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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Andy (del 04/04/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 248 volte)
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Artista
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Lucio Dalla
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Titolo
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Come molti di voi sapranno, lo scorso 4 marzo la Rai ha organizzato e trasmesso un bellissimo live tribute al compiantissimo Lucio Dalla, scomparso l’anno scorso all’età di sessantanove anni, nel pieno di un tour che come al solito il cantautore bolognese aveva intrapreso con la solita energia e la sua ironica verve. Come ripeto, lo spettacolo, presentato dal grande amico Gianni Morandi, è stato molto bello grazie alle stupende canzoni di Lucio reinterpretate da Renato Zero, Fiorella Mannoia, Giuliano Sangiorgi, Samuele Bersani, Luca Carboni, lo stesso Morandi e tanti altri; ma non voglio parlare di questa trasmissione, che ho seguito con piacere, ma voglio invece rendere un mio personale tributo e ringraziamento al grandissimo Lucio attraverso il ricordo delle sue più belle canzoni, che sono veramente tante e che sono intrise di una magia particolare, di quelle che si ascoltano cento volte ed è sempre come fosse la prima, capaci di suscitare le stesse emozioni nel corso del tempo. Ricordo di aver conosciuto la musica di Dalla con “Com’è profondo il mare”, una canzone sospesa in una melodia irreale e un po’ inquietante e un testo surreale, pieno di metafore e aperto a molte interpretazioni, ma che fondamentalmente parla di chi ha il potere e di chi lo subisce: il mare è il pensiero umano che i potenti, come dice alla fine la canzone, vogliono umiliare e bruciare; un pezzo attualissimo e stupendo. Nell’ellepì omonimo c’era, tra le altre, “Quale allegria”, un'altra perla di Lucio, tristissima ma di una poesia immensa, un’amarezza infinita, ma raccontata comunque con il suo spirito sarcastico. Nello stesso disco, vicino a una canzone così struggente, c’è “Disperato erotico stomp”, che non ha bisogno di commenti, “l’impresa eccezionale è essere normale”, fortissima! E che dire di “Anna e Marco”, un testo e una musica a dir poco stupendi, un sogno d’amore metropolitano, vissuto da due ragazzi di periferia, in cui si è immedesimata almeno metà della generazione di adolescenti degli anni ottanta, compreso me, naturalmente; da ascoltare e riascoltare a vita. Il trentatrè giri è “ Lucio Dalla” e comprende anche “L’ultima luna”, altro capolavoro, una musica esagerata, avanti di vent’anni per l’epoca; qui ci vuole un doveroso ringraziamento agli Stadio, con Gaetano Currieri in primis, che hanno saputo dare l’apporto perfetto alla genialità di Lucio, con la loro indiscutibile bravura. Nello stesso album troviamo “L’anno che verrà”, una ballata straordinaria, dal significato semplice e profondo allo stesso tempo, un misto di speranza e rassegnazione, eccezionale. Nel 1980 usciva l’album “Dalla” e diventava un'altra pietra miliare nella discografia del cantautore bolognese e in quella italiana. Qui siamo veramente nel mio, adoro questo disco che si apre con “Balla balla ballerino”, ma che pezzo è?! Fra testo e musica, una libidine e, tra l’altro, Lucio aveva anche una gran voce, che sapeva usare. E una canzone come “Futura”, l’amore tra due persone, con il desiderio di un figlio con cui affrontare il domani senza paura, rende l’idea del modo che aveva Dalla di vedere la vita, sempre molto “avanti. “Cara” è una stupenda canzone d’amore alla maniera di Lucio, sofferta e ironica allo stesso tempo, impossibile cantarla con la sua verve. L’interpretazione è la grande dote che contraddistingue questo immenso cantautore, che sempre in questo disco ha inserito una meraviglia come “La sera dei miracoli”, una dolce poesia in musica tra i vicoli di Roma, da ascoltare a occhi chiusi. Queste sono le canzoni che per me rappresentano di più lo stile di Lucio Dalla, un piccolo grande uomo che purtroppo se n’è andato troppo presto, come a farci uno dei suoi scherzi, ma che rimane tra noi con queste perle immortali..Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 25/01/2013 @ 05:00:00, in musica, linkato 256 volte)
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Artista
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Depeche Mode
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Titolo
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Tour of the Universe-Live in Barcellona
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Anno
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2010
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Label
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EMI
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Subito un ringraziamento particolare al mio amicone Namor, che mi ha passato questo ottimo dvd che si chiama Tour of the Universe-Live in Barcellona, reperibile in diverse edizioni compreso il blue ray, ed è la registrazione di due date, il 20 e 21 novembre 2009, effettuate più o meno a metà del tour mondiale intrapreso per promuovere l’album Sounds of the universe. Si parla dei Depeche Mode, la più grande band elettronica britannica la cui formazione risale all’ormai lontano 1980 e comprende David Gahan alla voce, Martin Lee Gore e Andy Fletcher; questo il trio che rappresenta il nucleo della band nella quale, nel corso degli anni, si sono succeduti vari musicisti, per poi trovare negli ultimi anni e anche in questo tour, il giusto apporto nelle tecnologiche tastiere di Peter Gordin e la granitica batteria di Christian Eigner, e il sound è cambiato, eccome! Certo è che a questo gruppo le vicissitudini non sono mancate, in primis la tossicodipendenza sia di Gahan che di Gore e che hanno portato, nel corso di questa lunga carriera, anche a molti dissapori interni, ma che devo dire, vedendo ed ascoltando questo dvd, sono stati superati brillantemente. In questa stessa turnè sono state annullate quattordici date a causa di un operazione super urgente a cui si è sottoposto Dave per asportare un tumore in fase iniziale; negli anni novanta era stato vittima di un infarto che l’aveva quasi ucciso, causato da un mix di stress per i continui concerti e la droga assunta in dosi massicce. Un po’ di storia: i primi successi del gruppo sono Just can’t enough e Everithing Counts, due pop song elettroniche sfacciatamente dance, appartenenti al primo periodo della discografia della band che invece a partire da Black Celebration, bellissimo album dell’86, diventa più introspettiva e forse più seria ed è decisamente la fase che io preferisco. Le atmosfere diventano più dark, le tastiere diventano meno prepoderanti, lasciando il posto agli ottimi inserimenti di chitarre elettriche suonate da Gore e alla batteria acustica, che si aggiunge ai ritmi della drum machine che rimane più in sottofondo; ed è questo il sound che troviamo anche in questo dvd che si apre con In chains, potente e scura, estratta da Sounds of the universe, passando per la stupenda Walking in my shoes, del 93, con un base ritmica molto tosta sorretta dal potente drumming di Eigner per trovare Precious, un'altra grande canzone. La chicca di questo live secondo me sono le due canzoni che canta Martin, che ha una voce stupenda, alla David Bowie; la prima è l’inquietante Jezebel, dalle sonorità appunto molto vicine al genere di Bowie, un gran pezzo; la seconda è la stupenda Home, voce e piano..da brividi, veramente! Senza nulla togliere a Gahan, Gore è dotato di un interpretazione magistrale e il pubblico risponde con una standing ovation di cinque minuti, in cui intona il frame della canzone, facendo faticare la band a riprendere a suonare..spettacolo!! Non poteva mancare Enjoy the silence, che dire di un pezzo così, eseguito in una versione trascinante con una coda tecno-funk-dance esagerata; insomma, ragazzi, un concerto bestiale davvero perché poi c’è Never let me down again, che risuonata con questa potenza è ancora più bella. Ruvidissimo il suono di chitarra scelto per il riff di Personal Jesus, una base potentissima sotto la voce calda di Dave per una delle canzoni più famose del gruppo britannico. Il finale è affidato a Waiting for the night, cantata in duetto da Dave e Martin con solamente un tappeto di piano a far da sottofondo a queste due splendide voci. Ci sono altre canzoni che non ho nominato ma, credetemi, i Depeche si dimostrano in ottima forma ed è un ottima notizia in previsione dell’uscita del nuovo album di inediti in studio, il tredicesimo, prevista per il prossimo 25 marzo e sono veramente ansioso di ascoltare qualcosa di nuovo da parte di questa grandissima band.. Buona visione e ascolto!
