BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 17/05/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 861 volte)
Artista
Finisterre
Titolo
In Limine
Anno
1996
Label
Mellow Records

Gli entusiasmi che seguirono l'uscita di "In limine" (il secondo disco dopo l’omonimo “finisterre” pubblicato due anni prima) erano giustificati anche dalla situazione storico-musicale dell’epoca: dopo l’oblio della decade precedente i genovesi Finisterre, assieme ad altre formazioni della penisola, erano riconosciuti come gli alfieri di un possibile risveglio del prog-rock nostrano e un lavoro dall’indubbio valore come questo giustamente elevato al titolo di capolavoro.
Riascoltato oggi, a mente fredda, non manca comunque di affascinare e gratificare; alla ricerca di un interpretazione propria, trova soluzione amalgamando citazioni da predecessori illustri – certi richiami sono inevitabili per musicisti formati sui mostri sacri del progressive settantiano (Genesis, King Crimson, Banco, PFM, etc).
All’apertura: “intro+in limine”, un brano costruito su un tema dal sapore classico attorno a cui si sviluppano complesse evoluzioni: un buon esempio di rock-sinfonico che svela proprietà strumentale e confidenza nei cambi di tempo. Apprezzabile, sempre per il valore musicale, il brano di chiusura “orizzonte degli eventi” sebbene la continua percezione di 'già sentito' renda perfino una suite lunga sedici minuti - non un pezzo 'tirato giù' quindi - un’operazione un tantino artificiosa. È giusto dire che questo vale per il 90% dei gruppi progressive della cosiddetta nuova ondata.
Nondimeno troviamo anche intuizioni pregevoli: il jazz-ambient di “preludio” ad esempio, un brano da ‘tapparelle abbassate’ in cui pianoforte e sax conducono su un tappeto di sussurri, molto suggestivo. Convincente anche “interludio” con i suoi intrecci onirici e gli strumenti che entrano in successione. Le cose migliori le troviamo quando il gruppo si allontana dai manierismi in favore di sperimentazioni personali, così nei tredici minuti di "Algos", tra immersioni ed emersioni nelle strutture formali troviamo un nucleo elettro-psichedelico cupo e straordinariamente evocativo. "Indeenkleid Leibnitz Frei" esordisce eccentrica e dissonante, sfocia nel jazz free-form per terminare in un delirio vocale: una folle trascrizione di stati d'animo reconditi.
Fatte salve le considerazioni appena fatte e preso al netto di severi confronti col passato, rimane uno dei migliori dischi italiani degli anni novanta, caldamente consigliato.

slovo

 
Di kiriku (del 13/05/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 869 volte)
Artista
Le Orme
Titolo
Felona e Sorona
Anno
1973
Label
Philips

"Felona"; campane a festa nei tuoi occhi, fasci di luce sgorgano dalla tua anima vibrante. Serenità, pace , bellezza accecante, grazia incontaminata. Calore ipotetico di una madre potenziale,  "la solitudine di chi protegge il mondo è infinita". "Sorona"; paura, corruzione morale, deserti sterminati immersi nel buio. Disperazione di un cuore avvelenato, braccia che non si tendono più, "attesa inerte "e priva di ogni speranza.. Due respiri, due mondi distanti che gravitano ognuno nella propria orbita. "L’equilibrio" ancestrale prima o poi finisce. Tutto cambia, non si può rimanere "sospesi nell’incredibile" nascosti nel ventre molle e asettico dell’inesperienza. Il bisogno di dare e la necessità di prendere si compenetrano insaziabilmente. Tutto è nuovo, tra le mani carne pulsante grondante di vita, le campane hanno un altro suono e scintille di vita accendono il "ritratto di un mattino" nuovo. Ma il buio è come un cancro inarrestabile, una bocca insaziabile che divora avidamente i colori e  la luce, creduta perpetua, si spegne lentamente, la felicità si dirada nelle tenebre. E' durata giusto un battito di ciglia. Ghiaccio nelle vene che congela anche l’ultimo soffio vitale, tutto è immobile "all’infuori del tempo". Felona e Sorona condannati all’oblio in un lento e progressivo "ritorno al nulla".

Ps.  Un grazie a Silvia e Fabio per il gradito regalo.

Kiriku

 
Di kiriku (del 30/04/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 859 volte)
Artista
Gong
Titolo
Flying Teapot
Anno
1973
Label
Charly

