cori, con un finale in crescendo super, grazie agli ottimi musicisti presenti che fanno un grande lavoro anche su “Brand new day”, trasformata in un blues strepitoso. “Fields of gold”, altra meravigliosa canzone, è invece molto fedele alla versione originale, a parte qualche piccolo arrangiamento. L’intro di tromba su “Moon over Bourbon Street” è caldo e fumoso come d’obbligo su una meraviglia del genere, ancora più cool dell’arrangiamento originale in cui figurava il clarinetto, la voce davvero suadente, parecchio americana, il tutto su un tappeto armonico di accordi di piano molto jazzy su una base ritmica di contrabbasso e vellutate spazzole sulla batteria.
I due pezzi che seguono non fanno testo perché eseguiti un po’ troppo fedeli all’originale e non danno poi molte emozioni; tirando le somme, questo “All this time” mi piace tanto, più del precedente live “Bring on the night”, elettrico e parecchio energico e che presenta parecchie canzoni in comune a questo; qui la differenza sta nel fatto che gli arrangiamenti più acustici e jazz o anche soul, regalano alle canzoni una nuova dimensione, come fossero nuove composizioni. Le atmosfere sono adatte per le prossime serate freddine che ci aspettano, quando si cerca calore anche dalla musica che si ascolta e qui vi assicuro che non manca..Buon ascolto!

Andy

 
Di slovo (del 19/10/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 628 volte)
Artista
Placebo
Titolo
Battle For The Sun
Anno
2009
Label
Pias

A leggere le interviste che Brian Molko è solito rilasciare all'indomani di ogni uscita del suo gruppo, viene da chiedersi se non sarebbe meglio per lui fare musica in spensieratezza, invece di prendere posizioni e volerle poi forzare nel processo creativo. Queste operazioni di controllo sulla scrittura finiscono spesso col palesare artificiosità ma tant'è...
e puntualmente arriva l'autoanalisi: il precedente "Meds" era un lavoro troppo oscuro e claustrofobico... il prossimo sarebbe dovuto essere più aperto, addirittura ottimista.
Ascoltando l'album ci si rende però conto che il mood angosciato e crepuscolare dei Placebo è ancora lì al suo posto, solo schizzato con qualche nota di colore (o intervento colorito?) con risultati anche imbarazzanti (“Ashtray Heart”). Non si può che concludere che se mai c'è stata una qualche 'battaglia per il sole' questa è stata persa.
Un tono 'dark' non è un difetto, beninteso, ma parlare di 'nuovo inizio' e 'ringiovanimento' è quantomeno azzardato se messo accanto al prodotto finito. L'entrata del giovane batterista californiano Steve Forrest avrà sicuramente giovato sul piano delle relazioni interne al gruppo, ma le capacità compositive dei Placebo sembrano ormai ad un impasse, ancor più preoccupante se pensiamo che il loro stile… proprio originale o rivoluzionario non lo è mai stato.
"Battle for the Sun" finisce con l'essere un classico disco a-la-Placebo, così come lo sono stati tutti dopo “Without You I'm Nothing” (1998), e mostra le sue eccellenze, come di consueto, nello spleen sposato a melodie orecchiabili, negli arrangiamenti perfetti e nella splendida voce di Brian Molko che - per citare un recensore che lessi tempo fa - "potrebbe leggere l'elenco del telefono e risultare comunque affascinante".
Mi piace il crescendo della title-track (metodo applicato anche a “Julien” con risultati minori), trovo “Speak in Tonguens” e “kings in medicine” episodi convincenti, così come il tiro di “breath under water” o “kitti litter” ma poco altro riesce ad erigersi sopra alla media di disco promosso appena con la sufficienza.

slovo

 
Di Andy (del 28/09/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 772 volte)
Artista
Phil Collins
Titolo
Face Value
Anno
1981
Label
Atlantic - Virgins

Penso che ognuno di noi abbia, nella propria personalissima e amatissima collezione di dischi e cd, quei tre o quattro titoli che inspiegabilmente gli capitano sempre tra le mani e puntualmente, dopo un primo scarso tentativo di rifiuto, pensando – “che palle, ascolto sempre la stessa roba” -, finiscano sul piatto o lettore. Face value di Phil Collins è uno di questi, per quanto mi riguarda. Leggendo la data dell’anno di pubblicazione, 1981, mi rendo conto che, ahimè, le primavere cominciano a passare anche per il sottoscritto (sono del ’65). Il problema è che questo album mi mette sempre di buon umore, vuoi il periodo spensierato che mi ricorda, vuoi i suoni e il genere molto raffinati ma soprattutto vuoi la bellezza e la classe delle canzoni contenute in questo che fu il primo disco solista di Collins, il quale prese una pausa dal suo gruppo di appartenenza, i grandiosi Genesis, per incidere questi dodici brani insieme alla sezione fiati degli Earth Wind and Fire, Eric Clapton e altri ospiti in un clima funk-fusion. La canzone apripista è la celebre In the air tonight, atmosfera molto grigia e riflessiva,voce lontana e metallica, pregna della disperata tristezza per la separazione dalla moglie, avvenuta proprio durante le registrazioni. This must be love è una ballad easy cantata invece con una bellissima voce sofferta e che presenta il lato romantico di Phil, che poi diventerà un marchio di fabbrica accanto a pezzi più ballabili e ritmati che hanno costellato l’ottima carriera del musicista. Behind the lines verrà ricordata dai più esperti in Duke, ellepì del 1980 dei Genesis ma qui riproposta in versione totalmente rivista e corretta specialmente dalla sezione ritmica e fiati degli EWF, veramente bella e allegra. Più intimista la seguente The roof is leaking, atmosfera da serata in riva al Mississippi, lenta ma inquieta e che sfocia direttamente in un incedere di percussioni e suoni caratteristici della profonda Africa, che fanno pensare ad una caccia durante un safari, una parte strumentale bellissima di questo album che ritorna su ritmi più urbani con un gran pezzo fusion, I missed again , fiati controtempati e uno stupendo solo di sax. Classe brithish in I’m not moving, un english easy rock simpaticissimo. Struggente If leaving me easy, un entrata di sax da accapponare la pelle, voce e atmosfera da brividi, un lento con la M maiuscola, da assaporare con la propria metà, se possibile. Per concludere, la visionaria e psichedelica Tomorrow never knows, cover di un brano dei Beatles, batteria preponderante e suoni futuristici e spaziali, chiude un opera prima di tutto rispetto, da cui viene fuori una vena fino ad allora nascosta di un Phil Collins autore moderno e fresco, molto capace anche nella composizione di hit songs da quattro minuti, senza nulla togliere alle memorabili suite dei Genesis; oltre che un grande cantante e un eccezionale batterista ovviamente. Proprio a proposito di questo, leggevo in questi giorni che Collins ha dichiarato di non poter più suonare la batteria a causa di seri problemi alla schiena; speriamo che si riprenda perché il suo stile è davvero inconfondibile e piacevole ed è un altro di quegli artisti poco chiacchierati ma molto bravi..classe inglese!
Buon ascolto..