Andy
Di Andy (del 16/11/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 378 volte)
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Artista
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Franco Battiato
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Titolo
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La voce del padrone
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Anno
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1981
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Label
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EMI
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Era il 1982, quando questo splendido album fece la sua comparsa sul mercato discografico italiano, per restarci per almeno quasi sei mesi. Battiato si era già distinto sulla scena musicale con un altro ottimo disco, L’era del cinghiale bianco, in cui traspariva tutta la sua predisposizione a spaziare tra il prog-rock, il pop e anche il melodico italiano, nonché qualche venatura di musica classica. Con La voce del padrone rese perfettamente l’idea di quale sarebbe stato il suo percorso musicale, arricchito da testi impegnati e mai banali. Penso che neanche lui stesso avrebbe pensato di raggiungere lo strepitoso traguardo del milione di copie vendute, primo album italiano a fregiarsi di tale onore. Gli arrangiamenti e la registrazione sono pressochè perfetti e se avete voglia di riascoltarlo come sto facendo io, vi accorgerete di come suona “moderno”ancora adesso. L’apertura è affidata a Summer on a solitary beach, un testo che probabilmente evoca una vacanza su una spiaggia deserta e l’infrangersi delle onde provoca il desiderio di farsi portare via dal mare e dal mondo contaminato dalle brutture dell’uomo, un tema ricorrente nelle canzoni di questo geniale cantautore. Bandiera bianca è di un’attualità sconcertante, manifesto di un mondo corrotto e violento, pieno di superficialità e falsità, che parla già di abusi di potere, tv trash ecc.. una canzone di due accordi ma stupenda. Gli arrangiamenti classici di Giusto Pio si fanno sentire nella bellissima Gli uccelli, un inno alla libertà vista attraverso il volo degli uccelli, con le regole impostegli solo dalla natura. Adesso pensate a quante volte al giorno passavano le radio Cuccuruccucù, con quel ritmo incalzante e il testo che rievoca la giovinezza di studente dell’autore, attraverso i ricordi delle magistrali e le canzoni dell’epoca: vengono nominate infatti Lady Madonna dei Beatles e Ruby Tuesday degli Stones tra le atre; non so, ma nostalgia a parte, mi rendo conto che questo disco continua a meritare tutto il successo che ha avuto ancora adesso. E che dire di Segnali di vita, un andamento musicale classicheggiante e un testo stupendo, introspettivo e imperniato sull’esigenza di cambiare qualcosa nella propria vita, amicizie e opinioni: un altro gioiello, veramente. Devo dire che quando uscì questo disco, che io comprai in versione musicassetta e che, come molti altri, dovetti ricomprare dopo averla praticamente fusa nel walkman, avevo diciassette anni e quindi, a distanza di trent’anni, i testi hanno un significato e un importanza ancora più rilevante; quella era l’epoca dei primi giri in motorino e l’anno dei mitici mondiali in Spagna. Va bè non divaghiamo troppo, che facciamo la figura dei “vecchietti” e passiamo a Centro di gravità permanente, in cui Battiato si diverte a divagare tra citazioni storiche e personali e rimarcando la sua mal sopportazione di vari generi musicali, alla ricerca di uno stato d’animo, un centro di gravità appunto, che “non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente": un’altra pietra miliare del panorama musicale italiano che all’epoca, scusate, era uno spettacolo. L’album si chiude con Sentimiento Nuevo, una canzone sull’amore e il sesso, il cui senso viene sublimato attraverso l’approccio che avevano i popoli del passato, tra cui i Greci, i Giapponesi e i Romani nei confronti dell’Eros, che veniva celebrato come un’arte; anche la poesia di questo brano è davvero artistica, come tutto il disco. Concludendo direi che l’arma vincente de La voce del padrone è proprio il giusto equilibrio tra sonorità che stanno tra pop, rock, melodica italiana e testi che riescono ad affrontare ironicamente, temi molto importanti, senza pesare sull’ascolto delle canzoni. Un’ultima cosa; è uscito da poco il nuovo lavoro di questo genio italiano, Apriti Sesamo , che non ho ancora avuto modo di ascoltare per intero, ma dal poco che ho sentito, sembra promettere molto bene; probabilmente non raggiungerà i livelli dell’ottantadue, ma di sicuro poter ascoltare della musica e dei testi di questo genere, di ‘sti tempi, è già una gran cosa.. Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 05/10/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 356 volte)
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Artista
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Bruce Springsteen
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Titolo
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Born in the U.S.A.
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Anno
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1984
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Label
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Columbia Records
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Sapevo che prima o poi mi sarebbe piaciuto parlare di questo album che io reputo strepitoso per vari motivi. Qui parliamo del 1984, anno della mia naja, tra l’altro; ricordo proprio la title-track,con la sua poderosa energia, come parte della mia personalissima soundtrack di quel periodo. Il boss aveva al suo attivo un altro stupendo disco come Born to run, vendutissimo, e canzoni come la meravigliosa The river, ma con questo diede una sferzata di energia al suo rock pregno della propria amata e odiata America, con tutti i pregi e difetti che Bruce racconta nei suoi testi, rivolti contro il sistema politico degli U.S.A. Complice della botta di energia, come tengo sempre a ribadire quando si parla di Springsteen, la favolosa E Street Band, una macchina musicale dalla potenza unica; veniamo al disco, che si apre proprio con la canzone che da titolo e senso all’intero lavoro, con quell’intro di tastiera e batteria veramente massiccio, a far partire la voce del boss che ai tempi era davvero dirompente, a sputare un testo che come molti di noi hanno capito dopo, non è affatto un’impennata di orgoglio verso il proprio paese, ma semmai un accusa contro il governo che aveva mandato tantissimi ragazzi a combattere una guerra inutile in Vietnam; comunque mentre lo sto riascoltando, mi rendo conto di quanto siano fantastici tutti i testi. Cover me è un rock blues tanto semplice quanto bello, un tiro esagerato e un assolo di chitarra di Little Steven devastante, a sostenere un testo che dice: proteggimi da tutto quello di sbagliato che c’è intorno; una canzone d’amore alla maniera del boss, energica e diretta. Bellissima Dancing in the dark, un’esortazione a non rimanere vittime del sistema, facendo scattare una scintilla da qualche parte e che provochi un contrasto con il governo che ti vuole tenere alla fame; se andrete a leggervi le traduzioni , vi assicuro che questo album già favoloso, acquisterà ancora più valore e lo ascolterete sotto un'altra luce. I’m going down invece è un altro rockaccio che racconta di un tizio che accusa la propria donna di buttarlo giù anziché farlo stare bene e quindi in questo lp, accanto al solito mondo di uomini in difficoltà per il lavoro e la politica, si trova anche il lato sentimentale dell’uomo medio americano, in questo caso alle prese con un rapporto in crisi. Ci si imbatte poi nella bellissima ballad I’m on fire; le fiamme della passione per la propria donna sono l’argomento della canzone, dotata di un’atmosfera unica. Il marchio di fabbrica Springsteen è impresso su Darlington County, arricchita dal sax del grande e compianto Clarence Clemons, recentemente scomparso. Gran pezzo anche Bobby Jean; parla di un amicizia vera tra due ragazzi che sono cresciuti insieme e hanno condiviso mille situazioni e pensieri e quando Bobby lascia la città, Bruce non può che dedicargli una canzone che lo raggiunga in qualsiasi posto del mondo, a ricordargli quanto è stato importante e del vuoto che ha lasciato la sua partenza. Nei testi del boss sono ricorrenti le storie di notti insonni di corse in macchina, di serate annegate nella birra, dentro locali mal frequentati e pieni di personaggi sempre insoddisfatti, di eroi sballati di strada, di prostitute, ma anche di semplici operai alla ricerca del famoso sogno americano, la famigliola felice nella casetta con il praticello davanti, un sogno così difficile da realizzare che è facile cadere in depressione e magari combinare dei casini. Ci sono anche Working on the Higway, Glory days, My hometown, per me una più bella dell’altra.. Avrete capito che mi piace molto Springsteen, proprio per il suo modo diretto e schietto di raccontare la sua America e in questo disco ce n’è veramente tanta; incredibile, oltretutto, quanto siano attuali le tematiche di questo disco, che ha la bellezza di ventotto anni(!). Il 23 settembre Springsteen ha compiuto sessantatrè anni, è appena stato in Italia facendo due concerti strepitosi a Milano eTrieste, con la sua solita carica esplosiva, prestandosi al pubblico alla sua solita maniera e con la sua mitica E street Band e quindi..Happy Birthday Boss, continua con la tua grinta..grande!.. Buon ascolto..