Alla fine degli anni sessanta, inizi settanta, in Inghilterra si sviluppa un genere musicale detto rock-progressive. Nell’orbita di questo stile e sempre in quegli anni a Canterbury nascono una serie di gruppi che lasciano un’impronta diversa nel panorama musicale dell’epoca. Gruppi come Caravan, SofthMachine, Henry Cow e molti altri sviluppano uno stile che mette insieme psichedelia, jazz, rock, musica classica e contemporanea; la sperimentazione è alla base tutto. Da questo contesto nascono i Gong. Nel ’68 Daevid Allen, lasciato il gruppo dei Softmachine di Robert Wyatt si ritrova per motivi burocratici bloccato a Parigi con la poetessa e cantante, nonché moglie, Gilli Smyth. Vanno a vivere in una fattoria nella campagna parigina, stabile che trasformano in un centro di sperimentazione musicale. Dopo qualche tempo prende forma il progetto Gong e tra il ’73 e il ’74 vengono pubblicati gli album "Flying Teapot", "Angel's Egg" e "You", che compongono la trilogia di Radio Gnome Invisibile. Il cd in questione è appunto il primo capitolo di questa saga che narra le vicende dei "Pot Head Pixies": piccoli gnomi verdi che viaggiano su una teiera volante e atterrano in Tibet per incontrare tre  rappresentanti del pianeta Terra (Mista T Being, Fred The Fish e Banana Ananda),. Provengono dal pianeta Gong, la loro missione è quella di preparare il nostro pianeta alla venuta di una colonia di gonghiani. Hanno antenne sulla testa e sono costantemente collegati telepaticamente con le frequenze di Radio Gnome Invisible, l’arrivo di questa popolazione è previsto per il 2032. Questo, che si può definire un concept album, rappresenta forse il punto più alto ottenuto dal gruppo, la maturità raggiunta dopo lavori comunque importanti come "Obsolete","Continental Circus" e "Camembert". A parte la storia che probabilmente è frutto di allucinazioni lisergiche, la qualità della musica prodotta dalla band inglese è davvero notevole. Ottimi arrangiamenti, melodie jazz che si stagliano in cieli tinti di psichedelica, musica che si trasforma in ritornelli mantrici e ipnotici, arte visionaria e ironica che esplode in armonie spaziali. La sperimentazione non è mai fine a se stessa, il livello è davvero stellare, frutto di ottima tecnica strumentale e della capacità di estraniarsi dal show-businness facendo convergere nella loro musica influenze e stili diversi grazie ad una mentalità aperta e creativa. Da ascoltare assolutamente!

Kiriku

 
Di Sansimone (del 25/04/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 445 volte)
Artista
Davide Van De Sfroos
Titolo
Pica!
Anno
2008
Label
 

“Pica” – picchia, questo è il nome del nuovo album di Davide van De sfroos e rende a pieno il senso del disco.
Infatti, già al primo ascolto ci troviamo immersi in un mondo di personaggi veri o leggende dei dintorni del lago, “il Minatore di Frontale”, “L’Alain Delon de Lenn”, “Il Cimino”, “Il Costruttore di Motoscafi” che con le loro storie vogliono rappresentare, anche in modo ironico, la vita e il mondo di vivere di un mondo che forse non c’è più. Van De Sfroos però, non si ferma soltanto al suo mondo, ma, va anche lontano e quindi ecco che c’è anche una canzone su New Orleans prima dell’arrivo dell’uragano.
Dal punto di vista musicale l’autore spazia dalla ballata folk al blues al rock alle ballate celtiche a seconda del testo della canzone, il tutto o quasi accompagnando alla musica il suono suadente della voce piena di Van De Sfroos e della musicalità che è intrinseca ai dialetti.
Purtroppo come ogni volta che esce un disco di quest’autore spunta fuori la solita polemica sul fatto se sia o non sia il cantautore della Lega Nord, la risposta, ovviamente negativa, basta ascoltare un album qualsiasi appare lampante.
Buon ascolto a tutti.

SanSimone

 
Di Andy (del 22/04/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 639 volte)
Artista
Vasco Rossi
Titolo
Il mondo che vorrei
Anno
2008
Label
EMI