Andy

 
Di Andy (del 29/06/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 620 volte)
Artista
Prince
Titolo
LotusFlow3R
Anno
2009
Label
Self-released

Il fatto che il nuovo disco di Prince sia un cofanetto composto da tre album non è poi così strano, sia perché conosciamo già la sua copiosa vena compositiva e sia perché non è nuovo a progetti del genere. Quello che risulta quantomeno inusuale è che questo triplo si potesse inizialmente trovare solo nei grandi magazzini della catena americana Target; ora ho visto che è disponibile anche in internet e nelle librerie Mondadori..forse tra poco lo troveremo allegato, che so, a La Stampa del sabato, comunque dappertutto tranne che nei negozi di dischi. Ciò è dovuto al fatto che lo sregolato genietto non è attualmente legato a nessuna casa discografica, anche perché probabilmente è difficile sottostare alle sue bizze musicali e non.
Comunque gli innumerevoli fans sapranno come cavarsela. Allora, il progetto si compone in questo modo: disco 1 LotusFlow3, album molto rock, disco 2 Mplsound, che come dice il titolo è proprio puro black pop targato Minneapolis, disco 3 Elixer di Bria Valente, album di esordio per questa pupilla del folletto.
Comincerei proprio da quest’ultimo perché sinceramente non c’è molto da dire, nel senso che si sentono la supervisione e la collaborazione di Prince, le assonanze vocali con la grande Sade, però il materiale, tolta una discreta Here I come, è abbastanza noioso e nella media delle produzioni similari; trovo discreto ma non esaltante Mplsound: ce un richiamo alle ottime performance degli anni 80/90, soprattutto in Ol’school company e Chocolate box, ma il funk ha lasciato troppo spazio all’r’n’b e i pezzi mancano della giusta energia. Cosa che non succede in LotusFlow3, dove il nostro eroe ritrova le sue radici hendrixiane, ricordandoci di essere un maestro della sei corde, oltre che un poliedrico strumentista. L’album si apre con From the Lotus.., psichedelico strumentale in stile Santana o McLaughlin anni 70, guidato principalmente da batteria e chitarra e in cui si capisce subito lo spazio che avrà quest’ultima nell’album. Si prosegue con Boom, un funk-rock controtempato dove una Fender distorta e effettata spadroneggia per tutto il pezzo. The morning after è in perfetto stile Just another maniac Monday , breve, ritmata e simpatica; 4ever sembra uscita dal bellissimo The gold experience, album anni 90, cori , piano e orchestra davvero in pieno stile Prince dei migliori, molto bella come lo è altrettanto Colonized man, blues lento e ispirato un po’a Ben Harper, cantato e suonato da dio, un suono di Stratocaster di quelli maiuscoli, soliste e ritmiche che si sovrappongono e una voce da brividi, fantastica canzone. Io sarei già contento ma il sound qui non molla e si presenta Feel good , Feel better , Feel wonderful , alla James Brown, ottimo funk con grandi fiati e cori, voce veramente black, da saltare su dalla sedia. Love like jazz è appunto un latin jazz cosi così di cui non si sarebbe sentita la mancanza e lo stesso dicasi per 77 Beverly Park, uno struggente strumentale mediterraneo mandolinato, che sa di già sentito, ma l’intro di batteria di Wall of Berlin ci riporta sui giusti toni e il rif di chitarra è più o meno quello di Crossdown traffic di Hendrix, la cui prepotente influenza torna in Dreamer, granitico rock –blues psichedelico dove il folletto di Minneapolis si scatena veramente in uno show chitarristico di spettacolare livello in cui l’anima di Jimi sembra essersi impossessata di lui, fuori la Strato, wha-wha sotto il piede e bending lancinanti, leva maltrattata al limite e saturazione acida, il gusto ritrovato di suonare divertendosi e divertendo..una bomba! Il giusto finale è.. Back 2 the Lotus, che si ricollega al pezzo di apertura, al cento per cento zappiana e con finale “alieno”.
Riassumendo, la forza di questo triplo è sicuramente in LotusFlow3, un album che mi è piaciuto subito, energico e solare, mai noioso e anche estivo direi, registrato e mixato ottimamente, molto adatto per essere gustato live e a proposito di questo, conoscendo la forza di Prince sul palco, ci auguriamo in parecchi che torni in tour dalle nostre parti. Uno dei più grandi e geniali artisti dagli anni 80 in qua, merita di essere visto dal vivo e quindi speriamo che si accordi con una major discografica e che torni ad organizzare i mitici spettacoli live che ci avevano affascinato negli anni passati: capricci da star permettendo…Buon ascolto.