Andy
Di Andy (del 09/07/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 499 volte)
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Artista
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Supertramp
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Titolo
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Breakfast in America
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Anno
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1979
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Label
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A&M Records
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Tanto per rimanere in tema fine anni settanta, in questi giorni sto riascoltando un altro disco che fu una pietra miliare per quegli anni e anche per quelli a venire. Forse molti di voi ricorderanno Breakfast in America, dei grandi e inglesissimi Supertramp. Rick Davies e Roger Hodgson fondano il gruppo, rimaneggiando poi la formazione varie volte nel corso degli anni, ma indubbiamente il nucleo originario, composto dai due, e da Doug Thomson al basso, da Bob Siebemberg alla batteria e da John Halliwell al sax, fu quello più riuscito. Rick e Roger compongono e cantano tutte le canzoni e si dimostrano anche due ottimi strumentisti, in quanto Davies è un grande tastierista e pianista, e Hodgson è un bravissimo polistrumentista, in grado di passare dal piano alla chitarra senza problemi. Molto azzeccato l’assoldamento nella band di Halliwell, super sassofonista e ironico front-man, di grande presenza sul palco. Brevemente la cronostoria: tre bei dischi, Crime of the century, Chrisis?What Crisis? e Even of the Quiest, da cui numerosi singoli di buona presa sul pubblico, tra cui Dreamer, Give a little bit, School; però qualcosa non li fa ancora decollare verso il successo che inseguono con tenacia. Ma nel 1979 ecco la svolta, una sterzata verso un genere più pop e meno progressive, molto meno semplice di quanto possa sembrare. L’idea generale del disco, registrato negli States, traspare fin dalla copertina che immortala la classica camerierona prosperosa, tipica dei fast food americani. Ed infatti la prima canzone è Gone Holliwood, storia di un attore alle prime esperienze che, si trova da solo in stanze di hotel in cerca di risposte, alla ricerca del grande successo che arriverà , ma che non servirà a farlo smettere di farsi domande sulla propria esistenza. L’inizio è affidato ad un crescendo di pianoforte, ma l’attacco di basso, chitarra e batteria è poderoso, sotto il coro in falsetto che fa botta e risposta con la potente e roca voce di Rick, che si è sempre contrapposta a quella di Roger che è invece cristallina e dotata di un enorme estensione. Un pezzo pieno di cambi di tempo, parti strumentali esagerate e un latente richiamo ai Bee Gees, che stavano imperversando nelle hit parade dell’epoca, un brano stupendo. The Logical Song, insomma, penso che pochi non la conoscano. Qui sale in cattedra Hodgson con il suo modo martellato e unico di suonare il piano e la sua acuta e fantastica voce, a parlare di un uomo semplice che si accorge di essere forse troppo semplice per affrontare un mondo difficile e spietato: il riff iniziale di piano e basso è stra-famoso, le parti strumentali sono perfette e su tutte spicca un grande solo di sax di Halliwell. Ma questo album è tutto bello, perché la terza traccia è Goodbye Stranger, un brithish pop-blues cantato dalla potente voce di Rick nella strofa, mentre il celebre rit è in falsetto molto Bee Gees. Anche qui è tutto perfetto e il testo è la storia di un uomo sempre in bilico tra mille perché e che sceglie di andare via dalle sue origini dicendo appunto arrivederci alle persone care; grande il solo di chitarra di Hodgson nel finale, dotato di una progressione armonica notevole. La title-track la troviamo al quarto posto e qui si parla del grande viaggio nella “favolosa” America, sempre alla ricerca di chissà quale mondo perfetto; la marcetta bandistica penso sia impressa nella mente di molti di noi, che eravamo ragazzi ai tempi. La seconda facciata del disco si apriva con Take the Long Way Home, che è la mia preferita, con quell’incedere unico dato dal piano di Roger e quell’armonica che sa proprio di viaggio, su una strada lunga e lontana per tornare a casa, e il ritornello che si scioglie in una melodia dolcissima ; anche qui un super solo di Halliwell, che è un grande sassofonista, davvero. Altre canzoni bellissime compaiono su questo album, io ho scelto queste che sono le più famose, ma come ho già detto il livello di questo disco è altissimo, sicuramente più pop rispetto a quello che i Supertramp facevano prima, ma con un linguaggio più comprensibile e orecchiabile, che li ha definitivamente consacrati al meritato successo. Peccato che dopo Breakfast in America, questi favolosi musicisti insieme abbiano registrato solo Live in Paris, un altro album, dal vivo appunto, imperdibile e nell’82 Famous Last Words, ultimo disco di inediti che conteneva It’s Raining Again. La rottura tra Davies e Hodgson pare sia davvero insanabile, perché sono anni che si parla di una reunion, ma non se ne fa niente..peccato. Vuol dire che continueremo a ri-piazzarci questo disco bellissimo, sicuramente senza fatica, perché certe canzoni, quando sono così belle, sono senza tempo veramente..Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 04/06/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 381 volte)
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Artista
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Bee Gees
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Titolo
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Saturday Night Fever
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Anno
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1977
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Label
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RSO - Reprise
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Mi ha causato molta tristezza la notizia della morte, avvenuta in questi giorni, di Robin Gibb, uno dei mitici fratelli che componevano i Bee Gees, un gruppo che penso non abbia bisogno di nessuna presentazione . Il cantante se n’è andato, dopo una tenace lotta durata qualche mese, contro un tumore al colon. Prima di lui, nel 2003 ci lasciava il gemello di Robin, Maurice. Ora rimane il bello e barbuto Barry, a tenere vivo, nella nostra memoria di quarantacinquenni o giù di lì, il meraviglioso ricordo di un capolavoro musicale, e lo dico senza paura di essere smentito, che risponde al nome di Saturday Night Fever. Difficile scindere la colonna sonora dal film, perché mai accoppiata fu più vincente; il padellone, che posseggo gelosamente in vinile (è di mia moglie, a dire il vero), ha venduto circa quaranta milioni di copie e si è guadagnato un Grammy Awards. I fratelli Gibb, nativi dell’isola di Man, iniziarono la loro carriera in Australia, per poi trovare il grande successo nel Regno Unito, con un genere molto diverso da quello che ha poi fatto ballare tutto il mondo; si trattava di un pop leggero e leziosamente orchestrato, con qualche venatura di country. La ballad Massachussets , che ebbe un grande successo in hit parade, è forse la canzone pre-fever più famosa. La band però non sembrava essere troppo soddisfatta della strada intrapresa ed era alla ricerca di qualcosa di nuovo. L’allora produttore dei Gibb , un certo Robert Stigwood , che qualcuno ricorderà in altri colossal-musical come Hair , Jesus Christ Superstar , Tommy , Evita (non so se mi spiego!?), stava lavorando anche alla produzione, insieme al regista John Badham, di un film la cui trama prendeva spunto da un articolo uscito sul New York Magazin e che parlava di un America reduce dal Vietnam e da scandali politici, i cui giovani disorientati e apatici, cercavano la propria identità nelle prime discoteche, tra scazzottate, droghe e blandi concorsi di ballo in cui trovare un’effimera soddisfazione solo nei fine settimana . Quindi propose ai fratelli di inserire il materiale a cui stavano lavorando, nella colonna sonora di questo progetto, insieme ad altri artisti come KC and The Sunshine Band, per esempio, o come The Trammps, con la mitica Disco Inferno; ma la parte del leone spetta indiscutibilmente ai Gees, che trovarono il sound