Quando in radio hanno cominciato a passare Il mondo che vorrei, la title-track, ho pensato subito che forse dopo gli ultimi ed abbastanza deludenti album , fosse tornato il Vasco che tutti volevamo risentire, e devo dire che non sono stato deluso, anzi. Il motivo principale è che finalmente il rocker di Zocca è tornato nella sua dimensione, pur con la maturità dei suoi 56 anni e con una certa vena di disillusione e velata tristezza che aleggiano in tutto il disco, le quali invece che un difetto diventano forse il punto di forza e credibilità di questo lavoro composto da dodici canzoni rock, il rock di Vasco che comunque è sempre stato contaminato anche da momenti più leggeri e ironici.
La registrazione è stata effettuata come al solito a Los Angeles e si avvicendano vari musicisti nel suonare i pezzi. Come ripeto, Il mondo che vorrei è una ballata bellissima, struggente, l’atmosfera è tristemente magica, il testo essenziale ma d’effetto, rabbiosamente rassegnato a come va il mondo e che tocca l’apice con un solo finale drammatico, da brividi sulla schiena, del grandissimo Michael Landau, che Vasco aveva già chiamato per Gli angeli. La seconda canzone, Vieni qui , mi aveva fatto sprofondare nello sconforto e ancora dopo vari ascolti non la mando giù, è proprio brutta e banale. Meno male che si prosegue con Gioca con me, che è un rockaccio discreto in cui suona Slash, ex Guns’n’Roses, che però presenta un testo che sembra tirato fuori dall’album Gli spari sopra (peraltro bellissimo) stile Delusa, direi ormai veramente fuori luogo e fuori dalla logica di questo disco ma lui, si sa, strizza sempre l’occhio anche ai fans più giovani; la presenza di questo storico chitarrista hard non è poi così incisiva; di sicuro sarà un ottimo pezzo per “spaccare” dal vivo; andiamo avanti e troviamo quello che è secondo me il pezzo migliore, E adesso che tocca a me, ballata malinconica, acustica e ciò che dice fa pensare che anche questo ormai miliardario quasi sessantenne, amatissimo, si guarda intorno, e vede il mondo come (non) funziona e nostalgicamente dice: - e adesso che non ho più il mio motorino che cosa me ne faccio di una macchina -, oppure: - e adesso che sono arrivato fin qui grazie ai miei sogni, che cosa me ne faccio della realtà –. La poesia di Rossi è questa o anche quella di Colpa del whiskey che, dopo una prima parte della canzone divertente ma stupidotta, ti tira fuori:-mi piace quando fai l’amore al buio, ti sento respirare, mi piace quando riapri gli occhi e dici di vedere il mare-. Il rock torna con un gran pezzo, Dimmelo te , il Vasco uomo che fa e si pone domande su quello che ha, l’insoddisfazione e la ricerca di qualcosa che manca. Poi, Cosa importa a me e Non sopporto, suonate (ottimamente) dai Magnetico, una rock band di Los Angeles dal tiro veramente notevole e corredate di testi che non si sentivano dai tempi di Nessun pericolo per te, stupendamente incazzati. Ho bisogno di te, quattro parole in tutta la canzone, musica e chitarre di Landau favolose, di grande atmosfera.
Concludendo, credo che l’ex dj abbia fatto un buon album, seguendo il suo istinto, più malinconico perché più maturo, ritrovando la sua musica, senza quell’ elettronica inutile e quei testi commerciali che impoverivano gli ultimi dischi e che ci avevano fatto perdere di vista la sua grinta ironica e la sua poesia metropolitana .
Qui c’è ottimo materiale per un nuovo grande tour a base di energia rock, un campo nel quale il Blasco rimane sempre il numero uno…
Buon ascolto.

Andy

 
Di kiriku (del 16/04/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 848 volte)
Artista
John Coltrane
Titolo
A Love Supreme
Anno
1964
Label
Impulse! Records

Quando ci si trova a parlare di lavori come questo si incontrano sempre delle difficoltà notevoli, il problema principale consiste nel riuscire a far comprendere a chi legge la grandezza di un’ opera talmente importante e talmente sfaccettata da contenere, al suo interno, svariate chiave di lettura e che non sempre sono alla portata di tutti, tanto meno di chi scrive. La prima cosa che salta all’occhio e che da un’indicazione di quello che si andrà ad ascoltare è il titolo; "A Love Supreme". Coltrane attraversato un periodo difficile si rende conto di esserne uscito grazie all’aiuto di Dio, questo cd non è altro che  una dichiarazione d’amore e di gratitudine  al divino. Si dice che l’ispirazione gli sia venuta durante una meditazione yoga, disciplina che praticava ogni sera, e proprio durante una di queste sedute, sentì, dentro di se, una musica mai ascoltata. Al risveglio interpretò questa melodia come un messaggio del supremo. La serietà e l’austerità con la quale affrontò il progetto gli fecero prendere la decisione di seguirne anche la produzione, fu lui stesso a scegliere la foto, che lo ritrae contrito e serioso, che troviamo in copertina e a curare anche le note poste all’interno, tra le quali una poesia scritta dallo stesso musicista. Quello che stupisce però è la forte spiritualità che si respira ascoltando questo cd e questo fin dalle note iniziali della prima traccia, “Acknowledgement”, brano che ha la funzione di richiamo alla concentrazione e alla contrizione, per poi proseguire attraverso gli altri due , "Resolution” e “Persuase”, una presa di coscienza del pentimento e del conseguente cambiamento che poi  sfocia con la preghiera di ringraziamento che troviamo in “Pslam” a chiusura di questa suite. Quattro tappe che possono ricordare le procedure cristiane ma che in questo caso hanno un valore più ampio e totalitario. Jhon Coltrane (sax tenore), Mc Tyner (piano), Jimmy Garrison (contrabbasso), Elvin Jones (batteria); quattro musicisti che si sostengono a vicenda, intrecci ritmici e tessiture armoniche che si mescolano in un coro solo, permettendo al sassofonista di esplorare un percorso spirituale interiore dove tutto è fuso insieme, dove la musica si immedesima e si immerge fisicamente nella spiritualità, in un panismo d’annunziano per cui l’unione dei sensi con il tutto è essenziale per confondersi con esso. Il risultato è davvero qualcosa che va oltre e la qualità e la potenza di queste note arrivano anche a chi, come me, non è un esperto. Quello che forse è meno immediato è il lavoro certosino che Coltrane ha riservato allo forma e alla logica architettonica dei propri assoli e a tutto il lavoro in genere. Una cosa è chiara però: questo cd è un capolavoro assoluto e non solo perché è uno dei dischi jazz più venduti al mondo, ma soprattutto perché ritroviamo in esso tutto il genio, la forza, la sensibilità, la tecnica, l’intelligenza, la passione e la spiritualità che solo i più grandi artisti hanno. Imperdibile!!!