Andy

 
Di Andy (del 27/05/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1014 volte)
Artista
YES
Titolo
Yes 90125
Anno
1983
Label
Atco

Ogni tanto bisogna per forza tornare al passato per riascoltare un po’ di buona musica e questa volta l’ho fatto con un grande gruppo, gli Yes, e un album che all’epoca fece storcere il naso a non pochi puristi estimatori di questa eccezionale formazione prog-rock. Sto parlando di 90125 e dell’anno 1983 e io devo dire che non essendo un purista, anche se so di cosa parliamo quando si citano dischi precedenti come Fragile e Close to the edge e cioè di arte e sperimentazione allo stato massimo, brani che suonano come delle suite, eseguite con raffinatezza e perfezione senza eguali, apprezzai da subito questo ellepi completamente diverso, a cominciare dalla formazione che comprendeva Jon Anderson alla voce, Chris Squire al basso, Trevor Rabin alle chitarre, Tony Kaye alle tastiere e Alan White alla batteria; dopo il precedente Drama, deludente trentatrè in cui non figurava nemmeno Anderson alla voce, il gruppo, a causa dei soliti dissapori interni che si vengono a creare in ogni onorata formazione, non se la stava passando decisamente bene, in quanto negli anni 80, portare avanti il genere suonato fino ad allora era realmente difficile e quindi, la svolta da parte di Jon e Chris verso sonorità pop-rock sicuramente più commerciali e più digeribili da un pubblico meno disposto a impegnarsi nell’ascolto di cose troppo complicate; questo senza gli altri tre elementi originari e cioè Steve Hove, chitarre, Rick Wakeman, tastiere e Bill Bruford alla batteria.
Owner of a lonely hert, primo singolo uscito poco prima dell’estate 83, ci torturò non poco dai juke-box delle spiagge (che bei tempi, scusate!) e associare una hit pop-rock del genere al nome Yes riuscì effettivamente difficile; però quel rif di chitarra così accattivante, gli effetti di tastiera veramente nuovi per l’epoca, l’assolo con l’harmonizer, basso e batteria trascinanti e voce angelica a completare l’opera pop fecero colpo davvero e così via al negozio a comprare il padellone. La seconda canzone, Hold on, riporta verso sonorità più rock, un mid tempo dall’incedere un po’ blues, con dei bei cori e in cui si accentua la differenza tra Rabin, dallo stile moderno e un po’ “bluesy” e Steve Howe, storico chitarrista classicheggiante e jazz degli Yes più blasonati. Lo stesso dicasi per Kaye, meno tecnico di Wakeman ma adattissimo per questo nuovo sound. It can happen, con intro di sitar inframezzato dallo stupendo basso di Squire, che tra l’altro si trova a suo agio in tutto il disco, dimostrando tutta la sua bravura e il gusto di cui è dotato, è un gran pezzo che viaggia su tre cambi di tempo diversi, sovrapposizioni di cori, aperture strumentali, forse il più “yes” dell’album. Non scherza neanche Changes, intro di xilofono martellante, dal sapore orientale e inizio a sorpresa di un rif di chitarra semplice e ritmico. Meravigliose le parti vocali di questa canzone, eseguite da Rabin e Anderson che si alternano di continuo, ma qui l’atmosfera è eccezionale ed è creata da tutti gli strumenti. Ecco I can leave it, un pop-disco cantato a cappella e riempito di overdubs di cori, che all’epoca stette non poco sulle palle ai cosiddetti puristi di cui vi dicevo , però a riascoltarla adesso, ce ne fosse! Our song, bellissima, solare, divertente..che basso sto Squire! City of love, un rockaccio duro alla Van Halen, con degna chitarra e tutto il resto, basso e batteria cattivi davvero. Hearts, per me la canzone più bella del lavoro, dai riecheggi orientali stupendi, cambi di tempo, cori quasi gregoriani nella strofa, il ritornello che si apre in una melodia rilassante e che sfocia in un assolo di Rabin che definire stupendo è veramente poco, ascoltatevelo e mi direte.
Insomma, io questo disco lo conosco veramente a memoria e mi piacerebbe che qualcun altro, come me, lo riascoltasse a distanza di anni e lo giudicasse per la musica che contiene , senza etichette e confronti col “prima”o “dopo”. li arrangiamenti sono veramente eccezionali ma la loro forza sta nel fatto che non intaccano la scorrevolezza delle canzoni e, particolare da non sottovalutare, Wakeman ha ammesso in seguito di essersi pentito di non aver partecipato; quello che si evince dall’ascolto è che comunque loro si sono divertiti a suonare questo 90125 e io ad ascoltarlo..tuttora .
Buon ascolto.

 Andy

 
Di Andy (del 29/04/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 790 volte)
Artista
Kid Rock
Titolo
Rock 'n' Roll Jesus
Anno
2007
Label
Atlantic

Ho detto più di una volta che il panorama rock attuale è abbastanza deprimente, in quanto privo di idee originali e incapace in ogni suo artista esponente di sfornare un disco tutto bello; ci si può accontentare quando in un album si trovano quattro canzoni buone su otto o nove ma il risultato dell’ascolto di Rock’n’roll Jesus di Kid Rock è davvero poco più di zero!
Erano anni che non sentivo un’accozzaglia di suoni così brutti, scopiazzati male e registrati ancora peggio; il primo singolo di lancio, All summer long, alla fine risulta il pezzo migliore, il che è tutto dire, dato che si tratta di un remix tra Sweet home Alabama (niente a che fare con lo stupendo sound southern rock della canzone originale dei mitici Lynyrd Skynyrd) e altri due brani degli anni 70 di cui non ricordo esattamente titolo e autori; il problema è che prima di questo passaggio a un tentativo di fare un genere più morbido e orecchiabile, Kid faceva(neanche troppo bene)un altro tipo di musica e cioè un misto tra metal, rap, crossover che comunque era più congeniale alla sua natura molto, diciamolo pure,coatta.
Resta il fatto che i dischi precedenti erano più ascoltabili ma per questo ultimo pollice in basso veramente; la maglia nera per il pezzo più brutto spetta a New Orleans, che vorrebbe essere una sorta di charleston blues, mischiato con del rock’n’roll di bassa qualità, cantato ancora peggio che suonato, un casino tra armonica, piano, sax, chitarre elementari, a livelli di gruppo da cantina alle prime armi, inaccettabile. Per il resto siamo dentro un impasto di pezzi blues rock dai rif triti e ritriti, canzonette dalle atmosfere pseudo country mescolate a volte con ritmi direi hip hop. Veramente banale l’ hard rock di So hott ad esempio, ma il massimo della tamarraggine si raggiunge con Rock’n’roll Jesus,, in cui il nostro eroe si fregia di essere il nuovo messia del rock, inneggiando al solito mix di sesso,droga e rock’n’roll, però caro Kid, il rock bisogna avercelo dentro e il tuo mi sembra più che altro un baraccone costruito per girare gli States in tour e fare tanti soldi, perché comunque dischi ne hai venduti tanti; i testi dei pezzi, oculatamente molto espliciti, mirano ad esortare i ragazzi a fare casino, sesso sfrenato, ubriacarsi, rubare, scaricare musica illegalmente e anche peggio; sicuramente sono provocazioni esagerate utili a fare “personaggio”ma quello che manca davvero, alla base, è la musica. Quello che più infastidisce nell’ascolto è la voce sempre uguale in ogni brano, i testi scarni e volgari, i suoni delle chitarre poco nitidi, assoli scolastici e senza troppo impegno, overdubs di piano, tastiere e sax fracassosi oltre a una mancanza assoluta di idee originali e un mixaggio pessimo; mi dispiace, caro Kid Rock, ma alla fine i complimenti ti si possono fare solo per essere stato per quattro mesi l’amante di quell’icona sexy che è Pamela Anderson, senza nascondere un sano e sincero sentimento d’invidia.
Di sicuro, questa love story finita presto come tutte le altre della super accessoriata Pamelona, ti è servita come trampolino di lancio verso una ben più consistente notorietà.
Per ultima cosa, in questo periodo sta girando in radio l’ultimo singolo che si chiama Amen, e devo dire che non lo trovo male; il testo è bello e parla di guerra, razzismo, corruzione e brutture varie del mondo attuale, un po’ alla maniera di Bruce Springsteen e anche il video è discreto e riflessivo; la musica in stile country ballad e semplice tutto sommato ci sta, insieme a una discreta vocalità, non un capolavoro, ma meglio del resto del cd sicuramente…comunque per chi vorrà toccare con mano,( il disco, non Pamela purtroppo!), buon ascolto.