perfetto per l’idea generale del film. Brevemente la trama: Il giovane John Travolta, scelto per la sua inclinazione al ballo, riesce a delineare perfettamente i caratteri d Tony Manero, giovane frustrato di periferia ,che fa parte di una famiglia medio-americana, con un padre assente, una madre insoddisfatta e due fratelli con cui non va troppo d’accordo. Ed eccolo così a fare il bulletto a capo di una sgangherata banda di giovani sbandati come lui. Poi l’incontro con una donna più matura di lui, resa fredda e insensibile dalle delusioni sentimentali e l’idea di partecipare a un concorso di ballo, in una discoteca che è l’unico posto dove potersi sentire qualcuno; non voglio raccontare il film, che penso abbiamo visto quasi tutti, ma l’importanza basilare che questa soundtrack ha avuto per l’enorme successo di questa pellicola e forse anche viceversa, anche se penso che le canzoni avrebbero venduto comunque, ma non così tanto. E così i Bee Gees si inventarono il loro mitico falsetto e lo usarono in tutti i brani. Ho ancora nella mente l’impatto di Stayn Alive sotto la camminata sfrontata e indimenticabile di Travolta che attraversa gli isolati di New York per andare al lavoro;ricordiamo che questa interpretazione gli valse una nomination all’oscar come migliore attore.. io avevo 14 anni! Rimasi irrimediabilmente flesciato dal suono di questo pezzo memorabile, un mix di dance e funk strepitoso, che ti colpisce al primo ascolto. E poi You should be dancing, con quel ritmo percussivo rotolante e quei fiati incalzanti, perfetti per la performance di Tony Manero sulla pista a quadrati multicolori lampeggianti.. ma come ballava sto ragazzo! Eh sì, è proprio difficile non associare la musica al film. Come dimenticare il ballo di gruppo su Night Fever, un altro pezzo strepitoso che poi imperversò per tutta l’estate del settantotto? E l’arrangiamento di violini su More than a woman, la canzone che balla in coppia con Stephanie e gli varra’ il premio (nonché un gran bel bacio), non è bellissimo? How deep is your love parte mentre Tony è ancora in metropolitana, reduce dalla tragedia accaduta sul ponte di Verrazzano e si rende conto di ciò che potrebbe essere davvero importante nella sua vita. Sempre con questa stupenda canzone in sottofondo, si reca a casa di Stephanie, in un finale che lascia intravedere l’inizio di una vera storia d’amore. Concludendo , penso che questa accoppiata stupenda tra film e musiche che risponde al nome di Saturday Night Fever, abbia veramente segnato e cambiato la vita di molti ragazzi, sia in America che un po’ in tutto il mondo, delineando la nascita dei disco-club e di tutto un movimento generazionale giovanile, che pur cambiando nelle modalità e nella musica, dura ancora oggi, probabilmente con meno fascino di allora. E di questo, io voglio continuare a ringraziare Robin Gibb, uno dei grandi artisti che hanno dato vita a tutto questo e a queste canzoni talmente magiche che sembrano appena scritte.. Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 10/04/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 422 volte)
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Artista
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Pino Daniele
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Titolo
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La Grande Madre
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Anno
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2012
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Label
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Blue Drag
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Album numero 26 per il grande Pino Daniele, e dico grande perché il cantautore partenopeo merita davvero questo aggettivo, per la musica che ha saputo inventare agli inizi degli anni ottanta, fondendo rock, blues, jazz, funk elettrico e influenze mediterranee, creando dischi magici come Nero a metà, Vai mò e lo strepitoso live Sciò . Doveroso nominare i compagni di avventura di quei tempi, musicisti con la m maiuscola come James Senese al sax , che si alternava con Enzo Avitabile, Joe Amoruso al piano e tastiere, Tullio De Piscopo batteria, Tony Esposito alle percussioni e Rino Zurzolo al basso, che hanno contribuito in maniera incisiva al successo di Pino: le jam del live sono memorabili. Tornando a questo nuovo disco, intitolato “La Grande Madre”, l’intenzione è quella di ritrovare il gusto di suonare buona musica, senza dover compiacere le major discografiche che nella maggior parte dei casi costringono artisti anche di questo calibro, a sfornare il compitino leggero e commerciale, adatto ad accontentare più o meno tutti; per fare questo cambiamento, il cantante napoletano ha fondato una sua etichetta, la Blue Drag, con cui sta seguendo altri progetti di musicisti emergenti e con la quale può finalmente tornare a sperimentare e soprattutto a divertirsi, circondandosi di nuovo di nomi di tutto rispetto, a partire da Steve Gadd alla batteria, un mostro sacro di questo strumento, che ha suonato con Clapton, James Taylor e tantissimi musicisti tra i migliori al mondo. Al basso troviamo Willie Weeks, un muro di suono funk-rock dall’enorme esperienza; un altro super ospite è Mel Collins, celeberrimo sassofonista dalla bravura e gusto esagerati e al piano e Hammond troviamo Chris Stainton, fido collaboratore di Eric Clapton. Che la musica fosse cambiata si capiva già dal singolo apripista Melodramma, che trovo una canzone piena di magia e atmosfera, dotata di un bellissimo testo sognante e una gran chitarra che esegue bei ricami sugli accordi stupendi di piano. Ma al primo ascolto, gustato insieme a Namor, che ringrazio per avermelo “passato”, mi ha colpito subito Due Scarpe, una metafora sulla vita vista attraverso le scarpe, che pur avendo una vita diversa, riescono a camminare e invecchiare compiendo lo stesso percorso; la musica soffusa e melodica, crea un sottofondo perfetto come una colonna sonora, con il sax di Collins magico come sempre. L’influenza di Clapton, con cui Pino ha suonato l’estate scorsa in un grande concerto a Cava dei Tirreni, si fa sentire nel riff e nel ritmo di La grande Madre; qui il musicista partenopeo spadroneggia con una strepitosa chitarra per tutto il pezzo, dimostrando una tecnica e un gusto eccellenti, tra scale dal sapore mediterraneo, tapping e sapiente uso della leva. Nel testo si evince una ricerca delle proprie origini, al di là dei guadagni facili e la grande madre potrebbe essere la musica, libera da vincoli commerciali. E’ un po’ commerciale sì, ma terribilmente orecchiabile Searching for the water of life, a sostegno della campagna Save the children every one, istituita per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla mortalità infantile; un mix di sonorità arabe e africane perfetto, costruito sopra un giro di basso batteria malizioso e ballabile, condito di nuovo da una chitarra super: bellissimo il coro allegro di bambini africani nel finale. Il momento migliore del disco è costituito da It’s coffee time, un acid jazz caldo e fumoso di grande atmosfera, trasportato da un basso portentoso e una batteria tesa e raffinata, in cui il livello musicale è superbo e fa da trampolino per la jam che segue e si chiama O frà, il cui testo , dopo tanti anni, è cantato in napoletano; qui al sax non poteva mancare Enzo Avitabile, vecchio compagno di memorabili jam, come questa d’altronde, in cui tutti i musicisti sfogano la loro inventiva, liberi dal vincolo di una canzone vera e propria: una goduria. Voglio menzionare ancora The lady of my heart, uno strumentale in cui Daniele sfodera una chitarra in bilico tra Santana e Knopfler e in cui i suoi musicisti si dimostrano davvero dei maestri, come lui stesso del resto; grande musica. Ci sono altre canzoni, qualcuna più “leggera” , diciamo, ma musicalmente sempre di ottimo livello; in totale sono dodici tracce.Tra l’altro il cd è correlato di parecchio materiale fotografico, testi e addirittura gli spartiti di qualche canzone. La grande madre è uno di quei dischi che al primo ascolto ti lascia perplesso, ma solo per la voglia di riascoltarlo subito per risentire certi passaggi e finezze; secondo me Pino Daniele ha fatto la svolta giusta per tornare a fare buona musica e vi assicuro che si sente..buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 30/01/2012 @ 05:00:00, in musica, linkato 374 volte)