kiriku

 
Di kiriku (del 08/04/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 417 volte)
Artista
The Quintet
Titolo
Jazz At Massey Hall
Anno
1953
Label
Debut Record

Solo cinque euro! Mentre vengo investito dalla musica che fuoriesce dallo stereo, continuo a guardare e riguardare la custodia di “Jazz at Massey Hall”. Possibile che l’ho pagato poco più di cinque euro? Ci deve essere stato uno sbaglio, non è possibile. Per quanto Il costo è sorprendente quello che più mi colpisce è la musica che le mie orecchie sentono, è di un livello superiore. Potenza dirompente, classe stratosferica, divertimento allo stato puro. Sensazioni che mi invadono e che mi prendono testa, cuore e stomaco, del resto non potrebbe essere altrimenti. Il cd è firmato “The Quintet”, forse può sembrare un peccato di presunzione definirsi tali ma basta leggere i componenti di questo quintetto per capire: Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker al sax, Bud Powel al pianoforte, Charles Mingus al basso e Max Roach alla batteria. Cinque musicisti che hanno fatto la storia della musica jazz, cinque mostri sacri riuniti per questo concerto tenutosi a Toronto in Canada nel 1953. Una formazione stellare per un’esibizione dal vivo davvero incredibile, non riesco a tenere ferme le gambe e la testa, il bop che scaturisce dall’anima e dagli strumenti di questi artisti è davvero coinvolgente e di altissima fattura. In tutto sono sei brani per una durata di quarantasette minuti circa in cui, è garantito, non ci si annoia mai. Quello che mi colpisce è che nessuno primeggia sull’altro, tutti e cinque danno sfoggio del loro immenso talento senza mai pestarsi i piedi e senza mai scendere di livello, che rimane per tutta la durata del concerto a quote cosi alte e vertiginose da lasciare esterrefatti. Questo cd sembra non risentire del tempo trascorso, è passato più di mezzo secolo, e oggi più che mai la sua energia arriva intatta rompendo i confini spazio-tempo. Splendido!!!

kiriku

 
Di Andy (del 29/03/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 816 volte)
Artista
POOH
Titolo
Beat Re-generation
Anno
2008
Label
Atlantic

Devo dire che non ho mai seguito con particolare interesse la discografia dei Pooh, pur riconoscendo la loro indiscussa bravura sul piano musicale; semplicemente il loro genere, pur farcito di ottimi arrangiamenti vocali e strumentali, mi è sempre risultato un pò troppo melodico e “leggero”, ma sono solo i miei gusti. Questa formazione composta da Robi Facchinetti, tastiere, Dodi Battaglia, chitarre, Red Canzian, basso e Stefano D’Orazio alla batteria, ha la ben nota peculiarità di poter generare delle parti vocali favolose visto che sono tutti e quattro dotati di ottime voci e ha raggiunto il notevole traguardo dei quarant’anni di carriera nel 2006, quindi, tanto di cappello; del loro passato io ricordo volentieri due ellepi: Boomerang e Viva e poi, ripeto, li ho un po’ persi di vista. Però arriva il 2007 e si sente dire “ un disco di cover dei Pooh?!” ..non le hanno mai fatte, neanche quando le facevano tutti; saranno caduti anche loro nell’oblio dell’assoluta mancanza di idee?
Non è così , hanno subito smentito loro e ascoltando Beat re-generation si capisce che la loro musicalità non è in crisi, anzi, hanno tirato fuori degli arrangiamenti davvero eccelsi applicandoli a pezzi di storia della musica italiana, che secondo me ha avuto il suo periodo migliore proprio in quegli anni di rivoluzione e protesta, grazie a questi complessi a cui i Pooh hanno voluto fare omaggio, ringraziandoli di aver condiviso insieme un po’ di quel cammino, pieno di ideali, verso la meta del successo. Purtroppo la maggior parte di queste formazioni cessò di esistere alla fine degli anni sessanta. Non sono state scelte canzoni iper sfruttate, molto giustamente, perché sarebbe stato un inutile karaoke e poi ci volevano pezzi i cui testi si potessero riadattare a nuovi arrangiamenti. La casa del sole era una cover di The house of rising sun degli Animals e riproposta in italiano dai Bisonti, risuonata molto bene dai nostri; sinceramente avrei evitato di alzarla di un tono nel finale perché Facchinetti canta già altino e lì diventa un po’ troppo stridulo. Robi però si rivaluta con Così ti amo dei Califfi, che era già dei Bee Gees, una bellissima ballata arricchita da cori gospel, chitarre slide, e hammond, una meraviglia! Un ragazzo di strada , dei Corvi, l’intro è alla P.O.D. e un po’ tutto il pezzo viaggia su atmosfere rock molto moderne, chitarrone e batteria molto presente con bei fills rotolanti e bella voce di D’Orazio, un ottima rivisitazione. Pugni chiusi, dei Ribelli lascia un po’ così, perché l’arrangiamento è troppo banale rispetto all’originale e il confronto con la voce dell’impareggiabile Demetrio Stratos è inevitabile. Poi ci sono Eppur mi son scordato di te, 29 settembre e altre canzoni che vi lascio scoprire.
Bisogna ascoltare questo lavoro senza pregiudizi, distaccandosi un po’ dalle sonorità dei brani originali e tenendo presente che comunque i nostri sono quattro buoni musicisti e quindi hanno risuonato e riarrangiato queste 12 chicche con gli strumenti e la tecnologia di oggi. Può piacere o no; ai tantissimi fan dei Pooh sicuramente, magari ai “puristi”del Beat un po’ meno.
Io sto in mezzo e lo trovo un disco piacevole, che comunque rivitalizza un periodo fantastico della nostra storia, fatta di allegria e sofferenza, di lotta e idealismo e perciò dico bravi ai Pooh …
Buon ascolto!