Andy

 
Di Andy (del 30/03/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 646 volte)
Artista
U2
Titolo
No line on the horizon
Anno
2009
Label
Islands/Universal

Vista la deludente prova del precedente album How to dismantle an atomic bomb, mi ero avvicinato all’ascolto di questo nuovo lavoro che gli U2 hanno chiamato No line on the horizon, abbastanza scettico e svogliato. Invece ho dovuto ricredermi, in parte, perché ho ritrovato in parecchi frangenti del disco le sonorità tipiche di questa band irlandese che non si sentivano dai tempi di Pop o Zooropa. Il singolo apripista Get on your boots era stato abbastanza maltrattato dalla critica, giudicato, direi giustamente, troppo commerciale, rumoroso ma privo di idee realmente valide. Però, già con l’uscita del secondo, Magnificient, si era capito di una volontà di tornare alla ricerca dei suoni che hanno reso gli U2 la band più interessante dell’ultimo ventennio musicale. Certo non è la nuova Unforgettable fire, però mi sembra che almeno nelle intenzioni ci si voglia avvicinare; grande lavoro di Edge, bello il rif di arpeggi tipici del suo stile, chitarra effettata e brillante come ai tempi di Pride. Anche Adam Clayton fa la sua buona parte, con quel basso portante come una colonna e la batteria di Larry Mullen jr. rotolante come sempre completa l’insieme di un bel groove su cui la voce di Bono Vox, tra l’altro in splendida forma, riporta le atmosfere degli anni ottanta che lo avevano consacrato uno dei migliori cantanti al mondo (direi che se la cava ancora ottimamente); rimane il miglior pezzo dell’album. Unknow caller è un'altra canzone che mi piace molto , bella atmosfera , con quei cori ricorrenti in tutto il pezzo e un bellissimo finale strumentale . Fez-being born presenta anche grandi atmosfere ma troppo forzate , mentre la ballata che segue, White as snow, è bella nella sua semplicità. La seguente Breathe alza un po’ il tiro ma rimane troppo ancorata ai clichèt del disco precedente. Bella la chiusura con Cedars of Lebanon, lenta e fumosa con la voce suadente e sussurrata di Bono, una ballata più raccontata che cantata. A mio gusto questi sono i brani più interessanti, per il resto aleggia una sensazione di già sentito ma poco emozionante.
L’ellepi si compone di undici canzoni e per la sua realizzazione la band ha richiamato per la registrazione e la collaborazione anche compositiva vecchie conoscenze come Brian Eno, Dannie Lanoise e addirittura Steve Lillywhithe, che aveva mixato i primissimi lavori del gruppo. Il risultato è abbastanza soddisfacente ed è prevista l’uscita di un nuovo album addirittura entro fine anno, quindi materiale ce n’è. In questo No line…avrei messo meno elettronica e ritrovato il suono più essenziale, diciamo quello di Joshua three magari, ma nell’insieme trovo questo disco moderno e ascoltabile, molto più dei precedenti. I
biglietti per il prossimo tour mondiale sono già pressoché introvabili e quindi tutto sommato…bravi U2… Buon ascolto!

Andy

 
Di Namor (del 20/02/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1159 volte)
Artista
Alunni del sole
Titolo
I successi
Anno
1998
Label
BMG-Ricordi