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Artista
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litfiba
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Titolo
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Grande Nazione
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Anno
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2012
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Label
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Sony
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Diciassette gennaio 2012, la data di uscita di” Grande Nazione”, il nuovo album di inediti dei riuniti e ritrovati Litfiba. La storia della reunion è presto riassunta: nel 2010, Piero Pelù e “Ghigo Renzulli”, rispettivamente voce e chitarra del gruppo toscano e membri fondatori del gruppo, si sono ritrovati dopo anni di dischi solisti, in verità poco memorabili, per riprendere l’attività soprattutto live, la quale ha portato alla registrazione di un doppio cd dal vivo, “Stato libero di Litfiba”; questo lavoro, se ce ne fosse bisogno, rimarcava come effettivamente Piero e Ghigo diano il meglio di loro quando suonano insieme. C’è chi dice che questa riappacificazione dei due sia solo un operazione di marketing, per tornare a vendere un numero di copie abbastanza accettabile, ma bisogna invece dire che questo nuovo album sta andando bene perché, tutto sommato, suona molto bene! Il singolo apripista “Lo squalo” è un rockaccio con riff di chitarre modello Scorpions abbastanza scontato, tipico del sound commerciale degli anni novanta, ma il testo, che sembra insensato e banale, è un accusa all’economia mondiale che si mangia tutto. La musica cambia in “Fiesta Tosta”, una fotografia del mondo del bunga-bunga, un testo che non condanna, ma racconta con ironica rabbia, i vizi dell’alta società della nostra grande nazione; la musica si può definire ottimo punk-garage rock, con un gran solo di Renzulli. Da aggiungere che anche la voce di Pelù sta molto bene e lo dimostra anche in “Anarcoide”, un energico hard rock supportato da un bel testo contro il sistema politico: ”lo stato non è un azienda, è ogni singolo individuo che pensa”. Bè, non saremo tornati ai tempi di “Diciassette Re”, ma direi che questo è un bel pezzo di rock italico . Grandiosa “Brado” , intro alla Kasabian , testo incazzatissimo sulla volontà di restare appunto allo stato brado, selvaggio, senza le regole dettate dal mondo politico (che è una puttana che si vende a chi paga di più…e lo paghi tu!); strepitoso veramente Pelù per me il pezzo migliore dell’album . ”La mia valigia”, nuovo singolo presente in radio attualmente, musicalmente sui canoni di “Terremoto”, gran disco degli anni novanta, ma il testo è autobiografico e parla della vita dei musicisti, sempre pronti a partire. Queste sono le tracce che mi hanno colpito di più, ma “Grande Nazione” è un album che si ascolta e riascolta volentieri. Un disco di buon rock italiano, al di là di pregiudizi e paragoni, suonato con intensità ed energia e impreziosito da testi ironici e rabbiosi, in cui la coppia Pelù-Ghigo dimostra di avere ancora qualcosa da dire.. bravi! Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 23/12/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 354 volte)
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Artista
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Lucio Dalla
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Titolo
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Questo è amore
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Anno
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2011
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Label
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Sony
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Se si parla di musica italiana, non si può non nominare Lucio Dalla, uno dei più grandi cantautori nazionali. E quando si parla di Dalla non si possono non menzionare canzoni meravigliose come “4 marzo 1943”, “Piazza Grande”, ”Com’è profondo il mare”, ”Futura” ,” La sera dei miracoli” e ”L’ultima luna , che sono giusto le prime che mi vengono in mente . Ebbene, dato che nel 2006, era già uscito il doppio cd “12000 lune”, farcitissimo dei più grandi successi del cantautore bolognese, a novembre di quest’anno Lucio, in accordo con la Sony, ha pensato di stilare un’altra raccolta, sì, ma di brani cosiddetti “minori”, quelle canzoni contenute negli album , anche belle, ma che magari passano inosservate al pubblico meno esigente. Il titolo di questo album è “Questo è amore”, proprio perché sono state scelti i pezzi più delicati, dedicati all’eterno sentimento che muove i nostri passi e quindi meno rabbiosi e ironici di quelli che siamo abituati a sentire. Il tono generale dell’album è soffuso e melodico, ma anche molto intenso e intimo. C’è da encomiare subito Marco Mengoni per aver arricchito veramente egregiamente “Meri Luis”, dallo stupendo album “Dalla”; è successo che Lucio era nei pressi di un locale alle Tremiti e ha sentito una grande voce, proprio a suo dire, provenire dalla discoteca in cui Marco si stava esibendo, si è informato su chi fosse il cantante e ha poi appunto proposto al vincitore di X Factor, il duetto su questo gran pezzo ; Mengoni ha accettato di buon grado e il risultato è ottimo, perché la canzone è stata, come dire, aggiornata, pur lasciando intatta la registrazione analogica originale, che ha quindi conservato quel suono particolarmente dinamico, tipico delle vecchie incisioni di Dalla. Una di queste è “E non andar più via”, struggente e malinconica, da “Com’è profondo il mare”, altro stupendo album del musicista bolognese; da ricordare appunto che Lucio è un grande musicista, oltre che cantautore, dotato di una genialità e un’ecletticità notevoli, riscontrabili tra le tracce degli album usciti tra il settanta e l’ottanta. Meravigliosa “Notte”, insonne e piena di visioni surreali, pervasa di solitudine e malinconia per l’amante perduta, la cui mancanza toglie il sonno e il respiro. ”Chissà se lo sai” è una splendida canzone d’amore scritta da Ron e che Dalla ha interpretato magicamente, impreziosendola con un spettacolare sax nel final , suonato da lui stesso. E poi “Quale allegria”, tanto triste e amara quanto bella, un testo struggente sulla monotonia e il trascinarsi delle situazioni quotidiane e la difficoltà di accettarle; un tema ricorrente nelle canzoni di Dalla, che qui viene raccontato magistralmente. Il singolo “Anche se il tempo passa (Amore)”, sta circolando in radio attualmente ed ha un suono molto moderno, un arrangiamento accattivante tra Stadio e Coldplay, una dichiarazione d’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature. Questo doppio contiene ben trentuno tracce e devo dire che è anche bello scoprire il lato puramente sentimentale di questo cantautore, al di là di quelle opere d’arte musicali che sono canzoni come “Anna e Marco”, “L’anno che verrà” ecc. Il suo modo sognante di raccontare è unico, in bilico tra episodi di vita in periferia e voglia di andare vi , unito a quell’indipendenza che ha sempre contraddistinto Dalla; anche l’amore viene vissuto come un misto di quotidianità e continua ricerca di qualcosa di più spirituale. Per finire vi consiglio di ascoltare “Le rondini”, del 1990, dall’album “Cambio”, che a parte “Attenti al lupo!” non era affatto male; bè, io non mi ricordavo di quanto fossero belli il testo e la musica di questa canzone davvero meravigliosa ...Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 14/11/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 376 volte)
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Artista
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Joe Cocker
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Titolo
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The Essential
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Anno
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2003
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Label