Andy

 
Di kiriku (del 25/03/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1170 volte)
Artista
Vincenzo Ramaglia
Titolo
Formaldeide
Anno
2007
Label
Autoprodotto

Musica contemporanea, colta, sperimentale, d’avanguardia. Sono molti i termini usati per catalogate un genere musicale che spesso e volentieri viene additato come un’espressione d’arte fine a se stessa. Probabilmente questi preconcetti sono dovuti al fatto che quando ci si trova davanti ad un artista che, nell’intento di percorrere vie inesplorate, rompe gli schemi e stravolge le nostre certezze, il rifiuto è quasi istintivo. Spesso e volentieri, per colpa di orecchie poco curiose o scarsamente avezze alle novità, ci si lascia andare a pregiudizi infondati e “Formaldeide” né è la dimostrazione. Uscito nel 2007 questo cd rappresenta l’esordio di Vincenzo Ramaglia, compositore romano che nonostante la sua giovane età è direttore dell’Accademia di Cinema e Televisione Griffith di Roma, tiene, in qualità di docente di linguaggio audiovisivo, seminari, incontri e corsi presso diversi istituti (tra cui l'Università di Trieste). Tiene inoltre stages di formazione per compositori di musica da film. Compone musiche orchestrali, corali e cameristiche, melodrammi da camera, colonne sonore. Insomma un curriculum di tutto rispetto che può fare intuire la qualità del prodotto che abbiamo davanti, ma il modo migliore per giudicare è prendere il cd ed inserirlo nello stereo. Fin dai primi secondi ci si rende conto che Ramaglia non ha lasciato niente al caso, non ci sono note superflue, i suoni sono essenziali e diretti e arrivano subito al dunque, spalancando un mondo ipnotico e introspettivo. La sensazione è quella di veder scorrere lentamente diapositive emozionali congelate in un liquido amniotico completamente asettico. Il suono del sassofono traccia forme di vita che pulsano al ritmo poliarmonico del pianoforte, trascinate da un brodo primordiale popolato da glissati e suoni multifonici prodotti dal flauto e dal clarinetto. Freddi ofidi che si muovono tra ricordi di un passato scomposto, tutto sembra cosi immobile ma allo stesso tempo vivo. Il titolo di questo cd , come del resto il contenuto, ha un forte sapore evocativo. La formaldeide, tra i vari usi, viene anche adoperata per conservare campioni di materiale biologico, il concetto elaborato da Vincenzo Ramaglia forse è proprio quello di isolare e congelare e combinare frammenti di un passato atemporale, ricordi personali che diventano memoria collettiva. Il risultato a mio giudizio è ottimo e non posso esimermi dal congratularmi anche con Birgit Nolte (flauto), Massimo Munari (clarinetto), Massimo Mazzoni (sax) e Giulio De Luca (pianoforte) per aver eseguito egregiamente queste otto composizioni. Il mio augurio personale a Vincenzo è quello di continuare il percorso intrapreso:  musica contemporanea che arriva alle orecchie senza stridere ma che allo stesso tempo non rinuncia alla sperimentazione.

ps. per l'acquisto del cd clicca qui

kiriku

 
Di slovo (del 22/03/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 750 volte)
Artista
Bauhaus
Titolo
Go Away White
Anno
2008
Label
Cooking Vinyl