Ricordo che era l’estate del 1978, in tutti i bar che disponevano di un juke-box imperversava una bellissima canzone dedicata ad una ragazza, il brano in questione era Liù e ad eseguirlo era un gruppo melodico pop, i valenti Alunni del Sole. La formazione partenopea era formata dai fratelli Morelli, l’indiscusso leader Paolo voce-pianoforte e Bruno alle chitarre, a completare il gruppo la batteria di Giulio Leofrigio ed il basso di Giampaolo Borra.
Il loro esordio nel panorama musicale italiano avvenne nel 1968 con il 45 giri L’aquilone, negli anni seguenti riscontrarono nuovamente il favore del pubblico con i singoli Concerto, Isa…Isabella e Fantasia.
Il buon esito dei suddetti brani diede la meritata chance al gruppo di incidere nel 1972 il primo dei loro tredici album, “Dove era lei a quell’ora”, il lato A era interamente dedicato ad una storia a tema, protagonista un uomo accusato di omicidio, mentre il lato B, comprendeva una serie di brani che facevano risaltare la loro pregevole vena cantautorale. Dal 1976 al 1978 gli Alunni, con gli album “Le Maschere Infocuate”, “ A Canzuncella” e “Liù”, toccarono l’apice del loro successo, basti pensare che in una classifica dominata per buona parte dalla discomusic e dal rock oltremanica, il gruppo era presente nelle prime posizioni con una canzone in dialetto napoletano, la bellissima “A Canzuncella”, evento molto anomalo per quei tempi. Con “Liù” (in assoluto la mia preferita) gli Alunni furono il primo ed unico gruppo ad aver vinto il Festivalbar, primato che ad oggi ancora detiene e di cui può vantarsi. Ad ogni modo egli sono stati è rimangono tutt’oggi uno dei migliori complessi musicali che abbiano mai calcato il palcoscenico italiano negli anni 70, il loro livello musicale a partire dai testi, era di gran lunga superiore rispetto agli altri gruppi in voga quel periodo. Se dovessi fare una mia personale classifica di gradimento, per quanto riguarda i complessi melodici di quel tempo, gli Alunni del Sole li collocherei al secondo posto subito dopo la più longeva e storica band italiana di sempre…i Pooh!
Se avete voglia di riascoltare la stupenda voce di Paolo Morelli e viaggiare con la memoria a ritroso nel tempo per riassaporare le irripetibili atmosfere dettate dai valori e dalla semplicità dei favolosi anni 70, non vi resta altro che inserire il cd nel vostro impianto stereo ed ascoltare questa pregevole raccolta di successi, ove vi sono presenti 16 delle migliori hit di questa fantastica ed indimenticabile band!

Namor

 
Di kiriku (del 16/02/2009 @ 05:00:00, in Musica, linkato 642 volte)
Artista
Ascanio Celestini
Titolo
Parole Sante
Anno
2007
Label
Radiofandango/ Edel

Il mondo della canzone è talmente standardizzato nella forma e nei contenuti mediocri che quando ci si trova davanti a qualcosa che stravolge le regole non ci si crede subito, dallo stupore ci si stropiccia occhi e orecchie per vedere e sentire meglio. Ascanio Celestini per quei pochi che non lo conoscono è un autore, attore e scrittore attivo ormai da anni, che ha fatto della qualità il suo marchio di fabbrica. Con "Parole Sante" esordisce nel mondo della musica e lo fa con un lavoro che si colloca senza ombra di dubbio nel miglior cantautorato italiano, ispirandosi coscientemente o forse incoscientemente a Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, senza però venir meno ad uno stile del tutto personale. La sua forma espressiva è apparentemente semplice è capace di esplorare gli avvenimenti della nostra quotidianità e l’emotività umana in modo intelligentemente ironico,tagliente ed acuto: “…Per esempio io c'ho un figlio, si chiama Robertino Casoria, è il peggiore della classe. Mi ha detto "papà cosa sono i terroristi?" Io gli ho voluto dire la verità, gli ho detto: "Ti ricordi quando eri bambino? A Natale ti ho detto che sarebbe arrivato Babbo Natale. Tu eri un bambino intelligente o non ci hai creduto. Ma poi la notte io sono andato a mettere i regali sotto l'albero e la mattina appresso quando li hai visti hai incominciato a credere che li aveva portati Babbo Natale. Hai pensato che se c'è il regalo significava che c'è anche il barbone che lo porta con le slitte, con le renne. E invece ero sempre io. E i terroristi sono la stessa cosa. Qualcuno ti dice che ci sono i terroristi e tu non ci credi. Poi scoppia 'na bomba, crollano un paio di grattacieli e tutti pensano che se c'è l'attentato significa che ci stanno anche i terroristi che l'hanno fatto... ma è tutta una bugia, è sempre papà che zitto zitto di notte fa scoppiare le bombe e poi da' la colpa ai terroristi" . …”  In totale sono quindici tracce, quindici fotografie di una società inetta che ha paura di tutto quello che è diverso, un popolo che ha dimenticato le proprie origini e che fonda le proprie sicurezze sulla realtà distorta prodotta dalle televisioni che popolano i nostri salotti e che contribuiscono a formare una coscienza e una cultura collettiva che non lascia spazio alle voci fuori dal coro, alla pecora nera che esce dal gregge o a chiunque si riappropria dei propri neuroni e decide di usarli. Ascanio Celestini ha usato cuore, pancia e cervello mescolati in un neorealismo dal profumo popolare e dal sapore documentaristico, sentimenti e situazioni che ci arrivano grazie all’arte della parola di cui l’artista romano ne è padrone. Da avere assolutamente!

Kiriku

 
Di slovo (del 09/02/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1073 volte)
Artista
Guns N'Roses
Titolo
Chinese Democracy
Anno
2008
Label
Geffen

Ero tra quelli convinti che “chinese democracy”, inteso come progetto volto alla realizzazione di un disco, esistesse solo nel delirio di Axl Rose e che lì sarebbe rimasto per sempre. Ammetto anche di essere stato estremamente curioso di ascoltarlo – sebbene le sporadiche anticipazioni emerse negli ultimi anni non mi avessero mai impressionato particolarmente.
Vorrei esprimere un parere ragionato senza indugiare su tutto ciò che ha accompagnato una gestazione insolitamente lunga poiché in teoria è un approccio sbagliato. Ma è possibile giudicare questo disco schermandolo dalla sua storia, solo ed unicamente per come si presenta oggi? Probabilmente no: come un albero longevo, la sua storia è inscritta tra i cerchi del suo tronco.
Accanimento ergo sovrapproduzione. Dopo 15 anni di lavorazione sembra di scrivere una colossale ovvietà. Ho provato ad immaginare Axl durante le innumerevoli scritture, correzioni e riscritture di quei brani nell’ossessiva ricerca della perfezione: molti maestri potrebbero insegnare di grandi canzoni scritte nell’arco di una notte ispirata (o perfino meno) ed è impossibile non notare le stratificazioni, le tracce sonore lasciate da ogni ripetuta revisione. Il dubbio che il ‘di più’ non è sempre sinonimo di ‘meglio’ non deve aver colto il signor Rose e a forza di aggiungere intro, outro, assoli e contro assoli, orchestrazioni e vocalizzi le canzoni hanno guadagnato solo in attrito perdendo via via quella scioltezza fondamentale alla musica pop-rock.
Eppure “chinese democracy” non può dirsi un totale fiasco: è infatti innegabile che, talvolta offuscate da una forma esasperata, ci si trovi di fronte a buone idee musicali, forse non eleggibili a capolavori, ma nel complesso pregevoli. Un disco orientato sul maestoso sinfonismo delle rock ballad epiche (“Street of Dreams”, “Catcher in the Rye”, “Madagascar”) e su brani hard-rock molto energici (“Chinese Democracy”, “Riad n’ the bedouins”, “I.R.S.”). Dubito che potrà soddisfare i fan della prima ora ma chi venne convinto dalla ricetta di “Use Your Illusion” (1991) non faticherà ad apprezzare anche questo.
Volendo tornare al confronto con la sua storia, questa volta con quella futura, possiamo vedere in “chinese democracy” un accettabile punto di partenza per un ipotetico nuovo corso della band – decisamente meno esaltante se si rivelerà un epilogo.