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Come al solito, in mancanza di musica nuova o perlomeno recente, che mi dia un minimo di input necessario per dare la mia modesta opinione su qualcosa che mi piace, o non mi piace, mi è toccato rifugiarmi negli intramontabili classici, ed un mio grande classico è Mister Joe Cocker, di cui mi è ricapitata tra le mani la raccolta “The essential” del 2003. John Robert Cocker nasce a Sheffield , Gran Bretagna , nel 1944 , e dopo tre singoli di discreto successo dal 63 al 66, raggiunge la notorietà mondiale grazie alla sua partecipazione a Woodstock , in cui si esibisce con la splendida cover della hit beatlesiana “Whit a little help from my friends”. La sua stupenda voce rauca, quasi nera , lo porta in breve al successo internazionale, facendogli guadagnare due dischi d’oro negli USA, nel sessantotto e sessantanove. Purtroppo la carriera di questo ottimo cantante è stata penalizzata dall’abuso di alcol, una dipendenza che lo ha costretto a diversi allontanamenti dalla scena musicale, perlomeno fino a metà degli anni ottanta; è del ’83 infatti “Up where we belong”, dalla colonna sonora del film “Ufficiale e gentiluomo”, con Richard Gere e Debra Winger, la hit che lo riporta ai vertici delle classifiche mondiali e si può dire che da qui in poi Joe è sempre rimasto comunque presente nell’ambito delle radio e in tour. Nel 1986 il regista Adrian Lyne gira il celebre “Nove settimane e mezzo”, e inserisce in una soundtrack meravigliosa , che comprende anche Eurythmics e Brian Ferry tra gli altri , la super hit forse più famosa di Joe, “You can leave your hat on”, che tutti ricordiamo anche grazie allo strip di Kim Basinger, e che non poteva mancare in questa raccolta . Altro brano immancabile è “Unchain my heart” , degli anni novanta , cover di un rythm’n’blues anni 60, rivisitata splendidamente da Cocker, che bisogna dirlo, si circonda sempre di band e musicisti di grande livello; le sue canzoni sono tutte suonate e arrangiate superbamente, tra il pop, il rock e il soul blues. “When the night comes”, scritta da Bryan Adams, è una ballad dal sapore leggermente southern rock , che a me piace tantissimo, e arricchita dai soliti splendidi cori che mai mancano nei brani del cantante inglese. “Now that the magic has gone”, testo di John Miles, si apre con una gran chitarra che impreziosisce tutta la canzone, e trovo che sia una delle migliori ballad del singer britannico. Grande cover per “Sorry seems to be the hardest word”, una delle canzoni più intense di Elton John, interpretata magistralmente da Joe, e con dentro un sax da brividi. E per chiudere, in una versione anni novanta, appunto la mitica “Whit a little help from my friends”, con quell’intro stupenda di organo, la voce sofferta di Cocker su quei cori magici. Una trasformazione radicale da quella che era una pop song, l’originale dei Beatles . Joe Cocker suona tuttora ed è stato in tour quest’estate anche in Italia, presentando il suo ultimo album “Hard Knocks” che tra l’altro non è male. Questi mostri sacri, bene o male, permettono di ascoltare comunque musica sempre di un certo livello, cosa che non sempre avviene con le nuove produzioni . Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 26/09/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 420 volte)
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Artista
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Red Hot Chili Peppers
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Titolo
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I'm with you
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Anno
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2011
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Label
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Warner Bros
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Sembra incredibile, ma erano già passati cinque anni dall’ultimo disco di inediti dei Red Hot Chili Peppers, il corposo e farcito Stadium Arcadium, molto discusso ma che a me, devo dire sinceramente, piace molto. Dopo l’uscita del suddetto album, i ragazzi hanno deciso di prendersi una pausa a tempo indeterminato e che probabilmente ha portato alla seconda fuoriuscita dal gruppo di John Frusciante, chitarrista storico e fondamentale della band. La motivazione principale di questa sosta è imputabile a un progressivo calo di idee e energie, che effettivamente traspariva già in By The Way e Stadium Arcadium. Ci può anche stare per una band che ha venduto 60 000 000 di dischi nel mondo e vinto sei Grammy Awards, però l’attesa di un album di canzoni tutte nuove, era diventata davvero lunga per gli innumerevoli fans. E allora i tre membri rimasti hanno deciso di rientrare in sala di registrazione insieme al nuovo chitarrista Josh Klinghoffer, che in realtà non è così nuovo perché aveva già collaborato coi nostri, e di sfornare un album composto da quattordici canzoni che si chiama I’m With You . Ho sentito tanti commenti al riguardo, sia positivi che negativi, però cerco di ascoltare i nuovi dischi con le mie orecchie, senza farmi influenzare troppo dai commenti esterni e devo dire che la musica che ho sentito mi è subito piaciuta, a cominciare dall’apertura affidata a Monarchy of Roses, le schitarrate acide sopra la cavalcata di basso e batteria sono da spettacolo sotto la voce da altoparlante di Anthony, giro di basso disco di Flea e la solita granitica drum-line di Chad Smith; come primo pezzo niente male, grande energia davvero! Semplice ma efficace il giro di basso per Factory of Faith, il sound è quello di By the way e si nota l’assenza di Frusciante e dei suoi riff funk acidi e sporchi . Indubbiamente Josh è un chitarrista più pulito rispetto al predecessore, però secondo me il produttore Rick Rubin, che è quello di Blood Sugar Sex Magic, il miglior album dei Red, gli ha tarpato troppo il suono durante il missaggio. Direi che comunque è un difetto un po’ generale di questo album, che risulta infine troppo patinato per il sound abituale della band. La terza canzone è forse la più bella dell’ellepì; Brendan’s Death è una stupenda ballad dedicata ad un amico giornalista recentemente scomparso, cantata splendidamente da Anthony Kiedis, intro leggero con chitarra acustica, il rit che comincia a salire e dal bridge in poi un continuo crescendo, un’intensità carica di sentimento ed energia; una risposta a quelli che pensavano non avessero più voglia di suonare, Chad Smith è spettacolare in questo pezzo e Flea e Josh, creano un muro di suono superbo. Il rappare di Kiedis sul sound funk-rock tipicamente marchiato dalla fabbrica RHCP, è davvero divertente in Look Around, una canzone che viaggia veramente come un treno, grazie anche alle percussioni ( presenti in tutte le tracce), suonate dall’italiano Mauro Refosco. Devo dire che il primo singolo, The Adventures of Rain Dance Maggie, non rende giustizia a questo album e lo reputo un pezzo carino ma abbastanza banale, rispetto al resto del materiale. Did I Let You Know è un viaggio nel caldo sole del Sud America, dal ritmo latino trainato dalla tromba di Mike Bulger e dalle congas di Refosco: molto ballabile. Un’altra grande ballad è Police Station, suonata superbamente e che ricorda abbastanza la splendida Venice Queen; il piano e la chitarra sul finale, psichedelici e melodici, creano uno dei momenti migliori del disco. Cattivissima Goodbye Hooray, con tanto di solo di basso e la chitarra di Josh che non fa rimpiangere Frusciante, non fosse per il suono soffocato nel mixaggio; il pezzo più Red Hot , direi. Bellissima Even you, Brutus? L’intro è alla Pink Floyd, un po’ astronomico: peccato non averlo fatto un po’ più lungo; Il piano, suonato da Greg Kurstin, le dona quel sapore british e anche qui Josh con quel wha-wha alla Gilmour dei primi tempi è mitico; una delle performance vocali migliori di Anthony, forse il miglior pezzo dei quattordici. Insomma, in generale a me questo disco piace, con la consapevolezza che questi RHCP non sono quelli di Give It Away, ma chi se ne importa, l’importante è ascoltare del buon rock e devo dire che forse ci sarà meno energia devastante rispetto al passato, però il livello tecnico e la musicalità sono migliorati, sempre secondo me e le mie orecchie.. Buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 04/07/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 837 volte)
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Artista
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Antonello Venditti
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Titolo