Dopo una trionfale tournè mondiale il gruppo gothic-glam inglese si è chiuso in sala di incisione per tentare di rievocare lo spirito che l'animava all’inizio degli anni ottanta e ricucire la gap venticinquennale che li distanzia dalle ultime incisioni di materiale inedito (“burning from the inside”, ultimo album prima dello scioglimento, risale al 1983).
Solitamente operazioni di questo genere si risolvono in imbarazzanti fallimenti ma messo GAW nel lettore per la prima volta non si può evitare di provare un sano fremito: il disco suona meravigliosamente bene, suona come se tutti questi anni non siano passati affatto per la formazione di Northampton. Sedati gli entusiasmi iniziali però, ci si deve necessariamente ridimensionare quando si analizzano i brani con il giusto distacco.
“too much 21st century” è l’anatema sulla modernità che apre il disco. Sebbene stenti a prendere quota mantenendosi su una media discreta è costruito su buoni riff e riesce dignitosamente nel suo compito introduttivo della splendida “adrenalin”, un pezzo contorto, potente, con un’ eviscerante prova vocale di Peter Murphy... i Bauhaus al meglio. Purtroppo la successiva “undone” si assesta come uno sviluppo non troppo riuscito di un idea musicale che poteva fruttare di più e che vede nell’uso di synth vintage il solo fattore interessante. Per “international bullet proof talent” e la seguente ”Endless summer of the damned” vale grossomodo lo stesso discorso fatto per “too much…” e salvo qualche eccezione, per tutto l’album.
I pezzi scaturiscono bene ma finiscono con l'abortire durante lo svolgimento.
Nella seconda parte sono addensati i brani-litania, riflessivi, ipnotici, dilatati, alcuni venuti meglio (“mirror rimains”, “zikir”) altri decisamente peggio (“saved”, “the dog’s a vapour”)... tendono ad essere dispersivi ma non per una questione di forma: “Bela Lugosi’s dead” nella sua prima incisione durava quasi dieci minuti ed era un trionfo di tensione e minimalismo: il problema è che lungo il percorso sono andati persi alcuni ingredienti che rendevano la miscela bauhaus così seducente, con buona pace di tutte le buone intenzioni.
GAW è stato accolto maluccio dalla critica musicale che ha stoccato pesantemente sulla povertà di idee, il manierismo e la produzione definita grossolana. Quest’ultima valutazione è sicuramente la più inconsistente, essendo il sound uno dei punti di forza del disco: il gruppo ha resistito alla tentazione di far posare le mani sul mixer a qualche blasonato produttore contemporaneo preferendo arrangiamenti essenziali e gustosamente dark, se poi la vogliamo menare perché sui nastri è rimasto un colpo di tosse o un commento estemporaneo di Murphy allora facciamolo pure ma sappiamo benissimo che le stesse sarebbero diventate chicche sul disco di qualche caccoloso gruppo LO-FI.
Pur essendo lontano dai pieni voti non è neanche da bocciare su tutta la linea, ad oggi il peggior album dei bauhaus ma al tempo stesso uno dei come-back più dignitosi apparsi da molto tempo. Merita sicuramente un ascolto.

slovo

 
Di kiriku (del 11/03/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 707 volte)
Artista
Thelonious Monk
Titolo
Thelonious Monk Quartet With John Coltrane At Carnegie Hall
Anno
2005
Label
Blue Note

È il 29 novembre del 1957 al Carnegie Hall si svolge una serata a scopo benefico, tra i musicisti che partecipano all’evento ci sono: Billie Holiday, Dizzy Gillespie, Ray Charles, Chet Baker, Sonny Rollins, Thelonious Monk e John Coltrane. Che serata memorabile deve essere stata!!! “Thelonious Monk Quartet With John Coltrane At Carnegie Hall” è il cd pubblicato nel 2005 dalla Blue Note, la casa produttrice che già diversi anni fa aveva fatto uscire "Live at Five Spot". L’album in questione contiene la registrazione dal vivo del concerto che il quartetto di Monk ha eseguito quella sera , formazione che vede oltre a Ahmed Abul-Malik al contrabbasso e Shadow Wilson alla batteria, un certo John Coltrane fresco dall’esperienza con Miles Davis. La cosa che è evidente fin dal primo ascolto è la qualità di questa registrazione che pur essendo dal vivo è davvero ottima. La seconda è l’intesa che i due musicisti esprimono nonostante la loro diversa visione di fare musica. Mentre Coltrane è spinto da una continua ricerca progressiva, un viaggio verso una musica quasi spirituale che si spinge sempre oltre, per Monk non esiste questa esigenza esiste solo un luogo atemporale dove diversi stili convivono, dove l’esplorazione avviene nei meandri e nelle varianti di un repertorio che difficilmente cambia. La pioggia torrenziale di note che fuoriesce dal sax di Coltrane si unisce allo stile fatto di pause, dissonanze, melodie spigolose e armonie dedaliche di Monk. Gli opposti si attraggono dando vita a qualcosa di grande e di irripetibile. La discografia che racchiude la collaborazione tra i due musicisti è scarsa, questo è dovuto al fatto che è durata solo sei mesi e questo, se  ce ne fosse bisogno, aumenta il valore di questa registrazione dandogli un valore storico indiscusso. Lo consiglio vivamente!

kiriku

 
Di slovo (del 01/03/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 758 volte)
Artista
Stars of the Lid
Titolo
And Their Refinement of the Decline
Anno
2007
Label
Kranky