slovo

 
Di Andy (del 26/01/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 895 volte)
Artista
AC-DC
Titolo
Black Ice
Anno
2008
Label
Columbia Records

Gli AC DC mancavano da otto anni dal mercato discografico e praticamente dalla scena musicale, salvo qualche rara apparizione dei fratelli Young in qualche trasmissione musicale. Ben quattro anni fa annunciarono l’imminente uscita di un nuovo disco in studio e, insomma, pare che se la siano presa comoda, anche perché credo che quasi tutti sappiano che il loro leggendario Back in black è stato uno degli album più venduti al mondo, parlando di rock-band, e quindi ne hanno di che stare tranquilli. Questo famosissimo gruppo australiano di origini britanniche, ha continuato incessantemente a registrare sold-out ai propri concerti, senza nessun bisogno di incidere nuovi dischi da promuovere, però credo che sia necessario, per una band, rivitalizzarsi entrando in sala di registrazione per comporre nuove canzoni e questo Black ice, uscito lo scorso autunno ne è la prova. Premettendo che sono fin dai tempi di Let there be rock un buon fan degli AC DC, dico che in questo lavoro, va tutto bene, suoni, registrazione, voce, discreta energia, anche i pezzi, non tutti, non sono male, però a me qualcosa non torna, ci rifletto bene ed ecco cosa manca: dove sono gli assoli di uno dei più grandi chitarristi hard-rock viventi e non, sulla scena mondiale? Ascolti il brano, fatto bene coi riff soliti (un po’ troppo soliti, forse), ma va bene, sono gli AC DC, non gli Yes, ma quando arriva il momento che basso, batteria e chitarra ritmica fanno il classico slargo controtempato con il crescendo sull’accordo di Malcom Young per lanciare la svisa , Angus fa tre note , sì , col suo spettacolare bending vibrato , però Brian Johnson non smette di cantare e il pezzo va via troppo piatto.
Premesso questo va detto che invece il cantante mi sembra, almeno in studio, in ottima forma e trovo la sua voce di solito molto stridula, più modulata e colorata: in parecchi brani va bassa e profonda come non era mai successo e trovo che questa sia la vera novità, nell’insieme. Non fraintendetemi, Black ice è un buon album, assolutamente superiore a quello precedente e anche a tanti altri tra quelli che segnano la loro trentennale carriera; c’è la giusta miscela tra l’hard e il blues come solo loro sanno fare e non manca dei soliti tre o quattro hit che lo faranno decollare, tra cui vedo già Wheels, che rimarca parecchio certe vecchie conoscenze come Given the dog a bone e che farà saltare stadi interi, oppure lo stesso singolo già uscito, Rock’n roll train: riff accattivante e martellante e tanto di ritornello con coro da stadio già pronto e con un primo assaggio del fraseggio unico di Angus , la classica entrata strisciata , acida e graffiante , un bending spaccacorde e un vibrato degno di B.B. King, con la batteria di Phil Rudd che è semplicemente potenza allo stato puro, il basso di Cliff Williams sembra un motore e quella di Malcom è la chitarra ritmica che ogni gruppo sognerebbe di avere; la gran voce solida e graffiante di Brian Johnson completa l’opera ottimamente. Molto bella War machine, dove riecheggia molto la potenza dell’hard blues sporco di Let there be rock e il suono generale è proprio quello lì, e la stessa title-track Black ice, contiene un riff veramente mitico e che riporta i nostri “ragazzi” ai vecchi fasti. Stesso discorso per Big Jack, mid-rock tirato divertente da ascoltare e sicuramente anche da suonare; probabilmente sarà il pezzo portabandiera per i prossimi tour mondiali. Smash n grab sembra un inedito recuperato da Back in black o Blow up your video, e qui sì che c’è un grande assolo, il migliore del disco, Gibson SG Diavoletto, reverbero lontano alla Page e mano da paura, da brividi.
Beh, insomma, alla fine posso dire che non è niente male nell’insieme, suonato con sana e sincera energia, gli intrecci delle chitarre sono praticamente perfetti, il drumming di Rudd non ha rivali nel contesto e il suono del basso di Cliff Williams è molto più nitido e portante del solito. Che altro dire degli AC DC , imitati ma inimitabili, un muro di suono potente ma rotondo, testi scanzonati e inneggianti a nottate di donne e localacci fumosi, e soprattutto, ancora divertenti da ascoltare..un po più di assoli però…buon ascolto!