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Anno
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Label
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Non so perché, ma quando arriva l’estate mi capita di essere più nostalgico del solito e per me nostalgia è sinonimo, musicalmente parlando, di Antonello Venditti. Sarà che siamo in periodo di esami e puntualmente, sia in radio che in tv, rispunta una canzone che è un capolavoro assoluto di dolcezza scritta dal grande cantautore romano, il racconto sognante di una notte insonne, passata insieme ai compagni-amici ansiosi per l’incombere di una delle prove più importanti da affrontare nella vita, la fine dell’universo scolastico, la consapevolezza di un futuro ancora oscuro e l’intreccio con la scoperta di un grande amore, un mosaico di piccole scene di vita quotidiana, raccontate con la semplicità magica della voce schietta di Antonello, in un atmosfera che tocca veramente il cuore e con cui riesce difficile non commuoversi. Stiamo parlando di Notte prima degli esami, da cui Fausto Brizzi ha tratto lo spunto per girare il bellissimo film omonimo, incentrato sulla forza del legame che si crea soltanto tra compagni di scuola, proprio perché vissuto durante l’adolescenza, in cui tutto ha un sapore nuovo che non ritorna più; tra gli interpreti uno strepitoso Giorgio Faletti nella parte dello spietato professore di italiano. In realtà, non sto ascoltando un disco in particolare di questo artista, ma partendo dalla sopra citata canzone, sto “pizzicando”qua e là nella discografia del grande cantautore, nato a Roma nel 1949, e devo dire che sono davvero tanti i brani con cui ci ha accompagnato negli ultimi trenta e passa anni, a cominciare da Bomba o non bomba , manifesto di uno dei periodi più difficili del nostro paese, tratta dall’album Sotto il segno dei pesci del 1978, un disco meraviglioso che conteneva anche Sara, un testo bellissimo e anche molto delicato, specialmente per l’epoca, su una gravidanza inaspettata, frutto dell’amore tra due giovani studenti, tra le critiche della gente e la forza di un amore che vince su tutto, oppure Nata sotto il segno dei pesci, “diciott’anni sono pochi, per promettersi il futuro..”, le evidenti difficoltà di realizzarsi già all’epoca, l’impossibilità di portare avanti un rapporto a causa di un difficile inserimento nella società, sembra scritta ieri. Giulio Cesare, dedicata al famoso liceo di Roma frequentato da Venditti e in cui il giovane Antonello maturava i primi interessi politici, la rabbia contro un sistema troppo stretto e la voglia di libertà. E a proposito di libertà, come dimenticare Modena, specialmente la versione da Circo Massimo, bel live del 2001, impreziosita dal favoloso sax del mitico Gato Barbieri, scritta a pochi giorni dall’attentato a Giovanni Falcone, una canzone da brividi. E poi la svolta degli anni novanta, quella che coincide con la separazione, molto sofferta, da Simona Izzo. Da lì in poi le canzoni rimangono bellissime, ma di tutt’altro orientamento; la rabbia verso i politici, le accuse contro un sistema scolastico statico gestito da professori svogliati e incompetenti e l’amore smisurato per Roma lasciano il posto a un senso di colpa e infelicità espressi in ogni canzone, a partire da Ricordati di me, Ogni volta, Amici mai, Alta marea. Poi c’è stato un momento di sosta, l’allontanamento per qualche anno dalle scene, i dischi troppo commerciali senza convinzione e poi nel 2003, l’uscita dell’album Che fantastica storia è la vita, che ritorna alle sonorità dei primi tempi e che infatti riscuote un buon successo riportando il cantautore in alto nelle classifiche di vendita; bella la title track, ma il pezzo migliore è, secondo me, Lacrime di pioggia, una dolce ballata dedicata alla scomparsa del padre. In Io e mio fratello, divertente il duetto con Francesco De Gregori, con il quale Venditti aveva iniziato la sua carriera e con cui è rimasta una grande amicizia. Bello anche l’ultimo disco di inediti in studio datato 2007, Dalla pelle al cuore; anche questo lavoro rimarca le prime sonorità musicali del cantautore. Per quest’anno Antonello ha confermato solo una data, il 29 luglio a San Gimignano, e il mio consiglio è, a chi può, di andarselo a vedere, perché penso che un suo concerto possa essere davvero magico, come magiche sono veramente tante, tante sue canzoni.. Buon ascolto..
Andy
Di Andy (del 01/06/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 562 volte)
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Artista
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Duran Duran
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Titolo
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All you need is now
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Anno
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2011
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Label
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Sono ancora alla traccia numero 5, Safe(in the hit of the moment), quella dove canta Anna Matronic degli Scissors Sisters, per intenderci, e devo dire che questo nuovo album dei Duran è veramente bello e fresco; sentitevi con che giro di basso inizia il pezzo John Taylor e che ritornello accattivante. Ma andiamo per ordine, partendo dal primo brano che è la title track che ha imperversato in radio fino a poco tempo fa: l’inizio di synth richiama inevitabilmente i mitici Depeche, ma poi la canzone si sviluppa sui canoni abituali a cui ci hanno abituato Simon Le Bon e soci; il cantante e front-man di questi ragazzi cinquantenni si dimostra in buona forma vocalmente e non sembrano passati venticinque anni da Rio, un disco i cui i richiami sono molto evidenti in questo All you need is now. Blame the machines mi riporta veramente indietro piacevolmente ai suoni anni 80, ma tutto è sapientemente orchestrato da Mark Ronson, uno dei migliori produttori pop in circolazione, quello di Amy Winehouse, per dirne una, che ha dichiarato di essere un grande fan del gruppo. Qui c’è il giusto dosaggio tra le imponenti tastiere di Nick Rhodes e la chitarra di Dom Brown, dal piglio tipico anni 80, tra il funk e gli arpeggi alla Edge, molto vicina allo stile di Andy Taylor; il ritmo della batteria è quasi da drum-machine, ma adatto per la canzone. Un rif di chitarra tra il western e James Bond apre Feing bollowed, che è uno dei pezzi migliori dell’album, che richiama molto i temi musicali dei film di 007 anche nel finale, mentre Leave a light on, calma il ritmo che è stato fino ad ora molto dance; una ballata alla Save a prayer, molto intensa e soffusa. Basso slappato e chitarra dalla ritmica funk serrata per Girl panic, il secondo singolo che sta girando in radio attualmente, molto divertente. Atmosfera alla Visage per The man who stole a leopard , tra il superbo lavoro sui synth di Nick e gli inserti di archi sopra una base di basso e batteria perfetta e dal sapore che noi frequentatori delle discoteche a metà anni 80 conosciamo molto bene; uno dei brani migliori del disco. Quando inizia il rif di chitarra di Mediterranea, sembra di aver messo la cassetta nel walkman ed essere tornati indietro di venticinque anni; le sonorità sono veramente perfette e nel finale Dom Brown tira fuori dei ricamini di chitarra in cui non nasconde la propria simpatia per The Edge. Grande voce per l’ inquietante Before the rain, in un interpretazione quasi teatrale: gli archi dell’orchestra sono tesi e tristi come il testo molto malinconico e duro: un’amore finito, promesse vane e parole buttate al vento prima della pioggia, davvero triste e bella. I Duran Duran sono tornati insomma a fare quello che sanno fare meglio, cioè far ballare con quel piglio che si sono saputi inventare qualche anno fa; quello che stupisce in questo disco sono la freschezza della voce di Simon e di tutta la band, che sembrano aver bevuto alla fonte della giovinezza, rinnovando uno stile consolidato e producendo un bel disco assolutamente non “già sentito”, pieno di ritmo e idee, suonato con l’esperienza di un gruppo che sta sulle scene da un pezzo. Penso che riusciranno ad aumentare il loro già enorme numero di fans, pescando consensi anche in un pubblico più giovane, che si vuole muovere quando ascolta la musica e qui ce n’è da muoversi, eccome..Buon ascolto..