Alcuni sono convinti che un disco molto lavorato finirà con l’essere eccessivamente artificioso e che la buona musica nasce dalla scintilla di una notte ispirata.
Può darsi… spesse volte è proprio così ma dipende. Credo si possa scrivere un buon pezzo pop-rock nel giro di un’ora ma francamente fatico a figurarmi una stesura di getto dei diciassette minuti che compongono “december hunting for vegetarian fuckface”, tanto per fare un esempio – solo pensarsi un titolo come quello potrebbe richiedere giorni…
Sei anni sono molti per finire un album ma “and their refinement of the decline” è un opera imponente e il titolo è probabilmente un richiamo al lungo lavoro di perfezionamento impiegato per il suo compimento. Perfezionamento che si attua, come in questo caso, anche lavorando di sottrazione.
ATROTD tende infatti al minimalismo, alla funzione ipnotica di note sostenute per minuti e minuti, alla fruizione di motivi ripetuti ossessivamente. Una minuziosa ricerca sugli accoppiamenti di suoni sintetici e timbri classici, lasciati liberi di espandere su lunghe porzioni dell’asse temporale, dà luogo a una stupefacente dimostrazione del potere evocativo che può avere la musica.
Settimo lavoro del duo texano (Brian McBride e Adam Wiltzie, entrambi co-impegnati su altri fronti musicali) esce dopo l’ottimo “Tired sound of” del 2001 e può tranquillamente definirsi uno dei prodotti più interessanti della scena recente e non solo di quella ambient, ha infatti nelle sue tracce una forza espressiva che raramente si riscontra nella musica cosiddetta non-colta.
Non un album da consumare nei ritagli di tempo ma da far espandere nella propria percezione.
Permettetegli di dilatarsi nell’arco di un ascolto rilassato. Saprà ripagare ampiamente.

slovo

 
Di Andy (del 29/02/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 758 volte)
Artista
Eagles
Titolo
The long road out of eden
Anno
2007
Label
Universal International Music

Lo aspettavamo da tempo, vent’anni, un disco nuovo degli Eagles; dal 1979, anno in cui uscì The long run, sette volte disco di platino e dove c’era la bellissima I can’t tell you why, tanto per dirne una. Ora i nostri sono tornati con questo doppio cd di inediti e hanno diviso la critica a metà per quanto riguarda i giudizi su questo lavoro; ora io dico, ogni volta che vecchie glorie come loro si rimettono comunque in discussione lavorando per costruire un nuovo album, bisogna pensare che lo facciano perché hanno ancora voglia di suonare, specialmente se consideriamo che potrebbero vivere di rendita anche i loro nipoti con gli incassi e i diritti di Hotel California.
The long road out of eden è un doppio composto da venti canzoni e non è un disco da primo ascolto, o meglio, il cd 1 presenta la band nel suo aspetto più usuale e cioè pezzi come “How long”, un country-rock ben suonato e cantato, niente di trascendentale, “No more cloud days”, bella ballata memore dei vecchi pezzi più soft stile “New kid in town” cantata dalla bella e dolce voce di Timothy Schmit e armonizzata dai soliti cori perfetti di Henley e Frey; segue “Fast company” un funky-rock cantato in falsetto alla Prince da Henley e farcito di fiati; può piacere o meno, io lo trovo molto divertente. Si torna alla normalità con le canzoni scritte e cantate da Glenn Frey tra cui “What do I do whit my heart”, forse un po’ troppo zuccherosa e adatta più agli anni 80 dei “lentacci”easy rock.
Il cd 2 si apre con la title-track che a mio giudizio è un pezzo epico e perfetto in cui le aquile volano in alto sul deserto della California, una ballata aspra e suonata alla maniera di quel disco “scuro” e rock che era “One of this night”, antedecente a “Hotel California”, testo anti-militarista, piano elettrico vibrato e un assolo da brividi del grande Joe Walsh; ecco, siamo partiti e la seconda traccia “Somebody” è la cosa migliore di Frey di tutto il disco e direi degli ultimi venticinque anni, un mid-tempo acustico- elettrico teso e cantato e suonato da dio da Glenn; ho capito il perché di due dischetti, il 2 è quello moderno, della voglia di suonare qualcosa di nuovo con l’esperienza dei veterani e la prova ne è “Frail grasp on the big picture”, accattivante funky-rock un po’ black; riecco mister Walsh con un easy alla Steely Dan con la sua voce sarcastica e giocosa e una Statocaster suonata con un tocco magistrale e migliorato ancora in questi anni, un grande davvero. Insomma c’è del nuovo in questo album, a partire dai testi che hanno come filone portante la non accettazione di guerre e corse al business e la speranza di un mondo più pulito e umano, soprattutto in questa seconda parte che a me piace molto di più.
Nel quasi deserto del panorama rock attuale, trovo questo lavoro una sferzata di vento dalla costa californiana che fa molto bene alle orecchie, almeno alle mie.
Ascoltatelo e sappiatemi dire..bye.