Andy

 
Di kiriku (del 16/12/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 749 volte)
Artista
Giuseppe Cucè
Titolo
La ballata di un fiore
Anno
2008
Label
Autoprodotto

Giuseppe Cucè è un giovane cantautore Siciliano molto conosciuto negli ambienti underground catanesi per le sue esibizioni live, concerti nei quali ripropone cover poco conosciute con uno stile intenso e ricercato. L’amore per la musica e per l’arte in genere albergano nel suo animo fin da giovanissimo; dopo un primo approccio con la pittura e la danza trova nel canto la via espressiva più consona alla sua voglia di esternare i propri sentimenti. La ballata di un fiore è il demo, gia disponibile in digitale, che anticipa l’uscita del suo primo cd. Questo singolo, come le cover dei pezzi che troviamo sul suo profilo MySpace, presentano fin dal primo ascolto una qualità musicale sopra la media, del resto il grande circuito ci ha abituato ad un appiantimento melodico che è conseguenza delle solite leggi di mercato che guardano alla quantità e non alla qualità. Nella musica di Giuseppe si ritrovano diversi stili frutto probabilmente dal suo background e di una attenta ricerca che lo ha portato a fondere insieme la bossanova con uno stile tutto mediterraneo passando per il miglior cantautorato italiano. Il punto debole di questo primo singolo a parer mio è il testo che pur discostandosi dalla realtà attuale rimane comunque poco incisivo e poco comunicativo. La ricerca della purezza, della semplicità e la riscoperta della fragilità che le parole di Cucè esprimono sono per carità di tutto rispetto, ma credo che un cantautore debba sporcarsi di più e mettere qualcosa di più personale o meglio di maggior spessore anche a discapito delle vendite. Viviamo in una società impersonale che sprofonda sempre più in un’ aridità emozionale davvero sconfortante e un po’ di sano cantautorato non risolverebbe il problema ma sicuramente darebbe una bella boccata d’aria. Ma queste sono solo opinioni personali che nulla tolgono al lavoro di Giuseppe, artista che comunque ritengo abbia tutte le potenzialità per sfondare e dimostrare tutte le sue qualità. In bocca al lupo!

Kiriku

 
Di Andy (del 03/12/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1157 volte)
Artista
David Gilmour
Titolo
Live in Gdansk
Anno
2008
Label
EMI

Questo Live at Gandsk di David Gilmour, disponibile in versione doppio cd più doppio dvd, ha un sapore particolare per vari motivi. Il più importante probabilmente è che il 26 agosto del 2006 ricorreva in Polonia il ventiseiesimo anniversario della liberazione di Danzica, Gdansk appunto, dal regime comunista di Jaruzelski. Una celebrazione obbligata per ricordare le vittime di quelle lotte sindacali, capitanate da Solidarnosc, che partirono proprio dai cantieri navali in cui è stato allestito questo concerto. Chi di voi comprerà la versione corredata di DVD, troverà negli extra le riprese dell’incontro di Gilmour con Lech Walesa e varie “spiate” dietro le quinte. Altro motivo era la possibilità dell’ex Floyd di suonare per la prima volta in Polonia e non ultimo, il piacere personale di eseguire le sue composizioni con l’ausilio della Baltic Philarmonic Orchestra, diretta da Zbigniew Preisner, che aveva già curato gli arrangiamenti orchestrali di On an island, ultimo disco in studio di Gilmour e di cui troviamo parecchie canzoni , vicino ai gloriosi brani più antichi della band britannica.
Il primo cd si apre con i classici obbligati come Speak to me, Breathe, Time eseguiti come sempre impeccabilmente dal nuovo gruppo di David guidato dai fedeli Phil Manzanera, chitarrista che molti ricorderanno nei Roxy Music di Brian Ferry e che qui e è anche co-produttore e arrangiatore e soprattutto dal grande Richard Wright, mitico tastierista e amico di Gilmour fin dai primi Pink Floyd, scomparso quest’anno a causa di un male incurabile; un pezzo di storia musicale che se n’è andato in silenzio così come ha vissuto. Questa è la sua ultima apparizione in video ed è come al solito fondamentale per sound e parti vocali.
Nel secondo disco però, secondo me, ci aspetta il meglio. A great day for freedom, quanto mai adatta per l’occasione, gli arrangiamenti dolci, armonici e discreti dell’orchestra e con un solo finale di David che si dimostra un maestro di feeling, se ce n’era bisogno, una cascata di note lunghe, calde e tirate come solo lui sa fare. Poi la stupenda High Hopes, una suite di dieci minuti struggente, perfetta nell’esecuzione di ogni musicista, quella campana inquietante che sembra scandire il tempo che passa incessantemente. Più terrena la bellissima Confortable numb, celebre ballata da The Wall, anche qui suonata con una verve particolare da Gilmour e soci; poi Shine on your crazy diamonds, che qui è presentata in un inusuale versione chitarra-voce e qualche piccola variazione rispetto alle solite esecuzioni e di cui non resta che dire che Gilmour è Gilmour. Il non plus-ultra però si raggiunge con la favolosa Echoes, che molti ricorderanno in Live at Pompei, quelle note di piano di Richard con quel suono “cosmico” che ti trasportano nello spazio infinito, intrecciate con la Stratocaster blues caldissima di David, che in questo pezzo prima sussurra e poi grida come non mai, ma qui è tutto da brividi, i botta e risposta tra l’organo graffiante e caldo di Wright e le incursioni acide di Gilmour, un capolavoro senza età in cui il tempo sembra non essere passato per i due amici e musicisti; cinquantamila persone che ascoltano in religioso silenzio quasi mezz’ora di musica superba.
Che altro dire? Un super concerto, eseguito in una grande occasione e in un bellissimo scenario, sei mega –schermi montati, anzi, appesi sopra il palco, su cui seguire individualmente ogni musicista presente sul palco, l’apporto di un’ottima orchestra, discreta e non invadente e nessun effetto sofisticato a parte un ottimo impianto luci, per cui è consigliabile l’acquisto della versione cd+dvd per godersi in pieno quasi tre ore di ottima musica e vedere all’opera, oltre che Gilmour, un grande tastierista e compositore come Rick Wright che se n’è andato troppo presto..Buon ascolto..e visione!