Andy
Di Andy (del 09/05/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 434 volte)
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Artista
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Lucio Battisti
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Titolo
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Una giornata uggiosa
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Anno
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1980
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Label
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Numero 1
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Con non poca nostalgia, qualche giorno fa ho riascoltato Una giornata uggiosa in radio; naturalmente si parla del mitico e indimenticato Lucio Battisti, che a parer mio, rimane il capostipite della musica italiana moderna, diciamo quella nata dopo il bit degli anni sessanta. Molto si deve ancora a Battisti per avere creato un universo musicale molto più serio e importante, rispetto ai refrain tipici dei suoi predecessori, ma soprattutto per averci regalato decine di canzoni meravigliose e indimenticabili; naturalmente viaggia di pari passo alla sua bravura, anzi, genialità, musicale, la liricità istintivamente unica del più grande paroliere italiano, Mogol, che ha saputo raccontare una visione della quotidianità, a volte davvero triste, trasponendo probabilmente la vena malinconica del cantautore di Rieti, in testi a dir poco stupendi. Penso che nel DNA di ogni italiano siano riposte almeno una decina di canzoni di Battisti, che hanno sicuramente accompagnato vari periodi della nostra vita: parliamo di Pensieri e Parole, Emozioni, Fiori rosa fiori di pesco, Amarsi un pò ecc. Delle vere poesie musicali indimenticabili. La musica di Lucio ha saputo evolversi nel corso di un ventennio, passando dalle sonorità cantautorali, sempre molto orchestrate e farcite di arrangiamenti meravigliosi, dei primi tempi (basti pensare che chiunque si accinga ad imparare a suonare la chitarra, non possa non passare attraverso gli accordi semplici di brani comunque stupendi come La canzone del sole e tante altre), a suoni più dance come Ancora tu, Una donna per amico e poi, verso la fine della sua carriera e, purtroppo, vita, influenze anche rap, elettro dance e pop in lavori come Hegel o Don Giovanni. Ecco, il pop è il genere che più imperversa in questo album del 1980, Una giornata uggiosa, che purtroppo suggella anche l’ultimo atto della collaborazione tra Battisti e Mogol, probabilmente sia per questioni legate a una diversa visione del percorso musicale da seguire e sia, come dicono i più maligni, per questione di interessi legate ai diritti; io voglio propendere per la prima ipotesi, anche perché ascoltando questo ellepi, traspare una certa inferiorità nei testi rispetto ai dischi precedenti e un eccessiva influenza esercitata da uno dei produttori più in voga dell’epoca, Mr.Geoff Westley, interpellato da Battisti per mettere un tocco di modernità e tanto english pop all’interno del disco in questione. La title track è una canzone pop dance dal ritmo serrato e travolgente, impreziosita dal basso di Paul Hart e la chitarra di Phil Palmer; una giornata di pioggia può portare a riflettere su una vita mal spesa, sul cambiamento della propria donna, degli amici falsi e alla voglia di un ritorno alle radici, un sogno magistralmente raccontato dal grande Mogol, con le sue solite parole semplici ma puntate dritte al cuore e alla mente. Il monolocale è la storia di una coppia costretta a vivere a casa della madre di lei e che non riesce a trovare nemmeno un buco per affittasi, soltanto vendesi,vendesi, che emozione riascoltare questa canzone a vent’anni di distanza e trovarla così attuale; anche qui il sound è tipico di quegli anni ma perfetto, chitarre acustiche e tanti synth suonati dallo stesso Westley. Grandi fiati e tastiere in Arrivederci a questa sera, la voglia di fare pace dopo un litigio, non riuscire a trovare le parole e sperare nei piccoli gesti quotidiani per ritrovare l’armonia; musicalmente molto Supertramp. Amore mio di provincia, potrebbe essere il seguito ideale di Una donna per amico, un testo spiritoso e solare sul rapporto di coppia, l’ammirazione per la propria compagna, a volte un po’ troppo esuberante ma capace di tirare avanti un rapporto con forza, tra litigi e frecciate. Inseguendo una libellula in un prato, un giorno che avevo rotto col passato, penso che pochi miei coetanei non conoscano queste parole che aprono Con il nastro rosa, una canzone meravigliosa, un arrangiamento raffinato e soffice che accompagna un testo sull’inizio di una storia seria tra un uomo e una donna e tutti i dubbi che ne conseguono; il connubio tra parole e musica è veramente perfetto e l’assolo finale di Phil Palmer è da far accapponare la pelle, due minuti di pennellate con un suono di chitarra unico e coinvolgente. Battisti aveva capito l’ispirazione particolare di Phil di quel giorno e lo aveva lasciato andare a ruota libera. Certo è che questo album ha per me un sapore particolare, avevo quindici anni quando è uscito e riascoltarlo dopo un po’ di anni mi ha ridato tante emozioni e anche se può essere giudicato un lavoro leggermente inferiore ai capolavori degli anni settanta del cantautore laziale , sono contento che sia stato parte della colonna sonora della mia adolescenza e alla luce di certe produzioni odierne, ne traggo un motivo in più per ringraziare Lucio Battisti, che ci ha lasciati il 9 settembre del 1998, di essere cresciuto con questa musica nelle orecchie e con questo album che, secondo me, rimane comunque bellissimo..buon ascolto!
Andy
Di Andy (del 04/04/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 347 volte)
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Artista
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Vasco Rossi
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Titolo
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Vivere o niente
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Anno
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2011
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Label
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EMI
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Erano passati tre anni dall’uscita del precedente album di inediti “Il mondo Che Vorrei”, che devo dire non mi era affatto dispiaciuto, in quanto abbastanza rock con la giusta dose di ballate al suo interno, classico dello stile del Blasco. Qui ci troviamo di fronte a tutt’altro prodotto e il consiglio che vi voglio dare in primis è di ascoltare questo “Vivere O Niente” più di una volta, perché a primo acchito potreste rimanere straniti e anche delusi, soprattutto musicalmente, perché ci troviamo di fronte a un Vasco molto più introspettivo e a suo modo maturo, che probabilmente ha voluto dare il giusto peso a dei testi più imperniati sui dubbi esistenziali, le insoddisfazioni di un uomo che comunque, dall’altra parte ribadisce il fatto di non essersi mai posto dei limiti e rimarcando comunque il fatto che vivere sereni ogni giorno è difficile per tutti, anche per uno come lui. Quindi era normale che la musica seguisse un percorso meno scontato e più variegato, restando il fatto che il sound globale del disco è ottimo, come sempre registrato tra Stati Uniti e Italia. Quindi, neanche a dirlo, la prima canzone si chiama Vivere Non E’ Facile, in cui il Komandante ammette che pur vivendo come gli pare e piace, si trova a dover sopportare il fatto di sbagliare sapendo di farlo e quindi restando in perenne conflitto con se stesso. Manifesto Futurista Della Nuova Umanità è un punk rock cantato alla Vasco dei primi tempi, ironico e sguaiato e che parla di una perdita di fede, rivolgendosi a un dio che lo ha lasciato solo, in preda alle proprie emozioni. Starò Meglio Di Così è una ballad country acustica molto semplice e bella, una storia finita e un uomo che rimane solo e confuso, che con amarezza si consola pensando di potersi perdere nei fatti suoi, ma rendendosi conto di non avere scopi senza la propria compagna; stupendo il finale strumentale impreziosito da una chitarra alla Knopfler. Un po’ troppo auto-celebrativo il singolone apripista Eh..già, che non mi dice troppo neanche musicalmente. Tutt’altra storia in Vivere O Niente, la ballata title-track già amatissima dai suoi fans, un testo sincero che parla di lividi lasciati dai ricordi e dalla fatica di dover andare avanti, musica in bilico tra dolcezza e devastamento da sparare a tutto volume, quattro minuti scarsi di cento per cento Vasco Rossi..grande! Chitarrone spacca stadio per Sei Pazza Di Me, classico rockaccio alla Blasco; fa coppia con Non Sei Quella Che Eri, che però trovo inferiore perché troppo simile a Ehi Tu , Delusa; effettivamente Rossi può fare anche a meno, a questo punto della sua carriera, di pezzi così scontati. Un po’ melensa Stammi Vicino, che in fatto di ballate non toglie e non aggiunge niente all’indiscussa bravura di Blasco. Sembra uscita invece da Canzoni Per Me, un album che io trovo uno dei più belli tra i più recenti, L’Aquilone, che ci restituisce un Vasco più cantautore che rivela di non amare troppo questa frenesia tecnologica che cresce ogni giorno e dice che si potrebbe farne a meno tornando ad amare le cose normali come l’alba e il tramonto che si potrebbero vedere stando appesi semplicemente ad un aquilone. Queste sono le tracce che mi hanno colpito di più, le altre le scoprirà chi ha voglia di ascoltare questo disco, come ho già raccomandato all’inizio, un po’ di volte. Io l’ho fatto, se non altro perché l’ex dj di Zocca rimane comunque il più grande cantautore rock italiano e riesce a riunire fans la cui età va dai venti ai cinquant’anni. Smentita anche la notizia che potesse esserci un abbandono delle scene, perché sono già previste un mucchio di date tra Roma, Milano e tutta Italia. Insomma, un Vasco più maturo, un po’ da capire in qualche canzone, ma penso che valga proprio la pena..buon ascolto!
Andy
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