Andy

 
Di Darth (del 27/02/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 3358 volte)
Artista
Baustelle
Titolo
Amen
Anno
2008
Label
Atlantic

Ti spacco la faccia con un calcio e poi ti mando al creatore” disse l’uomo bianco al magrebino sporco (…) “Se vuoi lavorare”, disse il caporale a un altro disperato “porta la tua donna che la scopa il capo”.
Questo è l’inizio “Spaghetti Western” la ghost-track iniziale di “Amen” l’ultimo, splendido, album dei Baustelle.
Fin dalla prima canzone capisco che i loro testi sono (fortunatamente) rimasti rivolti verso il sociale, e così proseguo l’ascolto con “Colombo” (“La logica spietata del profitto o chissà cosa ci fa figli dell’Impero Culturale Occidentale”), per poi gustarmi il singolo scelto per il lancio dell’album “Charlie fa surf”. Questo brano è il modo dei Baustelle per raccontare l’abisso che separa il mondo dei giovani da quello degli adulti ed un'evidente critica per la volontà di sottometterli alla nostra società. Ispirato dall’opera provocatoria di Maurizio CattelanCharlie don’t surf”, che, a sua volta, ha omaggiato una scena di Apocalypse Now dove R.Duvall vuole imporre ad un soldato di fare surf prima dell’inizio di una battaglia con l’affermazione “Charlie don’t surf!” (dove Charlie sono i Vietcong).
Le tracce del cd continuano raccontandoci come “E’ difficile resistere al Mercato, amore mio, di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica”; che “Vola l’aeroplano. Va lontano. Vola su Baghdad. Noi voliamo invano”; che “In qualche altra spiaggia. Si è fatto l’amore. Uniti contro il mondo. E’ necessario credere. Bisogna scrivere.”; e che vi sono “Tracce di Laura dovunque. Pace che torna in Iraq. Gioia che afferri improvvisa su un piccolo seno. Bambola di Modigliani. Un film di Rohmer con Anouk Aimée. Luce senza fine”… Fino ad arrivare alla mia preferita, “Alfredo”, canzone toccante come poche, che racconta la fine del povero Alfredo Rampi, il bambino di 6 anni che il 10 giugno dell’81 cadde in un pozzo artesiano. I Baustelle sottolineano nel loro brano lo scandaloso business mediatico creato dalla RAI sulla disavventura del povero Alfredino, con una diretta di 18 ore.
Tirando le somme, a mio giudizio, “Amen” è sicuramente l’album più bello e più completo del gruppo di Montepulciano: li trovo migliorati ulteriormente sotto il profilo testi e decisamente superiori sotto il profilo musicale, con tutte le canzoni farcite di ritmiche originali ed inconfondibili.
Un album, questo, dove non riesco a trovare una canzone che non mi piaccia, ma spazio da giudizi molto positivi (oltre a quelle sopraccitate meritano “Il liberismo ha i giorni contati”, “L’aeroplano”, “L’uomo del secolo”) ad un più che sufficiente 'orecchiabile' (“Baudelaire”, “Panico!” e la strumentale “Ethiopia”).
Dopo aver aperto la mia recensione con l’inizio dell’album, la chiudo con il loro pezzo finale:
Sarebbe splendido amare veramente. Riuscire a farcela e non pentirsi mai. Non è impossibile pensare un altro mondo durante notti di paura e di dolore. Assomigliare a lucertole nel sole, amare come Dio, usarne le parole. Sarebbe comodo, andarsene per sempre. Andarsene da qui. Andarsene così.

Darth

 
Di kiriku (del 26/02/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 514 volte)
Artista
Cannonball Adderley
Titolo
Somethin'Else
Anno
1958
Label
Blue Note

Fra i tanti cd che possiedo questo è sicuramente uno di quelli che preferisco. Uscito nel ’58 "Somethin’Else" è il primo cd da solista di Cannonball Adderley. Se si osserva per un attimo la copertina salta subito all’occhio che tra gli ottimi musicisti che suonano con il sassofonista , Hank Jones al piano, Sam Jones al basso e Art Blakey alla batteria, c’è anche Miles Davis alla tromba. È proprio con quest’ultimo che solo un anno dopo partecipa alla registrazione di quel capolavoro indiscusso di "Kind Of Blue". Insomma non è difficile capire che Cannonball è stato un musicista di altissimo livello. Con il suo strumento, il sax-contralto, esprime uno stile personale e una tecnica incredibili, alcuni definiscono il suo suono corposo e cremoso, praticamente inconfondibile e ad essere sincero il suo modo si suonare mi ha colpito molto proprio per la sua originalità. Le tracce di questo cd in totale sono sei, la prima, "Autun Leaves", è una canzone che non ha molto a che fare con il jazz, ma dopo questa splendida versione è diventata uno standard di questo genere. Subito dopo invece troviamo "Love For Sale" di Cole Porter, "Somethin’Else" di Davis e via con "One for Daddy-o", "Dancing In The Dark" e "Bangoon"  special track non presente nell'album originale. Tutti questi brani sono stati eseguiti egregiamente e in tutti si possono ascoltare il sax espressivo e intenso di Cannonball e la tromba precisa e graffiante di Davis duettare magicamente come solo i grandi sanno fare. Bella musica suonata e interpretata dai migliori musicisti di sempre e che volete di più?

kiriku

 
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