Andy

 
Di Andy (del 01/11/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 939 volte)
Artista
Queen + Paul Rodgers
Titolo
The Cosmos Rocks
Anno
2008
Label
Parlophone

Questo è uno di quei dischi che, per varie ragioni, bisogna ascoltare varie e varie volte. La causa principale, ovviamente, è il confronto, anche se si cerca di mettersi in testa di evitarlo assolutamente, col mito dell’immenso Freddie Mercury, ma non tanto per la voce sublime di cui era dotato, quanto per la vena pop, glam, neo-barocca che diventava il fattore determinante per il suono unico dei Queen.
Ecco, dimentichiamoci tutto questo e ascoltiamo questo “The cosmos rocks” come un qualsiasi nuovo album di una qualsiasi altra rock-band, e dico rock perché come dice già il titolo il pianeta originario di questo album è proprio il rock’nroll, senza troppe pretese di stupire, forse, ma di suonare bene e potente, a cominciare dal primo singolo C-lebrity, rif granitico di chitarra su altrettanto massiccia base di basso e batteria e testo irriverente contro personaggi del video business che vogliono apparire ad ogni costo in televisione, voce tosta e potente di Paul Rodgers, che non tenta nemmeno lontanamente di imitare Mercury, cantando come è abituato a fare dagli anni 70, dai tempi dei mitici Free e più avanti dei Bad Company, di cui era cantante e leader.
Brian May, che sta nell’olimpo dei tre quattro chitarristi migliori al mondo, almeno per me, sembra tornato a prediligere il modo di suonare senza troppi overdubs, sanguigno e potente, come ai tempi di Now I’m here, tanto per fare un esempio dei singoli più vecchi e “hard” dei Queen prima maniera. Questo è dovuto principalmente alla carica rock-blues che gli trasmette questo grande singer e vi consiglio di ascoltarlo attentamente, senza pregiudizi, in tracce come Time to shine, un intro bellissimo di piano e chitarra con delay alla U2, e che prosegue con una cavalcata di batteria su cui a metà pezzo Brian sfodera una svisa piena di feedback con sotto addirittura un leggero accompagnamento di sitar(!)che non si può raccontare, grande maestria!
The cosmos rockin’ è un rock’n’roll un po’ scontato, che vuole appunto rimarcare un certo ritorno alle origini ma che non appaga più di tanto, diciamocelo, mentre invece va molto meglio con Still burnin’, potente rock-blues molto zeppeliniano con un bridge centrale che rievoca molto We were rock you, una frase su tutte del testo:“rock’nroll never die” e questo è il messaggio dei due quarti dei Queen, May e Taylor, che potrebbero campare di rendita fino al 3000 e invece calcano ancora i palchi mondiali, ma torniamo al disco.
Warboys, sound ruvido e pesante come il testo anti-militarista, Surf’s up…school out, ecco qualcosa che rimanda alle canzoni fatte con Freddie, piena di effetti, cori, e tutte le cose che ben conosciamo e che amiamo dei Queen più pomposi e eclettici e che comunque non dispiace risentire, ma che mette un po’ di tristezza pur essendo molto ritmata, o sarà una mia idea? Non manca il posto per le ballate, We believe, lo so, molto anni ’80, ma.. che dolcezza, ci vuole ogni tanto, cavolo e che voce Rodgers, emozionante davvero e poi Say it’s not true, testo sull’Aids, cantata in sequenza da Taylor, May, Rodgers, e con un assolo di chitarra da brividi sulla schiena e ancora Trough the night, lentaccio d’effetto scritto da Rodgers.
Voodoo è il frutto di una jam in studio dalla quale è venuto fuori un blues dal ritmo abbastanza latineggiante molto carino dove Paul e May sfoderano davvero gran belle cose, soprattutto Brian che per l’occasione rispolvera la Stratocaster e ci tira fuori la svisa migliore del disco.
Questo lavoro ha fatto discutere molto, in primis per la scelta di mantenere il nome originale aggiungendo quello di Paul Rodgers, che può essere discutibile, però d’altra parte i Queen per due quarti continuano ad esistere e comunque a suonare in tour anche tutte le canzoni scritte insieme a Mercury e offrendo ancora uno spettacolo live di grande energia , quindi.. perché no, in fin dei conti possiamo ritenerci fortunati; poi il disco è stato giudicato scialbo e privo di idee; di questo io dico che adesso come adesso ce ne fosse di album di rock così, che siano Queen o no e penso che dobbiamo essere meno prevenuti solo per il gusto di criticare; ovviamente ci sono pezzi più e meno belli e, cosa da non sottovalutare, mancano le linee di basso melodiche e pop di John Deacon (un altro grande!), che non vuole più suonare, però trovo che ci sia l’apporto della voce solida di Rodgers a dare nuove direzioni al sound sempre di ottimo livello che scaturisce dalla batteria di Taylor e dalla chitarra di May.
Ora sta a voi giudicare…buon ascolto.

Andy

 
Di kiriku (del 30/09/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 991 volte)
Artista
Perigeo
Titolo
Azimut
Anno
1972
Label
RCA

I Perigeo nascono nel 1971 dal progetto musicale del contrabassista Giovanni Tommaso che forma un quintetto mettendo insieme altri quattro grandi jazzisti Italiani: Bruno Biriaco, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli e Tony Sidney i quali vantano collaborazioni con Chet Baker, Sonny Rollins e Gato Barbieri. Come gruppo invece aprono i concerti dei Soft Machine e dei Weather Report. Il loro stile infatti si avvicina molto al rock-jazz di questi due grandi gruppi e di conseguenza al sound elettrico di "Bitches Brew" di Miles Davis. Nel 1972, all’uscita del loro primo disco Azimut, come spesso accade in questi casi, non mancano le critiche dei puristi del jazz i quali li accusano di aver corrotto entrambi gli stili, ma la qualità espressa dalla band e tale da superare le “avversità” dandogli un successo meritato. In questo primo lavoro già si possono assaporare le potenzialità di questa band e il loro stile innovativo che vede in primo piano le splendide sonorità del piano Fender di D’Andrea che si fondono con i virtuosismi psichedelici della chitarra di Sidney, con il sax decisamente jazz di  Fasoli e con la ritmica firmata dallo strepitoso contrabbasso di Tommaso e dalla incredibile batteria di Biriaco. Anche se non si può definire un vero e proprio capolavoro e nonostante i lavori successivi siano più maturi ed elaborati e di conseguenza di qualità superiore, Azimut rimane comunque un grande disco che tutti dovrebbero avere nella propria discoteca, una pietra miliare nel panorama musicale italiano, un album che ha rotto gli schemi ed ha indicato la strada per le generazioni a venire, ricordandoci che, in Italia, in quegl’anni il livello musicale suonato era davvero alto. Imperdibile!

kiriku

 
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